domenica 1 novembre 2026

Legge di bilancio 2027 (Puntata 743 in onda 1/11/26)

Illustrazione di Paolo Ghelfi

Questa puntata si può ascoltare qui.

Ho sempre fatto fatica e contrastare l’istinto di fuggire da conversazioni già sentite mille volte e apparentemente senza evoluzioni. Una è la puntuale evocazione di imposte patrimoniali come risposta all’iniquità del fisco, sempre dimenticando che in Italia le patrimoniali già ci sono, ma sono disegnate male e addirittura con effetti regressivi anziché a favore della redistribuzione. Sulle attività finanziarie la patrimoniale c’è, nella forma di prelievo proporzionale ai patrimoni, ma il fatto che si chiami furbescamente “bollo”  evidentemente basta a sviare l’attenzione. La patrimoniale che manca invece è quella sulla casa di residenza, indipendentemente dal suo valore, una distorsione difesa da anni dalle forze di Governo e d’opposizione sulla base della solita lagna apodittica sulla prima casa di proprietà sacra (più sacra evidentemente di quella presa in affitto). Un’altra patrimoniale poco incisiva da noi è l’imposta di successione, considerata dagli economisti una delle più sensate per redistribuire patrimoni e opportunità tra generazioni, anche se spesso eludibile attraverso operazioni più facili proprio per i più ricchi.

Io guarderei però soprattutto all’iniquità delle imposte sui redditi. L’estensione di quella sostitutiva al 15% alle partite IVA fino a 100mila Euro mi sembra degna di nota, visto che chi invece paga l’IRPEF sborserà il 43% già da 55 mila Euro di reddito (oggi addirittura 50 come determinato in precedenza da questo Governo).

Se la differenza di trattamento poteva essere inizialmente motivata dalla rinuncia alle detrazioni che il regime forfettario implica, oggi le stesse detrazioni sono state falcidiate anche sul lavoro dipendente a partire dai redditi medi (sempre per precedenti leggi di bilancio di questo Governo).

Infine il dirigismo che ormai dilaga. Si chiede alle banche di pagare un’imposta extra. Di primo acchito posso capirlo, così come lo capirei rispetto alle aziende integrate nel settore delle energie fossili coi ritorni alle stelle che l’ennesima crisi regala loro. Ma il mio sospetto è che il conto in realtà arrivi comunque ai consumatori. Abbiamo parlato qualche puntata fa di quanto la concorrenza tra le banche nei servizi ai risparmiatori lasci a desiderare. Quanto è credibile che uno Stato che chiede loro contributi straordinari con accordi bilaterali politici eserciti poi la sua funzione di garante dei diritti dei loro clienti-consumatori? Finché si permette (anche grazie a barriere di fatto alla concorrenza) di remunerare a tasso zero i conti correnti con un’inflazione al 5, forse pagare un po’ di pizzo allo Stato, per le banche è in realtà un affare.

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domenica 25 ottobre 2026

Scenari gas (Puntata 742 in onda il 25/10/26)

Illustrazione di Paolo Ghelfi
Questa puntata si può ascoltare qui.

Snam e Terna sono le due aziende regolate che sviluppano e gestiscono rispettivamente gran parte della rete ad alta pressione del gas in Italia e tutta quella ad alta tensione elettrica (sto semplificando). Come previsto dalle regole, le due organizzazioni redigono insieme periodicamente scenari sulle prospettive italiane dell’energia, che diventano poi la base per proporre i piani di sviluppo delle reti.

L’ultimo documento di descrizione degli scenari, così si chiama, stupisce per un dato: la previsione al 2030 di consumi di gas in Italia quasi immutati rispetto a quelli attuali (62,3 miliardi di metri cubi contro i 63,4 del 2025), pur con un calo sensibile del consumo di gas previsto per la generazione elettrica.

Quest’ultimo un calo ovvio, visto che in Italia ogni anno abbiamo installato circa 7 GW di nuovi impianti di produzione elettrica da fonti rinnovabili negli ultimi 3 anni, con prospettive di incremento in reazione all’ennesima crisi del gas, e che l’energia prodotta dalle rinnovabili non può che scalzare quella da gas, avendo costi variabili pressoché nulli.

Ma se il consumo termoelettrico di gas cala, evidentemente Snam e Terna ne vedono un aumento in altri comparti, in particolare quello civile, cioè domestico, per riscaldamento, acqua calda e cucina, pur in un contesto dove chi ristruttura casa o grandi edifici residenziali perlopiù abbandona gli impianti a gas a favore di pompe di calore e cucine a induzione che sono più efficienti e salubri, e lo stesso fanno in modo crescente i consumatori industriali per la generazione di calore soprattutto a bassa e media temperatura in settori come l’alimentare, il cartario, il tessile.

Dunque i gestori delle reti energetiche prevedono un’inversione della tendenza all’elettrificazione dei consumi, alla faccia della strategia italiana e dei trend europei e non solo.

Ora, se è vero che le pompe di calore di recente in Europa sono cresciute meno, è anche vero che nuove regole sugli edifici sono in arrivo per stimolarle e che immaginare un riflusso verso il gas significa non solo scommettere contro le politiche, ma anche a mio avviso contro il verosimile.

Al convegno NetZeroMilan 2026, il 20 ottobre scorso, Livio Desantoli, membro del collegio dell’Autorità per l’Energia, ha stigmatizzato questa incoerenza, come ha scritto Giulio Meneghello di QualEnergia in un articolo di cui metto il link sul blog Derrick Energia.

Gli azionisti dei gestori delle reti del gas hanno interesse a ritorni economici più alti possibile e quindi a proporre scenari che giustifichino investimenti anche sul gas, ma questi scenari dovrebbero credo o essere coerenti con le politiche pubbliche, oppure generare un confronto anch’esso politico e trasparente per risolvere l’incoerenza.

Nel Regno Unito, la predisposizione di scenari e la pianificazione delle reti è stata recentemente separata dalla loro gestione e sviluppo, riportandola sotto il diretto controllo del Governo. L’esperienza dei prossimi anni ci permetterà di valutarne gli effetti.


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sabato 17 ottobre 2026

Plutonio (Puntata 741 in onda il 18/10/26)

Illustrazione di Paolo Ghelfi
Questa puntata si può ascoltare qui.

Ero a Milano l’altra mattina presto e camminavo nel quartiere Città Studi per raggiungere una linea di metro non vicinissima all’hotel e dirigermi a un appuntamento di lavoro.

Avevo bevuto in stanza un succo di frutta da un barattolino di vetro e mi scocciava buttarlo nel secchio indifferenziato del bagno, né mi sembrava verosimile che il personale di pulizia si prendesse la briga di smaltirlo separatamente, così sono uscito col mio zainetto e il barattolino di vetro in mano.

Ma già dopo qualche isolato mi sono reso conto che a differenza di Roma (dove nei quartieri residenziali c’è un agglomerato di mefitici cassonetti differenziati ogni 200 metri almeno) a Milano non ci sono, perché evidentemente la raccolta è fatta porta a porta con la collaborazione di condomini ed esercizi commerciali. In corrispondenza di bar e ristoranti vedevo infatti piccoli contenitori privati in ostensione, ma solo di umido e carta. Si vede che era il giorno della carta e non del vetro.

In realtà in molti paesi NON esistono proprio i cestini per strada (vedi Corea e soprattutto Taiwan) – nota il coautore e insostituibile illustratore di Derrick Paolo Ghelfi - le persone devono perciò portarsi a casa (o in albergo) i rifiuti o consegnarli nei negozi che sono obbligati a gestire anche le confezioni vuote.

Tornando a me, dopo aver camminato ancora invano ho notato il signore di un bar tirare fuori uno dei contenitori della carta e gli ho chiesto dove potessi buttare il vetro. Mi ha guardato accigliato e detto che non poteva aiutarmi. Manco avessi avuto in mano una cartuccia di plutonio. Cosa mi veniva in mente di girare con quella roba? Che me la vedessi da solo. Aria.

Più camminavo, più disperavo, ma meno avrei accettato la sconfitta di gettare il plutonio in un cestino generico, dopo tutto l’impegno per evitarlo fino a lì. Sentivo già le radiazioni ionizzanti sul polso e poi su per l’avambraccio.

Poi in via Plinio ho adocchiato due signori che chiacchieravano nei pressi del cancello di una corte interna. Mi sono avvicinato mostrando la cartuccia con aria di contrizione e spiegando che non sapevo come sbarazzarmene. Il tizio ha fatto una risata e mi ha invitato a entrare: avrei trovato nel cortile sotto ai balconi i vari cassonetti condominiali compreso quello del vetro. E così è stato. Meno male.

Se la cosa si fosse protratta avrei rischiato di fare tardi al mio appuntamento.

Invece tutto bene. Alla metro, fermata Lima, ho strisciato il mio biglietto mentre alcuni ragazzi affianco si esibivano in metodi atletici per varcare la porta automatica senza pagare: salti in alto aiutandosi con le braccia oppure vera e propria effrazione di violenza dopo essersi inseriti di lato in fase di chiusura come piedi di porco umani.

Un addetto ATM osservava impassibile con la coda dell’occhio.

Impeccabile per equità di genere, una voce diffusa metteva in guardia contro “borseggiatrici e borseggiatori”.