martedì 23 giugno 2026

Il populismo del "pappappero" (Puntata 726 del 23/6/26)

 

Illustrazione di Paolo Ghelfi
Questa puntata si può ascolare qui.

“La mia popolarità non ti riguarda, pensa alla tua” ha risposto pubblicamente Meloni a Trump dopo la di lui uscita a valle delle interazioni tra i due al vertice di Evian. “Io e l’Italia non imploriamo nessuno”, che ai più vecchi ricorderà quella pubblicità, cos’era un dopobarba?, dell’uomo che non deve chiedere mai. Tante altre volte abbiamo sentito “Noi non accettiamo lezioni”, una delle frasi più insidiose da chi vuol apparire vincente, visto che proprio i vincenti di solito sanno imparare non dico da tutti, ma almeno dai tanti che hanno qualcosa da insegnare.

Politici che intervengono coi tempi fulminei e superficiali dei social al minimo pretesto, solo per autoassegnarsi punti di merito rispetto all’altra fazione, tipo pallottoliere dopo un colpo a biliardo.

Da un lato la semplificazione di tutto, che viene comunicato più per muovere le palline che perché abbia importanza per la collettività, dall’altro la personalizzazione di tutto, come se l’empatia immediata fosse l’unica cosa che può coinvolgere l’elettore medio.

Ci starebbe bene dopo certe dichiarazioni un bel “pappappero” da asilo di infanzia. Si usa ancora? “Sei meno popolare di meee, pappappero”.

Molti leader politici anche internazionali si sono stretti a Meloni sull’uscita di Trump, mentre non ricordo (magari per la mia memoria selettiva polemica) altrettanto sdegno e unità quando Trump è uscito dagli accordi di Parigi sul clima o ha distrutto il fair play del commercio internazionale o ha tentato di imporre all’Europa – che ha perfino finto di acconsentire – l’acquisto a prezzo indeterminato di gas. In compenso, apriti cielo quando si è graficamente paragonato a Gesù. “Blasfemo megalomane”! Più appropriato: fifone, visto che di fronte alle critiche si è rimangiato l’uscita probabilmente scontentando anche i fan.

Luca Bizzarri dice che la classe politica ha perso autorevolezza. Fiorenza Sarzanini ha scritto che la personalizzazione dei rapporti tra i rappresentanti di istituzioni è pericolosa e da evitare. In effetti se dall’altra parte c’è uno a livello asilo d’infanzia, un capo di governo deve abbassarcisi? Una risata o un “no comment” di superiorità non sarebbero più efficaci come prova di forza?

D’altra parte nemmeno l’elitismo o le tecnocrazie sono il modo giusto per riavvicinare gli elettori a una partecipazione sui temi importanti. E allora siamo condannati al populismo del pappappero?

Io ne immagino uno diverso, che chiamerei popolarismo, in cui i politici parlano sì un linguaggio semplice, ma non per dire che sono più fighi del concorrente e muovere un punto sul pallottoliere, ma per tradurre in temi comprensibili le questioni su cui devono prendere decisioni che inevitabilmente scontenteranno qualcuno e hanno bisogno di essere spiegate e poi, grazie a questo lavoro, forse accettate.

Una volta ho sentito o letto Schlein stigmatizzare la fine (peraltro solo annunciata) dello sconto accise combustibili non argomentando l’utilità della misura, ma per evidenziare l’incoerenza con promesse precedenti della destra. Avrebbe potuto dire “Sei una bugiona” (si usa ancora? Se qualche ascoltatore ha figli o nipoti alla materna, me lo faccia sapere).

Sono inadeguati gli elettori o lo è il comportamento con cui si cerca di coinvolgerli?

mercoledì 17 giugno 2026

Populismo energetico (Puntata 725 in onda il 16/6/26)

Illustrazione di Paolo Ghelfi
Questa puntata si può ascoltare qui.

Dopo la crisi energetica dell’invasione dell’Ucraina, alcune delle reazioni pubbliche di messa in sicurezza contro gli effetti della scarsità di gas ci sono costate molto care, soprattutto quella (con Draghi al governo) di riempire gli stoccaggi nell’estate del 2022 in vista dell’inverno successivo indipendentemente dal prezzo del gas del momento. Con risorse pubbliche gli stoccaggi sono stati riempiti per la gioia dei trader che ne hanno venduto il gas al prezzo più alto di sempre, e la differenza tra quel prezzo e il valore di mercato successivo è diventata una perdita secca per la collettività la cui valorizzazione definitiva dipende appunto dal prezzo del momento in cui si chiuderà del tutto l’operazione rivendendo il gas, ma che salvo nuove impennate catastrofiche ammonta a diversi miliardi.

L’attuale via libera europeo a fare una quindicina di miliardi di nuovo debito per gestire la crisi attuale mi fa tremare le gambe, soprattutto se penso che avviene in un paese ormai in campagna elettorale e dove il governo già prima di questa fase ha inanellato – anche sull’energia – posizioni perlopiù di propaganda anziché proposte di riforme o decisioni di investimenti strutturali. E quando gli investimenti ci sono, possono essere scellerati come la metanizzazione tardiva della Sardegna che ci condanna a pagare ulteriori aggravi sulle forniture gas per i prossimi 10-15 anni almeno (link sotto alla puntata specifica).

Per fortuna le decisioni più quotidiane e tecniche dei ministeri hanno continuato a perseguire anche azioni corrette e indispensabili, come lo sviluppo della capacità di accumulo e delle reti elettriche per usare al massimo l’energia rinnovabile e i sistemi pubblici di fissazione anticipata del prezzo di acquisto dell’energia dai produttori di fonti rinnovabili, che da un lato ne aiutano lo sviluppo, dall’altro riducono la volatilità del prezzo dell’energia ed eliminano i cosiddetti extraprofitti dei produttori quando il prezzo di mercato è più alto di quello garantito (come ora in cui il primo è circa il doppio del secondo e quindi questi meccanismi stanno calmierando di tanto la bolletta rispetto a quel che succederebbe in loro assenza).

Come ha dichiarato Energy Advisor, se il nuovo debito d’emergenza lo evitassimo anziché uscire con qualche trovata di sussidio pre elettorale, magari di nuovo al gas, non sarebbe affatto male. Quando questa puntata sarà in onda, forse ne sapremo già di più.

Nel frattempo alcune aziende dell’energia, almeno nelle loro campagne pubblicitarie, sembrano ritenere la loro clientela di riferimento una manica di fessi. Una sta proponendo ai clienti di fissare il prezzo dell’energia per tre anni. Adesso, quando è vicino ai massimi di sempre. È come una banca che ti suggerisce il mutuo a tasso fisso quando i tassi di interesse di mercato sono alle stelle. Oppure produttori di apparecchi scaldaacqua domestici, attivi sia su quelli elettrici che a gas, che propongono di risparmiare sulla bolletta installando caldaie a gas anziché pompe di calore elettriche molto più efficienti e combinabili con l’autoproduzione fotovoltaica.

Qui sotto il link a una piccola guida al risparmio energetico in casa e alla scelta del contratto d’energia.


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domenica 14 giugno 2026

La delega nucleare alla Camera (Puntata 724 in onda il 9/6/26)

Illustrazione di Paolo Ghelfi
La Camera dei Deputati ha approvato, nella terza settimana di maggio 2026, il disegno di legge delega al Governo in materia di energia nucleare “sostenibile” che ora passa al Senato.

È il secondo tentativo di riportare il nucleare in Italia in meno di quarant'anni. Dopo il referendum del 1987 (sull'onda di Chernobyl), un altro tentativo nel 2009-10 fu spazzato da Fukushima e dal referendum del 2011. Questa volta il Governo punta sulla narrativa degli SMR - reattori più piccoli e teoricamente meno costosi di quelli di grossa taglia grazie alla possibilità di produrli in serie - anche se nessun SMR ha ancora raggiunto l'esercizio commerciale nel mondo e diverse delle aziende che in occidente lo hanno annunciato sono in difficoltà finanziaria e, soprattutto, resta incomprensibile come tanti siti relativamente piccoli, ma tutti con necessità dei presidi di sicurezza propri di un impianto nucleare, potrebbero abbassare il costo complessivo rispetto ai livelli proibitivi delle tecnologie attuali. Su quanti potranno essere i piccoli reattori sparsi per l’Italia, il ministro Pichetto nella conferenza poco dopo l’approvazione della delega ha detto che lui sente parlare (in realtà ha detto “sparare”) di 70 impianti, ma che a suo avviso possono bastarne anche molti meno. Così ha detto.

Recentemente il presidente di Confindustria ha ribadito che aspira a piccoli reattori di vicinato per l’industria, come se fosse minimamente credibile che una classe capitalista che – complice il neodirigismo pubblico – scappa pressoché da ogni settore che non sia garantito, metta capitali su impianti nucleari, oltretutto con le garanzie finanziarie previste nella legge-delega (giustamente) a carico dello sviluppatore .

Credo che la ricostituzione di un’infrastruttura normativa e istituzionale per approvare un impianto nucleare paleserà che da noi, come pressoché ovunque, gli impianti nucleari si fanno solo se li paga o li garantisce la collettività con le tasse. Nel nostro caso, vista l’incapienza del settore statale, a sostenere l'onere sarà più verosimilmente la parte regolata della bollette, ossia quella finanziaria impropria di oltre dieci di miliardi che ogni anno sfugge al controllo diretto del Parlamento e in parte anche alle regole di bilancio europee, ma purtroppo non alle tasche di chi paga, appunto, le bollette.

Per ora di risorse pubbliche vere e proprie nella norma ci sono solo un centinaio di milioni, una parte dei quali serviranno alla propaganda nucleare pubblica. In un paese in cui di energia il pubblico comune non viene informato quasi per nulla e dove i venditori porta a porta o telefonici sfruttano ancora evidentemente con profitto questa ignoranza diffusa, almeno vedremo campagne sui fantomatici impianti del nuovo nucleare. Che siano 70 o molti meno. Se li ipotizzassimo fatti con logiche di rischio imprenditoriale e senza sussidi, quel molto meno potrebbe convergere su un numero su cui Derrick si arrischia a fare una previsione: zero.

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