| Illustrazione di Paolo Ghelfi |
L'audio della puntata è qui.
Grazie Alfredo Spalla.
Tutte le puntate di Derrick sul carbone, in ordine anticronologico, sono qui.
| Illustrazione di Paolo Ghelfi |
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| Illustrazione di Paolo Ghelfi |
Preparando questa puntata mi sono subito accorto di essermi messo in un pasticcio più faticoso di quanto pensassi.
Parliamo di infrastrutture per la mobilità ciclistica nelle
coste dell’Italia continentale, tentando un confronto tra Tirreno e Adriatico. Userò
anche la mia esperienza, che nell’Adriatico copre quasi interamente la tratta da
Milano Marittima a Barletta e da Brindisi a Marina di Lecce, e sulla riva
opposta da Savona a Genova e vari tratti in Toscana e Lazio.
Quantificare la parte di costa percorribile in ciclabili è
più difficile di quanto si possa pensare, per diversi motivi.
Uno: perché dipende dalla disponibilità a seguire sempre o
quasi sempre la costa anche quando ci sono penisole impegnative (il Gargano,
per esempio, se fatto tutto sulla costa aggiunge quasi 200 km e paradossalmente
aumenta il tratto su strade automobilistiche trafficate, ci sono passato solo
un mese fa. Situazione simile – ma non l’ho testato in bici – nello splendido
Cilento).
Due: perché dipende da cosa s’intende per pista ciclabile.
Un sentiero lo è? Fino a che livello di difficoltà? Quanto consideriamo la bici
un mezzo di trasporto e quanto uno strumento per cimentarsi in piccole imprese
sportive o d’avventura inoltrandosi nelle diverse are protette delle due coste?
(Per esempio il pur piatto Polesine, il monte Conero a Sud di Ancona, la
riserva naturale di Punta Aderci a Vasto, la lunga striscia di terra della riserva
del lago di Lesina nel foggiano, resa impervia dalla sabbia e dove – esperienza
personale – avere poca acqua ed esaurire i ricambi per gli pneumatici può
mettere in seria difficoltà ed è improbabile incrociare anima viva sull’intero
percorso. Sul Tirreno, le Cinque Terre con solo una parte di percorso ciclabile
costiero agibile costringono a notevoli dislivelli per prendere e abbandonare
le strade montane, la riserva tra Populonia e Piombino e ancora di più il parco
naturale della Maremma sono meravigliose ma impegnative, e la seconda presenta irritanti
restrizioni di accesso. La disponibilità a trasformare il percorso in un
trekking per mountain bike lo modifica molto in termini di tempo, impegno e
proporzioni tra tipi di superfici.
Tre: sembra forse strano, ma non ci sono fonti complessive ufficiali
sulle ciclabili italiane. Del resto si tratta di progetti spesso di competenza
locale. I numeri che riporterò sono in larga parte il risultato di simulazioni
con il software di navigazione Komoot e, quando possibile, della mia
esperienza.
Visto che ho già finito il tempo per la prima puntata vi lascio
anticipando che come sospettavo l’Adriatico batte il Tirreno in termini di
copertura ciclabile. Muggia-Otranto (sempre con le variabilità di cui sopra) è
più breve di quasi 300 km rispetto a Imperia-Reggio Calabria, eppure ha circa 100
km in più di percorso su ciclovia rispetto ai circa 300 del Tirreno, dove peraltro
l’infrastruttura è quasi tutta in Liguria e Toscana del Nord, più qualcosa nel
litorale romano e salernitano e brevi tratti urbani altrove.
Puntata 732
Questa puntata si può ascoltare qui.
Abbiamo visto l’altra volta che il versante Ovest e più lungo ma con meno ciclovie, e questo si deve forse al fatto che la costa di ponente è leggermente meno urbanizzata di quella adriatica, perlomeno da sotto la Versilia a Roma, e che è anche più accidentata e con maggiore presenza di aree protette all’interno delle quali non ci sono com’è giusto ciclabili di asfalto o cemento.
Ha però senso che ci siano passerelle ciclopedonali a permettere di attraversare le aree protette valicando
i fiumi, e sono felice di ricevere la notizia che è appena stato inaugurato (18 luglio 2026) un ponte ciclopedonale sull'Arno a valle di Pisa nei pressi di Cascine Nuove, ancora all'interno del parco di San Rossore. Lo ha scritto proprio qui sui commenti del blog Andrea Porchera, direttore dell'Ente Parco regionale Migliarino San Rossore Massaciuccoli. Una bellissima notizia che ringrazio Porchera di aver voluto segnalare.
Salvo altre ottime notizie, i fiumi sono ancora una barriera più a Sud nel bel parco della Maremma: non si può
attraversarlo stando sulla costa, perché a Nord non c’è ponte
sull’Ombrone e a Sud diventa piuttosto accidentato verso Talamone. C’è
però a Sud di Alberese, ma non l’ho provata, una sterrata al confine del
parco parallela all’Aurelia che dovrebbe essere percorribile, ingresso al parco
permettendo, ma siamo a chilometri di distanza dal mare.
E proprio la maledetta Aurelia è il problema delle bici sul
Tirreno, Aurelia che da sud di Livorno a Tarquinia fa anche le veci di
autostrada ed è spiacevolissima da percorrere in bici anche nei tratti in cui è
legale farlo, alcuni dei quali inevitabili.
Sull’Adriatico, un problema simile all’Aurelia c’è quasi solo
tra Venezia e Ravenna, ed è la Statale 309 Romea, che però si può evitare prima
stando sulle isole oblunghe veneziane ricorrendo ai traghetti per valicare i
varchi lagunari fino ad approdare a Chioggia da Jesolo, e poi avventurandosi
lungamente e con percorsi tortuosi sul delta del Po tra argini di canali, ponti
di barche e zanzare.
Poi da Ravenna a Ortona, quindi lungo più o meno un quarto
d’Italia, la costa adriatica è perlopiù un’unica città costiera-balneare
interrotta da qualche estuario – solo alcuni già dotati di ponti ciclopedonali –
qualche insediamento industriale e rari promontori come il monte San Bartolo
tra Gabicce e Pesaro, il Conero subito a Sud di Ancona e Punta Aderci nei
pressi di Vasto. Fuori da questi, quasi sempre ci sono ciclabili pianeggianti,
spesso a uso ibrido pedonale sui lungomare e quindi, soprattutto in estate,
lente e più ad uso di passeggianti e bagnanti che adatte a cicloturisti
frettolosi. Ma a patto di aver pazienza ci si può quasi dimenticare la statale
adriatica.
Orribili eccezioni sono tra Fano e Torrette di Fano, dove
prima un campeggio e poi una sciagurata pianificazione urbana che ha permesso
negli anni del boom palazzi sulla spiaggia togliendo spazio a qualunque
percorso sul mare (ne parlai in una puntata specifica della serie camminate
impossibili, link sotto) costringono alla statale, così come a Nord di
Termoli per lo stesso motivo la nuova ciclabile, che ho visto in costruzione un
paio d’anni fa, è tra statale e monte, e non sul mare.
Altro punto critico è poco più in basso tra Molise e Puglia:
tra Campomarino e Lésina, dove per almeno 15 chilometri c’è solo l’Adriatica a
ridosso del mare nascosto da boscaglia forse acquitrinosa, senza insediamenti,
e l’unica ombra nell’interminabile rovente rettilineo sono gli ombrelloni di
sparute prostitute i cui saluti hanno scandito il mio transito recente sotto un
sole implacabile. Una volta a Lésina, poi, ci si può avventurare tra mare e
lago (non facile, lo accennavo la volta scorsa) oppure proseguire verso Sud
tagliando il Gargano con la nuovissima ciclabile fino a Manfredonia, che non
vedo l’ora di provare.
Link
| Illustrazione di Paolo Ghelfi |
Ceres è un programma della NASA che sta per Clouds and the Earth’s Radiant Energy System
che studia attraverso i satelliti il comportamento della Terra riguardo al
bilancio tra energia che riceve dai raggi solari, visibili e infrarossi, e
quella che riflette. Sembra incredibile, ma nell’era del populismo, di politici
o commentatori, perfino quelli a parole progressisti o pro-scienza, che
liquidano il tema con tautologie tipo “Il clima è sempre cambiato”, esistono
ancora anche in America istituzioni scientifiche che usano criteri rigorosi per
studiarlo e aiutare le decisioni dei Governi.
La questione del bilancio energetico della Terra è cruciale
per capirne e prevederne il riscaldamento, e, se ci è ragionevolmente chiaro
come la concentrazione di gas-serra provoca l’effetto-serra che fa liberare la
Terra di meno calore, gli attuali strumenti di calcolo anche dell’IPCC,
l’organo Onu che a Ginevra monitora il clima, sembra sottostimino altre cause
del crescente assorbimento di calore. La maggior parte di queste, ahinoi, sono effetti
secondari del riscaldamento stesso.
Parla del tema un lungo articolo divulgativo dell’Economist
il cui link metto sul blog e cui m’ispiro oggi.
Albedo è il termine, immagino dal latino albus, con cui ci
riferiamo alla capacità di una superficie di riflettere la luce, e viene usato
più in generale per parlare di quanta energia (in ultima analisi: calore) la
Terra riesce a far rimbalzare fuori. Oltre all’effetto-serra già menzionato, ci
sono altre caratteristiche dell’atmosfera che rilevano, tra cui il tipo e
l’intensità delle nuvole – che a loro volta cambiano con il clima – e la
limpidezza dell’aria, che aumenta il calore ricevuto. La limpidezza è un
aspetto particolarmente demoralizzante perché è un caso (per fortuna l’unico
che mi viene in mentre tra tanti virtuosi) in cui politiche ambientali di
successo – istituite per motivi diversi dal clima, nella fattispecie la
salubrità dell’aria e delle piogge – potrebbero avere un effetto negativo sul
clima. Per esempio: le emissioni di zolfo che abbiamo ridotto con successo da
industrie, motori di navi e altri veicoli hanno la proprietà di schermare la
luce in arrivo, così come ce l’hanno le polveri di emissioni vulcaniche che
nella storia della Terra hanno generato eventi di freddo eccezionale.
Altro effetto più ovvio e meramente ottico è che venendo
meno i ghiacci la terra diventa più scura e assorbe più calore, esattamente per
lo stesso meccanismo che rende un’auto bianca più efficiente in termini di
fabbisogno di raffrescamento. È un tema rilevante anche per l’adattamento
cittadino. Non ci vogliono studi per capire che un prato coperto a bitume
assorbirà più calore. Ma ci vuole cultura popolare per riconoscere chi ho
appena citato (fatemelo sapere per favore).
Dove va il maggior calore che resta sul pianeta? Per la
stragrande maggioranza negli oceani, la cui immensa inerzia termica da un lato ha
ritardato gli effetti sulle terre emerse, dall’altro li renderà più persistenti
quand’anche troveremo una soluzione. Un programma internazionale chiamato Argo
sta studiando le dimensioni del riscaldamento dei mari con migliaia di sonde
galleggianti negli oceani.