martedì 3 febbraio 2026

Transizione energetica e sviluppo in Bolivia (Puntata 706 in onda il 3/2/26)

Questa puntata si può ascoltare qui.

Secondo il Fondo Monetario Internazionale, far pagare i combustibili fossili il loro intero costo, industriale e ambientale, smettendo di sussidiarli e applicando loro una carbon tax pari al danno ambientale, darebbe ai Governi entrate pari a circa il 3,5% del PIL che potrebbero essere usate per abbassare le tasse sui redditi. Eviterebbe da qui al 2030 1,6 milioni di morti premature per inquinamento, senza contare quelle dovute ai cambiamenti climatici che potrebbero essere mitigati dal disincentivo alle energie fossili. La politica mondiale, però, è lastricata di Governi che rischiano la pelle se anche solo accennano a smettere di sussidiare le fossili e ancor più di quelli che preferiscono non provarci neanche.

Se Roma in questo si sta timidissimamente attivando, grazie soprattutto al PNRR che pone una revisione ecologica della fiscalità tra le condizioni del Piano, la sfida è più difficile per Paesi più poveri e con produzione locale di idrocarburi che tradizionalmente vengono ceduti a prezzo politico (a volte addirittura simbolico per quanto basso) trasformandoli in un improprio strumento di welfare, difficilmente rinunciabile se di altro welfare c’è poco o nulla.
Per esempio in Bolivia, Paese in perenne attesa di diventare più ricco come le sue risorse potrebbero consentirgli (sindrome olandese permettendo), dove il recentemente insediato Governo sembra riuscito a ridurre dopo anni il sussidio pubblico ai carburanti. Ma a fronte di sconfitte massicce su altri fronti.

Ce ne parla Stefano Fisco, ingegnere attento agli aspetti anche sociali della transizione energetica e con una solida frequentazione dell’America Latina.

Lo scorso 11 gennaio, a seguito di incessanti proteste popolari, il governo boliviano ha abrogato il Decreto 5503, emanato solo un mese prima e con cui era stata dichiarata l’emergenza economica e sociale. I temi contestati del decreto sono stati essenzialmente due.

Il primo riguardava l’introduzione di un meccanismo accelerato per l’approvazione di progetti energetici e minerari senza passare dal Parlamento e accusato di comprime le analisi di impatto ambientale.

Il secondo era quella della rimozione dei sussidi ai carburanti, per effetto dei quali, dal 2005 il prezzo di benzina e diesel era bloccato a circa 50 centesimi di dollaro.

Il secondo tema ha catalizzato la partecipazione popolare alle proteste, ma il vero nodo politico è stato il primo.

L’organizzazione Central Obrera Boliviana ha guidato una mobilitazione permanete, bloccando le strade per quasi un mese e opponendosi al decreto nella sua interezza.

Il presidente Paz aveva dichiarato di non voler retrocedere sul decreto, ma le pressioni sociali stavano causando un danno economico gravissimo.

Alla fine il Governo ha sostituito il decreto con uno concordato con i sindacati. Vengono cancellate praticamente tutte le novità che erano state introdotte, tranne quella dell’aumento dei prezzi dei carburanti. I sindacati si dicono soddisfatti e il governo è tornato ad avere il controllo.

Ma l'abrogazione del 5503 mette solo in pausa un posizionamento necessario del governo. Sulle enormi riserve boliviane di litio e gas si concentrano sia le aspettative degli investitori internazionali che le paure della popolazione civile.

Grazie a Stefano Fisco, qui sotto il link al suo blog dedicato in buona parte all’America Latina e alla sua transizione energetica.


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mercoledì 28 gennaio 2026

Costo dell'energia negli USA (Puntata 705 in onda il 27/1/26)

Questa puntata si può ascoltare qui.

Illustrazione di Paolo Ghelfi

Benvenuti alla puntata 705 di Derrick. Sulla scia dell’ultima volta, in cui avevamo parlato della moda dell’”affordability”, vorrei declinare la questione sull’energia e sugli Stati Uniti, alla luce di due articoli interessanti, uno di José Roca su El periodico de la energia, un altro da un recente rapporto Reuters.

Il primo affronta una questione sempre più discussa anche da noi: la prospettiva che i nuovi consumi dei datacenter possano contribuire con il loro accaparramento di energia ad aumentarne il prezzo. L’amministrazione USA sta correndo ai ripari prevedendo norme che impongano a questi consumatori di procurarsi in qualche modo da sé l’energia finanziando impianti ad hoc e contrattualizzandone la produzione nel lungo periodo. Una cosa sempre più comune tra i grandi consumatori anche da noi, sebbene in forma spontanea, con contratti di lungo periodo che nel settore si chiamano PPA, power purchase agreement.

Contratti di questo tipo sono importanti perché danno una visibilità anticipata del costo dell’energia e, per imprese per le quali esso è decisivo, permettono di impostare un business su binari di sostenibilità economica fin dall’inizio, e quindi facilitarne il finanziamento.

Tuttavia mi sembra un po’ ingenuo pensare che imporre ai datacenter di approvvigionare energia così possa isolare l’effetto della loro domanda dal mercato energetico complessivo. Se infatti l’energia è un bene – come quasi tutti – scarso è perché sono scarse (cioè richiedono la rinuncia a usi alternativi) le risorse che servono a produrla. Le fonti fossili lo sono certamente, ma nemmeno le fonti rinnovabili sono illimitate nel momento in cui servono luoghi, materiali specifici o hardware per realizzarle. Se davvero andiamo (e sottolineo il se) verso una richiesta elettrica molto più alta nel mondo dell’intelligenza artificiale e del nuovo boom informatico, non sarà mantenendo separati i binari di approvvigionamento che si eviterà maggiore concorrenza per la risorsa.

Nel caso americano, altre politiche in corso potrebbero peggiorare le cose riguardo al costo dell’energia. Il protezionismo in generale, che aumenta i costi di quasi tutte le filiere per i clienti americani, ma anche la strategia trumpiana di imporre all’estero l’acquisto di gas statunitense, gas che diventa quindi più scarso e costoso per il mercato interno riflettendosi, come succede in Italia, anche sul prezzo dell’elettricità. Infine gli attacchi all’indipendenza della banca centrale che minano la credibilità di un’inflazione contenuta.

Nello stesso tempo è interessante vedere come negli USA la retorica trumpiana non sembra per ora mutare le tendenze di dieta energetica del Paese: Reuters riporta anche nel 2025 una crescita vigorosa delle fonti rinnovabili, con il fotovoltaico più che quintuplicato in dieci anni benché ancora indietro rispetto all’Europa. Vedremo se l’effetto-Trump si osserverà nel 2026.

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martedì 20 gennaio 2026

Affordability (Puntata 704 in onda il 20/1/26)

Illustrazione di Paolo Ghelfi
Questa puntata si può ascoltare qui.

Succede anche a voi di realizzare che c’è una nuova moda espressiva, e quindi culturale, o ideologica, troppo tardi per identificare il momento in cui è iniziata? Come un rumore di fondo che cresce, un fastidio latente che diventa esplicito solo dopo un po’.

Uno di questi rumori è quello dell”affordability”, scusate il termine inglese ma viene usato spesso anche quando se ne parla da noi. Del resto non credo ci sia una parola nostra che traduca esattamente. Direi che l’affordability è la caratteristica di un bene (di solito un bene considerato primario) di avere un prezzo per cui è ragionevole che una persona di reddito normale, o magari modesto, riesca ad acquistarne quanto le basta.

Un articolo del Wall Street Journal del 16 gennaio 2026 (apprezzerete spero che non cito per una volta l’Economist, ma devo anche ammettere che l’Economist ha già coperto il tema in modo estensivo e intelligente) dà conto dell’esperimento dei tre autori (Jared Mitovich, Rachel Wolfe e Patrick Thomas) nel testare il consiglio della ministra USA dell’agricoltura, Brooke Rollins, che dopo un’operazione di ricerca e ottimizzazione affidata ai suoi collaboratori ha indicato ai cittadini che si può fare un pasto nutrizionalmente completo per soli 3$. La razione comprende pollo, tortilla di mais e broccoli. Sul Journal c’è la foto del piatto. Ebbene, i tre giornalisti in diversi luoghi degli Stati Uniti sono effettivamente riusciti con un po’ d’impegno a fare la spesa per mettere insieme le razioni a quel prezzo (ma a patto di approvvigionarne più di una alla volta, perché i tagli minimi delle confezioni di cibo USA sono difficilmente monoporzione, e sostituendo in un caso il mais con il grano). E temo a patto di ignorare i costi di preparazione.

Ma non dilunghiamoci su questo. Il mio punto è: c’è qualcosa di più paternalista di un ministro che ti dice cosa devi mettere nel carrello per risparmiare? Qualcosa di più lontano dal mito americano di permettere l’emancipazione grazie a libertà, opportunità e autodeterminazione?

La butto lì: il passo tra i consigli della Rollins e le tessere annonarie è più breve di quel che sembri di primo acchito.

Ma nemmeno noi europei siamo lontani da questo atteggiamento, anzi. La moda di declinare la povertà in modo merceologico va a parare proprio lì. La carta anziani per fare la spesa (c’è ancora? Si chiama così?) idem. Io mi occupo di energia da trent’anni, ma è solo relativamente recente il concetto di “povertà energetica”, concetto ormai sistematizzato fin dalle norme UE.

Prima c’era la povertà e basta. Adesso ci sono quelle specifiche, il che implica che qualcuno abbia misurato per noi quanto di un certo bene dovremmo poter consumare.

Ma sì, certo, è a fin di bene, almeno dichiaratamente. Eppure io vorrei che i Governi e il legislatore su questo si facessero gli affari loro. Letteralmente dico, vorrei che si occupassero di gestire in modo efficace le istituzioni, compresa la giustizia e la vigilanza antitrust, il controllo della qualità dell’ambiente e delle merci, l’evasione fiscale, che facessero col gettito fiscale spese e investimenti intelligenti in modo da aumentare le chance dell’economia nel suo complesso di essere ricca e sana, e le mie di avere un buon potere d’acquisto. Poi come lo spendo, saranno anche cavoli miei o no? Tra l’altro il concetto complessivo di povertà già c’è, condiviso credo internazionalmente, perché declinarlo ulteriormente?

Io per esempio energeticamente sono non deprivato: peggio, sono monacalmente frugale. A casa mia ho tolto il gas e consumo anche poca elettricità, fa un freddo cane e infatti d’inverno non mi viene a trovare più nessuno. Amen, se il mio potere d’acquisto lo voglio spendere così saranno fatti miei?

Lo ridico in modo forse leggermente meno cialtrone: se tu politica fai provvedimenti per assicurarmi determinati consumi per singolo comparto, è banale dimostrare che mi rendi meno felice che assicurandomi complessivamente il reddito che ritieni sufficiente a evitare tutte le singole povertà che declini. Detto in altro modo ancora: se mi devi fare un regalo non darmi un voucher di questo o di quello, dammi i soldi, ché sono ancora capace di decidere io la mia dieta di consumo.


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