| Illustrazione di Paolo Ghelfi |
Ceres è un programma della NASA che sta per Clouds and the Earth’s Radiant Energy System
che studia attraverso i satelliti il comportamento della Terra riguardo al
bilancio tra energia che riceve dai raggi solari, visibili e infrarossi, e
quella che riflette. Sembra incredibile, ma nell’era del populismo, di politici
o commentatori, perfino quelli a parole progressisti o pro-scienza, che
liquidano il tema con tautologie tipo “Il clima è sempre cambiato”, esistono
ancora anche in America istituzioni scientifiche che usano criteri rigorosi per
studiarlo e aiutare le decisioni dei Governi.
La questione del bilancio energetico della Terra è cruciale
per capirne e prevederne il riscaldamento, e, se ci è ragionevolmente chiaro
come la concentrazione di gas-serra provoca l’effetto-serra che fa liberare la
Terra di meno calore, gli attuali strumenti di calcolo anche dell’IPCC,
l’organo Onu che a Ginevra monitora il clima, sembra sottostimino altre cause
del crescente assorbimento di calore. La maggior parte di queste, ahinoi, sono effetti
secondari del riscaldamento stesso.
Parla del tema un lungo articolo divulgativo dell’Economist
il cui link metto sul blog e cui m’ispiro oggi.
Albedo è il termine, immagino dal latino albus, con cui ci
riferiamo alla capacità di una superficie di riflettere la luce, e viene usato
più in generale per parlare di quanta energia (in ultima analisi: calore) la
Terra riesce a far rimbalzare fuori. Oltre all’effetto-serra già menzionato, ci
sono altre caratteristiche dell’atmosfera che rilevano, tra cui il tipo e
l’intensità delle nuvole – che a loro volta cambiano con il clima – e la
limpidezza dell’aria, che aumenta il calore ricevuto. La limpidezza è un
aspetto particolarmente demoralizzante perché è un caso (per fortuna l’unico
che mi viene in mentre tra tanti virtuosi) in cui politiche ambientali di
successo – istituite per motivi diversi dal clima, nella fattispecie la
salubrità dell’aria e delle piogge – potrebbero avere un effetto negativo sul
clima. Per esempio: le emissioni di zolfo che abbiamo ridotto con successo da
industrie, motori di navi e altri veicoli hanno la proprietà di schermare la
luce in arrivo, così come ce l’hanno le polveri di emissioni vulcaniche che
nella storia della Terra hanno generato eventi di freddo eccezionale.
Altro effetto più ovvio e meramente ottico è che venendo
meno i ghiacci la terra diventa più scura e assorbe più calore, esattamente per
lo stesso meccanismo che rende un’auto bianca più efficiente in termini di
fabbisogno di raffrescamento. È un tema rilevante anche per l’adattamento
cittadino. Non ci vogliono studi per capire che un prato coperto a bitume
assorbirà più calore. Ma ci vuole cultura popolare per riconoscere chi ho
appena citato (fatemelo sapere per favore).
Dove va il maggior calore che resta sul pianeta? Per la
stragrande maggioranza negli oceani, la cui immensa inerzia termica da un lato ha
ritardato gli effetti sulle terre emerse, dall’altro li renderà più persistenti
quand’anche troveremo una soluzione. Un programma internazionale chiamato Argo
sta studiando le dimensioni del riscaldamento dei mari con migliaia di sonde
galleggianti negli oceani.
- L'articolo citato sull'Economist: https://www.economist.com/science-and-technology/2026/07/15/the-rate-at-which-earth-is-absorbing-energy-is-alarming-scientists