domenica 4 ottobre 2026

Energia al costo delle rinnovabili (Puntata 739 in onda il 4/10/26)

Illustrazione di Paolo Ghelfi
Questa puntata si può ascoltare qui.

Questa puntata in audio inizia con la voce di Claudio Catalano che chiede perché forniture domestiche di elettricità vendute come “100% rinnovabile” abbiano un prezzo che dipende da quello all’ingrosso generico, che a sua volta dipende in Italia ancora molto dal gas.

Ne abbiamo parlato più volte, ma visto che siamo nell’ennesima crisi energetica per problemi di approvvigionamento di energie fossili (cioè gas, petrolio e derivati) il tema torna popolare.

Quasi tutte le offerte “100% rinnovabile” prevedono che il fornitore acquisti una pari quantità di certificati di origine da fonti rinnovabili, venduti da produttori di energia rinnovabile separatamente all’energia, la quale potrebbe essere per esempio venduta sui mercati all’ingrosso. L’effetto è che il cliente finale con questa opzione sta sì supportando le fonti pulite, ma non modificando la formazione del proprio prezzo.

Per pagare effettivamente i costi delle rinnovabili (che sono perlopiù fissi, cioè legati a costruzione, manutenzione, canoni eccetera) servono contratti più complessi che rendano possibile in qualche forma quanto segue:

Il cliente diventa socio o comunque finanziatore di determinati impianti da fonti rinnovabili e riceve come dividendo una quota-parte di energia prodotta da quegli stessi impianti a un prezzo che ne rifletta i costi.

Un problema è che questa quota-parte potrebbe nei vari momenti essere insufficiente o eccedentaria rispetto al consumo effettivo del cliente. Il fornitore dovrà quindi ricorrere al mercato per le differenze e quindi tornare a esporsi al prezzo all’ingrosso e quindi a quello del gas, oppure dovrà rendere disponibili fisicamente o virtualmente degli accumuli (batterie o altro) per bilanciare la fornitura.

Un altro problema è che il venditore deve poter contare sul cliente a lungo. Il costo di un kilowattora di energia verde infatti dipende da tutte le spese fisse divise per l’energia prodotta. Se il venditore non può ragionevolmente prevedere il denominatore, cioè la quantità (e il momento) dell’energia che venderà nell’ambito del contratto, a causa per esempio del fatto che il cliente potrebbe andarsene quando vuole e potrebbe non essere facilmente rimpiazzabile, dovrà aggiungere questo rischio al prezzo, o semplicemente – come succede di norma – riferirsi al prezzo di mercato all’ingrosso, di nuovo influenzato dal gas.

In altri termini: se io voglio pagare l’anergia ai costi bassi, per esempio, di un grande impianto fotovoltaico, devo comprarla anche quando capita (e può capitare, e capiterà) che il prezzo di mercato all’ingrosso sia più basso di questi costi, cosa che succede nei momenti in cui complessivamente produciamo più energia di quella che serve.

Più di una volta, intervenendo in contesti ufficiali in rappresentanza del think tank Ecco con cui collaboro, ho proposto che contratti di fornitura basati sui costi effettivi delle fonti rinnovabili e dello stoccaggio necessario a modularle siano resi disponibili in modo standardizzato e diffuso anche ai clienti domestici, magari tramite l’intervento dell’Autorità (ARERA) che potrebbe prevederne l’inserimento nei menù dei fornitori.

Simili contratti già esistono per clienti di grandi dimensioni e trader, che hanno le strutture per negoziarli e gestirne i rischi. Per farli arrivare a tutti occorre verosimilmente un lavoro di intermediazione – magari con obiettivi di natura pubblicistica – per stipulare contratti all’ingrosso poi frazionabili per ogni singolo consumatore.

Domanda: esistono offerte che già riproducono qualcosa di simile anche per le forniture di casa? Sì, me ne risultano alcune e proverò a farne un elenco anche sulla base delle segnalazioni che riceverò e per cui ringrazio in anticipo lettori e ascoltatori.

Quindi, se siete stanchi di pagare le crisi delle energie fossili in bolletta e non potete autoprodurre e stoccare l’energia, datevi da fare coi vostri attuali o potenziali futuri fornitori, e chiedete di essere serviti da un portafoglio che non richieda fonti fossili, e di pagarne solo i costi relativi.


domenica 27 settembre 2026

Il monopolio del petrolio (Puntata 738 in onda il 27/9/26)

Illustrazione di Paolo Ghelfi
Questa puntata si può ascoltare qui.

A cosa serve che lo Stato controlli delle aziende? Sono semplici partecipazioni finanziarie o il Governo esercita un indirizzo di natura, diciamo così, pubblicistica?

Ce lo siamo chiesti varie volte qui, e la mossa di Meloni di indurre Eni a moderare i prezzi dei carburanti – con il probabile effetto di trascinare anche i concorrenti - ha il pregio di rendere per una volta esplicito questo indirizzo. Del resto, se il Governo sospetta che le aziende petrolifere facciano extraprofitti durante le crisi (“extra” non so cosa voglia dire – di sicuro guadagnano di più in questi frangenti) perché non ridurli alla fonte nelle aziende controllate?

Che i Governi da un lato facciano le regole del gioco e nel contempo abbiano interessi in aziende di mercato e quotate introduce opacità d’ogni tipo, ma almeno in questo caso un esercizio di potere dell’esecutivo su una controllata è palese e magari grazie a questo potrà essere discusso.

L’effetto alla pompa però potrebbe essere vanificato dal paventato divieto negli USA di esportare diesel, al fine di calmierarne il prezzo interno. Dopo aver usato le esportazioni di gas come arma negoziale geopolitica, ora gli USA mettono a rischio quelle di carburanti. Non male per un fornitore che vorrebbe consolidare il suo ruolo di leader di energie fossili, e una buona notizia per chi come me pensa che da quelle energie prima ce ne emancipiamo, meglio è.

Nello stesso tempo Trump ha messo le mani sul petrolio venezuelano, paese la cui partecipazione all’OPEC a questo punto sembra piuttosto insensata. Ce ne parla Stefano Fisco, di nuovo ai microfoni di Derrick, che ringrazio:

"Il più grande accordo petrolifero della storia mondiale" lo ha definito Trump a fine agosto, annunciando su Truth l'accordo con cui gli Stati Uniti otterrebbero il controllo di 65 miliardi di barili di petrolio venezuelano.

Per quanto emerso finora l’accordo prevede lo sfruttamento di 17 giacimenti petroliferi nella regione dell’Orinoco, con una produzione di picco di 1,5 milioni di barili al giorno e un obiettivo di investimento di 100 miliardi di dollari.

Tra le controversie emerse a seguito dell’annuncio, la principale riguarda l’effettiva durata. La Casa Bianca ha parlato di una concessione di 100 anni. L’annuncio della presidente venezuelana ad interim, Delcy Rodríguez, invece, parla di un accordo di 25 anni.

In effetti la normativa attualmente vigente in Venezuela non prevede nemmeno la concessione dei giacimenti, tantomeno per un secolo. Prevede invece altre forme di contratti di sfruttamento, per una durata massima di 25 anni, estendibili per altri 15.

Previsto inoltre che i giacimenti siano operati da NABEP, una società partecipata dagli Stati Uniti, i quali potranno godere del 20% della produzione a prezzo di costo e del diritto di prelazione sul restante 80%, escludendo di fatto altri potenziali concorrenti.

Annunciando l’accordo, Rodríguez promette al popolo venezuelano lavoro e prosperità e Trump dichiara di voler aiutare il Venezuela a raggiungere un grande successo. Ma cento anni o venticinque non è affatto un dettaglio: fa tutta la differenza tra una manovra temporanea per rilanciare l’economia oggi e un vincolo imposto a quattro generazioni di venezuelani. E se nemmeno chi ha firmato l’accordo sa dire con certezza quanto durerà, è difficile credere che sia stato pensato davvero per lo sviluppo del paese.

domenica 20 settembre 2026

La tassa più odiata (Puntata 737 in onda il 20/9/26)

Illustrazione di Paolo Ghelfi

Questa puntata si può ascoltare qui

Riparto dalla scorsa puntata sulle banche per dar conto con piacere che Fineco ha accettato il mio modulo con firma elettronica con la app gratuita pubblica CIE Sign associata alla carta d’identità elettronica, anziché firma a penna su carta da mandare in foto. Una buona notizia.

Come scrisse Irving Hirshman sul suo Exit, Voice and Loyalty, per aumentare la qualità dei servizi bisogna farsi sentire, soprattutto nei settori con poca concorrenza dove l’opzione dell’”exit” è difficile. 

Grazie a tutti in anticipo di segnalazioni su altri casi rilevanti di barriere burocratiche ingiustificate in servizi critici, e grazie in anticipo ai soggetti menzionati per repliche o critiche a cui daremo ampio spazio.

Passiamo al tema di oggi. L’Italia rispetto agli altri paesi OCSE ha più automobili private per abitante, a livello mondiale è uno dei paesi più danneggiati da inquinamento e ha città ancora spesso ostaggio di auto in sosta o in lento movimento che vanificano in parte la qualità del servizio di trasporto pubblico su gomma. Ha infine diffusioni di mobilità condivisa, leggera ed elettrica inferiori ai Paesi simili.

La decisione del Governo di mettere oltre due miliardi pubblici sull’abolizione del bollo auto sembra pensata per allargare il ritardo in tutte queste dimensioni. E contraddice uno degli obiettivi generali del PNRR: la riduzione dei sussidi fiscali dannosi all’ambiente. PNRR d cui pure si pasce e di cui potrebbe mettere in discussione il pagamento dell’ultima tranche a fine settembre [2026]:

D’altra parte, se è la tassa più odiata, come riferisce la Presidente del Consiglio, come opporsi alla sua cancellazione?

Se il Consiglio dei ministri non ha anche abolito la necessità di pareggiare i conti, sarà interessante vedere quali tasse meno odiate verranno aumentate per finanziare la misura. Magari l’IRPEF già elevatissima anche per i redditi medi, che invece doveva abbassarsi?

Se le controindicazioni sopra sono forse poco interessanti per il pubblico cui si rivolge il Governo, altre potrebbero invece farvi breccia. Per esempio il prevedibile arrivo sul mercato italiano di modelli di auto 2027 coi software aggiornati per abbassare alla soglia di 80 kW la potenza nei motori che la sforano di poco, mentre quelli sopra soglia già prodotti occhieggeranno invenduti negli autosaloni o perderanno il loro valore sul mercato dell’usato.

“Di’ anche cose positive!” mi scrivono ogni tanto sulla mail di Derrick. Lo faccio ora in chiusura. A ben vedere, il criterio della decisione di palazzo Chigi sul bollo potrebbe essere foriero di efficienza. Se questioni complesse come il fisco sono determinabili con l’applausometro, allora potremmo presto risparmiarci la classe di Governo.