| Illustrazione di Paolo Ghelfi |
Questa puntata si può ascoltare qui.
Un articolo di Quotidiano Energia del 2 gennaio 2026 riporta una nota ufficiale del ministero del commercio cinese contro l’attivazione, peraltro prevista da tempo, del CBAM, la carbon tax di frontiera stabilita dall’UE per impedire che i beni importati eludano il sistema di disincentivo alle emissioni-serra che vige all’interno dell’Unione (ETS).
L’idea del CBAM è togliere alle merci in arrivo da fuori il vantaggio di non essere state soggette all’ETS, e questo avviene applicando loro un dazio che dovrebbe compensare la minor carbon tax pagata nel luogo di produzione rispetto all’ETS. A meno che gli esportatori possano dimostrare che le misure prese per disincentivare le emissioni dannose nel paese di origine siano altrettanto efficaci di quelle europee.
Da anni studi legali internazionali si interrogano se la
CBAM sia compatibile con le regole globali del commercio. La risposta europea è
che sì, lo è, perché lo stesso trattato WTO prevede eccezioni alla regola di
non applicare dazi ai beni importati, per esempio per tutelare la sicurezza, di
cui quella climatica è una declinazione.
E però le rimostranze cinesi riguardano proprio la presunta
anticompetitività del dazio ambientale europeo, in un periodo peraltro in cui
il WTO non se la passa bene e in cui i dazi si sprecano senza che ci
si preoccupi di mostrarne la compatibilità con le regole del commercio.
Tuttavia, la protesta cinese tocca un punto, purtroppo per noi europei, rilevante. Scrive il Governo del dragone che l’UE è iniqua nel considerare la catena produttiva cinese meno attenta al clima di quella europea tanto da fargliene pagare il costo alla frontiera, e che il CBAM è semplicemente una scusa per attuare indebito protezionismo. Pechino ha gioco facile a questo proposito nel rinfacciarci la retromarcia sul divieto di vendita di automobili a combustione nell’UE nel 2035, dettata dal tentativo di proteggere la nostra industria dell’auto. (La vera protezione arriverebbe al contrario da un’accelerazione dell'evoluzione del settore per portarlo al passo proprio della Cina nell'elettrificazione).
La stessa argomentazione si applica riguardo ai sussidi europei alle energie rinnovabili (adottati anche in Italia) che escludono i soggetti che usano materiale cinese. Qui il fine protezionista è dichiarato, mentre se l'unico obiettivo fosse la transizione energetica non dovremmo porre limiti all'uso degli apparecchi più economici disponibili per realizzarla.
L’Europa dunque mette con il CBAM un dazio alla Cina (e al resto del
mondo) perché considera i prodotti importati meno sostenibili, ma lo fa proprio
mentre non riesce a stare al passo della stessa Cina in termini di tecnologie "green".
Una contraddizione.
Sicché la Cina, i cui investimenti industriali hanno creato un'indutria che sta fornendo al mondo le tecnologie per decarbonizzarsi, ha qualche buon
motivo nella sua protesta. L’Europa che si rimangia anche solo parzialmente il
Green Deal rischia di pagarlo caro. Come argomentavo qualche puntata fa,
l’applicazione incerta o incoerente di una strategia è spesso il modo più
sicuro per farla fallire o nel migliore dei casi per non beneficiarne quanto si potrebbe.
Ringrazio Mariagrazia Midulla per le osservazioni che hanno portato a questa versione del testo.
Link
- L'articolo citato da Quotidiano Energia: https://www.quotidianoenergia.it/module/news/page/entry/id/527029
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