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| Illustrazione di Paolo Ghelfi |
Questa puntata si può ascoltare qui.
Ho sempre fatto fatica e contrastare l’istinto di fuggire da conversazioni già sentite mille volte e apparentemente senza evoluzioni. Una è la puntuale evocazione di imposte patrimoniali come risposta all’iniquità del fisco, sempre dimenticando che in Italia le patrimoniali già ci sono, ma sono disegnate male e addirittura con effetti regressivi anziché a favore della redistribuzione. Sulle attività finanziarie la patrimoniale c’è, nella forma di prelievo proporzionale ai patrimoni, ma il fatto che si chiami furbescamente “bollo” evidentemente basta a sviare l’attenzione. La patrimoniale che manca invece è quella sulla casa di residenza, indipendentemente dal suo valore, una distorsione difesa da anni dalle forze di Governo e d’opposizione sulla base della solita lagna apodittica sulla prima casa di proprietà sacra (più sacra evidentemente di quella presa in affitto). Un’altra patrimoniale poco incisiva da noi è l’imposta di successione, considerata dagli economisti una delle più sensate per redistribuire patrimoni e opportunità tra generazioni, anche se spesso eludibile attraverso operazioni più facili proprio per i più ricchi.Io guarderei però soprattutto all’iniquità delle imposte sui
redditi. L’estensione di quella sostitutiva al 15% alle partite IVA fino a
100mila Euro mi sembra degna di nota, visto che chi invece paga l’IRPEF sborserà
il 43% già da 55 mila Euro di reddito (oggi addirittura 50 come determinato in
precedenza da questo Governo).
Se la differenza di trattamento poteva essere inizialmente motivata
dalla rinuncia alle detrazioni che il regime forfettario implica, oggi le
stesse detrazioni sono state falcidiate anche sul lavoro dipendente a partire
dai redditi medi (sempre per precedenti leggi di bilancio di questo Governo).
Infine il dirigismo che ormai dilaga. Si chiede alle banche
di pagare un’imposta extra. Di primo acchito posso capirlo, così come lo
capirei rispetto alle aziende integrate nel settore delle energie fossili coi
ritorni alle stelle che l’ennesima crisi regala loro. Ma il mio sospetto è che
il conto in realtà arrivi comunque ai consumatori. Abbiamo parlato qualche puntata
fa di quanto la concorrenza tra le banche nei servizi ai risparmiatori lasci a
desiderare. Quanto è credibile che uno Stato che chiede loro contributi
straordinari con accordi bilaterali politici eserciti poi la sua funzione di
garante dei diritti dei loro clienti-consumatori? Finché si permette (anche grazie
a barriere di fatto alla concorrenza) di remunerare a tasso zero i conti
correnti con un’inflazione al 5, forse pagare un po’ di pizzo allo Stato, per
le banche è in realtà un affare.
Link
- La puntata citata sulle banche: https://derrickenergia.blogspot.com/2026/09/banche-e-concorrenza-puntata-736-in.html


