sabato 7 febbraio 2026

Il tonfo di Stellantis (Puntata 707 in onda il 10/2/26)

Illustrazione di Paolo Ghelfi
Scrivo la puntata 707 di Derrick la sera del 6 febbraio 2026, giorno in cui Stellantis ha perso in borsa a Milano quasi un quarto del suo valore dopo che il suo CEO Filosa ha reso noti i dati delle perdite che si aspetta a causa di costi relativi alla predisposizione di capacità produttiva di auto elettriche che l’azienda non riesce a vendere quanto prevedeva.

Filosa ha parlato di 26 miliardi di $ in spese sull’elettrico improduttive a causa della transizione energetica più lenta del previsto che ha “distanziato Stellantis dai bisogni reali di molti consumatori”.

Se Filosa si riferisce ai consumatori italiani, importanti per il gruppo, non ha tutti i torti. L’Italia è uno degli ultimi Paesi d’Europa per vendita di auto elettriche. Anche senza scomodare la Scandinavia dove la maggioranza delle auto vendute è elettrica, da noi la quota è tra un terzo e la metà di quella di Germania o Francia.

E poi ci sono gli USA, altro mercato fondamentale per Stellantis che lì possiede fabbriche e marchi storici. Negli USA le nuove politiche hanno eliminato il sistema di disincentivi alle auto endotermiche con elevati consumi e di incentivi a quelle elettriche, e la domanda di elettriche ne è attualmente frenata.

Il rischio per chi dipende dalle vendite in paesi ostili al nuovo prodotto è quello di rendere più lunga l’attesa perché gli investimenti in innovazione si ripaghino, e di doverli quindi procrastinare: un circolo vizioso in cui sembra trovarsi Stellantis.

Filosa nelle sue dichiarazioni non menziona i consumatori che le auto elettriche le comprano sì, ma perlopiù dalla concorrenza, in una fase in cui l’elettrico, almeno fuori dall’Italia, ha smesso di essere un settore di nicchia. Nel 2025 delle oltre 20 milioni di auto di elettriche prodotte al mondo (includendo le ibride plug-in) più di una su tre l’hanno venduta i due principali produttori cinesi (BYD e Geely) e poco meno di una su dieci Tesla. Tra gli europei il gruppo più forte è Volkswagen con una quota di mercato mondiale di circa il 6%. Stellantis si è fermata al 2%.

Cos’hanno in comune i produttori che vendono bene le elettriche? Che o sono elettrici nativi o ci hanno investito prima di altri. A quest’ultima categoria appartiene Volkswagen che già un paio d’anni dopo lo scandalo del dieselgate lanciò una piattaforma annunciando investimenti di circa 50 miliardi di €, e oggi vende tre volte le elettriche di Stellantis.

La concorrenza è intensa, e solo chi ha già raggiunto efficienza e qualità elevate riesce a far soldi sui nuovi prodotti. In un mercato che oltre alla presenza di produttori nuovi vede una domanda destinata a restringersi quando la rivoluzione della guida autonoma – applicata ad auto elettriche, ça va sans dire - renderà necessarie meno auto a parità di esigenze di mobilità. Quando, in altri termini, tutte le città del mondo e non solo le più lungimiranti smetteranno di essere occupate da auto in sosta o in lento movimento.

Grazie a Massimiliano Bienati

martedì 3 febbraio 2026

Transizione energetica e sviluppo in Bolivia (Puntata 706 in onda il 3/2/26)

Illustrazione di Paolo Ghelfi
Questa puntata si può ascoltare qui.

Secondo il Fondo Monetario Internazionale, far pagare i combustibili fossili il loro intero costo, industriale e ambientale, smettendo di sussidiarli e applicando loro una carbon tax pari al danno ambientale, darebbe ai Governi entrate pari a circa il 3,5% del PIL che potrebbero essere usate per abbassare le tasse sui redditi. Eviterebbe da qui al 2030 1,6 milioni di morti premature per inquinamento, senza contare quelle dovute ai cambiamenti climatici che potrebbero essere mitigati dal disincentivo alle energie fossili. La politica mondiale, però, è lastricata di Governi che rischiano la pelle se anche solo accennano a smettere di sussidiare le fossili e ancor più di quelli che preferiscono non provarci neanche.

Se Roma in questo si sta timidissimamente attivando, grazie soprattutto al PNRR che pone una revisione ecologica della fiscalità tra le condizioni del Piano, la sfida è più difficile per Paesi più poveri e con produzione locale di idrocarburi che tradizionalmente vengono ceduti a prezzo politico (a volte addirittura simbolico per quanto basso) trasformandoli in un improprio strumento di welfare, difficilmente rinunciabile se di altro welfare c’è poco o nulla.
Per esempio in Bolivia, Paese in perenne attesa di diventare più ricco come le sue risorse potrebbero consentirgli (sindrome olandese permettendo), dove il recentemente insediato Governo sembra riuscito a ridurre dopo anni il sussidio pubblico ai carburanti. Ma a fronte di sconfitte massicce su altri fronti.

Ce ne parla Stefano Fisco, ingegnere attento agli aspetti anche sociali della transizione energetica e con una solida frequentazione dell’America Latina.

Lo scorso 11 gennaio, a seguito di incessanti proteste popolari, il governo boliviano ha abrogato il Decreto 5503, emanato solo un mese prima e con cui era stata dichiarata l’emergenza economica e sociale. I temi contestati del decreto sono stati essenzialmente due.

Il primo riguardava l’introduzione di un meccanismo accelerato per l’approvazione di progetti energetici e minerari senza passare dal Parlamento e accusato di comprime le analisi di impatto ambientale.

Il secondo era quella della rimozione dei sussidi ai carburanti, per effetto dei quali, dal 2005 il prezzo di benzina e diesel era bloccato a circa 50 centesimi di dollaro.

Il secondo tema ha catalizzato la partecipazione popolare alle proteste, ma il vero nodo politico è stato il primo.

L’organizzazione Central Obrera Boliviana ha guidato una mobilitazione permanete, bloccando le strade per quasi un mese e opponendosi al decreto nella sua interezza.

Il presidente Paz aveva dichiarato di non voler retrocedere sul decreto, ma le pressioni sociali stavano causando un danno economico gravissimo.

Alla fine il Governo ha sostituito il decreto con uno concordato con i sindacati. Vengono cancellate praticamente tutte le novità che erano state introdotte, tranne quella dell’aumento dei prezzi dei carburanti. I sindacati si dicono soddisfatti e il governo è tornato ad avere il controllo.

Ma l'abrogazione del 5503 mette solo in pausa un posizionamento necessario del governo. Sulle enormi riserve boliviane di litio e gas si concentrano sia le aspettative degli investitori internazionali che le paure della popolazione civile.

Grazie a Stefano Fisco, qui sotto il link al suo blog dedicato in buona parte all’America Latina e alla sua transizione energetica.


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mercoledì 28 gennaio 2026

Costo dell'energia negli USA (Puntata 705 in onda il 27/1/26)

Questa puntata si può ascoltare qui.

Illustrazione di Paolo Ghelfi

Benvenuti alla puntata 705 di Derrick. Sulla scia dell’ultima volta, in cui avevamo parlato della moda dell’”affordability”, vorrei declinare la questione sull’energia e sugli Stati Uniti, alla luce di due articoli interessanti, uno di José Roca su El periodico de la energia, un altro da un recente rapporto Reuters.

Il primo affronta una questione sempre più discussa anche da noi: la prospettiva che i nuovi consumi dei datacenter possano contribuire con il loro accaparramento di energia ad aumentarne il prezzo. L’amministrazione USA sta correndo ai ripari prevedendo norme che impongano a questi consumatori di procurarsi in qualche modo da sé l’energia finanziando impianti ad hoc e contrattualizzandone la produzione nel lungo periodo. Una cosa sempre più comune tra i grandi consumatori anche da noi, sebbene in forma spontanea, con contratti di lungo periodo che nel settore si chiamano PPA, power purchase agreement.

Contratti di questo tipo sono importanti perché danno una visibilità anticipata del costo dell’energia e, per imprese per le quali esso è decisivo, permettono di impostare un business su binari di sostenibilità economica fin dall’inizio, e quindi facilitarne il finanziamento.

Tuttavia mi sembra un po’ ingenuo pensare che imporre ai datacenter di approvvigionare energia così possa isolare l’effetto della loro domanda dal mercato energetico complessivo. Se infatti l’energia è un bene – come quasi tutti – scarso è perché sono scarse (cioè richiedono la rinuncia a usi alternativi) le risorse che servono a produrla. Le fonti fossili lo sono certamente, ma nemmeno le fonti rinnovabili sono illimitate nel momento in cui servono luoghi, materiali specifici o hardware per realizzarle. Se davvero andiamo (e sottolineo il se) verso una richiesta elettrica molto più alta nel mondo dell’intelligenza artificiale e del nuovo boom informatico, non sarà mantenendo separati i binari di approvvigionamento che si eviterà maggiore concorrenza per la risorsa.

Nel caso americano, altre politiche in corso potrebbero peggiorare le cose riguardo al costo dell’energia. Il protezionismo in generale, che aumenta i costi di quasi tutte le filiere per i clienti americani, ma anche la strategia trumpiana di imporre all’estero l’acquisto di gas statunitense, gas che diventa quindi più scarso e costoso per il mercato interno riflettendosi, come succede in Italia, anche sul prezzo dell’elettricità. Infine gli attacchi all’indipendenza della banca centrale che minano la credibilità di un’inflazione contenuta.

Nello stesso tempo è interessante vedere come negli USA la retorica trumpiana non sembra per ora mutare le tendenze di dieta energetica del Paese: Reuters riporta anche nel 2025 una crescita vigorosa delle fonti rinnovabili, con il fotovoltaico più che quintuplicato in dieci anni benché ancora indietro rispetto all’Europa. Vedremo se l’effetto-Trump si osserverà nel 2026.

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