domenica 25 ottobre 2026

Scenari gas (Puntata 742 in onda il 25/10/26)

Illustrazione di Paolo Ghelfi
Questa puntata si può ascoltare qui.

Snam e Terna sono le due aziende regolate che sviluppano e gestiscono rispettivamente gran parte della rete ad alta pressione del gas in Italia e tutta quella ad alta tensione elettrica (sto semplificando). Come previsto dalle regole, le due organizzazioni redigono insieme periodicamente scenari sulle prospettive italiane dell’energia, che diventano poi la base per proporre i piani di sviluppo delle reti.

L’ultimo documento di descrizione degli scenari, così si chiama, stupisce per un dato: la previsione al 2030 di consumi di gas in Italia quasi immutati rispetto a quelli attuali (62,3 miliardi di metri cubi contro i 63,4 del 2025), pur con un calo sensibile del consumo di gas previsto per la generazione elettrica.

Quest’ultimo un calo ovvio, visto che in Italia ogni anno abbiamo installato circa 7 GW di nuovi impianti di produzione elettrica da fonti rinnovabili negli ultimi 3 anni, con prospettive di incremento in reazione all’ennesima crisi del gas, e che l’energia prodotta dalle rinnovabili non può che scalzare quella da gas, avendo costi variabili pressoché nulli.

Ma se il consumo termoelettrico di gas cala, evidentemente Snam e Terna ne vedono un aumento in altri comparti, in particolare quello civile, cioè domestico, per riscaldamento, acqua calda e cucina, pur in un contesto dove chi ristruttura casa o grandi edifici residenziali perlopiù abbandona gli impianti a gas a favore di pompe di calore e cucine a induzione che sono più efficienti e salubri, e lo stesso fanno in modo crescente i consumatori industriali per la generazione di calore soprattutto a bassa e media temperatura in settori come l’alimentare, il cartario, il tessile.

Dunque i gestori delle reti energetiche prevedono un’inversione della tendenza all’elettrificazione dei consumi, alla faccia della strategia italiana e dei trend europei e non solo.

Ora, se è vero che le pompe di calore di recente in Europa sono cresciute meno, è anche vero che nuove regole sugli edifici sono in arrivo per stimolarle e che immaginare un riflusso verso il gas significa non solo scommettere contro le politiche, ma anche a mio avviso contro il verosimile.

Al convegno NetZeroMilan 2026, il 20 ottobre scorso, Livio Desantoli, membro del collegio dell’Autorità per l’Energia, ha stigmatizzato questa incoerenza, come ha scritto Giulio Meneghello di QualEnergia in un articolo di cui metto il link sul blog Derrick Energia.

Gli azionisti dei gestori delle reti del gas hanno interesse a ritorni economici più alti possibile e quindi a proporre scenari che giustifichino investimenti anche sul gas, ma questi scenari dovrebbero credo o essere coerenti con le politiche pubbliche, oppure generare un confronto anch’esso politico e trasparente per risolvere l’incoerenza.

Nel Regno Unito, la predisposizione di scenari e la pianificazione delle reti è stata recentemente separata dalla loro gestione e sviluppo, riportandola sotto il diretto controllo del Governo. L’esperienza dei prossimi anni ci permetterà di valutarne gli effetti.


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sabato 17 ottobre 2026

Plutonio (Puntata 741 in onda il 18/10/26)

Illustrazione di Paolo Ghelfi
Questa puntata si può ascoltare qui.

Ero a Milano l’altra mattina presto e camminavo nel quartiere Città Studi per raggiungere una linea di metro non vicinissima all’hotel e dirigermi a un appuntamento di lavoro.

Avevo bevuto in stanza un succo di frutta da un barattolino di vetro e mi scocciava buttarlo nel secchio indifferenziato del bagno, né mi sembrava verosimile che il personale di pulizia si prendesse la briga di smaltirlo separatamente, così sono uscito col mio zainetto e il barattolino di vetro in mano.

Ma già dopo qualche isolato mi sono reso conto che a differenza di Roma (dove nei quartieri residenziali c’è un agglomerato di mefitici cassonetti differenziati ogni 200 metri almeno) a Milano non ci sono, perché evidentemente la raccolta è fatta porta a porta con la collaborazione di condomini ed esercizi commerciali. In corrispondenza di bar e ristoranti vedevo infatti piccoli contenitori privati in ostensione, ma solo di umido e carta. Si vede che era il giorno della carta e non del vetro.

In realtà in molti paesi NON esistono proprio i cestini per strada (vedi Corea e soprattutto Taiwan) – nota il coautore e insostituibile illustratore di Derrick Paolo Ghelfi - le persone devono perciò portarsi a casa (o in albergo) i rifiuti o consegnarli nei negozi che sono obbligati a gestire anche le confezioni vuote.

Tornando a me, dopo aver camminato ancora invano ho notato il signore di un bar tirare fuori uno dei contenitori della carta e gli ho chiesto dove potessi buttare il vetro. Mi ha guardato accigliato e detto che non poteva aiutarmi. Manco avessi avuto in mano una cartuccia di plutonio. Cosa mi veniva in mente di girare con quella roba? Che me la vedessi da solo. Aria.

Più camminavo, più disperavo, ma meno avrei accettato la sconfitta di gettare il plutonio in un cestino generico, dopo tutto l’impegno per evitarlo fino a lì. Sentivo già le radiazioni ionizzanti sul polso e poi su per l’avambraccio.

Poi in via Plinio ho adocchiato due signori che chiacchieravano nei pressi del cancello di una corte interna. Mi sono avvicinato mostrando la cartuccia con aria di contrizione e spiegando che non sapevo come sbarazzarmene. Il tizio ha fatto una risata e mi ha invitato a entrare: avrei trovato nel cortile sotto ai balconi i vari cassonetti condominiali compreso quello del vetro. E così è stato. Meno male.

Se la cosa si fosse protratta avrei rischiato di fare tardi al mio appuntamento.

Invece tutto bene. Alla metro, fermata Lima, ho strisciato il mio biglietto mentre alcuni ragazzi affianco si esibivano in metodi atletici per varcare la porta automatica senza pagare: salti in alto aiutandosi con le braccia oppure vera e propria effrazione di violenza dopo essersi inseriti di lato in fase di chiusura come piedi di porco umani.

Un addetto ATM osservava impassibile con la coda dell’occhio.

Impeccabile per equità di genere, una voce diffusa metteva in guardia contro “borseggiatrici e borseggiatori”.

domenica 11 ottobre 2026

Ciclovie venete (Puntata 740 in onda l'11/10/26)

Illustrazione di Paolo Ghelfi
Questa puntata si può ascoltare qui.

Questo è il reportage di un giro in bici tra trentino e ferrarese tra il 29 settembre e 2 ottobre 2026, soprattutto lungo gli argini di vie d’acqua venete e nel delta del Po.

Sono partito dal centro Rovereto (TN) salendo subito con tornanti decisi lungo la strada provinciale 89 verso Albaredo, Foppiano, Matassone, dominando a tratti la valle sottostante della Statale 46.

Ad Aste c’è l’ultima occasione per riconnettersi alla statale, mentre continuando a salire si capisce di essere finalmente in un cul de sac automobilistico che dopo Obra, continuando a salire, culmina in un viadotto deserto che sinistramente conduce dritto a una galleria transennata. Per fortuna una sterrata permette di evitare il tunnel buio pesto e poi continua a salire nel bosco fino a tornare asfaltata, ma in solitudine completa tra guglie dolomitiche verso il passo di Campogrosso a circa 1500m di altitudine.

Lì inizia il Veneto e la strada torna transitabile alle auto e dopo bellissimi tornanti in discesa si arriva alla decadente Recoaro. Più giù inizia un primo sistema di ciclovie, urbane e non, sull’argine dell’Agno fino alla zona di Montecchio, a SO di Vicenza.

Dal capoluogo sono andato a prendere l’argine del Bacchiglione, che seguirò quasi fino al mare lambendo a sud Padova. Ci sono ottime indicazioni ciclabili interurbane, da questo punto di vista sembra di essere in Olanda, con una pianificazione che evidentemente trascende quella dei singoli municipi.

Molto spesso in Veneto, e questo varrà anche sul Po, i percorsi sugli argini sono aperti anche alle auto, con limitazioni di velocità purtroppo non sempre rispettate. Per fortuna è la diffusione crescente delle bici a imporre agli automobilisti di darsi una regolata.

Il Bacchiglione punta verso Sud e poi di nuovo a Est a Pontelongo, dove mi mantengo sulla sinistra orografica fino a trovarmi qualche decina di chilometri dopo nel punto in cui in località Ca’ Bianca il fiume entra nel Brenta, ormai alle porte di Chioggia.
Senza troppe incursioni nelle trafficate statali mi avvicino all’Adige tra sonnolenti paesini a Est della Romea, a cui però occorre ricorrere per valicare il fiume a Cavanella. Dopodiché lo percorro verso il mare sulla riva destra fino a iniziare una prima lunga striscia di terra nella parte Nord del parco del Delta del Po, in via delle Valli, tra piccole chiuse e idrovore che qui si chiamano chiaviche, fenicotteri e postazioni sopraelevate per osservarli. Tengo ancora verso il mare a Cason Moceniga fino a Marina nuova di Porto Levante dove devo constatare che le barche per varcare il Po di levante il giovedì non ci sono. E mi tocca tra qualche imprecazione tornarmene sulla Romea a Rosolina, scendere a Porto Viro, attraversare sulla Romea il principale braccio del Po e seguirne poi l’argine destro molto a lungo fino a Porto Tolle dove ho prenotato per la notte.

In hotel quasi tutti i clienti sono pensionati cicloturisti con bici elettriche. Un tempo, forse, ci sarebbeero stati gli addetti alla centrale termoelettrica dismessa dell’Enel di Polesine Camerini, non lontana da qui, in pieno parco del Po, che a un certo punto si voleva perfino trasformare a carbone e di cui ora finalmente è iniziata la demolizione. Delle tante vecchie grandi centrali termoelettriche in Italia credo nessuna sia stata ancora completamente smontata.

Per tigna il giorno dopo risalgo a Porto Levante da Sud per posizionarmi dove sarei stato il giorno prima se avessi trovato la barca, e sarà poi il Po, sull’argine sinistro orografico, ad accompagnarmi fino all'ingresso nella provincia di Ferrara per un altro centinaio di chilometri. Sul lato di Rovigo l’argine è sempre aperto alle – per fortuna poche - auto (purtroppo senza alcun controllo della velocità né dissuasori) mentre quello ferrarese – almeno da Pontelagoscuro fino alle porte di Ferrara - è esclusivo per le bici. E forse qui si vede un diverso approccio emiliano alla viabilità ciclabile. Resta il fatto che il percorso è tutto facile, pressoché ininterrotto e ben segnalato.

Sul versante di Rovigo frequenti cartelli avvisano di ogni località d’interesse col termine improbabile di luoghi di "visitazione”. Quelli sulla riva del fiume sono spesso residui manifatturieri ormai coperti di vegetazione, con vecchie ciminiere di mattoni che ancora svettano qua e là, mentre qualche idrovora rompe il silenzio succhiando acqua per i campi o gli acquedotti.

Finché c’è.


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Alcuni brevi video del giro:

domenica 4 ottobre 2026

Energia al costo delle rinnovabili (Puntata 739 in onda il 4/10/26)

Illustrazione di Paolo Ghelfi
Questa puntata si può ascoltare qui.

Questa puntata in audio inizia con la voce di Claudio Catalano che chiede perché forniture domestiche di elettricità vendute come “100% rinnovabile” abbiano un prezzo che dipende da quello all’ingrosso generico, che a sua volta dipende in Italia ancora molto dal gas.

Ne abbiamo parlato più volte, ma visto che siamo nell’ennesima crisi energetica per problemi di approvvigionamento di energie fossili (cioè gas, petrolio e derivati) il tema torna popolare.

Quasi tutte le offerte “100% rinnovabile” prevedono che il fornitore acquisti una pari quantità di certificati di origine da fonti rinnovabili, venduti da produttori di energia rinnovabile separatamente all’energia, la quale potrebbe essere per esempio venduta sui mercati all’ingrosso. L’effetto è che il cliente finale con questa opzione sta sì supportando le fonti pulite, ma non modificando la formazione del proprio prezzo.

Per pagare effettivamente i costi delle rinnovabili (che sono perlopiù fissi, cioè legati a costruzione, manutenzione, canoni eccetera) servono contratti più complessi che rendano possibile in qualche forma quanto segue:

Il cliente diventa socio o comunque finanziatore di determinati impianti da fonti rinnovabili e riceve come dividendo una quota-parte di energia prodotta da quegli stessi impianti a un prezzo che ne rifletta i costi.

Un problema è che questa quota-parte potrebbe nei vari momenti essere insufficiente o eccedentaria rispetto al consumo effettivo del cliente. Il fornitore dovrà quindi ricorrere al mercato per le differenze e quindi tornare a esporsi al prezzo all’ingrosso e quindi a quello del gas, oppure dovrà rendere disponibili fisicamente o virtualmente degli accumuli (batterie o altro) per bilanciare la fornitura.

Un altro problema è che il venditore deve poter contare sul cliente a lungo. Il costo di un kilowattora di energia verde infatti dipende da tutte le spese fisse divise per l’energia prodotta. Se il venditore non può ragionevolmente prevedere il denominatore, cioè la quantità (e il momento) dell’energia che venderà nell’ambito del contratto, a causa per esempio del fatto che il cliente potrebbe andarsene quando vuole e potrebbe non essere facilmente rimpiazzabile, dovrà aggiungere questo rischio al prezzo, o semplicemente – come succede di norma – riferirsi al prezzo di mercato all’ingrosso, di nuovo influenzato dal gas.

In altri termini: se io voglio pagare l’anergia ai costi bassi, per esempio, di un grande impianto fotovoltaico, devo comprarla anche quando capita (e può capitare, e capiterà) che il prezzo di mercato all’ingrosso sia più basso di questi costi, cosa che succede nei momenti in cui complessivamente produciamo più energia di quella che serve.

Più di una volta, intervenendo in contesti ufficiali in rappresentanza del think tank Ecco con cui collaboro, ho proposto che contratti di fornitura basati sui costi effettivi delle fonti rinnovabili e dello stoccaggio necessario a modularle siano resi disponibili in modo standardizzato e diffuso anche ai clienti domestici, magari tramite l’intervento dell’Autorità (ARERA) che potrebbe prevederne l’inserimento nei menù dei fornitori.

Simili contratti già esistono per clienti di grandi dimensioni e trader, che hanno le strutture per negoziarli e gestirne i rischi. Per farli arrivare a tutti occorre verosimilmente un lavoro di intermediazione – magari con obiettivi di natura pubblicistica – per stipulare contratti all’ingrosso poi frazionabili per ogni singolo consumatore.

Domanda: esistono offerte che già riproducono qualcosa di simile anche per le forniture di casa? Sì, me ne risultano alcune e proverò a farne un elenco anche sulla base delle segnalazioni che riceverò e per cui ringrazio in anticipo lettori e ascoltatori.

Quindi, se siete stanchi di pagare le crisi delle energie fossili in bolletta e non potete autoprodurre e stoccare l’energia, datevi da fare coi vostri attuali o potenziali futuri fornitori, e chiedete di essere serviti da un portafoglio che non richieda fonti fossili, e di pagarne solo i costi relativi.


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domenica 27 settembre 2026

Il monopolio del petrolio (Puntata 738 in onda il 27/9/26)

Illustrazione di Paolo Ghelfi
Questa puntata si può ascoltare qui.

A cosa serve che lo Stato controlli delle aziende? Sono semplici partecipazioni finanziarie o il Governo esercita un indirizzo di natura, diciamo così, pubblicistica?

Ce lo siamo chiesti varie volte qui, e la mossa di Meloni di indurre Eni a moderare i prezzi dei carburanti – con il probabile effetto di trascinare anche i concorrenti - ha il pregio di rendere per una volta esplicito questo indirizzo. Del resto, se il Governo sospetta che le aziende petrolifere facciano extraprofitti durante le crisi (“extra” non so cosa voglia dire – di sicuro guadagnano di più in questi frangenti) perché non ridurli alla fonte nelle aziende controllate?

Che i Governi da un lato facciano le regole del gioco e nel contempo abbiano interessi in aziende di mercato e quotate introduce opacità d’ogni tipo, ma almeno in questo caso un esercizio di potere dell’esecutivo su una controllata è palese e magari grazie a questo potrà essere discusso.

L’effetto alla pompa però potrebbe essere vanificato dal paventato divieto negli USA di esportare diesel, al fine di calmierarne il prezzo interno. Dopo aver usato le esportazioni di gas come arma negoziale geopolitica, ora gli USA mettono a rischio quelle di carburanti. Non male per un fornitore che vorrebbe consolidare il suo ruolo di leader di energie fossili, e una buona notizia per chi come me pensa che da quelle energie prima ce ne emancipiamo, meglio è.

Nello stesso tempo Trump ha messo le mani sul petrolio venezuelano, paese la cui partecipazione all’OPEC a questo punto sembra piuttosto insensata. Ce ne parla Stefano Fisco, di nuovo ai microfoni di Derrick, che ringrazio:

"Il più grande accordo petrolifero della storia mondiale" lo ha definito Trump a fine agosto, annunciando su Truth l'accordo con cui gli Stati Uniti otterrebbero il controllo di 65 miliardi di barili di petrolio venezuelano.

Per quanto emerso finora l’accordo prevede lo sfruttamento di 17 giacimenti petroliferi nella regione dell’Orinoco, con una produzione di picco di 1,5 milioni di barili al giorno e un obiettivo di investimento di 100 miliardi di dollari.

Tra le controversie emerse a seguito dell’annuncio, la principale riguarda l’effettiva durata. La Casa Bianca ha parlato di una concessione di 100 anni. L’annuncio della presidente venezuelana ad interim, Delcy Rodríguez, invece, parla di un accordo di 25 anni.

In effetti la normativa attualmente vigente in Venezuela non prevede nemmeno la concessione dei giacimenti, tantomeno per un secolo. Prevede invece altre forme di contratti di sfruttamento, per una durata massima di 25 anni, estendibili per altri 15.

Previsto inoltre che i giacimenti siano operati da NABEP, una società partecipata dagli Stati Uniti, i quali potranno godere del 20% della produzione a prezzo di costo e del diritto di prelazione sul restante 80%, escludendo di fatto altri potenziali concorrenti.

Annunciando l’accordo, Rodríguez promette al popolo venezuelano lavoro e prosperità e Trump dichiara di voler aiutare il Venezuela a raggiungere un grande successo. Ma cento anni o venticinque non è affatto un dettaglio: fa tutta la differenza tra una manovra temporanea per rilanciare l’economia oggi e un vincolo imposto a quattro generazioni di venezuelani. E se nemmeno chi ha firmato l’accordo sa dire con certezza quanto durerà, è difficile credere che sia stato pensato davvero per lo sviluppo del paese.

domenica 20 settembre 2026

La tassa più odiata (Puntata 737 in onda il 20/9/26)

Illustrazione di Paolo Ghelfi

Questa puntata si può ascoltare qui

Riparto dalla scorsa puntata sulle banche per dar conto con piacere che Fineco ha accettato il mio modulo con firma elettronica con la app gratuita pubblica CIE Sign associata alla carta d’identità elettronica, anziché firma a penna su carta da mandare in foto. Una buona notizia.

Come scrisse Irving Hirshman sul suo Exit, Voice and Loyalty, per aumentare la qualità dei servizi bisogna farsi sentire, soprattutto nei settori con poca concorrenza dove l’opzione dell’”exit” è difficile. 

Grazie a tutti in anticipo di segnalazioni su altri casi rilevanti di barriere burocratiche ingiustificate in servizi critici, e grazie in anticipo ai soggetti menzionati per repliche o critiche a cui daremo ampio spazio.

Passiamo al tema di oggi. L’Italia rispetto agli altri paesi OCSE ha più automobili private per abitante, a livello mondiale è uno dei paesi più danneggiati da inquinamento e ha città ancora spesso ostaggio di auto in sosta o in lento movimento che vanificano in parte la qualità del servizio di trasporto pubblico su gomma. Ha infine diffusioni di mobilità condivisa, leggera ed elettrica inferiori ai Paesi simili.

La decisione del Governo di mettere oltre due miliardi pubblici sull’abolizione del bollo auto sembra pensata per allargare il ritardo in tutte queste dimensioni. E contraddice uno degli obiettivi generali del PNRR: la riduzione dei sussidi fiscali dannosi all’ambiente. PNRR d cui pure si pasce e di cui potrebbe mettere in discussione il pagamento dell’ultima tranche a fine settembre [2026]:

D’altra parte, se è la tassa più odiata, come riferisce la Presidente del Consiglio, come opporsi alla sua cancellazione?

Se il Consiglio dei ministri non ha anche abolito la necessità di pareggiare i conti, sarà interessante vedere quali tasse meno odiate verranno aumentate per finanziare la misura. Magari l’IRPEF già elevatissima anche per i redditi medi, che invece doveva abbassarsi?

Se le controindicazioni sopra sono forse poco interessanti per il pubblico cui si rivolge il Governo, altre potrebbero invece farvi breccia. Per esempio il prevedibile arrivo sul mercato italiano di modelli di auto 2027 coi software aggiornati per abbassare alla soglia di 80 kW la potenza nei motori che la sforano di poco, mentre quelli sopra soglia già prodotti occhieggeranno invenduti negli autosaloni o perderanno il loro valore sul mercato dell’usato.

“Di’ anche cose positive!” mi scrivono ogni tanto sulla mail di Derrick. Lo faccio ora in chiusura. A ben vedere, il criterio della decisione di palazzo Chigi sul bollo potrebbe essere foriero di efficienza. Se questioni complesse come il fisco sono determinabili con l’applausometro, allora potremmo presto risparmiarci la classe di Governo.

domenica 13 settembre 2026

Banche e concorrenza (Puntata 736 in onda il 13/9/26)

Illustrazione di Paolo Ghelfi
Questa puntata si può ascoltare qui.

Dopo un po' di tempo, torniamo sulle banche.

La mia, Fineco, è stata forse la prima online in Italia e permette anche operazioni complesse tutte online. Eppure negli ultimi 3 mesi mi ha già chiesto 2 volte di stampare, firmare a mano, fotografare e rispedire via mail un modulo. In un caso si trattava di svincolare un deposito che avevo invece aperto online. Capito? Lo apri online, ma senza stampante non lo puoi chiudere.

E hai voglia a dirgli “Cambio banca”. Da un lato è una gran perdita di tempo, dall’altro anche solo confrontare le condizioni tra istituti è difficile, per non parlare del trasferimento dei fondi.

Se parliamo di commissioni di trading, la loro articolazione è complessa: di solito si tratta di un importo proporzionale alla transazione, spesso diverso per i vari mercati, con un valore minimo e uno massimo che hanno un impatto enorme sulla spesa effettiva. Mario Zannino, che ringrazio per l’aiuto a questa puntata, mi segnala che Intesa San Paolo ha recentemente abolito il limite massimo rendendo le grosse operazioni costosissime, e senza togliere anche il limite minimo.

E tornando alla digitalizzazione: c’è solo quando fa comodo agli istituti: un trade, che alla banca frutta, lo puoi spesso fare con tre clic, ma se devi aderire a un’operazione straordinaria (dove magari si tratta solo di dire sì o no) ci si sbizzarrisce in moduli da firmare, quando va bene facendo inutile editing di pdf, quando va male, come dicevo, stampando scartoffie, col rischio di apprendere ex post che c’è un vizio e perdere la finestra temporale utile, com’è successo ad Antonio Iliceto (altro contributore che ringrazio) con Unicredit per l’OPA di Poste su TIM.

Per trasferire un credito d’imposta sui capital gain tra banche ti chiedono di spedire il rendiconto cartaceo dell’istituto in cui il credito è maturato a quello destinatario, via raccomandata. Non è incredibile che non ci sia obbligo di scambiarsi digitalmente dati che afferiscono al ruolo di sostituti d’imposta?

E se ti arrabbi e cambi davvero istituto, i tempi di trasferimento titoli sono lunghi e incerti come se dovessero inviarli a cavallo tra un punto e l’altro dell’impero, e per tutto quel tempo non è possibile alcuna operazione (auguriamoci che in quel tempo gli stessi titoli non vengano prestati per vendite allo scoperto, ipotesi molto maligna che spiegherebbe però l’interesse a tanta lentezza).

Nel settore energia, per inciso, l’Autorità impone da un lato forme di standardizzazione, fornisce un simulatore delle tariffe e impone tempi certi per lo switch tra fornitori. Magari non risolve tutto, ma ci si potrebbe provare anche sui servizi bancari.

Tra i problemi che causano queste inefficienze escluderei la mancanza di redditività. Ricordate l’era dei tassi di interesse alti fino al primo decennio del secolo? Allora i conti correnti erano fruttiferi. Adesso che i tassi sono risaliti, com’è possibile che lo siano solo conti di deposito perlopiù vincolati? (Leggo che fanno eccezione virtuosa BBVA e Webank, e credo ci siano altri casi di periodi fruttiferi promozionali limitati per i soli nuovi clienti, cosa interessante perché mostra la convinzione che una volta preso il cliente sia acquisito).

Per verificare quando un settore non è correttamente competitivo i microeconomisti hanno metodi molto sofisticati. Uno più cialtrone ma che spesso funziona è constatare angherie come quelle descritte qui.

Comunque: alla mail del customer care Fineco mi sono rifiutato di mandare il modulo stampato firmato a mano e poi fotografato. L’ho firmato elettronicamente con la app Cie Sign del ministero degli interni, senza ottenere alcuna risposta per un paio di giorni. Staranno cercando formule settecentesche per spiegarmi che non è abbastanza affidabile? Vi tengo aggiornati.

[Nota successiva: Fineco ha poi accettato il documento con la firma elettronica, come riporto qui]

domenica 6 settembre 2026

Fine dello sconto sul diesel o vendita della Sardegna? (Puntata 735 in onda l'8/9/26)

Illustrazione di Paolo Ghelfi
Questa puntata si può ascoltare qui.

Benvenuti alla prima puntata di Derrick in versione domenicale su Radio Radicale, con vicini di palinsesto molto autorevoli.

Vista l’aria di novità, non farò il solito pippone su quant’è sciocco e sbagliato mettere soldi pubblici per fare uno sconto al pieno di carburante di chiunque. Oltretutto è anche poco efficace.

Vorrei invece oggi affrontare il tema da un altro punto di vista, provando a mettermi nei panni di un Governo in fase preelettorale. In termini di consenso quello a cui stiamo assistendo ha senso? Io ho l’impressione di no e ora provo ad argomentare perché.

Mettere soldi pubblici prima delle elezioni in misure che si spera facciano piacere agli elettori è un grande classico, c’è una letteratura economica sui cicli elettorali della spesa.

Quel che abbiamo visto con le accise sui carburanti dopo l’inizio della guerra del Golfo è una sequenza di operazioni di emergenza, sempre finanziate per periodi relativamente limitati – in qualche caso come per l’ultima proroga di fine agosto limitatissimi – ma che tutti insieme hanno trasformato l’atto politico dello sconto non più in una novità positiva per gli automobilisti bensì in una maratona di incertezza, per l’aspettativa che il pur piccolo sconto s’interrompa a un certo punto, cosa che dovrà pur avvenire se il Governo per finanziare l’ulteriore proroga non vorrà dover vendere la Sardegna come in un vecchio sketch di Corrado Guzzanti nei panni dell'allora ministro Tremonti.

E il contesto finanziario non è buono, con rendimenti dei titoli di Stato di mezzo mondo in aumento e in generale tassi d’interesse verso l’alto.

Ma se la fine dello sconto avverrà prima della fine della crisi cosa ricorderanno gli elettori sensibili al tema del governo più longevo della storia della Repubblica? Ricorderanno la mancata proroga più dell’esoso lungo sconto.

Tutti i soldi messi fino a ora, paradossalmente, potrebbero avere l’effetto di far arrabbiare gli elettori proprio a ridosso delle urne. Se non fossero stati messi, ci sarebbe invece forse il budget per un gesto preelettorale gradito in materia.

Staremo a vedere. Taglio del sussidio sotto elezioni, o vendita della Sardegna?

martedì 25 agosto 2026

Alpi Apuane in polvere (Puntate 722-3 in onda il 26/5/26 - con replica il 25/8/26 - e 2/6/26)

Illustrazione di Paolo Ghelfi
Qui a Derrick abbiamo parlato spesso delle forme con cui le regole, fiscali e non, possono avvantaggiare le attività dannose all’ambiente.

L'attuale disciplina del bilancio pubblico per fortuna obbliga il nostro Governo a tenerne traccia, e sancisce valori di sussidi pubblici dannosi all’ambiente per circa 20 miliardi di euro all’anno.

Uno dei settori dove in Italia facciamo particolarmente male è il trattamento economico dei concessionari di aree demaniali. Molti sanno che quasi regaliamo l’uso delle spiagge ai lidi privati, che perlomeno non le distruggono permanentemente, in meno forse sanno che l’estrazione di petrolio e gas o di materiali vergini di cave sono in generale troppo economici in Italia quando non addirittura gratuiti, e che le cose sono rese peggiori nel caso delle cave per scarsa vigilanza sulle concessioni.

Regalare o quasi risorse naturali pubbliche ai concessionari significa dar via un patrimonio non rinnovabile a condizioni che da un lato non ne incentivano la giusta valorizzazione e quindi maggiore conservazione, né l’uso di materiali alternativi riciclati, dall’altro impoveriscono tutti noi, che di quel patrimonio eravamo comproprietari.

Alcuni casi sono più impressionanti di altri. Ho avuto modo di confrontarmi con Marco Giudici, attuale presidente dell’associazione Apuane Libere fondata da Gianluca Briccolani, che mi ha raccontato come il parco delle Alpi Apuane, un circo carsico e naturalistico di eccezionale importanza, nonché fonte idrica decisiva per la zona, sia devastato dalle cave di marmo gestite sulla base di norme locali più lasche di quelle di riferimento nazionale, quando non nella completa illegalità.

L’intervista a Marco Giudici di Apuane Libere è qui.

Link

  • L'associoazione Apuane Libere su Facebook e sul web.
  • Una videolocandina della camminata pubblica organizzata da Apuane Libere per visitare alcuni dei luoghi il 7 giugno 2026

martedì 18 agosto 2026

Le vessazioni dei biglietti regionali Trenitalia (Puntata 734 in onda il 17/8/26)

Illustrazione di Paolo Ghelfi
Questa puntata può essere ascoltata qui.

Chi viaggia in treno sulla linea Roma-Avezzano avrà notato ogni tanto il suono del convoglio che urta la chioma di alberi. Un sistema di potatura passiva, diciamo così.

Anche pensando a questo non mi sono stupito granché quando il 13 agosto 2026 sul treno da Avezzano per Roma Tiburtina che avrebbe dovuto partire alle 18.25, e che invece non partiva, si è sentito che la causa erano rami sulla linea.

Come al solito, il problema è stato comunicato solo dopo l’orario di partenza del treno e dopo che i biglietti della corsa erano stati venduti fino all’ultimo momento utile e non erano più modificabili.

E purtroppo, oltre all’incapacità di Rete Ferroviaria Italiana di garantire in quel frangente la funzionalità della linea (che due giorni prima era in crisi per un passaggio a livello guasto a Guidonia e che è stata chiusa solo un paio di mesi fa per aggiornamenti), sono riemersi una serie di comportamenti vessatori di Trenitalia verso i clienti dei treni regionali. Ricordandoli pubblicamente, spero di contribuire a qualche miglioramento.

Intanto c’è una mancanza di onestà nella comunicazione. La capatreno dopo oltre mezz’ora dall’orario di partenza ha annunciato che il treno sarebbe stato “accorpato” al successivo di oltre 2 ore e mezza dopo e che non ci sarebbero stati mezzi sostitutivi. Accorpato non è il termine giusto: il treno è stato soppresso senza alcun supporto ai clienti. Nemmeno la possibilità di attendere a bordo perché “io devo chiudere il treno” ha detto tautologicamente sempre la capatreno.

Quel che nessuno ha raccontato ai clienti lasciati sulla banchina è che il fantomatico rimborso dei treni regionali in ritardo di più di un’ora non è affatto automatico come l’azienda ha raccontato dopo l’ultimo aggiornamento delle regole. Per aver indietro i soldi infatti il personale di bordo deve aver scansionato il biglietto. Cosa che non avviene perché durante i disservizi i capitreno spesso, almeno nella mia vasta esperienza di viaggiatore ferroviario, si nascondono nell’area chiusa della conduzione del treno e, anche quando non lo fanno, i biglietti li controllano a campione o niente affatto. A maggior ragione, se il treno non parte proprio, nessuna scansione avviene. La mia esperienza poi è perfino peggio: l’unica volta che in un regionale in ritardo di più di un’ora sono riuscito a far scansionare il biglietto andando a stanare il capotreno che non si era mai fatto vedere nel vagone, non ho ricevuto comunque alcun rimborso.

Questo del finto rimborso automatico è particolarmente vessatorio visto che il biglietto si considera usato al momento della partenza del treno e da allora non è più riutilizzabile anche se il treno in realtà è soppresso. Conseguenza: se compri un biglietto di un treno regionale che poi non parte o magari non si fa nemmeno vedere in stazione l’unica certezza che hai è di aver perso anche i soldi.

“Il personale di bordo è a disposizione per qualunque necessità” recita un annuncio periodico sui convogli. Sarebbe apprezzabile che lo fosse almeno per ciò che attiene il proprio dovere.

Derrick sarà felice di ospitare qui repliche del gruppo FS sui punti sollevati.

Link

  • Delle regole vessatorie dei biglietti regionali Trenitalia avevamo già parlato qui.

 

lunedì 10 agosto 2026

Il carbone chiude - con Alfredo Spalla (Puntata 733 in onda l'11/8/26)

Illustrazione di Paolo Ghelfi
Il 7 agosto 2026 ho intervistato Alfredo Spalla, reporter di Montel, sulle novità riguardo alla chiusura delle centrali termoelettriche a carbone in Italia. Che ora sembra confermata dopo le molto assertive affermazioni contrarie del Governo.

L'audio della puntata è qui.

Grazie Alfredo Spalla.

Tutte le puntate di Derrick sul carbone, in ordine anticronologico, sono qui.

martedì 4 agosto 2026

Ciclovie costiere: Adriatico batte Tirreno (Puntate 731 e 732 in onda il 28/7 e 4/8/2026)

Illustrazione di Paolo Ghelfi
Puntata 731

Questa puntata si può ascoltare qui.

Preparando questa puntata mi sono subito accorto di essermi messo in un pasticcio più faticoso di quanto pensassi.

Parliamo di infrastrutture per la mobilità ciclistica nelle coste dell’Italia continentale, tentando un confronto tra Tirreno e Adriatico. Userò anche la mia esperienza, che nell’Adriatico copre quasi interamente la tratta da Milano Marittima a Barletta e da Brindisi a Marina di Lecce, e sulla riva opposta da Savona a Genova e vari tratti in Toscana e Lazio.

Quantificare la parte di costa percorribile in ciclabili è più difficile di quanto si possa pensare, per diversi motivi.

Uno: perché dipende dalla disponibilità a seguire sempre o quasi sempre la costa anche quando ci sono penisole impegnative (il Gargano, per esempio, se fatto tutto sulla costa aggiunge quasi 200 km e paradossalmente aumenta il tratto su strade automobilistiche trafficate, ci sono passato solo un mese fa. Situazione simile – ma non l’ho testato in bici – nello splendido Cilento).

Due: perché dipende da cosa s’intende per pista ciclabile. Un sentiero lo è? Fino a che livello di difficoltà? Quanto consideriamo la bici un mezzo di trasporto e quanto uno strumento per cimentarsi in piccole imprese sportive o d’avventura inoltrandosi nelle diverse are protette delle due coste? (Per esempio il pur piatto Polesine, il monte Conero a Sud di Ancona, la riserva naturale di Punta Aderci a Vasto, la lunga striscia di terra della riserva del lago di Lesina nel foggiano, resa impervia dalla sabbia e dove – esperienza personale – avere poca acqua ed esaurire i ricambi per gli pneumatici può mettere in seria difficoltà ed è improbabile incrociare anima viva sull’intero percorso. Sul Tirreno, le Cinque Terre con solo una parte di percorso ciclabile costiero agibile costringono a notevoli dislivelli per prendere e abbandonare le strade montane, la riserva tra Populonia e Piombino e ancora di più il parco naturale della Maremma sono meravigliose ma impegnative, e la seconda presenta irritanti restrizioni di accesso. La disponibilità a trasformare il percorso in un trekking per mountain bike lo modifica molto in termini di tempo, impegno e proporzioni tra tipi di superfici.

Tre: sembra forse strano, ma non ci sono fonti complessive ufficiali sulle ciclabili italiane. Del resto si tratta di progetti spesso di competenza locale. I numeri che riporterò sono in larga parte il risultato di simulazioni con il software di navigazione Komoot e, quando possibile, della mia esperienza.

Visto che ho già finito il tempo per la prima puntata vi lascio anticipando che come sospettavo l’Adriatico batte il Tirreno in termini di copertura ciclabile. Muggia-Otranto (sempre con le variabilità di cui sopra) è più breve di quasi 300 km rispetto a Imperia-Reggio Calabria, eppure ha circa 100 km in più di percorso su ciclovia rispetto ai circa 300 del Tirreno, dove peraltro l’infrastruttura è quasi tutta in Liguria e Toscana del Nord, più qualcosa nel litorale romano e salernitano e brevi tratti urbani altrove.

Puntata 732

Questa puntata si può ascoltare qui.

Abbiamo visto l’altra volta che il versante Ovest e più lungo ma con meno ciclovie, e questo si deve forse al fatto che la costa di ponente è leggermente meno urbanizzata di quella adriatica, perlomeno da sotto la Versilia a Roma, e che è anche più accidentata e con maggiore presenza di aree protette all’interno delle quali non ci sono com’è giusto ciclabili di asfalto o cemento.

Ha però senso che ci siano passerelle ciclopedonali a permettere di attraversare le aree protette valicando i fiumi, e sono felice di ricevere la notizia che è appena stato inaugurato (18 luglio 2026) un ponte ciclopedonale sull'Arno a valle di Pisa nei pressi di Cascine Nuove, ancora all'interno del parco di San Rossore. Lo ha scritto proprio qui sui commenti del blog Andrea Porchera, direttore dell'Ente Parco regionale Migliarino San Rossore Massaciuccoli. Una bellissima notizia che ringrazio Porchera di aver voluto segnalare.

Salvo altre ottime notizie, i fiumi sono ancora una barriera più a Sud nel bel parco della Maremma: non si può attraversarlo stando sulla costa, perché a Nord non c’è ponte sull’Ombrone e a Sud diventa piuttosto accidentato verso Talamone. C’è però a Sud di Alberese, ma non l’ho provata, una sterrata al confine del parco parallela all’Aurelia che dovrebbe essere percorribile, ingresso al parco permettendo, ma siamo a chilometri di distanza dal mare.

E proprio la maledetta Aurelia è il problema delle bici sul Tirreno, Aurelia che da sud di Livorno a Tarquinia fa anche le veci di autostrada ed è spiacevolissima da percorrere in bici anche nei tratti in cui è legale farlo, alcuni dei quali inevitabili.

Sull’Adriatico, un problema simile all’Aurelia c’è quasi solo tra Venezia e Ravenna, ed è la Statale 309 Romea, che però si può evitare prima stando sulle isole oblunghe veneziane ricorrendo ai traghetti per valicare i varchi lagunari fino ad approdare a Chioggia da Jesolo, e poi avventurandosi lungamente e con percorsi tortuosi sul delta del Po tra argini di canali, ponti di barche e zanzare.

Poi da Ravenna a Ortona, quindi lungo più o meno un quarto d’Italia, la costa adriatica è perlopiù un’unica città costiera-balneare interrotta da qualche estuario – solo alcuni già dotati di ponti ciclopedonali – qualche insediamento industriale e rari promontori come il monte San Bartolo tra Gabicce e Pesaro, il Conero subito a Sud di Ancona e Punta Aderci nei pressi di Vasto. Fuori da questi, quasi sempre ci sono ciclabili pianeggianti, spesso a uso ibrido pedonale sui lungomare e quindi, soprattutto in estate, lente e più ad uso di passeggianti e bagnanti che adatte a cicloturisti frettolosi. Ma a patto di aver pazienza ci si può quasi dimenticare la statale adriatica.

Orribili eccezioni sono tra Fano e Torrette di Fano, dove prima un campeggio e poi una sciagurata pianificazione urbana che ha permesso negli anni del boom palazzi sulla spiaggia togliendo spazio a qualunque percorso sul mare (ne parlai in una puntata specifica della serie camminate impossibili, link sotto) costringono alla statale, così come a Nord di Termoli per lo stesso motivo la nuova ciclabile, che ho visto in costruzione un paio d’anni fa, è tra statale e monte, e non sul mare.

Altro punto critico è poco più in basso tra Molise e Puglia: tra Campomarino e Lésina, dove per almeno 15 chilometri c’è solo l’Adriatica a ridosso del mare nascosto da boscaglia forse acquitrinosa, senza insediamenti, e l’unica ombra nell’interminabile rovente rettilineo sono gli ombrelloni di sparute prostitute i cui saluti hanno scandito il mio transito recente sotto un sole implacabile. Una volta a Lésina, poi, ci si può avventurare tra mare e lago (non facile, lo accennavo la volta scorsa) oppure proseguire verso Sud tagliando il Gargano con la nuovissima ciclabile fino a Manfredonia, che non vedo l’ora di provare.


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lunedì 20 luglio 2026

Albedo (Puntata 730 in onda il 21/7/26)

Illustrazione di Paolo Ghelfi
Questa puntata si può ascoltare qui.

Se dico Ceres cosa vi viene in mente? La birra? Malissimo.

Ceres è un programma della NASA che sta per  Clouds and the Earth’s Radiant Energy System che studia attraverso i satelliti il comportamento della Terra riguardo al bilancio tra energia che riceve dai raggi solari, visibili e infrarossi, e quella che riflette. Sembra incredibile, ma nell’era del populismo, di politici o commentatori, perfino quelli a parole progressisti o pro-scienza, che liquidano il tema con tautologie tipo “Il clima è sempre cambiato”, esistono ancora anche in America istituzioni scientifiche che usano criteri rigorosi per studiarlo e aiutare le decisioni dei Governi.

La questione del bilancio energetico della Terra è cruciale per capirne e prevederne il riscaldamento, e, se ci è ragionevolmente chiaro come la concentrazione di gas-serra provoca l’effetto-serra che fa liberare la Terra di meno calore, gli attuali strumenti di calcolo anche dell’IPCC, l’organo Onu che a Ginevra monitora il clima, sembra sottostimino altre cause del crescente assorbimento di calore. La maggior parte di queste, ahinoi, sono effetti secondari del riscaldamento stesso.

Parla del tema un lungo articolo divulgativo dell’Economist il cui link metto sul blog e cui m’ispiro oggi.

Albedo è il termine, immagino dal latino albus, con cui ci riferiamo alla capacità di una superficie di riflettere la luce, e viene usato più in generale per parlare di quanta energia (in ultima analisi: calore) la Terra riesce a far rimbalzare fuori. Oltre all’effetto-serra già menzionato, ci sono altre caratteristiche dell’atmosfera che rilevano, tra cui il tipo e l’intensità delle nuvole – che a loro volta cambiano con il clima – e la limpidezza dell’aria, che aumenta il calore ricevuto. La limpidezza è un aspetto particolarmente demoralizzante perché è un caso (per fortuna l’unico che mi viene in mentre tra tanti virtuosi) in cui politiche ambientali di successo – istituite per motivi diversi dal clima, nella fattispecie la salubrità dell’aria e delle piogge – potrebbero avere un effetto negativo sul clima. Per esempio: le emissioni di zolfo che abbiamo ridotto con successo da industrie, motori di navi e altri veicoli hanno la proprietà di schermare la luce in arrivo, così come ce l’hanno le polveri di emissioni vulcaniche che nella storia della Terra hanno generato eventi di freddo eccezionale.

Altro effetto più ovvio e meramente ottico è che venendo meno i ghiacci la terra diventa più scura e assorbe più calore, esattamente per lo stesso meccanismo che rende un’auto bianca più efficiente in termini di fabbisogno di raffrescamento. È un tema rilevante anche per l’adattamento cittadino. Non ci vogliono studi per capire che un prato coperto a bitume assorbirà più calore. Ma ci vuole cultura popolare per riconoscere chi ho appena citato (fatemelo sapere per favore).

Dove va il maggior calore che resta sul pianeta? Per la stragrande maggioranza negli oceani, la cui immensa inerzia termica da un lato ha ritardato gli effetti sulle terre emerse, dall’altro li renderà più persistenti quand’anche troveremo una soluzione. Un programma internazionale chiamato Argo sta studiando le dimensioni del riscaldamento dei mari con migliaia di sonde galleggianti negli oceani.

Il clima è sempre cambiato sì. Il che non esime l’umanità, che conta più dei numi in termini di responsabilità, dal capire come continuerà a farlo, e mitigarne gli effetti avversi.

giovedì 16 luglio 2026

Energia economica? (Puntata 729 in onda il 14/7/26)

Illustrazione di Paolo Ghelfi
Questa puntata si può ascoltare qui.

Abbiamo parlato qualche settimana fa dell’assurda metanizzazione della Sardegna decisa dal Governo lo scorso settembre e di cui l’Autorità per l’energia (ARERA) ha messo in consultazione le modalità di ribaltamento dei costi sulle bollette nazionali del gas. Forse anche come reazione a quella consultazione, l’Autorità è tornata sulla questione degli investimenti non necessari sulle infrastrutture per il gas con un atto ancora più importante, cioè lo scrutinio del piano di sviluppo delle società (principalmente Snam) che si occupano dello sviluppo e gestione della rete ad alta pressione dei metanodotti nazionali.

E lo ha fatto con significativi criticismi, benché limitati in termini di impatto economico, mettendo nero su bianco che una parte degli investimenti, che gli sviluppatori della rete hanno interesse a fare grazie alla garanzia di essere più che ripagati in bolletta, non corrisponde invece a un interesse collettivo dei consumatori d’energia.

Un articolo su QualEnergia di Massimiliano Cassano del 9 luglio analizza l’intervento di ARERA e mi ci affido per riportarne alcuni punti.

Sui 18 miliardi circa di investimenti proposti dal piano decennale per le reti gas, ARERA ne boccia circa 2,5, di cui circa 1 relativo alla metanizzazione della Sardegna.

In un caso l’ARERA si limita a mettere in evidenza la contraddizione tra gli stessi scenari energetici che Snam contribuisce a redigere e le proposte di investimento. Una parte dell’infrastruttura sarda infatti servirebbe a collegare un rigassificatore al servizio di una centrale termoelettrica in sostituzione di quella a carbone a Porto Torres, centrale non necessaria sulla base degli scenari Snam-Terna, e che in ogni caso sarebbe impossibile costruire dopo la decisione del Governo di rimandare la chiusura delle centrali a carbone.

In generale, le aspettative sui consumi futuri di metano e biometano sono ritenute sovradimensionate dall’ARERA perché incoerenti con scenari europei. Aggiungo io che il solito refrain governativo sul fatto che “ci sarà sempre bisogno del gas” è in realtà conseguenza, e non causa, della nostra politica energetica, che prevede una garanzia di remunerazione a 50 GW di centrali termoelettriche a gas tenute pronte a tempo indeterminato per fare backup alle rinnovabili, come se accumuli, nuove interconnessioni di rete e nuovi strumenti di stabilizzazione della rete non fossero in fase di realizzazione e in parte già operativi.

L’ARERA non ha certo messo in dubbio in modo massiccio – come credo avrebbe dovuto - il piano di Snam. Ma ha reso meno ignorabile il punto debole della pianificazione energetica dell’attuale sistema: il fatto che gli scenari son fatti dalle stesse aziende che hanno interesse a massimizzare gli investimenti, non a minimizzare il costo complessivo del sistema energetico e quindi delle bollette future.

Un problema peraltro comune nell’UE, e che il Regno Unito sta cercando di risolvere con un nuovo soggetto pubblico (il National Energy System Operator) di pianificazione delle reti, separato dai loro sviluppatori e gestori.

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martedì 7 luglio 2026

Audizioni al Senato su legge delega nucleare (Puntata 728 in onda il 7/7/26)

Una puntata non scritta che riporta due interventi nell'audizione sulla legge delega nucleare del 1 luglio 2026 presso il Senato della Repubblica.

Si tratta di Mariagrazia Midulla responsabile clima ed energia per WWF Italia e Michele Governatori, autore e voce di Derrick, delegato in audizione da ECCO think tank.

La puntata si può ascoltare qui.

Un post LinkedIn di ECCO con link al video integrale dell'audizione è qui.

martedì 30 giugno 2026

Diego Gavagnin interloquisce con Derrick sul nucleare (Puntata 727 in onda il 30/6/26)

L'intervento di Diego Gavagnin è stato registrato in diretta e può essere ascoltato qui.

La controdeduzione di Derrick è questa:

Tu quoque Diego!

Che siccome serve energia sempre disponibile allora ci voglia una parte di produzione costante: no, questo è un falso sillogismo. Serve invece un mix il cui risultato sia energia che asseconda la domanda (e costi molto meno del nucleare). Il sillogismo è falso quanto lo sarebbe dire che per tenere aperto 24 ore un negozio serve qualcuno che non dorma mai a lavorarci dentro.

Comunque, caro Diego, quando avrò notizia di un imprenditore che mette soldi a rischio, e non a spese della collettività, su un minireattore, farò ammenda con te per un’intera trasmissione.


martedì 23 giugno 2026

La politica del "pappappero" (Puntata 726 in onda il 23/6/26)

 

Illustrazione di Paolo Ghelfi
Questa puntata si può ascolare qui.

“La mia popolarità non ti riguarda, pensa alla tua” ha risposto pubblicamente Meloni a Trump dopo la di lui uscita a valle delle interazioni tra i due al vertice di Evian. “Io e l’Italia non imploriamo nessuno”, che ai più vecchi ricorderà quella pubblicità, cos’era un dopobarba?, dell’uomo che non deve chiedere mai. Tante altre volte abbiamo sentito “Noi non accettiamo lezioni”, una delle frasi più insidiose da chi vuol apparire vincente, visto che proprio i vincenti di solito sanno imparare non dico da tutti, ma almeno dai tanti che hanno qualcosa da insegnare.

Politici che intervengono coi tempi fulminei e superficiali dei social al minimo pretesto, solo per autoassegnarsi punti di merito rispetto all’altra fazione, tipo pallottoliere dopo un colpo a biliardo.

Da un lato la semplificazione di tutto, che viene comunicato più per muovere le palline che perché abbia importanza per la collettività, dall’altro la personalizzazione di tutto, come se l’empatia immediata fosse l’unica cosa che può coinvolgere l’elettore medio.

Ci starebbe bene dopo certe dichiarazioni un bel “pappappero” da asilo di infanzia. Si usa ancora? “Sei meno popolare di meee, pappappero”.

Molti leader politici anche internazionali si sono stretti a Meloni sull’uscita di Trump, mentre non ricordo (magari per la mia memoria selettiva polemica) altrettanto sdegno e unità quando Trump è uscito dagli accordi di Parigi sul clima o ha distrutto il fair play del commercio internazionale o ha tentato di imporre all’Europa – che ha perfino finto di acconsentire – l’acquisto a prezzo indeterminato di gas. In compenso, apriti cielo quando si è graficamente paragonato a Gesù. “Blasfemo megalomane”! Più appropriato: fifone, visto che di fronte alle critiche si è rimangiato l’uscita probabilmente scontentando anche i fan.

Luca Bizzarri dice che la classe politica ha perso autorevolezza. Fiorenza Sarzanini ha scritto che la personalizzazione dei rapporti tra i rappresentanti di istituzioni è pericolosa e da evitare. In effetti se dall’altra parte c’è uno a livello asilo d’infanzia, un capo di governo deve abbassarcisi? Una risata o un “no comment” di superiorità non sarebbero più efficaci come prova di forza?

D’altra parte nemmeno l’elitismo o le tecnocrazie sono il modo giusto per riavvicinare gli elettori a una partecipazione sui temi importanti. E allora siamo condannati al populismo del pappappero?

Io ne immagino uno diverso, che chiamerei popolarismo, in cui i politici parlano sì un linguaggio semplice, ma non per dire che sono più fighi del concorrente e muovere un punto sul pallottoliere, ma per tradurre in temi comprensibili le questioni su cui devono prendere decisioni che inevitabilmente scontenteranno qualcuno e hanno bisogno di essere spiegate e poi, grazie a questo lavoro, forse accettate.

Una volta ho sentito o letto Schlein stigmatizzare la fine (peraltro solo annunciata) dello sconto accise combustibili non argomentando l’utilità della misura, ma per evidenziare l’incoerenza con promesse precedenti della destra. Avrebbe potuto dire “Sei una bugiona” (si usa ancora? Se qualche ascoltatore ha figli o nipoti alla materna, me lo faccia sapere).

Sono inadeguati gli elettori o lo è il comportamento con cui si cerca di coinvolgerli?

mercoledì 17 giugno 2026

Populismo energetico (Puntata 725 in onda il 16/6/26)

Illustrazione di Paolo Ghelfi
Questa puntata si può ascoltare qui.

Dopo la crisi energetica dell’invasione dell’Ucraina, alcune delle reazioni pubbliche di messa in sicurezza contro gli effetti della scarsità di gas ci sono costate molto care, soprattutto quella (con Draghi al governo) di riempire gli stoccaggi nell’estate del 2022 in vista dell’inverno successivo indipendentemente dal prezzo del gas del momento. Con risorse pubbliche gli stoccaggi sono stati riempiti per la gioia dei trader che ne hanno venduto il gas al prezzo più alto di sempre, e la differenza tra quel prezzo e il valore di mercato successivo è diventata una perdita secca per la collettività la cui valorizzazione definitiva dipende appunto dal prezzo del momento in cui si chiuderà del tutto l’operazione rivendendo il gas, ma che salvo nuove impennate catastrofiche ammonta a diversi miliardi.

L’attuale via libera europeo a fare una quindicina di miliardi di nuovo debito per gestire la crisi attuale mi fa tremare le gambe, soprattutto se penso che avviene in un paese ormai in campagna elettorale e dove il governo già prima di questa fase ha inanellato – anche sull’energia – posizioni perlopiù di propaganda anziché proposte di riforme o decisioni di investimenti strutturali. E quando gli investimenti ci sono, possono essere scellerati come la metanizzazione tardiva della Sardegna che ci condanna a pagare ulteriori aggravi sulle forniture gas per i prossimi 10-15 anni almeno (link sotto alla puntata specifica).

Per fortuna le decisioni più quotidiane e tecniche dei ministeri hanno continuato a perseguire anche azioni corrette e indispensabili, come lo sviluppo della capacità di accumulo e delle reti elettriche per usare al massimo l’energia rinnovabile e i sistemi pubblici di fissazione anticipata del prezzo di acquisto dell’energia dai produttori di fonti rinnovabili, che da un lato ne aiutano lo sviluppo, dall’altro riducono la volatilità del prezzo dell’energia ed eliminano i cosiddetti extraprofitti dei produttori quando il prezzo di mercato è più alto di quello garantito (come ora in cui il primo è circa il doppio del secondo e quindi questi meccanismi stanno calmierando di tanto la bolletta rispetto a quel che succederebbe in loro assenza).

Come ha dichiarato Energy Advisor, se il nuovo debito d’emergenza lo evitassimo anziché uscire con qualche trovata di sussidio pre elettorale, magari di nuovo al gas, non sarebbe affatto male. Quando questa puntata sarà in onda, forse ne sapremo già di più.

Nel frattempo alcune aziende dell’energia, almeno nelle loro campagne pubblicitarie, sembrano ritenere la loro clientela di riferimento una manica di fessi. Una sta proponendo ai clienti di fissare il prezzo dell’energia per tre anni. Adesso, quando è vicino ai massimi di sempre. È come una banca che ti suggerisce il mutuo a tasso fisso quando i tassi di interesse di mercato sono alle stelle. Oppure produttori di apparecchi scaldaacqua domestici, attivi sia su quelli elettrici che a gas, che propongono di risparmiare sulla bolletta installando caldaie a gas anziché pompe di calore elettriche molto più efficienti e combinabili con l’autoproduzione fotovoltaica.

Qui sotto il link a una piccola guida al risparmio energetico in casa e alla scelta del contratto d’energia.


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domenica 14 giugno 2026

La delega nucleare alla Camera (Puntata 724 in onda il 9/6/26)

Illustrazione di Paolo Ghelfi
La Camera dei Deputati ha approvato, nella terza settimana di maggio 2026, il disegno di legge delega al Governo in materia di energia nucleare “sostenibile” che ora passa al Senato.

È il secondo tentativo di riportare il nucleare in Italia in meno di quarant'anni. Dopo il referendum del 1987 (sull'onda di Chernobyl), un altro tentativo nel 2009-10 fu spazzato da Fukushima e dal referendum del 2011. Questa volta il Governo punta sulla narrativa degli SMR - reattori più piccoli e teoricamente meno costosi di quelli di grossa taglia grazie alla possibilità di produrli in serie - anche se nessun SMR ha ancora raggiunto l'esercizio commerciale nel mondo e diverse delle aziende che in occidente lo hanno annunciato sono in difficoltà finanziaria e, soprattutto, resta incomprensibile come tanti siti relativamente piccoli, ma tutti con necessità dei presidi di sicurezza propri di un impianto nucleare, potrebbero abbassare il costo complessivo rispetto ai livelli proibitivi delle tecnologie attuali. Su quanti potranno essere i piccoli reattori sparsi per l’Italia, il ministro Pichetto nella conferenza poco dopo l’approvazione della delega ha detto che lui sente parlare (in realtà ha detto “sparare”) di 70 impianti, ma che a suo avviso possono bastarne anche molti meno. Così ha detto.

Recentemente il presidente di Confindustria ha ribadito che aspira a piccoli reattori di vicinato per l’industria, come se fosse minimamente credibile che una classe capitalista che – complice il neodirigismo pubblico – scappa pressoché da ogni settore che non sia garantito, metta capitali su impianti nucleari, oltretutto con le garanzie finanziarie previste nella legge-delega (giustamente) a carico dello sviluppatore .

Credo che la ricostituzione di un’infrastruttura normativa e istituzionale per approvare un impianto nucleare paleserà che da noi, come pressoché ovunque, gli impianti nucleari si fanno solo se li paga o li garantisce la collettività con le tasse. Nel nostro caso, vista l’incapienza del settore statale, a sostenere l'onere sarà più verosimilmente la parte regolata della bollette, ossia quella finanziaria impropria di oltre dieci di miliardi che ogni anno sfugge al controllo diretto del Parlamento e in parte anche alle regole di bilancio europee, ma purtroppo non alle tasche di chi paga, appunto, le bollette.

Per ora di risorse pubbliche vere e proprie nella norma ci sono solo un centinaio di milioni, una parte dei quali serviranno alla propaganda nucleare pubblica. In un paese in cui di energia il pubblico comune non viene informato quasi per nulla e dove i venditori porta a porta o telefonici sfruttano ancora evidentemente con profitto questa ignoranza diffusa, almeno vedremo campagne sui fantomatici impianti del nuovo nucleare. Che siano 70 o molti meno. Se li ipotizzassimo fatti con logiche di rischio imprenditoriale e senza sussidi, quel molto meno potrebbe convergere su un numero su cui Derrick si arrischia a fare una previsione: zero.

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lunedì 18 maggio 2026

In viaggio con Armando Costantino (Puntata 721 in onda il 19/5/26)

Armando Costantino
visto da Paolo Ghelfi

L'intervista ad Armando Costantino è qui.

L’aumento del prezzo dei combustibili sta colpendo i paesi del mondo in modo diverso a seconda che i prezzi al consumatore siano sussidiati o no. Dove sì, come in Indonesia, si configurano crisi di bilancio pubblico che avranno effetti di deficit eccessivo o prosciugamento di risorse ai danni di altre voci di spesa. Qui il problema insiste in una situazione già critica dopo che l’attuale presidente Prabowo, genero del dittatore Suharto, ha ipotecato una parte consistente della spesa pubblica con un piano di pasti gratis nelle scuole primarie dell’immenso paese, impiegando anche l’esercito per occuparsene.

Altre nazioni dell’estremo oriente con meno capacità di spesa e scarse riserve di petrolio, come il Laos (che però come abbiamo visto in un reportage di Derrick - link sotto - è ricco di energia idroelettrica), stanno lasciando invece volare alle stelle il prezzo dei carburanti, come emerge da un rapporto dell’Economist (link sotto).

C’è qualcuno però che pur macinando in questi giorni un sacco di chilometri in Laos non sta subendo il problema del prezzo del gasolio, e anzi forse se ne sta avvantaggiando in termini di minor traffico di camion sulla strada. Quel qualcuno è Armando Costantino, un italo-svizzero partito all’inizio del 2025 dal Ticino in bici e tenda e che sta ora attraversando il Laos centrale dal confine con il Vietnam verso quello con la Thailandia presso Thakhek.

Uno zio alpinista che già da ragazzino lo portava in alta montagna (e oggi lo aiuta a distanza a risolvere qualche inghippo di visto alla frontiera), la passione per il downhill in mountain bike, anni di risparmio per prepararsi, e finalmente la partenza. Ha già fatto oltre 17 mila chilometri in 26 paesi in condizioni climatiche estreme e opposte, e ne ha molti di più davanti a sé.

In uno dei suoi rari momenti stanziali ha concesso un’intervista a Derrick disponibile integralmente su Radio Radicale e al link sotto (e sopra).

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domenica 10 maggio 2026

Come lavora un'agenzia di promozione contratti energia porta a porta (Puntate 719-720 in onda il 5 e 12/5/26)

Puntata 719

Questa puntata si può ascoltare qui.

Illustrazione di Paolo Ghelfi

Qualche giorno fa mentre lavoravo in casa è successo di nuovo: uno squillo alla porta e alla mia richiesta di chi fosse: “Servizio elettrico”.

Più che sufficiente per capire che sarebbe stato l’ennesimo tentativo di vendita scorretta d’energia. Apro e al solito c’è un giovane che si identifica con un tesserino con il logo di una nota azienda energetica, mentre a leggere bene a mandarlo è un’agenzia (una s.r.l.s.) che a sua volta lavora per un’altra la quale – scopriremo – ha effettivamente un mandato dall’azienda del logo.

Dopo un paio di mie contestazioni è il ragazzo a farmi domande e di lì a poco accetta di raccontarmi la sua storia di una settimana con l’agenzia. Eccola.

L’agenzia attira ragazzi inizialmente senza dire loro che si tratta di un lavoro di vendita porta a porta, ma nel contratto che poi propone la cosa è invece chiarissima. Si tratta di promozione senza vincolo di subordinazione e anzi con espressa assunzione di responsabilità rispetto alle pratiche di vendita che, scrive il contratto, devono essere ineccepibili in base alle norme.

Però i venditori vengono formati a ingenerare confusione ai potenziali clienti con informazioni parziali, vaghe e suggestive e perfino a intimidirli. Per esempio a spacciarsi per i mandatari di un’autorità o servizio pubblico, e perfino minacciare una non meglio specificata segnalazione alle autorità in caso di diniego ad aprire la porta.

La scusa con cui in questo caso il venditore diceva di essere legato a un’autorità è che il cliente dell’agenzia (l’azienda elettrica) è tra i vincitori di una gara per la fornitura a condizioni standard effettivamente amministrata dall’ARERA (Autorità per l'energia), fornitura chiamata Servizio a Tutele Graduali (STG) e destinata ai clienti che a metà del 2024 si trovavano ancora nel servizio standard di “maggior tutela”. Inutile dire che il contratto offerto dai promotori non ha nulla a che vedere con l’STG, la cui attivazione del resto non prevedeva la firma presso alcun promotore.

Il promotore chiede di vedere una bolletta per avere tutti i dati per proporre un contratto da firmare. Le condizioni economiche della fornitura vengono descritte riferendosi unicamente al prezzo della componente materia prima energia, che è un parametro insufficiente a stabilirne la convenienza, e al contratto dato in visione mancano addirittura alcune pagine.

Al promotore vanno 25 euro per contratto firmato (salvo ripensamento del cliente) più 10 se il cliente fornisce anche l’IBAN, più altro in caso di vendita anche di contratti assicurativi ancillari.

Ora, è evidente da un lato che le agenzie stanno attente a non formalizzare nell’incarico alcunché di scorretto, dall’altro che i venditori vengono istruiti ad essere scorretti, probabilmente da parte di venditori senior a loro volta senza alcuna subordinazione all’agenzia e che formalmente se ne assumono la responsabilità.

Sta di fatto che il modus operandi, da anni, è lo stesso, almeno alla mia porta.

Alcuni consigli:

  • Ai consumatori: non fornite il vostro POD (codice univoco del punto di fornitura) a promotori, non firmate contratti che vi siano stati proposti sul momento. In generale, siate voi a contattare un fornitore, magari online, per confrontare tutti gli aspetti della sua offerta con quella attuale. Esistono siti sia istituzionali (il portale dell’ARERA - link sotto) sia commerciali per confrontare.

  • A chi cerca un lavoro: se proprio volete o dovete provare a vendere porta a porta, pretendete che la formazione vi venga fatta nella stessa sede del datore di lavoro da persone formalmente riconducibili ad esso. Chiarite con queste stesse persone (e non con colleghi senior sul campo) tutti gli aspetti che non vi convincono. Non mettete la vostra faccia in qualcosa che non vi sembra limpido.

Intuisco quanto cercare un lavoro dignitoso non qualificato sia difficile, e quanto deprimente passare per organizzazioni che abusano dell’inesperienza o del bisogno altrui.


Puntata 720

Qui siamo sempre felici di interagire con persone esperte dei temi trattati. Questa volta ringrazio Roberto Zavatti, fisico di formazione, una vita professionale nel settore dell’industria elettronica, ora volontario di enti del terzo settore per la realizzazione di comunità energetiche e per il supporto a situazioni di povertà energetica e anche curatore di un osservatorio sui prezzi del mercato domestico dell'energia con dati e sue opinioni.

Nella scorsa puntata abbiamo raccontato il dietro le quinte di un’agenzia di promozione porta a porta di contratti domestici di fornitura energetica riferito a Derrick da un giovane promotore, poi dimessosi dopo aver avuto la ventura (o sventura, fate voi)  di bussare all’uscio di chi vi parla.

Zavatti in reazione alla puntata fa notare che la regolamentazione di settore non esime in nessun modo le aziende energetiche dalle responsabilità delle pratiche commerciali, anche quando queste sono messe in atto da intermediari.

Una fonte chiara in materia è il codice di condotta commerciale di ARERA (paradossalmente citato anche dal contratto tra l’agenzia e il nostro povero venditore porta a porta), che tra le altre cose stabilisce che le società energetiche cui fa capo il contratto di fornitura sono “responsabili del rispetto del […] codice di condotta commerciale e dei diritti riconosciuti ai clienti finali a prescindere dalla tecnologia e dalla modalità organizzativa utilizzate per la promozione e la conclusione dei contratti di fornitura, senza alcuna differenziazione tra servizi prestati direttamente o indirettamente, ossia tramite soggetti terzi”.

Non è la prima volta che a Derrick notiamo quanto la maggioranza dei venditori di energia abbia almeno in alcune fasi fallito in questo dovere, con l’effetto finale secondo me di danneggiarsi anche da sole e distruggere un patrimonio di credibilità che pone ora il mercato in una brutta sedimentata condizione di sfiducia e prevenzione da parte dei potenziali clienti.

Una situazione in cui forse l’unico modo credibile di distinguersi in positivo da parte delle aziende energia è rinunciare tout court a intermediari telefonici e porta a porta.

Del resto in un mondo in cui i motori di ricerca semantici online cominciano a funzionare, cosa manca ai clienti per scegliere loro il fornitore sulla base dei parametri che ritengono più importanti, a partire dalla spesa attesa? Probabilmente nulla, se non la voglia e la disponibilità a farlo e le competenze minime per interrogare i sistemi, leggere i risultati delle ricerche e confrontare bollette.

Sulla voglia, dubito si possa fare qualcosa. Sulla conoscenza e la formazione ai cittadini, forse sì: si potrebbe investire in meno pubblicità sceme (in cui i consumatori vengono spesso trattati come una manica di sempliciotti che aspira solo a soluzioni senza pensieri o a prezzi fissi – chiediamoci quanto sia verosimile che in un mondo in cui i fondamentali economici solo volatili una bolletta sia invece a lungo fissa e conveniente nello stesso tempo). E usare magari i risparmi in più informazione istituzionale, per esempio a cura dalle associazioni stesse dell’energia, che vogliano uscire dalla trappola della sfiducia e distinguersi dagli operatori scorretti.


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