sabato 7 marzo 2026

La bolla di Dubai (Puntata 711 in onda il 10/3/26)

A Dubai non si pagano imposte sul reddito. Forse anche per questo tendiamo a vedere i nostri connazionali espatriati lì con un misto di invidia e paternalismo, come qualcuno che vive in posti strani o non desiderabili, magari semirecluso nella bambagia, in cambio di un botto di soldi che poi si godrà al ritorno, una sorta di apnea in mondi sospesi prima di tornare a quello autentico.

Consiglio un romanzo di qualche anno fa di Joseph O’Neill, The Dog, tradotto in italiano come “L’uomo di Dubai” da Tommaso Pincio per Codice Edizioni nel 2015. La storia di un angloamericano in fuga a Dubai da disastri familiari e che diventa il manager di un emiro, non so se si possa dire così, di cui cura gli interessi. Vive in un mondo parallelo di lussi artificiosi e i suoi bisogni, dalle pulizie di casa all’intrattenimento erotico, sono soddisfatti da altri espatriati di classi etniche meno privilegiate della sua. Il modo realistico e acutamente ironico in cui O’Neill racconta il lavoro di un manager di un’organizzazione a trazione familiare è tra le cose più belle del libro.

Dubai ha raggiunto i due milioni di abitanti nel 2015 e da allora li ha già raddoppiati. Solo il 5% circa di chi ci vive ha un passaporto emiratino e questo ne fa probabilmente la metropoli più multietnica del mondo. Nello stesso tempo, negli Emirati non si vota, non c’è quasi nessuna possibilità di acquisire la cittadinanza e le innumerevoli etnie sono tuttora poco integrate tra loro, con una stratificazione sociale che vede lavoratori umili segregati in vite apparentemente prive di prospettive ulteriori a quella di raggranellare il più possibile e spedirlo al resto della famiglia in patria (per esempio le Filippine).

Qui viene però un lungo articolo del 6 marzo [2026] di Yaroslav Trofimov, columnist ucraino per il Wall Street Journal residente appunto a Dubai. Trofimov racconta di come pur in un contesto non democratico e non contendibile in termini di diritti di cittadinanza un qualche melting pot almeno tra gli expat colletti bianchi si sia sviluppato e di come riforme nelle norme sul lavoro abbiano ridotto gli abusi nei confronti dei più deboli. In particolare (specifico io) abolendo la kafala, il sistema formalmente in vigore fino all’inizio del secolo che dava il potere ai datori di lavoro di revocare il visto dei dipendenti immigrati privandoli quindi di ogni capacità di autodeterminazione. Oggi per i lavoratori stranieri esistono un cosiddetto “golden visa” e perfino forme di welfare per disoccupazione. Immigrati possono ora anche diventare imprenditori a Dubai, scrive Trofimov.

E racconta di come tanti libanesi, siriani, afgani, ucraini, iraniani a Dubai oggi quando via cellulare arrivano gli allarmi-bomba rivivano angosce già sperimentate e si spostino a dormire nei corridoi, lontano dalle finestre. In una città che a differenza di Tel Aviv non ha i rifugi antiaerei.

Gli occidentali hanno poca empatia per Dubai, scrive Trofimov, e invece dovrebbero averne di più adesso che questo esperimento di convivenza e prosperità è diventato – non a caso – un obiettivo strategico dei controattacchi dello stato islamico iraniano.

Gli occidentali amano odiare Dubai, titola l’articolo. Pensano che sia una bolla artificiosa non destinata a durare. È ora di cambiare idea.
Detto in termini più pragmatici, la difesa di questa bolla è oggi forse importante per l’Occidente.

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domenica 1 marzo 2026

Diritto a riparare (Puntata 710 in onda il 3/3/26)

Illustrazione di Paolo Ghelfi
Uso uno spazzolino elettrico da qualche anno, marca Braun Oral-B, e ultimamente ha iniziato a scaricarsi in fretta e poi a non durare nemmeno un lavaggio. Batteria esausta.

Come piace fare a me, l’ho aperto facendomi aiutare dall’immancabile tutorial su YouTube e mi sono accorto che la batteria, che ha forma poco più corta di una stilo AA e un voltaggio più basso, è saldata alla scheda elettronica.

Armato di pazienza l’ho dissaldata e sono andato a cercare il ricambio su Amazon e su Aliexpress trovandolo senza problemi. O meglio, con un problema: il prezzo. Non meno di 20 euro su Amazon e la metà su Aliexpress, spedizione inclusa, per una piletta Nikel metallo idruro che sono certo vale molto meno di così. Ma soprattutto la cui installazione richiede saldatore, aspiratore di stagno e può andare storta

Batterie ricaricabili più comuni dello stesso formato e voltaggio si trovano, ma non hanno le alette attaccate ai due poli che vanno poi saldate alla scheda elettronica, alette che non si possono apporre artigianalmente alla batteria perché una saldatura sulla sua superficie potrebbe danneggiarla con il calore.

Morale: il ricambio diventa abbastanza specifico da poter sostenere un prezzo oligopolistico se paragonato al valore dello spazzolino completo che non è più di tre volte il costo della batteria e comprende l’elettronica, l’impugnatura, il motore, almeno una testina e, appunto, la batteria.

Basterebbe un design con alloggiamento di una pila dotato di poli a molla per permetterne la sostituzione senza problemi con una ricaricabile o meno.

Perché non è così, pur in presenza delle norme europee sul diritto alla riparazione che prevedono che un oggetto si possa aprire con utensili standard per sostituirne le parti? Forse perché la norma prevede deroghe quando è necessario a garantire l’impermeabilizzazione e la protezione da shock elettrici. Shock che sono improbabili in un apparecchio a 1,2 v. Inoltre, la stessa Oral B ha una versione dello spazzolino a batterie intercambiabili con alloggiamento protetto da normale guarnizione, che evidentemente risolve i rischi malgrado lasci la batteria accessibile. Questa versione però è piuttosto rara, mentre tutte le altre sono fatte per morire insieme alla batteria.

Se vi appassiona il tema, c’è uno youtuber inglese che se ne occupa riguardo alle lavatrici, di cui è un riparatore professionista. Il canale si chiama “how-2-repair” e ne metto il link sul blog derrick Energia.

Per quanto riguarda lo spazzolino: certo, lo riparerò anche se non mi conviene, ca va sans dire.

lunedì 23 febbraio 2026

Decreto bollette 2026 (Puntata 709 in onda il 24/2/26)

Illustrazione di Paolo Ghelfi
Questa puntata si può ascoltare qui.

L’energia economica si fa puntando su un sistema economico per produrla.

Questo sistema oggi sono le fonti rinnovabili come sole e vento accoppiate alla capacità di stoccaggio e di flessibilità nelle tecnologie di consumo.

In questo senso il decreto bollette del 18 febbraio 2026 va nella direzione giusta quando punta su ulteriore disponibilità di contratti di lungo periodo per assicurarsi energia da queste fonti. Un modo per dare alle aziende l’opzione di legarsi ai costi fissi prevedibili delle rinnovabili anziché a quello alto e incerto del gas. Chissà però perché il Governo non favorisce simili soluzioni anche per i clienti comuni per le forniture domestiche.

Se due parti possono pattuire un prezzo elettrico per forniture di lungo termine e quindi basato su costi di lungo periodo, è anche vero che il prezzo spot, cioè quello contingente per acquisti non pianificati, si forma ogni quarto d’ora sulla borsa elettrica e risente molto del gas, perché il gas è ancora indispensabile in gran parte dei momenti e quindi è lui a fare il prezzo malgrado quote crescenti della produzione siano da rinnovabili e costino meno.

La soluzione non è imporre ai mercati nuovi modi di funzionamento (sarebbe vano per motivi intuibili ma che non posso affrontare in questo post), bensì emanciparci dal gas usandolo solo per emergenza.

Invece da un decennio almeno la politica italiana punta a non abbandonare il gas, con nuove infrastrutture e un obiettivo di mantenimento di capacità installata che grida vendetta: 50 GW di centrali elettriche a gas che da sole coprirebbero quasi l’intero picco massimo di domanda. Una cosa sensata solo se fosse statisticamente possibile avere momenti di domanda vicina al record storico e nello stesso tempo assenza di sole, vento, acqua, import e stoccaggi. Tutte risorse che invece, ai Numi piacendo, sono complessivamente sempre più vaste.

In coerenza con questa incoerenza, il decreto fa un ulteriore regalo alle centrali a gas, stabilendo di abbuonare loro tra le altre cose il costo della carbon tax legata alle emissioni-serra, recuperando le risorse dalle bollette.

Ai non tecnici la trovata può sembrare una partita di giro insensata, ma in realtà una ratio c’è: l’idea è indurre queste centrali ad abbassare il prezzo di vendita nella borsa elettrica, con la conseguenza di farlo calare anche per tutte le altre fonti che producono in quel momento e generare quindi un vantaggio maggiore del costo per i consumatori. Sempreché le centrali a gas davvero ribaltino il sussidio a valle con prezzi più bassi, cosa anch'essa prevista ingenuamente e assertivamente (spesso le due cose vanno insieme) nel decreto.

Eh, se bastassero i decreti a rendere competitivi i mercati.

Fa un po’ impressione che il Governo sembri nel testo ignorare che le istituzioni antitrust già ci sono, e hanno il dovere di esercitare la loro azione senza le interferenze dell’esecutivo. Anche perché in qualità di azionista di maggioranza di due tra i più forti operatori sul mercato il Governo non è proprio credibilissimo come avvocato della concorrenza nell’energia.

La brutta mossa di annullare la carbon tax sulle centrali a gas – e questo il ministro Pichetto Fratin l’ha sostanzialmente ammesso in una dichiarazione – ha un significato politico che trascende il mercato italiano, perché fa il paio a una posizione contro l'intero sistema europeo dell’ETS (Emission Trading System), che è un cardine della politica industriale del blocco. Un sistema che disincentiva chi inquina di più a vantaggio di chi investe per farlo meno, e i cui proventi per legge sono utilizzati dagli Stati Membri per azioni di mitigazione e adattamento climatico.

L’articolo incriminato del decreto (il 6) a norme europee attuali potrebbe essere bocciato a Bruxelles molto prima della data in cui è prevista la sua decorrenza (2027). Sempreché la strategia industriale UE tenga e non decidiamo invece di imitare Trump nello smantellamento delle politiche per ambiente e innovazione.

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