martedì 24 marzo 2026

A che punto è la crisi (Puntata 713 in onda il 24/3/26)

Illustrazione di Paolo Ghelfi
Questa puntata si può ascoltare qui.

Che ci crediate o no, inizio a scrivere questa puntata di Derrick piuttosto vicino al neofamigerato stretto di Hormuz, nell’aeroporto di Abu Dhabi, e continuo a bordo di un grande vecchiotto e semivuoto Boeing 777 diretto a Hong Kong, che anziché buttarsi sul Golfo come da rotta più razionale se ne sta entro costa lungo l’Oman prima di virare finalmente a Est nell’Oceano Indiano.

Siccome Derrick viene scritto nel weekend che precede la messa in onda, non ha senso che insegua i dettagli di cronaca della nuova crisi di petrolio e gas, mentre forse lo ha provare a metterla in prospettiva e confrontarla con quella precedente accaduta dopo l’invasione dell’Ucraina nel ’22. Allora i contratti future del gas nella borsa olandese schizzarono furiosamente fino a toccare addirittura i 350 €/MWh per poi stabilizzarsi a livelli di circa un decimo del picco.

Oggi, almeno mentre scrivo, non vediamo simili numeri, eppure le notizie suggeriscono che la riduzione dell’offerta di gas potrebbe essere strutturale, visti i danni agli impianti in Qatar riparare i quali secondo il gestore richiederà almeno 3 anni e comporterà momenti di ulteriore riduzione di capacità. Senza considerare la prospettiva che prosegua l’escalation dopo l’attacco israeliano all’impianto petrolifero iraniano di South Pars.

Manco a farlo apposta, tra i mercati di sbocco destinati a subire le conseguenze della ridotta capacità di liquefazione di gas qatarina c’è l’Italia, che evidentemente è fornita con contratti di lungo termine che insistono sugli impianti danneggiati.

E mentre iniziava la resa dei conti sulle infrastrutture energetiche del Golfo, se ne chiudeva forse una a Bruxelles, dove il consiglio Europeo fermava la proposta italiana, austriaca, greca e di paesi dell’Est di sospendere l’applicazione della carbon tax ETS sulla produzione elettrica a gas, aprendo più genericamente a un processo di revisione. La maggioranza degli Stati membri ha detto no sia perché forse crede più del nostro Governo alla necessità di spingere l’economia verso le tecnologie con meno combustione e più elettrificazione, (che poi sono anche quelle della modernità), sia perché dipende dal gas meno di noi.

E in generale, di fronte a un prezzo che raddoppia non è certo abbuonando la carbon tax che si risolve il problema.

Dopo la crisi del 2022 l’Europa in 2 anni ridusse di circa un quinto i consumi di gas, poi risaliti solo parzialmente. Chissà se un secondo shock a così stretto giro farà ancora più effetto. E stavolta non c’è da emanciparsi da un solo fornitore, ma dall’intero mercato ormai globalizzato del gas via nave. Quello stesso mercato il cui principale fornitore, gli USA, fa un sacco di soldi con l’aumento dei prezzi, come ha spiegato Trump forse pensando di essere ascoltato solo dai suoi elettori.


lunedì 16 marzo 2026

Un'altra crisi petrolifera (Puntata 712 in onda il 17/3/26)

Illustrazione di Paolo Ghelfi
Scrivo questa puntata con lo stretto di Hormuz ancora chiuso, i prezzi del petrolio oltre 100 $, il gasolio alle stelle eccetera. Poche ore fa il ministro Urso ha dichiarato che un intervento sulle accise energetiche sarebbe costoso, iniquo perché vantaggioso soprattutto per chi consuma molto indipendentemente dal suo effettivo bisogno, e poco efficace. Non dobbiamo rifare l’errore di Draghi poco dopo l’invasione dell’Ucraina, ha detto Urso. Per me, ha ragione.

Quanto i prezzi dell’energia aumentano con uno shock dipende anche dalla capacità di chi la consuma di ridurre o rimandare una parte dei prelievi, e si tratta di una questione organizzativa, tecnica, ma anche culturale.

Conosco persone che usano l’auto in città per abitudine atavica e non si sono mai degnate nemmeno di provare i mezzi pubblici o la bici. Chi ha l’auto aziendale con il carburante pagato (in parte con le tasse di tutti gli altri) non ha nemmeno interesse a reagire ai prezzi alti. Queste forme di rigidità contribuiscono esse stesse a far salire i prezzi, e colpiscono anche chi ha difficoltà reali a ridurre i consumi.

Nella storia dei primi shock petroliferi anche i Governi occidentali reagivano imponendo risparmi, per esempio le targhe alterne e in generale le limitazioni all’uso dell’auto o del riscaldamento, mentre oggi queste soluzioni si applicano in paesi con reddito più basso o con amministrazioni più autoritarie. Per esempio Thailandia, Bangladesh, India stanno imponendo azioni di risparmio energetico ai cittadini. E fanno bene.

Quando vedo gente che intasa la città in macchina, incapace spesso di camminare anche solo i 500 metri che eviterebbero una sosta abusiva, penso che la benzina costa ancora troppo, troppo poco. Lo stesso penso del GPL alla vista degli odiosi funghi a bombola con cui i dehor di bar e ristoranti invitano il pubblico a sedersi fuori anche in inverno.

L’Europa, comunque, al momento non corre il rischio di rimanere a secco.

Cosa che invece sta succedendo a Cuba già da prima della guerra in medio oriente. Un articolo di una decina di giorni fa dell’Economist racconta la situazione nell’isola ormai piegata dalla povertà e ora priva ora anche del petrolio venezuelano, dove il razionamento energetico impedisce anche l’ossigeno economico del turismo.

Nel disastro, a Cuba si nota un fenomeno razionale e incoraggiante: la diffusione del fotovoltaico e delle batterie per emanciparsi dall’elettricità discontinua della rete, le cui centrali termoelettriche non hanno carburante.

Dove non passa il petrolio venezuelano, evidentemente passano i pannelli cinesi. Chissà se un po’ di razionamento farebbe bene anche a noi.


Link

sabato 7 marzo 2026

La bolla di Dubai (Puntata 711 in onda il 10/3/26)

Illustrazione di Paolo Ghelfi
Questa puntata si può ascoltare qui.

A Dubai non si pagano imposte sul reddito. Forse anche per questo tendiamo a vedere i nostri connazionali espatriati lì con un misto di invidia e paternalismo, come qualcuno che vive in posti strani o non desiderabili, magari semirecluso nella bambagia, in cambio di un botto di soldi che poi si godrà al ritorno, una sorta di apnea in mondi sospesi prima di tornare a quello autentico.

Consiglio un romanzo di qualche anno fa di Joseph O’Neill, The Dog, tradotto in italiano come “L’uomo di Dubai” da Tommaso Pincio per Codice Edizioni nel 2015. La storia di un angloamericano in fuga a Dubai da disastri familiari e che diventa il manager di un emiro, non so se si possa dire così, di cui cura gli interessi. Vive in un mondo parallelo di lussi artificiosi e i suoi bisogni, dalle pulizie di casa all’intrattenimento erotico, sono soddisfatti da altri espatriati di classi etniche meno privilegiate della sua. Il modo realistico e acutamente ironico in cui O’Neill racconta il lavoro di un manager di un’organizzazione a trazione familiare è tra le cose più belle del libro.

Dubai ha raggiunto i due milioni di abitanti nel 2015 e da allora li ha già raddoppiati. Solo il 5% circa di chi ci vive ha un passaporto emiratino e questo ne fa probabilmente la metropoli più multietnica del mondo. Nello stesso tempo, negli Emirati non si vota, non c’è quasi nessuna possibilità di acquisire la cittadinanza e le innumerevoli etnie sono tuttora poco integrate tra loro, con una stratificazione sociale che vede lavoratori umili segregati in vite apparentemente prive di prospettive ulteriori a quella di raggranellare il più possibile e spedirlo al resto della famiglia in patria (per esempio le Filippine).

Qui viene però un lungo articolo del 6 marzo [2026] di Yaroslav Trofimov, columnist ucraino per il Wall Street Journal residente appunto a Dubai. Trofimov racconta di come pur in un contesto non democratico e non contendibile in termini di diritti di cittadinanza un qualche melting pot almeno tra gli expat colletti bianchi si sia sviluppato e di come riforme nelle norme sul lavoro abbiano ridotto gli abusi nei confronti dei più deboli. In particolare (specifico io) abolendo la kafala, il sistema formalmente in vigore fino all’inizio del secolo che dava il potere ai datori di lavoro di revocare il visto dei dipendenti immigrati privandoli quindi di ogni capacità di autodeterminazione. Oggi per i lavoratori stranieri esistono un cosiddetto “golden visa” e perfino forme di welfare per disoccupazione. Immigrati possono ora anche diventare imprenditori a Dubai, scrive Trofimov.

E racconta di come tanti libanesi, siriani, afgani, ucraini, iraniani a Dubai oggi quando via cellulare arrivano gli allarmi-bomba rivivano angosce già sperimentate e si spostino a dormire nei corridoi, lontano dalle finestre. In una città che a differenza di Tel Aviv non ha i rifugi antiaerei.

Gli occidentali hanno poca empatia per Dubai, scrive Trofimov, e invece dovrebbero averne di più adesso che questo esperimento di convivenza e prosperità è diventato – non a caso – un obiettivo strategico dei controattacchi dello stato islamico iraniano.

Gli occidentali amano odiare Dubai, titola l’articolo. Pensano che sia una bolla artificiosa non destinata a durare. È ora di cambiare idea.
Detto in termini più pragmatici, la difesa di questa bolla è oggi forse importante per l’Occidente.

Link