domenica 1 marzo 2026

Diritto a riparare (Puntata 710 in onda il 3/3/26)

Illustrazione di Paolo Ghelfi
Uso uno spazzolino elettrico da qualche anno, marca Braun Oral-B, e ultimamente ha iniziato a scaricarsi in fretta e poi a non durare nemmeno un lavaggio. Batteria esausta.

Come piace fare a me, l’ho aperto facendomi aiutare dall’immancabile tutorial su YouTube e mi sono accorto che la batteria, che ha forma poco più corta di una stilo AA e un voltaggio più basso, è saldata alla scheda elettronica.

Armato di pazienza l’ho dissaldata e sono andato a cercare il ricambio su Amazon e su Aliexpress trovandolo senza problemi. O meglio, con un problema: il prezzo. Non meno di 20 euro su Amazon e la metà su Aliexpress, spedizione inclusa, per una piletta Nikel metallo idruro che sono certo vale molto meno di così. Ma soprattutto la cui installazione richiede saldatore, aspiratore di stagno e può andare storta

Batterie ricaricabili più comuni dello stesso formato e voltaggio si trovano, ma non hanno le alette attaccate ai due poli che vanno poi saldate alla scheda elettronica, alette che non si possono apporre artigianalmente alla batteria perché una saldatura sulla sua superficie potrebbe danneggiarla con il calore.

Morale: il ricambio diventa abbastanza specifico da poter sostenere un prezzo oligopolistico se paragonato al valore dello spazzolino completo che non è più di tre volte il costo della batteria e comprende l’elettronica, l’impugnatura, il motore, almeno una testina e, appunto, la batteria.

Basterebbe un design con alloggiamento di una pila dotato di poli a molla per permetterne la sostituzione senza problemi con una ricaricabile o meno.

Perché non è così, pur in presenza delle norme europee sul diritto alla riparazione che prevedono che un oggetto si possa aprire con utensili standard per sostituirne le parti? Forse perché la norma prevede deroghe quando è necessario a garantire l’impermeabilizzazione e la protezione da shock elettrici. Shock che sono improbabili in un apparecchio a 1,2 v. Inoltre, la stessa Oral B ha una versione dello spazzolino a batterie intercambiabili con alloggiamento protetto da normale guarnizione, che evidentemente risolve i rischi malgrado lasci la batteria accessibile. Questa versione però è piuttosto rara, mentre tutte le altre sono fatte per morire insieme alla batteria.

Se vi appassiona il tema, c’è uno youtuber inglese che se ne occupa riguardo alle lavatrici, di cui è un riparatore professionista. Il canale si chiama “how-2-repair” e ne metto il link sul blog derrick Energia.

Per quanto riguarda lo spazzolino: certo, lo riparerò anche se non mi conviene, ca va sans dire.

lunedì 23 febbraio 2026

Decreto bollette 2026 (Puntata 709 in onda il 24/2/26)

Illustrazione di Paolo Ghelfi
Questa puntata si può ascoltare qui.

L’energia economica si fa puntando su un sistema economico per produrla.

Questo sistema oggi sono le fonti rinnovabili come sole e vento accoppiate alla capacità di stoccaggio e di flessibilità nelle tecnologie di consumo.

In questo senso il decreto bollette del 18 febbraio 2026 va nella direzione giusta quando punta su ulteriore disponibilità di contratti di lungo periodo per assicurarsi energia da queste fonti. Un modo per dare alle aziende l’opzione di legarsi ai costi fissi prevedibili delle rinnovabili anziché a quello alto e incerto del gas. Chissà però perché il Governo non favorisce simili soluzioni anche per i clienti comuni per le forniture domestiche.

Se due parti possono pattuire un prezzo elettrico per forniture di lungo termine e quindi basato su costi di lungo periodo, è anche vero che il prezzo spot, cioè quello contingente per acquisti non pianificati, si forma ogni quarto d’ora sulla borsa elettrica e risente molto del gas, perché il gas è ancora indispensabile in gran parte dei momenti e quindi è lui a fare il prezzo malgrado quote crescenti della produzione siano da rinnovabili e costino meno.

La soluzione non è imporre ai mercati nuovi modi di funzionamento (sarebbe vano per motivi intuibili ma che non posso affrontare in questo post), bensì emanciparci dal gas usandolo solo per emergenza.

Invece da un decennio almeno la politica italiana punta a non abbandonare il gas, con nuove infrastrutture e un obiettivo di mantenimento di capacità installata che grida vendetta: 50 GW di centrali elettriche a gas che da sole coprirebbero quasi l’intero picco massimo di domanda. Una cosa sensata solo se fosse statisticamente possibile avere momenti di domanda vicina al record storico e nello stesso tempo assenza di sole, vento, acqua, import e stoccaggi. Tutte risorse che invece, ai Numi piacendo, sono complessivamente sempre più vaste.

In coerenza con questa incoerenza, il decreto fa un ulteriore regalo alle centrali a gas, stabilendo di abbuonare loro tra le altre cose il costo della carbon tax legata alle emissioni-serra, recuperando le risorse dalle bollette.

Ai non tecnici la trovata può sembrare una partita di giro insensata, ma in realtà una ratio c’è: l’idea è indurre queste centrali ad abbassare il prezzo di vendita nella borsa elettrica, con la conseguenza di farlo calare anche per tutte le altre fonti che producono in quel momento e generare quindi un vantaggio maggiore del costo per i consumatori. Sempreché le centrali a gas davvero ribaltino il sussidio a valle con prezzi più bassi, cosa anch'essa prevista ingenuamente e assertivamente (spesso le due cose vanno insieme) nel decreto.

Eh, se bastassero i decreti a rendere competitivi i mercati.

Fa un po’ impressione che il Governo sembri nel testo ignorare che le istituzioni antitrust già ci sono, e hanno il dovere di esercitare la loro azione senza le interferenze dell’esecutivo. Anche perché in qualità di azionista di maggioranza di due tra i più forti operatori sul mercato il Governo non è proprio credibilissimo come avvocato della concorrenza nell’energia.

La brutta mossa di annullare la carbon tax sulle centrali a gas – e questo il ministro Pichetto Fratin l’ha sostanzialmente ammesso in una dichiarazione – ha un significato politico che trascende il mercato italiano, perché fa il paio a una posizione contro l'intero sistema europeo dell’ETS (Emission Trading System), che è un cardine della politica industriale del blocco. Un sistema che disincentiva chi inquina di più a vantaggio di chi investe per farlo meno, e i cui proventi per legge sono utilizzati dagli Stati Membri per azioni di mitigazione e adattamento climatico.

L’articolo incriminato del decreto (il 6) a norme europee attuali potrebbe essere bocciato a Bruxelles molto prima della data in cui è prevista la sua decorrenza (2027). Sempreché la strategia industriale UE tenga e non decidiamo invece di imitare Trump nello smantellamento delle politiche per ambiente e innovazione.

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mercoledì 18 febbraio 2026

L'anello ferroviario di Roma (Puntata 708 in onda il 17/2/26)

Illustrazione di Paolo Ghelfi
Questa puntata si può ascoltare qui.

Avete mai preso un treno Frecciabianca per Genova da Roma? È un’esperienza affascinante sia per la lentezza e il panorama, sia per l’uso di un treno (l’ETR460) diretto discendente dallo storico pendolino, il treno FIAT capace di inclinarsi di lato un po’ come una moto per essere più confortevole in tratte non rettilinee. Oggi i pochi ETR460 ancora in servizio non pendolano più: la funzionalità è stata disattivata per complicazioni di manutenzione e secondo la voce di Wikipedia Trenitalia li ha messi in vendita.

Benvenuti alla puntata 708 di Derrick scritta con Michele Palermo, ingegnere ferroviario ed ex ferroviere.

Torniamo al Frecciabianca: oggi quando lascia Termini si dirige a Est e poi a Sud, passando per le stazioni Tuscolana, Ostiense, per poi iniziare finalmente un’ansa a Ovest per Trastevere, proseguire la curva per San Pietro, Roma Aurelia e infine dirigersi verso il Tirreno dopo aver circumnavigato buona parte della capitale.

Potrebbe passare da Nord e raggiungere direttamente l’Aurelia verso il Tirreno? Oggi no, perché l’anello ferroviario non è completo: gli manca il pezzo tra le stazioni di Val d’Ala e Vigna Clara.

Se nel caso del Frecciabianca il passaggio a Sud per quanto lento non allunga poi tanto, è significativo che le relazioni tra Roma Tiburtina e Cesano, nella zona del lago di Bracciano, a Nord-Ovest della città, prevedano anch’esse di doppiare a Sud la città.

L’unico progresso relativamente recente rispetto al futuro anello è stato il collegamento tra Vigna Clara e Valle Aurelia, già realizzato per i mondiali di calcio del ’90 insieme alla stazione Vigna Clara e poi abbandonato fino a una decina d’anni fa, poi di nuovo bloccato da opposizioni degli abitanti vicini alla stazione. (Sì, è piuttosto desolante che in una metropoli che ha disperatamente bisogno di binari qualcuno che ne viene raggiunto cerchi di impedirli).

Già nel 1892 era stato presentato il progetto per una linea che, raccordando la stazione di Roma S. Pietro alla linea per Orte, avrebbe completato l’anello intorno al centro di Roma passando sotto alla via Aurelia nell'area delle attuali circonvallazioni Clodia e Trionfale.

I lavori vennero avviati nel 1913 ma poi sospesi più volte e definitivamente interrotti nel 1931, quando si era quasi giunti al completamento delle opere e della posa dell'armamento, comprensivo di doppio binario ed elettrificazione. Una delle due canne dell’attuale galleria stradale sull’Olimpica tra Tor di Quinto e Corso Francia è proprio la galleria ferroviaria, poi abbandonata.

Oggi, il raddoppio del binario tra Valle Aurelia e Vigna Clara è l’unica opera in corso di costruzione. Occorrerà poi raggiungere Tor di Quinto creando un interscambio con la linea Roma-Viterbo gestita dalla Regione Lazio e in fase di ammodernamento, superare il Tevere con un ponte, poi la Salaria e congiungersi alla linea esistente nei pressi della stazione Val D’Ala, vicino a dove passa anche l’alta velocità per Firenze.

Lavori dall’impegno stimato nell’ordine del miliardo di € e di cui solo una piccola parte di 30 milioni è stata finanziata, e che non hanno potuto usufruire del PNRR a causa dei tempi lunghi necessari.

La competenza della realizzazione di questa opera è di RFI, ma è evidente che i vantaggi saranno anche o soprattutto per la circolazione urbana di Roma e per i suoi pendolari. Già oggi i ¾ circa di anello esistente sono un aiuto fondamentale allo spostamento. Perfino da zone relativamente centrali come quella della stazione Trastevere, il modo di gran lunga più veloce per raggiungere Termini o Tiburtina è il treno, benché si allontani dal centro. Migliori interconnessioni potranno integrare il sistema dei trasporti pubblici urbani in modo da renderlo più attrattivo anche ai troppi che si ostinano a usare l’auto.

Grazie a Michele Palermo.