domenica 8 novembre 2026

Energia al costo delle rinnovabili (Puntate 739 e 744 in onda il 4/10 e 8/11 2026)

Illustrazione di Paolo Ghelfi
Questa puntata si può ascoltare qui (prima parte) e qui (seconda).

Questa puntata in audio inizia con la voce di Claudio Catalano che chiede perché forniture domestiche di elettricità vendute come “100% rinnovabile” abbiano un prezzo che dipende da quello all’ingrosso generico, che a sua volta dipende in Italia ancora molto dal gas.

Ne abbiamo parlato più volte, ma visto che siamo nell’ennesima crisi energetica per problemi di approvvigionamento di energie fossili (cioè gas, petrolio e derivati) il tema torna popolare.

Quasi tutte le offerte “100% rinnovabile” prevedono che il fornitore acquisti una pari quantità di certificati di origine da fonti rinnovabili, venduti da produttori di energia rinnovabile separatamente all’energia, la quale potrebbe essere per esempio venduta sui mercati all’ingrosso. L’effetto è che il cliente finale con questa opzione sta sì supportando le fonti pulite, ma non modificando la formazione del proprio prezzo.

Per pagare effettivamente i costi delle rinnovabili (che sono perlopiù fissi, cioè legati a costruzione, manutenzione, canoni eccetera) servono contratti più complessi che rendano possibile in qualche forma quanto segue:

Il cliente diventa socio o comunque finanziatore di determinati impianti da fonti rinnovabili e riceve come dividendo una quota-parte di energia prodotta da quegli stessi impianti a un prezzo che ne rifletta i costi.

Un problema è che questa quota-parte potrebbe nei vari momenti essere insufficiente o eccedentaria rispetto al consumo effettivo del cliente. Il fornitore dovrà quindi ricorrere al mercato per le differenze e quindi tornare a esporsi al prezzo all’ingrosso e quindi a quello del gas, oppure dovrà rendere disponibili fisicamente o virtualmente degli accumuli (batterie o altro) per bilanciare la fornitura.

Un altro problema è che il venditore deve poter contare sul cliente a lungo. Il costo di un kilowattora di energia verde infatti dipende da tutte le spese fisse divise per l’energia prodotta. Se il venditore non può ragionevolmente prevedere il denominatore, cioè la quantità (e il momento) dell’energia che venderà nell’ambito del contratto, a causa per esempio del fatto che il cliente potrebbe andarsene quando vuole e potrebbe non essere facilmente rimpiazzabile, dovrà aggiungere questo rischio al prezzo, o semplicemente – come succede di norma – riferirsi al prezzo di mercato all’ingrosso, di nuovo influenzato dal gas.

In altri termini: se io voglio pagare l’anergia ai costi bassi, per esempio, di un grande impianto fotovoltaico, devo comprarla anche quando capita (e può capitare, e capiterà) che il prezzo di mercato all’ingrosso sia più basso di questi costi, cosa che succede nei momenti in cui complessivamente produciamo più energia di quella che serve.

Più di una volta, intervenendo in contesti ufficiali in rappresentanza del think tank Ecco con cui collaboro, ho proposto che contratti di fornitura basati sui costi effettivi delle fonti rinnovabili e dello stoccaggio necessario a modularle siano resi disponibili in modo standardizzato e diffuso anche ai clienti domestici, magari tramite l’intervento dell’Autorità (ARERA) che potrebbe prevederne l’inserimento nei menù dei fornitori.

Simili contratti già esistono per clienti di grandi dimensioni e trader, che hanno le strutture per negoziarli e gestirne i rischi. Per farli arrivare a tutti occorre verosimilmente un lavoro di intermediazione – magari con obiettivi di natura pubblicistica – per stipulare contratti all’ingrosso poi frazionabili per ogni singolo consumatore.

Domanda: esistono offerte che già riproducono qualcosa di simile anche per le forniture di casa? Sì, me ne risultano alcune e provo qui sotto a farne un elenco anche sulla base delle segnalazioni che riceverò e per cui ringrazio in anticipo lettori e ascoltatori.

Quindi, se siete stanchi di pagare le crisi delle energie fossili in bolletta e non potete autoprodurre e stoccare l’energia, datevi da fare coi vostri attuali o potenziali futuri fornitori, e chiedete di essere serviti da un portafoglio che non richieda fonti fossili, e di pagarne solo i costi relativi.

Ecco dunque una carrellata di offerte che ho trovato sul mercato e che permettono in modi differenti di ottenere il risultato. Premessa: non sono legato da interessi economici con nessuna delle aziende che citerò. Qualsiasi operatore o consumatore che abbia offerte simili è invitato a segnalarmele.

Altra premessa: il marketing dei venditori di energia mi sembra stia reagendo alla crisi proponendo prezzi fissi anche per più anni. Questo da un lato soddisfa il riflesso condizionato di proteggersi da ulteriori aumenti, dall’altro implica generalmente fissare un prezzo elevato rispetto alla storia dei mercati e, speriamo, rispetto al futuro, un po’ come fare un mutuo a tasso fisso quando i tassi variabili sono alti o in rialzo. D’altra parte, finché i costi di recesso sono bassi, c’è poco da perdere, purché ci si ricordi poi, passata la crisi, di verificare che il prezzo pattuito sia ancora competitivo. Queste offerte però non fanno ciò di cui si occupa questa puntata: legare il prezzo dell’energia al costo di impianti da fonti rinnovabili.

Partiamo con Enostra, una cooperativa che con la tariffa Prosumer attribuisce a chi investe nella realizzazione di nuovi impianti collettivi fotovoltaici o eolici un prezzo fisso della componente energia per la durata dell’investimento (generalmente 12 anni) per una quantità di energia commisurata all’investimento stesso. Una volta esaurita questa, in resto dei consumi si paga con prezzo agganciato a quello di mercato (che dipende ancora dal gas). Questa offerta si può ricondurre a un vero e proprio investimento in energia rinnovabile, remunerato con un prezzo vantaggioso dell’energia rispetto a quello di mercato.

Sofisticatissima è Ebitts di Enel, che utilizza token elettronici per collegare virtualmente la potenza di un mix di impianti eolici e fotovoltaici (anche in questo caso come per Enostra puntualmente identificati) alla fornitura del cliente, il quale ne compra in anticipo una quota di capacità per 10, 15 o 20 anni. Mi pare che sia l’unica delle tre offerte che menziono oggi che attribuisce esattamente anche il profilo dinamico di produzione degli impianti contrattualizzati. Si comprano infatti quote di potenza la cui energia prodotta, in base alla disponibilità effettiva da sole e vento, verrà dedotta dai consumi dell’offerta già in possesso del cliente. Quindi non si tratta di una fornitura che sostituisce un contratto preesistente, bensì di energia che verrà scontata dalla fornitura in essere, che al momento deve arrivare necessariamente da Enel (un vincolo che sarebbe bello rimuovere).

Una versione più blanda ma anche meno impegnativa delle due citate, visto che non ha investimenti iniziali e permette al cliente di uscirne quando vuole, è quella di A2A chiamata Noi2, che assicura di pagare per 10 anni un prezzo predefinito, legato a impianti da fonti rinnovabili del gruppo, per il 70% del consumo previsto del cliente. Come nei casi già visti, esaurito tale pacchetto si paga per la differenza un prezzo fluttuante collegato a quello di mercato all’ingrosso.

Convengono queste offerte? Tutte e tre prevedono per la quota di fornitura rinnovabile un prezzo al kilowattora più basso di quello delle offerte comunemente disponibili oggi sul mercato, sia a prezzo variabile che fisso, entrambe influenzate dall’attuale costo esorbitante del gas.

Mi raccomando, attendo segnalazioni riguardo a offerte simili non elencate qui. Grazie


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domenica 1 novembre 2026

Legge di bilancio 2027 (Puntata 743 in onda 1/11/26)

Illustrazione di Paolo Ghelfi

Questa puntata si può ascoltare qui.

Ho sempre fatto fatica e contrastare l’istinto di fuggire da conversazioni già sentite mille volte e apparentemente senza evoluzioni. Una è la puntuale evocazione di imposte patrimoniali come risposta all’iniquità del fisco, sempre dimenticando che in Italia le patrimoniali già ci sono, ma sono disegnate male e addirittura con effetti regressivi anziché a favore della redistribuzione. Sulle attività finanziarie la patrimoniale c’è, nella forma di prelievo proporzionale ai patrimoni, ma il fatto che si chiami furbescamente “bollo”  evidentemente basta a sviare l’attenzione. La patrimoniale che manca invece è quella sulla casa di residenza, indipendentemente dal suo valore, una distorsione difesa da anni dalle forze di Governo e d’opposizione sulla base della solita lagna apodittica sulla prima casa di proprietà sacra (più sacra evidentemente di quella presa in affitto). Un’altra patrimoniale poco incisiva da noi è l’imposta di successione, considerata dagli economisti una delle più sensate per redistribuire patrimoni e opportunità tra generazioni, anche se spesso eludibile attraverso operazioni più facili proprio per i più ricchi.

Io guarderei però soprattutto all’iniquità delle imposte sui redditi. L’estensione di quella sostitutiva al 15% alle partite IVA fino a 100mila Euro mi sembra degna di nota, visto che chi invece paga l’IRPEF sborserà il 43% già da 55 mila Euro di reddito (oggi addirittura 50 come determinato in precedenza da questo Governo).

Se la differenza di trattamento poteva essere inizialmente motivata dalla rinuncia alle detrazioni che il regime forfettario implica, oggi le stesse detrazioni sono state falcidiate anche sul lavoro dipendente a partire dai redditi medi (sempre per precedenti leggi di bilancio di questo Governo).

Infine il dirigismo che ormai dilaga. Si chiede alle banche di pagare un’imposta extra. Di primo acchito posso capirlo, così come lo capirei rispetto alle aziende integrate nel settore delle energie fossili coi ritorni alle stelle che l’ennesima crisi regala loro. Ma il mio sospetto è che il conto in realtà arrivi comunque ai consumatori. Abbiamo parlato qualche puntata fa di quanto la concorrenza tra le banche nei servizi ai risparmiatori lasci a desiderare. Quanto è credibile che uno Stato che chiede loro contributi straordinari con accordi bilaterali politici eserciti poi la sua funzione di garante dei diritti dei loro clienti-consumatori? Finché si permette (anche grazie a barriere di fatto alla concorrenza) di remunerare a tasso zero i conti correnti con un’inflazione al 5, forse pagare un po’ di pizzo allo Stato, per le banche è in realtà un affare.

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domenica 25 ottobre 2026

Scenari gas (Puntata 742 in onda il 25/10/26)

Illustrazione di Paolo Ghelfi
Questa puntata si può ascoltare qui.

Snam e Terna sono le due aziende regolate che sviluppano e gestiscono rispettivamente gran parte della rete ad alta pressione del gas in Italia e tutta quella ad alta tensione elettrica (sto semplificando). Come previsto dalle regole, le due organizzazioni redigono insieme periodicamente scenari sulle prospettive italiane dell’energia, che diventano poi la base per proporre i piani di sviluppo delle reti.

L’ultimo documento di descrizione degli scenari, così si chiama, stupisce per un dato: la previsione al 2030 di consumi di gas in Italia quasi immutati rispetto a quelli attuali (62,3 miliardi di metri cubi contro i 63,4 del 2025), pur con un calo sensibile del consumo di gas previsto per la generazione elettrica.

Quest’ultimo un calo ovvio, visto che in Italia ogni anno abbiamo installato circa 7 GW di nuovi impianti di produzione elettrica da fonti rinnovabili negli ultimi 3 anni, con prospettive di incremento in reazione all’ennesima crisi del gas, e che l’energia prodotta dalle rinnovabili non può che scalzare quella da gas, avendo costi variabili pressoché nulli.

Ma se il consumo termoelettrico di gas cala, evidentemente Snam e Terna ne vedono un aumento in altri comparti, in particolare quello civile, cioè domestico, per riscaldamento, acqua calda e cucina, pur in un contesto dove chi ristruttura casa o grandi edifici residenziali perlopiù abbandona gli impianti a gas a favore di pompe di calore e cucine a induzione che sono più efficienti e salubri, e lo stesso fanno in modo crescente i consumatori industriali per la generazione di calore soprattutto a bassa e media temperatura in settori come l’alimentare, il cartario, il tessile.

Dunque i gestori delle reti energetiche prevedono un’inversione della tendenza all’elettrificazione dei consumi, alla faccia della strategia italiana e dei trend europei e non solo.

Ora, se è vero che le pompe di calore di recente in Europa sono cresciute meno, è anche vero che nuove regole sugli edifici sono in arrivo per stimolarle e che immaginare un riflusso verso il gas significa non solo scommettere contro le politiche, ma anche a mio avviso contro il verosimile.

Al convegno NetZeroMilan 2026, il 20 ottobre scorso, Livio Desantoli, membro del collegio dell’Autorità per l’Energia, ha stigmatizzato questa incoerenza, come ha scritto Giulio Meneghello di QualEnergia in un articolo di cui metto il link sul blog Derrick Energia.

Gli azionisti dei gestori delle reti del gas hanno interesse a ritorni economici più alti possibile e quindi a proporre scenari che giustifichino investimenti anche sul gas, ma questi scenari dovrebbero credo o essere coerenti con le politiche pubbliche, oppure generare un confronto anch’esso politico e trasparente per risolvere l’incoerenza.

Nel Regno Unito, la predisposizione di scenari e la pianificazione delle reti è stata recentemente separata dalla loro gestione e sviluppo, riportandola sotto il diretto controllo del Governo. L’esperienza dei prossimi anni ci permetterà di valutarne gli effetti.


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