martedì 18 agosto 2026

Le vessazioni dei biglietti regionali Trenitalia (Puntata 734 in onda il 17/8/26)

Illustrazione di Paolo Ghelfi
Questa puntata può essere ascoltata qui.

Chi viaggia in treno sulla linea Roma-Avezzano avrà notato ogni tanto il suono del convoglio che urta la chioma di alberi. Un sistema di potatura passiva, diciamo così.

Anche pensando a questo non mi sono stupito granché quando il 13 agosto 2026 sul treno da Avezzano per Roma Tiburtina che avrebbe dovuto partire alle 18.25, e che invece non partiva, si è sentito che la causa erano rami sulla linea.

Come al solito, il problema è stato comunicato solo dopo l’orario di partenza del treno e dopo che i biglietti della corsa erano stati venduti fino all’ultimo momento utile e non erano più modificabili.

E purtroppo, oltre all’incapacità di Rete Ferroviaria Italiana di garantire in quel frangente la funzionalità della linea (che due giorni prima era in crisi per un passaggio a livello guasto a Guidonia e che è stata chiusa solo un paio di mesi fa per aggiornamenti), sono riemersi una serie di comportamenti vessatori di Trenitalia verso i clienti dei treni regionali. Ricordandoli pubblicamente, spero di contribuire a qualche miglioramento.

Intanto c’è un problema di onestà nella comunicazione. La capatreno dopo oltre mezz’ora dall’orario di partenza ha annunciato che il treno sarebbe stato “accorpato” al successivo di oltre 2 ore e mezza dopo e che non ci sarebbero stati mezzi sostitutivi. Accorpato un corno, il treno è stato soppresso senza alcun supporto ai clienti. Nemmeno la possibilità di attendere a bordo perché “io devo chiudere il treno” ha detto tautologicamente sempre la capatreno.

Quel che nessuno ha raccontato ai clienti lasciati sulla banchina è che il fantomatico rimborso dei treni regionali in ritardo di più di un’ora non è affatto automatico come l’azienda ha raccontato dopo l’ultimo aggiornamento delle regole. Per aver indietro i soldi infatti il personale di bordo deve aver scansionato il biglietto. Cosa che non avviene perché durante i disservizi i capitreno tipicamente si nascondono nell’ara chiusa della conduzione del treno e, anche quando non lo fanno, i biglietti li controllano a campione o niente affatto. A maggior ragione, se il treno non parte proprio, nessuna scansione avviene. La mia esperienza poi è perfino peggio: l’unica volta che in un regionale in ritardo di più di un’ora ho fatto scansionare il biglietto andando a stanare il capotreno che non si era mai fatto vedere nel vagone, non ho ricevuto comunque alcun rimborso.

Questo del finto rimborso automatico è particolarmente vessatorio visto che il biglietto si considera usato al momento della partenza del treno e da allora non è più riutilizzabile anche se il treno in realtà è soppresso. Conseguenza: se compri un biglietto di un treno regionale che poi non parte o magari non si fa nemmeno vedere in stazione l’unica certezza che hai è di aver perso anche i soldi.

“Il personale di bordo è a disposizione per qualunque necessità” recita un irritante annuncio periodico sui convogli.

Derrick sarà felice di ospitare qui repliche del gruppo FS purché affrontino dettagliatamente i punti sollevati e siano meno ipocrite degli annunci sui treni.

Link

  • Delle regole vessatorie dei biglietti regionali Trenitalia avevamo già parlato qui.

 

lunedì 10 agosto 2026

Il carbone chiude - con Alfredo Spalla (Puntata 733 in onda l'11/8/26)

Illustrazione di Paolo Ghelfi
Il 7 agosto 2026 ho intervistato Alfredo Spalla, reporter di Montel, sulle novità riguardo alla chiusura delle centrali termoelettriche a carbone in Italia. Che ora sembra confermata dopo le molto assertive affermazioni contrarie del Governo.

L'audio della puntata è qui.

Grazie Alfredo Spalla.

Tutte le puntate di Derrick sul carbone, in ordine anticronologico, sono qui.

martedì 4 agosto 2026

Ciclovie costiere: Adriatico batte Tirreno (Puntate 731 e 732 in onda il 28/7 e 4/8/2026)

Illustrazione di Paolo Ghelfi
Puntata 731

Questa puntata si può ascoltare qui.

Preparando questa puntata mi sono subito accorto di essermi messo in un pasticcio più faticoso di quanto pensassi.

Parliamo di infrastrutture per la mobilità ciclistica nelle coste dell’Italia continentale, tentando un confronto tra Tirreno e Adriatico. Userò anche la mia esperienza, che nell’Adriatico copre quasi interamente la tratta da Milano Marittima a Barletta e da Brindisi a Marina di Lecce, e sulla riva opposta da Savona a Genova e vari tratti in Toscana e Lazio.

Quantificare la parte di costa percorribile in ciclabili è più difficile di quanto si possa pensare, per diversi motivi.

Uno: perché dipende dalla disponibilità a seguire sempre o quasi sempre la costa anche quando ci sono penisole impegnative (il Gargano, per esempio, se fatto tutto sulla costa aggiunge quasi 200 km e paradossalmente aumenta il tratto su strade automobilistiche trafficate, ci sono passato solo un mese fa. Situazione simile – ma non l’ho testato in bici – nello splendido Cilento).

Due: perché dipende da cosa s’intende per pista ciclabile. Un sentiero lo è? Fino a che livello di difficoltà? Quanto consideriamo la bici un mezzo di trasporto e quanto uno strumento per cimentarsi in piccole imprese sportive o d’avventura inoltrandosi nelle diverse are protette delle due coste? (Per esempio il pur piatto Polesine, il monte Conero a Sud di Ancona, la riserva naturale di Punta Aderci a Vasto, la lunga striscia di terra della riserva del lago di Lesina nel foggiano, resa impervia dalla sabbia e dove – esperienza personale – avere poca acqua ed esaurire i ricambi per gli pneumatici può mettere in seria difficoltà ed è improbabile incrociare anima viva sull’intero percorso. Sul Tirreno, le Cinque Terre con solo una parte di percorso ciclabile costiero agibile costringono a notevoli dislivelli per prendere e abbandonare le strade montane, la riserva tra Populonia e Piombino e ancora di più il parco naturale della Maremma sono meravigliose ma impegnative, e la seconda presenta irritanti restrizioni di accesso. La disponibilità a trasformare il percorso in un trekking per mountain bike lo modifica molto in termini di tempo, impegno e proporzioni tra tipi di superfici.

Tre: sembra forse strano, ma non ci sono fonti complessive ufficiali sulle ciclabili italiane. Del resto si tratta di progetti spesso di competenza locale. I numeri che riporterò sono in larga parte il risultato di simulazioni con il software di navigazione Komoot e, quando possibile, della mia esperienza.

Visto che ho già finito il tempo per la prima puntata vi lascio anticipando che come sospettavo l’Adriatico batte il Tirreno in termini di copertura ciclabile. Muggia-Otranto (sempre con le variabilità di cui sopra) è più breve di quasi 300 km rispetto a Imperia-Reggio Calabria, eppure ha circa 100 km in più di percorso su ciclovia rispetto ai circa 300 del Tirreno, dove peraltro l’infrastruttura è quasi tutta in Liguria e Toscana del Nord, più qualcosa nel litorale romano e salernitano e brevi tratti urbani altrove.

Puntata 732

Questa puntata si può ascoltare qui.

Abbiamo visto l’altra volta che il versante Ovest e più lungo ma con meno ciclovie, e questo si deve forse al fatto che la costa di ponente è leggermente meno urbanizzata di quella adriatica, perlomeno da sotto la Versilia a Roma, e che è anche più accidentata e con maggiore presenza di aree protette all’interno delle quali non ci sono com’è giusto ciclabili di asfalto o cemento.

Ha però senso che ci siano passerelle ciclopedonali a permettere di attraversare le aree protette valicando i fiumi, e sono felice di ricevere la notizia che è appena stato inaugurato (18 luglio 2026) un ponte ciclopedonale sull'Arno a valle di Pisa nei pressi di Cascine Nuove, ancora all'interno del parco di San Rossore. Lo ha scritto proprio qui sui commenti del blog Andrea Porchera, direttore dell'Ente Parco regionale Migliarino San Rossore Massaciuccoli. Una bellissima notizia che ringrazio Porchera di aver voluto segnalare.

Salvo altre ottime notizie, i fiumi sono ancora una barriera più a Sud nel bel parco della Maremma: non si può attraversarlo stando sulla costa, perché a Nord non c’è ponte sull’Ombrone e a Sud diventa piuttosto accidentato verso Talamone. C’è però a Sud di Alberese, ma non l’ho provata, una sterrata al confine del parco parallela all’Aurelia che dovrebbe essere percorribile, ingresso al parco permettendo, ma siamo a chilometri di distanza dal mare.

E proprio la maledetta Aurelia è il problema delle bici sul Tirreno, Aurelia che da sud di Livorno a Tarquinia fa anche le veci di autostrada ed è spiacevolissima da percorrere in bici anche nei tratti in cui è legale farlo, alcuni dei quali inevitabili.

Sull’Adriatico, un problema simile all’Aurelia c’è quasi solo tra Venezia e Ravenna, ed è la Statale 309 Romea, che però si può evitare prima stando sulle isole oblunghe veneziane ricorrendo ai traghetti per valicare i varchi lagunari fino ad approdare a Chioggia da Jesolo, e poi avventurandosi lungamente e con percorsi tortuosi sul delta del Po tra argini di canali, ponti di barche e zanzare.

Poi da Ravenna a Ortona, quindi lungo più o meno un quarto d’Italia, la costa adriatica è perlopiù un’unica città costiera-balneare interrotta da qualche estuario – solo alcuni già dotati di ponti ciclopedonali – qualche insediamento industriale e rari promontori come il monte San Bartolo tra Gabicce e Pesaro, il Conero subito a Sud di Ancona e Punta Aderci nei pressi di Vasto. Fuori da questi, quasi sempre ci sono ciclabili pianeggianti, spesso a uso ibrido pedonale sui lungomare e quindi, soprattutto in estate, lente e più ad uso di passeggianti e bagnanti che adatte a cicloturisti frettolosi. Ma a patto di aver pazienza ci si può quasi dimenticare la statale adriatica.

Orribili eccezioni sono tra Fano e Torrette di Fano, dove prima un campeggio e poi una sciagurata pianificazione urbana che ha permesso negli anni del boom palazzi sulla spiaggia togliendo spazio a qualunque percorso sul mare (ne parlai in una puntata specifica della serie camminate impossibili, link sotto) costringono alla statale, così come a Nord di Termoli per lo stesso motivo la nuova ciclabile, che ho visto in costruzione un paio d’anni fa, è tra statale e monte, e non sul mare.

Altro punto critico è poco più in basso tra Molise e Puglia: tra Campomarino e Lésina, dove per almeno 15 chilometri c’è solo l’Adriatica a ridosso del mare nascosto da boscaglia forse acquitrinosa, senza insediamenti, e l’unica ombra nell’interminabile rovente rettilineo sono gli ombrelloni di sparute prostitute i cui saluti hanno scandito il mio transito recente sotto un sole implacabile. Una volta a Lésina, poi, ci si può avventurare tra mare e lago (non facile, lo accennavo la volta scorsa) oppure proseguire verso Sud tagliando il Gargano con la nuovissima ciclabile fino a Manfredonia, che non vedo l’ora di provare.


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