sabato 18 aprile 2026

Viaggio a Hong Kong, Macau, Cambogia (Puntate 714-716 in onda il 31 marzo, 7 e 14 aprile 2026)

Hong Kong (in primo piano grattacieli dell'isola
e dietro la zona di terraferma di Kowloon)

Dopo alcuni giorni a Hong Kong, mi sono spostato in bus a Macau.

Largo do senado a Macau


Macau, provincia autonomia cinese, è un'ex colonia portoghese dove la lingua lusitana è ancora una delle due ufficiali, anche se ormai pochissimo parlata.





Raggiunto da Macau in aliscafo l'aeroporto di Shenzhen, in Cina, sono volato a Pnom Penh, la capitale della Cambogia, provando per la prima volta il nuovissimo (e troppo grande) aeroporto  a sud della città.

Tempio Baphuon



Da lì via terra ho raggiunto Batambang e Siem Reap, la base per l'esplorazione dei templi della civiltà Khmer.



Il bus con letti a castello Pakse-Vientiane



In bus mi sono poi portato a Pakse, in Laos, attraversando la frontiera non lontano dal Mekong nel NordEst della Cambogia.



Tham Pha Nya Inh
Da Pakse ancora un intero giorno di bus per arrivare a Tahkhek, sempre sul Mekong, dove mi sono fermato tre notti per esplorare i dintorni in moto, lungo la trafficata strada verso il Vietnam.



Sono infine enrato in Tailandia percorrendo il "3° ponte dell'amicizia" tra Laos e Tailandia fino a Nakhon Phanom.

Brevi video dai miei viaggi, incluso questo, sono qui.

martedì 24 marzo 2026

A che punto è la crisi (Puntata 713 in onda il 24/3/26)

Illustrazione di Paolo Ghelfi
Questa puntata si può ascoltare qui.

Che ci crediate o no, inizio a scrivere questa puntata di Derrick piuttosto vicino al neofamigerato stretto di Hormuz, nell’aeroporto di Abu Dhabi, e continuo a bordo di un grande vecchiotto e semivuoto Boeing 777 diretto a Hong Kong, che anziché buttarsi sul Golfo come da rotta più razionale se ne sta entro costa lungo l’Oman prima di virare finalmente a Est nell’Oceano Indiano.

Siccome Derrick viene scritto nel weekend che precede la messa in onda, non ha senso che insegua i dettagli di cronaca della nuova crisi di petrolio e gas, mentre forse lo ha provare a metterla in prospettiva e confrontarla con quella precedente accaduta dopo l’invasione dell’Ucraina nel ’22. Allora i contratti future del gas nella borsa olandese schizzarono furiosamente fino a toccare addirittura i 350 €/MWh per poi stabilizzarsi a livelli di circa un decimo del picco.

Oggi, almeno mentre scrivo, non vediamo simili numeri, eppure le notizie suggeriscono che la riduzione dell’offerta di gas potrebbe essere strutturale, visti i danni agli impianti in Qatar riparare i quali secondo il gestore richiederà almeno 3 anni e comporterà momenti di ulteriore riduzione di capacità. Senza considerare la prospettiva che prosegua l’escalation dopo l’attacco israeliano all’impianto petrolifero iraniano di South Pars.

Manco a farlo apposta, tra i mercati di sbocco destinati a subire le conseguenze della ridotta capacità di liquefazione di gas qatarina c’è l’Italia, che evidentemente è fornita con contratti di lungo termine che insistono sugli impianti danneggiati.

E mentre iniziava la resa dei conti sulle infrastrutture energetiche del Golfo, se ne chiudeva forse una a Bruxelles, dove il consiglio Europeo fermava la proposta italiana, austriaca, greca e di paesi dell’Est di sospendere l’applicazione della carbon tax ETS sulla produzione elettrica a gas, aprendo più genericamente a un processo di revisione. La maggioranza degli Stati membri ha detto no sia perché forse crede più del nostro Governo alla necessità di spingere l’economia verso le tecnologie con meno combustione e più elettrificazione, (che poi sono anche quelle della modernità), sia perché dipende dal gas meno di noi.

E in generale, di fronte a un prezzo che raddoppia non è certo abbuonando la carbon tax che si risolve il problema.

Dopo la crisi del 2022 l’Europa in 2 anni ridusse di circa un quinto i consumi di gas, poi risaliti solo parzialmente. Chissà se un secondo shock a così stretto giro farà ancora più effetto. E stavolta non c’è da emanciparsi da un solo fornitore, ma dall’intero mercato ormai globalizzato del gas via nave. Quello stesso mercato il cui principale fornitore, gli USA, fa un sacco di soldi con l’aumento dei prezzi, come ha spiegato Trump forse pensando di essere ascoltato solo dai suoi elettori.


lunedì 16 marzo 2026

Un'altra crisi petrolifera (Puntata 712 in onda il 17/3/26)

Illustrazione di Paolo Ghelfi
Scrivo questa puntata con lo stretto di Hormuz ancora chiuso, i prezzi del petrolio oltre 100 $, il gasolio alle stelle eccetera. Poche ore fa il ministro Urso ha dichiarato che un intervento sulle accise energetiche sarebbe costoso, iniquo perché vantaggioso soprattutto per chi consuma molto indipendentemente dal suo effettivo bisogno, e poco efficace. Non dobbiamo rifare l’errore di Draghi poco dopo l’invasione dell’Ucraina, ha detto Urso. Per me, ha ragione.

Quanto i prezzi dell’energia aumentano con uno shock dipende anche dalla capacità di chi la consuma di ridurre o rimandare una parte dei prelievi, e si tratta di una questione organizzativa, tecnica, ma anche culturale.

Conosco persone che usano l’auto in città per abitudine atavica e non si sono mai degnate nemmeno di provare i mezzi pubblici o la bici. Chi ha l’auto aziendale con il carburante pagato (in parte con le tasse di tutti gli altri) non ha nemmeno interesse a reagire ai prezzi alti. Queste forme di rigidità contribuiscono esse stesse a far salire i prezzi, e colpiscono anche chi ha difficoltà reali a ridurre i consumi.

Nella storia dei primi shock petroliferi anche i Governi occidentali reagivano imponendo risparmi, per esempio le targhe alterne e in generale le limitazioni all’uso dell’auto o del riscaldamento, mentre oggi queste soluzioni si applicano in paesi con reddito più basso o con amministrazioni più autoritarie. Per esempio Thailandia, Bangladesh, India stanno imponendo azioni di risparmio energetico ai cittadini. E fanno bene.

Quando vedo gente che intasa la città in macchina, incapace spesso di camminare anche solo i 500 metri che eviterebbero una sosta abusiva, penso che la benzina costa ancora troppo, troppo poco. Lo stesso penso del GPL alla vista degli odiosi funghi a bombola con cui i dehor di bar e ristoranti invitano il pubblico a sedersi fuori anche in inverno.

L’Europa, comunque, al momento non corre il rischio di rimanere a secco.

Cosa che invece sta succedendo a Cuba già da prima della guerra in medio oriente. Un articolo di una decina di giorni fa dell’Economist racconta la situazione nell’isola ormai piegata dalla povertà e ora priva ora anche del petrolio venezuelano, dove il razionamento energetico impedisce anche l’ossigeno economico del turismo.

Nel disastro, a Cuba si nota un fenomeno razionale e incoraggiante: la diffusione del fotovoltaico e delle batterie per emanciparsi dall’elettricità discontinua della rete, le cui centrali termoelettriche non hanno carburante.

Dove non passa il petrolio venezuelano, evidentemente passano i pannelli cinesi. Chissà se un po’ di razionamento farebbe bene anche a noi.


Link