| Illustrazione di Paolo Ghelfi |
Siccome Derrick viene scritto nel weekend che precede la
messa in onda, non ha senso che insegua i dettagli di cronaca della nuova crisi
di petrolio e gas, mentre forse lo ha provare a metterla in prospettiva e
confrontarla con quella precedente accaduta dopo l’invasione dell’Ucraina nel ’22.
Allora i contratti future del gas nella borsa olandese schizzarono furiosamente
fino a toccare addirittura i 350 €/MWh per poi stabilizzarsi a livelli di circa
un decimo del picco.
Oggi, almeno mentre scrivo, non vediamo simili numeri,
eppure le notizie suggeriscono che la riduzione dell’offerta di gas potrebbe
essere strutturale, visti i danni agli impianti in Qatar riparare i quali
secondo il gestore richiederà almeno 3 anni e comporterà momenti di ulteriore
riduzione di capacità. Senza considerare la prospettiva che prosegua l’escalation
dopo l’attacco israeliano all’impianto petrolifero iraniano di South Pars.
Manco a farlo apposta, tra i mercati di sbocco destinati a
subire le conseguenze della ridotta capacità di liquefazione di gas qatarina c’è
l’Italia, che evidentemente è fornita con contratti di lungo termine che
insistono sugli impianti danneggiati.
E mentre iniziava la resa dei conti sulle infrastrutture
energetiche del Golfo, se ne chiudeva forse una a Bruxelles, dove il consiglio
Europeo fermava la proposta italiana, austriaca, greca e di paesi dell’Est di
sospendere l’applicazione della carbon tax ETS sulla produzione elettrica a gas,
aprendo più genericamente a un processo di revisione. La maggioranza degli
Stati membri ha detto no sia perché forse crede più del nostro Governo alla
necessità di spingere l’economia verso le tecnologie con meno combustione e più
elettrificazione, (che poi sono anche quelle della modernità), sia perché
dipende dal gas meno di noi.
E in generale, di fronte a un prezzo che raddoppia non è
certo abbuonando la carbon tax che si risolve il problema.
Dopo la crisi del 2022 l’Europa in 2 anni ridusse di circa
un quinto i consumi di gas, poi risaliti solo parzialmente. Chissà se un
secondo shock a così stretto giro farà ancora più effetto. E stavolta non c’è
da emanciparsi da un solo fornitore, ma dall’intero mercato ormai globalizzato
del gas via nave. Quello stesso mercato il cui principale fornitore, gli USA,
fa un sacco di soldi con l’aumento dei prezzi, come ha spiegato Trump forse
pensando di essere ascoltato solo dai suoi elettori.