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martedì 28 ottobre 2025

Pasticcio al carbone (Puntata 692 in onda il 28/10/25)

Illustrazione di Paolo Ghelfi
(riutilizzata, perché l'autore
batte la fiacca ultimamente)
Questa puntata si può ascoltare qui.

Torniamo sulla retromarcia del Governo sulla chiusura degli impianti di produzione elettrica a carbone che sarebbe invece prevista alla fine di quest’anno in Italia dalla strategia energetica e dal piano per il clima.

Il ministro Pichetto ha addirittura dichiarato al recente convegno di AIGET (associazione grossisti e trader di energia) che non darà mai l’ordine di chiudere le poche restanti centrali, riferendosi al fatto che il Governo deve autorizzare le disconnessioni di impianti elettrici rilevanti, sentito il parere di Terna, il gestore della rete di trasmissione nazionale.

Il ministro ha anche ammesso che c’è in corso una negoziazione tra Enel (che gestisce tre delle centrali ancora operative) su quanto l’azienda dovrebbe essere remunerata per lasciare gli impianti disponibili in “riserva fredda”. Termine che è curioso come venga ripetuto pur non essendo definito nell’ordinamento italiano. Ci sono paesi che in effetti approvvigionano capacità elettrica di lungo termine come “riserva strategica” ma non è il nostro caso, in cui gli strumenti per garantire che il mercato fornisca capacità di sicurezza includono invece un sistema di remunerazione dei costi fissi chiamato capacity market e un mercato in cui nel breve periodo Terna si approvvigiona della potenza di riserva che permette di gestire le deviazioni dall’equilibrio previsto tra domanda e offerta elettrica.

E i riflettori sono ora inevitabilmente accesi su Terna, che non dichiara nei suoi rapporti che le centrali continentali a carbone (per quelle sarde è invece già previsto un ritardo di un paio d’anni) debbano restare in condizioni funzionali e che, salvo clamorose smentite, non ha motivo di dirlo.
Infatti le ragioni per cui il Governo vuole una riserva a carbone non hanno a che fare con la sicurezza del sistema elettrico, bensì con una fiducia evidentemente ora incerta sulla competitività futura delle forniture internazionali di gas. Sfiducia un po’ intempestiva dopo che l’intera strategia di conversione energetica è stata accompagnata da parte del Governo dal mantra del gas come backup alle rinnovabili, strategia che ha implicato investimenti notevolissimi in porti di rigassificazione e tubi.

Enel dal canto suo prima della riapertura della questione aveva dichiarato pubblicamente di aver chiesto il permesso alla dismissione degli impianti a carbone come da programma, cosa che a norme attuali le conviene visto che in condizioni normali di mercato tali centrali non sono competitive e infatti sono già spente di fatto da tempo, e pesano con i loro costi fissi.

Ora, pur nella nuova era di dirigismo arbitrario dei Governi, non solo il nostro, anche in contrasto al legittimo affidamento degli operatori di mercato e, direi, dei cittadini, le istituzioni dovranno pur comunque riempire di un contenuto giuridico e regolatorio la definizione di “riserva fredda” per quantificare e giustificare i soldi di fatto pubblici che andranno ai gestori degli impianti coinvolti. E anche per chiarire quanto emergenziale sarebbe l’uso di questa riserva, visto che accendere effettivamente gli impianti prevederebbe senz’altro la violazione di norme ambientali su inquinamento (su cui già siamo in mora con Bruxelles) e sul clima. Su quest’ultimo punto il commissario UE competente, Hoekstra, si è detto in attesa di elementi.

La mia impressione è che il ministro Pichetto stia preparandosi la strada a qualche mal di testa. Derrick farà il possibile per contribuirvi.


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martedì 5 agosto 2025

Prolunghiamo il carbone? (Puntata 683 in onda il 5/8/25)

Illustrazione di Paolo Ghelfi
Questa puntata si può ascoltare qui.

Il 31 luglio 2025 Azione e Forza Italia hanno presentato un ordine del giorno per proporre di modificare la strategia energetica rimandando di 13 anni la chiusura delle centrali a carbone che il Governo ha previsto per quest’anno (impegnandosi anche nel piano energia-clima approvato dall’Unione Europea). E il Governo che parere ha dato? Positivo!

I proponenti motivano la richiesta con la necessità di attendere l’arrivo dei primi impianti nucleari.

Ora, quando il piano energia-clima è stato mandato a Bruxelles già prevedeva il fantanucleare entro il 2040, eppure non ravvisava nessuna necessità di mantenere gli impianti a carbone, che del resto in gran parte sono già chiusi e anche i 4 attivi funzionano pochissimo perché non competitivi sommando i costi del carbone e dei permessi ad emettere la tanta CO2 che producono.

Dunque da dove deriva l’improvviso timore per la sicurezza energetica da parte dei proponenti l’OdG?

Vediamo: l’elettricità in Italia, al netto delle importazioni, si fa con gas (sempre meno) e con le rinnovabili (sempre di più). Quest’anno potrebbe essere quello del sorpasso di queste ultime sul primo. Difficilmente le rinnovabili installate verranno smontate o sole vento e piogge si spegneranno nel giro di pochi anni. Riguardo al gas, per garantirne la disponibilità e quella di centrali per bruciarlo sono in campo da anni forme di sussidio ai costi fissi delle centrali, e in seguito alla crisi Ucraina si sono fatti investimenti per alcuni miliardi (a spese di tariffe e temo in futuro tasse) per diversificare gli approvvigionamenti con nuovi rigassificatori e tubi. Inoltre, già prima dell’impegno scozzese di Von Del Lyen di comprare più energia americana di quella che l’America è in grado di vendere, l’Eni aveva già siglato un contratto di lungo termine di acquisto di gas liquefatto statunitense.

Ora, evidentemente per il Governo tutto questo, fatto in nome della sicurezza, non garantisce più la sicurezza. Implicitamente, veniamo a sapere da un ordine del giorno agostano che malgrado ci stiamo svenando sul gas, temiamo di non avere abbastanza energia e dobbiamo richiamare in servizio centrali che tutti i paesi avanzati d’Europa stanno chiudendo o hanno già chiuso (l’ha fatto perfino il Regno Unito, che di carbone ne sa qualcosa).

Se poi aggiungiamo che tra tredici anni non avremo nessuna centrale nucleare (questa è una previsione di Derrick), se l’OdG diventasse legge avremmo legiferato il mantenimento a tempo indeterminato del carbone.

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martedì 30 luglio 2024

Elettrificazione dei consumi e false verità (Puntata 633 in onda il 30/7/24)

Pressostato per lavabiancheria
Come la volta scorsa, oggi provo a smontare una classica argomentazione di contrasto da talk show alle politiche di mitigazione del danno climatico. Il luogo comune sbagliato della settimana è: “non ha senso che usiamo le auto elettriche se tanto l’elettricità la facciamo ancora a carbone”.

Questo periodo avrebbe leggermente più senso, ma sarebbe ancora sbagliato, coniugato nel tempo dell’irrealtà, al congiuntivo imperfetto, ossia: “non avrebbe senso usare auto elettriche se facessimo ancora l’elettricità a carbone”.

In realtà per fortuna il mondo usa sempre meno fonti fossili dannose per il clima per fare elettricità. La prima parte del 2024 in particolare ha visto accelerare il boom delle fonti rinnovabili anche in Europa, solo in parte grazie alla maggior disponibilità di energia idroelettrica rispetto agli anni precedenti. In Italia nella prima metà del 2024 abbiamo superato il 43% di elettricità da fonti rinnovabili (un record per noi), e il restante non è se non in minima parte da carbone. Oltretutto, tutte le centrali a carbone in Italia saranno chiuse entro il 2025 secondo la Strategia Energetica e il PNIEC, tranne quelle sarde che probabilmente ci metteranno qualche anno in più (con conseguente responsabilità politica di chi avalla tale ritardo).

Se teniamo conto degli impianti in costruzione, il sorpasso delle rinnovabili sulle fossili nell’elettricità è a un passo anche in Italia, dopo essere avvenuto già in Europa.

Quindi: la storia dell’elettricità da carbone non è mai stata vera in Italia, ma anche intendendo gas fossile e non carbone è e sarà rapidamente sempre meno vera.

Detto questo primo chiarimento, ce ne sono altri due forse meno ovvi.

Il primo: elettrificare i consumi (per esempio usando elettricità anziché benzina) ha senso anche perché la quota rinnovabile dei combustibili è molto più bassa di quella della produzione elettrica, ed è destinata a restarlo in particolare a causa della complessità di approvvigionarsi di biomassa combustibile, che in molti casi richiede vastissime aree di agricoltura dedicata e sottratta ad altro, o sfridi che però non sono disponibili in quantità sufficiente.

Il secondo motivo per cui elettrificare i consumi è sempre meglio che non farlo è l’inquinamento. Se anche, per assurdo, producessimo l’elettricità tutta da fonti inquinanti, sarebbe sempre meglio che ad inquinare fossero impianti relativamente efficienti e in grado di controllare le emissioni e lontane dai luoghi densamente abitati che tubi di scappamento urbani ad altezza di passeggino.

Vi torna? Se sì, per favore fate una pernacchia la prossima volta che sentite la cretinata del “tanto non cambia niente se uso l’auto elettrica” (o la pompa di calore).

Prima di chiudere, uno spot. Se vi piace Derrick (ma anche se no) potreste trovare interessante Ecoglossia, il nuovo podcast prodotto da I nomi e Michele Governatori su come scriviamo in azienda, e sui tic della scrittura di servizio, da un lato divertenti da osservare, dall’altro forse specchio di problemi dentro alle organizzazioni. Su Spotify, Amazon Music e YouTube


lunedì 20 gennaio 2020

Uscite dal carbone (Puntata 423 in onda il 21/1/20)

La puntata di oggi prende spunto da due articoli, uno della Deutche Welle di Gero Rueter il 16 gennaio 2020 e l’altro di Clark Mindok sull’Independent del 14 gennaio.

Canale a Trondheim
Il tema è l’uscita dalle centrali elettriche a carbone in Germania e negli USA. In Germania il governo ha raggiunto, in modo tipicamente teutonico, un accordo con le regioni e con alcuni operatori elettrici per prevedere la messa fuori servizio di tutte le centrali a carbone e lignite del paese entro il 2038 al più tardi. L’accordo prevede sia compensazioni agli operatori elettrici per oltre 4 miliardi di € complessivi, sia alle comunità interessate alla perdita di posti di lavoro e di opportunità per l’indotto per almeno 14 miliardi di Euro. Secondo la Deutche Welle, le compensazioni ammontano a circa 2 milioni per posto di lavoro perso.
Altri sussidi andranno ai clienti energivori per compensare il maggior costo dell’energia dovuto alla necessità per i produttori di acquistare permessi ad emettere CO2.

Ora, mi pongo e pongo agli ascoltatori di Derrick un quesito: ha senso che gli Stati paghino con le risorse fiscali compensazioni così vaste ai soggetti colpiti dai processi di decarbonizzazione? Non c’è dubbio che tali processi siano perlopiù decisi dal legislatore e dal governo e non dagli operatori stessi, e quindi subiti da questi ultimi, ma è anche vero che si tratta di decisioni mirate a evitare maggiori costi di mitigazione o danni futuri.
In generale, proteggere chi ha investito in attività incompatibili con la lotta ai cambiamenti climatici dagli effetti negativi delle politiche di decarbonizzazione mi sembra come rimborsare chi ha acquistato un’auto che a un certo punto non può più circolare perché troppo inquinante. Le norme e le politiche necessariamente si evolvono. Fare scelte di investimento che tengano conto della loro tendenza – con il rischio di sbagliare - non dovrebbe essere responsabilità degli imprenditori, così come lo è in generale saper prefigurare il futuro? In che modo si distinguono le norme sulla decarbonizzazione da qualunque altra che renda meno profittevoli attività economiche già avviate? Non credo sia sostenibile un principio di completa salvaguardia dai mutamenti normativi. Se non altro perché esso deresponsabilizza i soggetti economici.

Negli Stati Uniti, nel frattempo, l’uscita dalle centrali a carbone è già una realtà e sta avvenendo con l’amministrazione Trump velocemente quasi quanto con Obama. Nel 2019 hanno chiuso negli States oltre 15 mila MW di centrali a carbone, malgrado le promesse di Trump di rivitalizzare l’industria del carbone in particolare in Virginia e Wyoming. Ciò si sta verificando senza compensazioni, ma non senza sussidi pubblici, che vanno però alle fonti rinnovabili attraverso politiche di sussidio diverse tra stato e stato e che in California, come abbiamo visto in passato qui a Derrick, stanno permettendo anche di rendere fattibili grandi impianti di batterie sulla rete elettrica, il cui obiettivo è permettere di stoccare l’elettricità da fonti rinnovabili quando c’è e restituirla alla rete quando serve, attività senz’altro auspicabile ma per ora, quando non sono disponibili centrali idroelettriche a pompaggio e doppio bacino, è molto costosa.


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lunedì 25 novembre 2019

Stato dell'infrastruttura elettrica in Italia (Puntata 418 in onda il 26/11/19)

Ogni tanto qui proviamo a fare il punto sullo stato dell’infrastruttura energetica in Italia e Europa, e direi che è tempo oggi di un piccolo sommario aggiornamento (ai link sotto si trovano altre puntate e approfondimenti sullo stesso tema).
Mulino a Meersburg

L’occasione è l’inaugurazione da parte di Terna, il gestore della rete elettrica italiana ad alta tensione, della prima sezione del cavo sottomarino che collega Pescara con il Montenegro con una capacità di 600 MW, quanto una centrale elettrica di dimensioni medio-grandi, e che interconnetterà un po’ l’Italia coi Balcani, un’area a sua volta in corso di integrazione e ammodernamento in termini di infrastrutture e mercati elettrici.
La capacità di questo elettrodotto sarà in parte a disposizione di qualunque operatore abbia interesse a usarla pagandone gli oneri di passaggio, come avviene di norma per la rete Terna, in parte di un consorzio di aziende che si erano in precedenza impegnate a finanziare l’infrastruttura in cambio di vantaggi immediati sul prezzo di approvvigionamento dell’energia, un meccanismo su cui non ho tempo di entrare in dettaglio e che fa parte di un set di misure di politica industriale attuate attraverso le risorse economiche del sistema delle bollette.

E il parco centrali elettriche italiane in che condizioni è? Complessivamente buone, soprattutto rispetto ai nostri vicini europei. Abbiamo una buona ridondanza di capacità (cui si aggiunge anche quella notevole e costantemente aumentata di interconnessione con l’estero, soprattutto Francia e Svizzera), un discreto mix di tecnologie in termini ecologici (il 40% dei consumi sono alimentati da rinnovabili e il gas è la principale fonte fossile, anche se Enel continua ad avere il carbone soprattutto di Civitavecchia come sua fonte più importante).

D’altra parte Terna ha lanciato allarmi su possibili carenze future di capacità di generazione elettrica flessibile (cioè quella pronta a ovviare alle interruzioni degli impianti rinnovabili non programmabili) e ottenuto un approvvigionamento a lungo termine di capacità, attualmente in corso. 

Sono però i gestori di rete francese e tedesco ad essere ben più sotto pressione. La Francia sta dismettendo il carbone e ha un parco nucleare in parte vetusto e teme per l’approvvigionamento nel prossimo inverno quando si accenderanno i riscaldamenti elettrici, mentre il nuovo impianto nucleare di Flamanville, in Normandia, ha subito un nuovo ritardo di tre anni. (Si direbbe che la maggior garanzia di sicurezza della tecnologia EPR risieda nell’impossibilità di metterla in funzione, almeno in Europa). La Germania, anch’essa, ha carbone e lignite da dismettere. Ed è interessante notare come sono i costi, non solo le decisioni politiche, che stanno mettendo il carbone fuori mercato, se è vera l’affermazione di Carbon Tracker sul fatto che il 79% delle centrali a carbone in UE stia perdendo soldi.
O meglio, i segnali di costo in realtà la politica climatica già li internalizzano, conseguenti anche al funzionamento del disincentivo alle emissioni dannose per il clima (ETS).



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martedì 26 marzo 2019

Il brain strike dei liberali sul clima (Puntata 392 in onda il 26/3/19)

Con Tommaso Barbetti, economista esperto di energia, tema su cui è advisor per numerose organizzazioni, partner di Elemens, una delle principali società di consulenza italiane in materia.

Pedana elastica a Yorf el Yhoudi,
nel deserto costiero del Marocco
Si è ripetuto, nei commenti al climate strike del 15 marzo 2019, quel che già in molte occasioni si era visto: buona parte dei liberali, anche progressisti, l’hanno buttata in caciara per evitare nuovamente di affrontare (anche solo psicologicamente) il problema.
Siamo abituati a immaginare il liberale come avvezzo a ragionare in termini di sostenibilità economica di lungo periodo, di valutazione puntuale degli economics, di ricerca di fonti informative scientifiche e aggiornate. Invece, ecco alcune delle affermazioni della comunità liberale (di cui, nonostante tutto, ci sentiamo parte) nell’approccio ai cambiamenti climatici:

  • “La scienza non dà mai una risposta assoluta e finale” Quindi? Siccome magari tra dieci anni abbiamo elementi aggiuntivi non ascoltiamo la scienza sul clima oggi? La ascoltiamo su tutto il resto delle cose che contano (eppure non è “finale” neanche lì) ma sul clima no? Una comunità che a differenza dei populisti sa cos’è una rivista scientifica dovrebbe saper riconoscere dove si collocano gli scienziati: lo fa sui vaccini, ma sul clima rivaluta gli esperti che si oppongono al cosiddetto mainstream che su altri temi vengono invece ridicolizzati.
  • “Sono dei catastrofisti” A un medico che fa una brutta diagnosi si dice che è “catastrofista” e si chiude così? Sul tema dei conti pubblici, altrettanto catastrofico, viene tollerata dai liberali un’affermazione del genere fatta da un sovranista?
  • “I manifestanti erano in realtà i soliti comunisti antisistema” È vero che nella manifestazione c’erano molti slogan di sinistra (spesso inutili: demonizzazione delle multinazionali, della plastica) mischiati a quelli attinenti al tema. Quindi? Regaliamo la questione clima e futuro del pianeta agli anarchici, ai cialtroni e ai veterocomunisti perché “Bella Ciao” ci interrompe le sinapsi, salvo poi lamentarci che la discussione è scivolata nell’anticapitalismo?
  • “Quelli del clima sono contro il progresso” Non c’è meno progresso, ricerca, tecnologia nel mondo dell’efficienza e delle fonti rinnovabili o dell’edilizia a consumo quasi zero, nell’auto elettrica o a idrogeno, nei sistemi peer to peer di mobilità condivisa, che in quello delle fossili. Anzi, le tecnologie dell’informazione e dell’elaborazione dati, che sono la frontiera dell’attuale fase del progresso, si adattano particolarmente a queste applicazioni.
  • “È l’ennesimo rigurgito anti-capitalista” Nell’economia legata alla sostenibilità energetica e ambientale stanno arrivando un mare di soldi da parte degli investitori, e sono gli stessi capi d’azienda a chiedere alla politica segnali incontrovertibili che accompagnino la transizione. In Europa molti tra i principali gruppi industriali stanno investendo in decarbonizzazione, negli USA l’economia non sta affatto seguendo le farneticazioni di Trump sul carbone. Andiamo a vedere in che settori hanno successo le campagne di crowd-funding. Volkswagen metterà 30 miliardi di Euro nella piattaforma dell’auto elettrica. Noi che facciamo, il modernariato dell’albero a camme e dell’iniettore di gasolio?
  • Questi vogliono la decrescita felice” Un liberale che usa il termine “decrescita felice” (che se non sbagliamo non era nemmeno nel testo originale del libro di Latouche, l’ideologo della "decroissance sereine"), e lo fa chiaramente per rendere macchietta un movimento di pensiero, diventa poco distinguibile da un Fusaro che taccia i liberali di “turbomondialismo demofobico”. E molto difficilmente chi è sulla frontiera degli investimenti e dello sviluppo delle tecnologie della decarbonizzazione si riconosce in un seguace della decrescita.  Più probabile che la decrescita colpisca le economie che subiscono passivamente i danni del cambiamento climatico.
  • I ragazzi farebbero meglio ad andare a scuola".  Su questa, alziamo le mani: si può seguire Greta una volta fatti i compiti.

L’estetica del liberale sembra incompatibile con la questione clima, e la decarbonizzazione fuori dalla sua comfort zone. Ma questo non giustifica una rimozione di questa portata.


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sabato 2 marzo 2019

Finanza verde (Puntata 389 in onda il 5/3/19)

Oggi siamo con Simone Borghesi, professore dell'Università di Siena, direttore di Florence School of Regulation Climate, il gruppo di ricerca sui cambiamenti climatici dell'Istituto Universitario Europeo, e Presidente dell'Associazione Italiana degli Economisti Ambientali.


Proprio alla Florence School of Regulation, a Fiesole, si terrà l’11 e 12 aprile 2019 un seminario con esperti dell’accademia e delle istituzioni internazionali intitolato “Global Quest for Investment Finance for the Low Carbon Economy”. Al link sotto tutte le informazioni, ottenibili anche scrivendo a silvia.dellacqua@eui.eu.


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domenica 11 novembre 2018

Trump, accordo di Parigi e industria del carbone USA (Puntata 376 in onda il 13/11/18)


Con le ratifiche dell’accordo di Parigi, oltre 180 Governi si sono impegnati a contenere in non più di 2 gradi l’aumento di temperatura del globo rispetto al livello pre-industriale. Una decisione conseguente alle indicazioni della comunità scientifica assunte dall’UNFCCC, il panel ONU che coordina le politiche mondiali sul clima. Secondo gli scienziati e l’ONU, per fermare il riscaldamento e quindi i cambiamenti del clima occorre ridurre le emissioni di gas-serra in atmosfera causate dall’uomo, legate alla combustione di fonti energetiche fossili. Il più diffuso di questi gas è la CO2, la cui concentrazione in era preindustriale, pur con un andamento ciclico, non aveva mai superato le 300 parti per milione ed è invece schizzata a 400 in meno di un secolo.
Albero spezzato a Roma il 30/10/18
Per questo ha senso considerare le emissioni di CO2 come un indicatore di insostenibilità climatica.
Buona parte della comunità economica del mondo sta orientando i propri investimenti verso un futuro senza energie fossili. Perfino le grandi major del petrolio, riunite nell’Oil and Gas Climate Initiative, hanno annunciato il proprio cambio di rotta e chiesto in modo coordinato segnali coerenti dalla politica.

Dopo l’annuncio di Trump del ritiro dall’accordo di Parigi, aziende americane  come Apple, Google, Twitter, Amazon, Facebook, Tesla, Microsoft, IBM si sono dissociate dalla scelta del presidente.
La stessa filiera del carbone americano, che Trump intendeva proteggere con la propria decisione, non ha invertito se non temporaneamente il trend di riduzione di investimenti e capacità. Ne parla Ed Crooks sul Financial Times del 9/11/18 sulla base di recentissimi dati di Lazard, una banca d’investimento, che mostrano come negli USA oggi sia conveniente sostituire gli impianti di generazione elettrica a carbone a fine vita con altri da fonti rinnovabili, grazie al calo dei costi di questi ultimi (l’energia da un parco eolico nuovo costa negli USA secondo Lazard tra 29 e 56 $/MWh complessivi, mentre i soli costi di funzionamento di un impianto a carbone – per gran parte dovuti al combustibile – sono tra i 27 e i 45). Perfino alcune centrali di costruzione recente, come quelle di Vistra Energy, sono in fase di chiusura in Texas, anche per concorrenza del gas prodotto nei mega giacimenti coltivati con la tecnica del fracking.
Dopo una breve ripartenza con l’inizio dell’amministrazione Trump, nel 2019 la produzione di carbone statunitense è prevista tornare ai livelli del 2016, i più bassi della storia recente. Per invertire questo trend evidentemente non bastano gli annunci di uscita da ogni politica di contenimento delle emissioni dannose per il clima.
Per questo l’amministrazione ha anche parlato di sussidi diretti alla filiera del carbone, i quali però per ora non si sono concretizzati. Intanto gli investimenti vanno verso rinnovabili ed efficienza energetica, che assumeranno, secondo per esempio il capo dell’utility energetica del New Jersey, il ruolo che recentemente ha avuto il gas nell’abbassare le bollette elettriche degli americani.

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domenica 19 novembre 2017

L'elettricità del futuro (Puntate 282 e 336)

Qui a Derrick periodicamente diamo conto di nuovi studi sugli scenari energetici globali. Questo periodo dell’anno in particolare è quello in cui esce l’outlook della IEA, l’agenzia indipendente di Parigi. Vediamone qualche tendenza interessante: 
  • Il mondo avrà sempre più bisogno d’energia (30% in più di oggi nel 2040 quando saremo 9 miliardi d’abitanti) la quale sarà sempre più usata in forma di elettricità. Solo l’Europa, notevolmente, il Giappone e leggermente gli Stati Uniti contrarranno i propri consumi. L’aumento dell’India varrà da solo 5 volte il risparmio europeo.
  • La domanda di petrolio, che dipende soprattutto da consumi non elettrici, aumenterà ancora per tutto il periodo considerato, anche se a un tasso decrescente. Gli USA dal 2020 saranno esportatore netto anche di petrolio e non solo gas, grazie alla sopravvivenza dell’industria dello shale oil e gas (cioè gl’idrocarburi di scisti) al periodo recente di prezzi bassissimi.
  • D’altra parte l’elettricità verrà prodotta sempre più da fonti rinnovabili, il 40% nel 2040 (livello che in Italia è già raggiunto), grazie all’impressionante calo dei costi. La parte del leone, soprattutto fuori dall’Europa, la farà il solare fotovoltaico.

40% di penetrazione delle rinnovabili nel 2040 non è un obiettivo estremamente ambizioso, tanto che la IEA immagina anche uno scenario di maggior impegno nella riduzione delle emissioni-serra, scenario nel quale il mondo sarebbe in grado di fare meglio. Dipende dalle politiche, naturalmente.
Se le politiche coerenti vengono attuate, il mondo può addirittura produrre tutta l’elettricità da fonti rinnovabili senza aspettare troppo. Si tratta di un’affermazione non nuova, e che in particolare di recente è stata illustrata in uno studio di Energy Watch Group, una non-profit tedesca, in collaborazione con il politecnico di Lappeenranta, in Finlandia. Secondo lo studio, emettere zero CO2 nella produzione elettrica del 2050 richiederebbe un mix di generazione quasi al 70% basato su fotovoltaico e un’enorme quantità di batterie installate per far fronte all’intermittenza delle rinnovabili.

A quali costi? Sempre secondo lo studio tedesco e finlandese, l’elettricità tutta rinnovabile costerebbe comunque meno di quella attuale, con un costo medio futuro di generazione di 52 €/MWh contro quello medio del 2015 stimato in 70.

Attenzione, non stiamo parlando di consumi energetici interamente carbon free, ma solo (si fa per dire) di una produzione interamente rinnovabile di elettricità, la quale, pur costituendo una fetta sempre più importante dei consumi energetici finali, non riuscirà nemmeno nel 2050 a coprire l’intero fabbisogno degli usi, per esempio, di trasporto e riscaldamento.


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Archivio: la puntata 282 di giugno 2016 sullo stesso tema

Da dove verrà l’energia elettrica del futuro? Il 13 giugno [2016] è uscito il nuovo numero di un outlook di Bloomberg New Energy Finance (BNEF) di cui parla diffusamente, tra gli altri, un articolo di Karen Beckman sull’Energy Post.
Rapporti di questo tipo non li definirei propriamente “previsioni”, se mai esercizi di scenario che quasi sempre si basano anche su ipotesi sulle politiche pubbliche da cui dipendono i numeri stessi. Politiche influenzare le quali è per giunta obiettivo di questi studi…
Detto questo, vediamone le conclusioni più rilevanti secondo Derrick:

  1. Gas e carbone continueranno a costare industrialmente poco, e con loro costerà poco l’elettricità prodotta usandoli, al netto di politiche per internalizzarne i danni ambientali. Si tratta di una tendenza a cui ci stiamo già abituando e che si vede da un po’ nella componente energia, sempre più magra, delle nostre bollette.
  2. Anche i costi di produrre energia da sole e vento scenderanno. Entro il 2030 queste tecnologie saranno le più economiche per produrre elettricità in quasi tutto il mondo. L’eolico di terra, già oggi la fonte rinnovabile elettrica più economica, costerà oltre un terzo in meno che oggi in media, fino a raggiungere nel 2025 secondo lo studio i 5 centesimi di dollaro al kWh. Il solare fotovoltaico addirittura dimezzerà i prezzi e sarà solo di poco meno economico. Attenzione però: le ipotesi dietro questi numeri sono inevitabilmente opinabili, soprattutto perché i trend tecnologici potrebbero avere discontinuità che oggi non immaginiamo, e perché i costi – sostanzialmente di investimento – di queste fonti dipendono molto da variabili macroeconomiche come i tassi di interesse, che sono esogene rispetto allo studio.
  3. L’Asia e le aree del Pacifico da sole saranno la sede della maggioranza degli investimenti in generazione elettrica.
    Il nuovo quartere di Porta Nuova a Milano
    visto da Derrick dall'ultimo piano di Palazzo Lombardia
  4. Le auto elettriche faranno il boom e nel 2040 avranno il 35% di quota di mercato secondo l’outlook del BNEF tra i veicoli da trasporto leggero su gomma. Questo avverrà in parallelo con lo sviluppo di batterie economiche rispetto a oggi.
  5. Nella produzione di elettricità secondo l’outlook non ci sarà un boom del gas in attesa della decarbonizzazione (invece anticipato negli anni scorsi dalla IEA). Ci sarà invece una crescita del carbone trainato in primis dall’Asia (India in particolare) e dall’Africa, in completa divergenza rispetto al forte calo in Europa determinato dalle politiche locali. (L’ipotesi naturalmente è che nei Paesi in via di sviluppo i consumi totali di energia aumenteranno di molto, questo rende compatibile il boom del carbone con quello delle rinnovabili).
Infine, la brutta notizia: la tendenza naturale degli investimenti in generazione elettrica, quella descritta in questi punti e che lo studio quantifica in oltre 9 mila miliardi di dollari, non sarà sufficiente a garantire il contenimento dell’aumento della temperatura globale in due gradi rispetto al livello preindustriale. Per raggiungere l’obiettivo, servirebbero oltre 5 mila miliardi in più entro il 2040 per stare sotto le 450 parti per milione di CO2 in atmosfera considerate soglia massima di sicurezza dall’ONU.

martedì 20 giugno 2017

Dov'è il mercato? (Puntata 317, in replica in radio il 15/8/17)

Mi ha colpito un articolo sull’Economist del 3 giugno 2017 ("The everything makers - Indian state-owned companies", a pag. 57 dell'edizione cartacea), come sempre non firmato.
Parla di come nell’economia indiana sia forte la presenza delle aziende di stato eredità del passato socialista del paese. Aziende che perlopiù perdono soldi in settori competitivi dove non riescono a essere abbastanza dinamiche (Air India, in rosso dal 2007, ne è presa a esempio), oppure guadagnano in settori monopolistici.
E aziende che secondo l'Economist da un lato dispensano lavoro con finalità di welfare, dall’altro usano grandi quantità di capitale – risorsa scarsa in India – spiazzando gl’investimenti privati e remunerandolo – monopoli a parte – meno delle aziende private.
Il segmento dei monopoli pubblici indiani, in particolare nell’energia, invece macina l’80% dei profitti di tutte le aziende pubbliche, senza che però questi monopolisti siano efficienti. Per esempio Coal India, nel settore del carbone, ha un output per turno/uomo pari a un ottavo di quello di Peaboy energy, competitor americano.


(Alcune) liberalizzazioni senza privatizzazioni

Dove liberalizzazioni e concorrenza sono state introdotte, come nel caso dell’aviazione civile, le aziende pubbliche indiane hanno massicciamente perso quote di mercato e bruciato capitale pubblico visto che la loro privatizzazione invece è stata perlopiù rimandata e le azioni sono quindi rimaste in mano allo Stato.


E in Italia?

Quanto pesano nella nostra economia le aziende controllate dallo Stato?
Prendiamo le tabelle del report “Italian leading companies” dell’ufficio studi di Mediobanca (link sotto) e scopriamo che nel comparto industria e servizi la prima azienda per fatturato è saldamente il privatissimo gruppo FCA.
Dietro di lui però: Eni, Enel, Gestore dei Servizi Elettrici (l’agenzia del Tesoro che gestisce i sussidi alle fonti elettriche rinnovabili e altre partite energetiche regolate), Telecom (ora TIM, non più del Tesoro ma operante anche nel settore regolato delle reti delle telecomunicazioni), Finmeccanica. Poi arriviamo alla holding Edizione dei Benetton, con partecipazioni importanti in settori monopolistici regolati come autostrade e aeroporti, e finalmente a Edison, azienda acquisita dalla francese EDF e che si occupa di segmenti puramente di mercato dell’energia, a differenza del gigante Enel, controllato dal Tesoro, che fa una parte considerevole dei suoi utili nella gestione monopolistica delle reti con tariffe stabilite dall’Autorità dell’Energia.

Ci sono differenze con l’India? Direi di sì: parte delle nostre aziende a controllo pubblico dimostrano almeno in alcuni dei loro business di essere competitive sui mercati anche internazionali (ma con il pericolosissimo rischio di sussidi incrociati dai settori in monopolio, a spese degli utenti italiani, in favore dei loro business competitivi).
La cosa poco diversa rispetto all’India è invece la vastità del giro d'affari di aziende controllate dallo Stato o attraverso la proprietà o in quanto arbitro delle regole di business monopolistici.

È chiaro che queste osservazioni, limitate alle aziende più grandi per fatturato, sono influenzate dal fatto che tra le aziende private italiane ci sono pochissimi giganti. Ma al prossimo che si lamenta con me del pericolo del dilagare del "turboliberismo" e dell’economia privata di mercato chiederò di dirmi dove l’ha visto questo dilagare. Lo ammetto: è un posto dove mi trasferirei volentieri.


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lunedì 12 giugno 2017

USA: accordo di Parigi e futuro del carbone (Puntate 316 e 318)

Come ricordano Marzio Galeotti e Alessandro Lanza su Lavoce.info (link sotto), l’accordo di Parigi di fine 2015, già ratificato da 147 paesi sui 197 rappresentati nella Convenzione quadro sui cambiamenti climatici (UNFCCC) firmata a Rio de Janeiro nel 1992, è uno degli strumenti che traducono in azione l’obiettivo della Convenzione, cioè stabilizzare in tempo utile le concentrazioni di gas a effetto serra nell’atmosfera a un livello sufficiente a escludere effetti pericolosi delle attività̀ umane sul sistema climatico.

Notano sempre Galeotti e Lanza come Trump abbia scelto di recedere dall’ultimo patto operativo (l’accordo di Parigi) ma non dalla Convenzione quadro. Come mai? Forse perché uscire da una convenzione ratificata da un presidente repubblicano (Bush) e dal senato sarebbe stato difficile, o forse per accontentare il proprio elettorato senza in realtà avere effetti immediati, visto che l’uscita dall’accordo di Parigi, per come disciplinata dallo stesso accordo, richiede una procedura abbastanza lunga da prolungarsi fin verso la fine del mandato di Trump. Il quale, almeno per ora, non ha messo gli USA in un territorio di formale illegalità rispetto ai termini dei patti contratti, come io qui a Derrick invece prefiguravo sulla base delle dichiarazioni americane in seno al G7 energia qualche tempo fa.
Una sala per banchetti abbandonata, fotografata da Derrick

In che modo possiamo osservare se le economie mondiali si stanno o non stanno preparando a un futuro a basse emissioni-serra? Guardando gli investimenti e le scelte delle aziende, che sono solo in parte determinate da politiche vincolanti degli Stati, visto che chi prende decisioni economiche di lungo termine deve farsi un’idea di come sarà il futuro anche anticipando le decisioni politiche. E abbiamo visto a Derrick che sono state anche le aziende, perfino del settore petrolifero come Exxon, a chiedere ai politici segnali più coerenti verso la decarbonizzazione.
Negli USA del resto si sta massicciamente investendo in infrastrutture per l’esportazione di gas naturale allo stato liquido e forse non è molto credibile che il loro presidente danneggi il settore del gas (veicolo nel medio termine di una filiera energetica meno carboniosa) a vantaggio dell’industria del carbone.
Carbone per il quale la domanda mondiale è calata per due anni di seguito secondo l'outlook di BP, iniziando un trend che, per usare le parole di Sissi Bellomo del Sole 24 Ore, è difficilmente invertibile.

Non serve quindi una politica internazionale di indirizzo nel contenimento delle emissioni serra? Certo che serve. Secondo Christian de Perthuis, che ne ha scritto su Les Echos del 7 giugno 2017 (ringrazio la preziosa rassegna stampa di Aiget) la politica di decarbonizzazione dev’essere rafforzata puntando sui sistemi di disincentivo economico alle emissioni. E il principale di questi sistemi, l’europeo Emission Trading Scheme, necessita secondo De Perthuis di essere rivitalizzato, come in effetti prevede la proposta della Commissione UE contenuta nel cosiddetto “quarto pacchetto” clima-energia, che nei prossimi mesi passerà al vaglio del Consiglio e del Parlamento UE.
Ne potrebbero essere perfino gli stati americani più sensibili in materia, come la California, scrive De Perthuis, i futuri membri o emulatori.


La crisi del carbone statunitense

Scrivevano Jon Camp e Kris Maher il 20 giugno 2017 sul Wall Street Journal che negli Stati Uniti in 5 anni sono state chiuse 350 centrali elettriche a carbone, sostituite perlopiù da altre a gas, la fonte ormai più diffusa negli Stati Uniti e che ha scalzato il primato che era proprio del carbone come fonte di 1/3 dell’elettricità totale prodotta.
Ne derivano e deriveranno problemi occupazionali non solo alle miniere degli Appalachi, ma alle comunità di vari Stati dell’Est e centro Est come Ohio, Pennsylvania, New Jersey, Tennessee, Michigan.
Come abbiamo visto sopra e in altre puntate (link sotto), la causa di questo è l’accresciuta competitività del gas naturale americano, resa possibile dagli enormi investimenti in nuove tecnologie di estrazione. Ma anche da limitazioni di emissioni inquinanti pericolose (regole indipendenti da quelle sui gas-serra) e dalla migliore flessibilità delle centrali a gas per compensare l’intermittenza delle rinnovabili.

Foto trovata da Giovanna Milner
Ci sono organizzazioni che negli USA chiedono alla politica di fermare questa tendenza, per salvare l’occupazione della filiera del carbone (link sotto).
Ed è comprensibile e inevitabile che ci siano, com’è successo altre volte in relazione a tanti settori che venivano scalzati dal progresso tecnologico. Che ne è stato dell’indotto delle macchine a vapore, dei calcolatori a schede perforate, della fotografia chimica? Molte aziende sono fallite, altre si sono riconvertite, di sicuro il tipo di competenze richieste ai loro lavoratori è almeno in parte cambiato.
Per il mondo dell’energia, l’innovazione di informatica e telecomunicazioni, degli apparecchi di generazione e stoccaggio d’elettricità e delle tecniche – di cui a Derrick già anni fa abbiamo parlato – su ricerca e coltivazione di idrocarburi stanno portando e porteranno cambiamenti enormi. Non è credibile fermarli per garantire continuità agli occupati del carbone.


Reddito minimo e innovazione?

Questo episodio, come tanti altri, secondo me mostra come un paracadute al reddito di chi perde il posto sia importante per aiutare l’innovazione.
Se un’innovazione rischia di buttarmi sul lastrico perché dovrei appoggiarla?
Posso farlo solo se il sistema di welfare mi riduce i danni e aiuta a riconvertirmi.
Se questo è vero, è uno degli argomenti per sostenere che un reddito minimo garantito ben disegnato aiuta ad accelerare l’innovazione e, quindi, a rendere la comunità nel complesso più competitiva e ricca.



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domenica 17 luglio 2016

Picco della domanda energetica? - D285

Ricorderete che in passato, più o meno fino allo scoppio della crisi del 2008, alcuni sostenevano la tesi del “picco del petrolio”, cioè del fatto che ci fosse un limite invalicabile nella capacità produttiva mondiale di petrolio. Una tesi sbagliata anche perché non tiene conto del fatto che la capacità produttiva dipende dagli investimenti. Una cosa è dire che il petrolio come tutte le risorse naturali è disponibile in quantità limitata, un’altra che la capacità produttiva, che dipende dagli impianti in quel momento attivi e non dalla disponibilità geologica del greggio, abbia un limite invalicabile.

Una veduta notturna di Bruxelles
Un articolo sul Financial Times di Nick Butler ritira fuori l’idea del “picco”, ma la applica alla domanda di energia, non alla produzione. Nota Butler che la media globale dei consumi energetici primari sta rallentando la sua crescita in modo più rapido di quanto stia facendo il PIL. Se il mondo nel decennio 2003-2013 cresceva in media il 3,7 % annuo e i consumi d’energia il 2,1%, nel 2015 i valori sono del 2,8 e 0,5% rispettivamente. Medie che vengono da situazioni diversissime nei vari Paesi: in Europa i consumi energetici stanno scendendo notevolmente (-11% nell’ultimo decennio, con -17% e -20% per petrolio e gas) negli USA sono stagnanti e con uno spostamento verso il gas, mentre in Cina i ritmi di crescita si sono fortemente ridotti.
L’India invece fa storia a sé mantenendo proporzionalità tra crescita economica e consumi energetici, e continua a basarsi molto sul carbone. Solo negli ultimi due anni in India sono state costruite centrali elettriche a carbone pari a circa due terzi del fabbisogno elettrico totale italiano.

E tutto questo, nota Butler, è coinciso con il crollo del prezzo di petrolio e gas, dimostrando (ammesso che ce ne fosse bisogno) che la domanda di energia dipende – almeno nel breve periodo - più da fattori tecnologici che dalla reattività dei consumi al prezzo.
Dunque il rallentamento potrebbe preludere a un arresto della crescita dei consumi energetici? Butler intelligentemente risponde che non si può dire. Come abbiamo recentemente visto a Derrick intervistando Fausto Panunzi sull’economia post-crisi, è presto per dire quali fenomeni macroeconomici osservati in questi anni post shock siano strutturali, benché alcune tendenze almeno in molti Paesi OCSE siano evidenti, tra cui senz'altro gli investimenti in efficienza e decarbonizzazione.

Un fattore che potrebbe giocare contro il picco della domanda è il superamento delle disparità nell’accesso all’energia: oltre un miliardo di persone oggi sono tagliate fuori del tutto da questo mercato. Eppure, nota Butler, con i paesi OCSE che iniziano a ridurre i loro consumi, è possibile che anche in uno scenario di graduale accesso all’energia di chi oggi ne è escluso il saldo possa rimanere negativo.

martedì 14 ottobre 2014

Conferenza globale della tassazione ambientale - parte 3 - D215

Questa è la terza puntata sulla quindicesima conferenza globale sulla tassazione ambientale promossa dall’università di Aarhus che si è tenuta a fine settembre 2014 a Copenaghen e che ha anche visto la presentazione di uno studio del sottoscritto insieme a Marianna Antenucci.

Lo studio si occupa di due cose. Nella prima parte riporta una valutazione dei sussidi dannosi all’ambiente, secondo la definizione OCSE, presenti in Italia. Nella seconda osserva come la presenza di una carbon tax o di un disincentivo economico all’emissione di gas-serra interagisce con il mercato elettrico italiano del giorno prima. Quello in cui i principali operatori della produzione e del consumo di energia elettrica, per ogni ora del giorno seguente, presentano le proprie disponibilità economiche di produzione e di acquisto in modo che il gestore del mercato possa stabilire un prezzo di equilibrio per l’energia di ogni ora, insieme all’elenco dei produttori e consumatori, rispettivamente, chiamati a produrre e che si sono aggiudicati l’energia per il consumo.

Riguardo alla valutazione dei sussidi dannosi all’ambiente (oltre che alle tasche di chi paga tasse e bollette), i numeri sono clamorosi e coincidono con quelli già denunciati nella campagna Radicali Italiani–Legambiente #menoinquinomenopago e ripresi tra l’altro da un articolo del sottoscritto e di Edoardo Zanchini su lavoce.info: oltre 5 miliardi di € nel 2014 di sussidi al consumo di combustibili fossili soprattutto ai trasporti stimati dalla Ragioneria Generale dello Stato, e oltre un miliardo a vantaggio dei grandi o intensivi consumatori manifatturieri attraverso le bollette elettriche.

Riguardo all’effetto sul mercato elettrico di un disincentivo alle emissioni-serra dei combustibili, Antenucci e Governatori mostrano che esso non solo, com’è ovvio, rende meno conveniente la produzione elettrica a carbone (quella con più emissioni), ma favorisce quella di alcune fonti rinnovabili, a causa dell’effetto di rialzo del prezzo dell’elettricità di cui esse si avvantaggiano. Questo però non vale per tutte le fonti elettriche rinnovabili, ma solo per quelle i cui meccanismi di incentivo si aggiungono, ma non la sostituiscono, alla vendita dell’energia sul mercato. Per questo tipo di impianti, concludono gli autori, una carbon tax può essere associata a una riduzione degli incentivi a loro dedicati, senza per questo danneggiarne la redditività.
Morale: non è una bestemmia ridurre anche retroattivamente alcuni dei costosi sussidi alle rinnovabili se nello stesso tempo si introduce una carbon tax.

Slide di presentazione del paper Subsidies to fossil energy consumption in Italy: an assessment with policy recommendations di Marianna Antenucci e Michele Governatori:




Questa puntata di Derrick su Radio Radicale si può ascoltare qui.

martedì 30 settembre 2014

Conferenza globale della tassazione ambientale - parte 1 - D213

Derrick torna proprio mentre Michele Governatori, cioè io, è rientrato dalla quindicesima conferenza globale sulla tassazione ambientale, promossa dall’università danese di Aarhus e dove perlopiù accademici e rappresentanti istituzionali di tutto il mondo hanno discusso contributi sul tema.

Allora provo a raccogliere in questa e nelle prossime puntate alcuni degli spunti più interessanti.
Qual è per ora uno degli esempi di maggior successo di carbon tax al mondo? Quello dello stato canadese della British Columbia, presentato alla conferenza da Thomas F. Pedersen dell’Università di Victoria.

Alla fine degli anni Novanta in British Columbia un parassita del pino locale distrusse 700 milioni di metri cubi di foresta, importante per l’economia della zona, in un’area estesa come 4 danimarche. Secondo il parere di esperti la proliferazione del parassita si doveva anche alla minor frequenza di inverni abbastanza rigidi (almeno 35° sotto zero) da poterlo decimare.
Questo episodio contribuì a convincere il governo regionale che il riscaldamento fosse un problema, e soprattutto a passare all’azione per contrastarlo.

Ma può la British Columbia da sola combattere il riscaldamento globale? No, visto che appunto è una questione globale e richiede politiche globali. Ma è anche vero che qui come in altre questioni – per esempio la rinuncia agli armamenti nucleari – azioni di per sé non risolutive perché unilaterali e per questo potenzialmente pericolose per chi le fa, possono innescare una svolta politica multilaterale.
Ma un successo locale la carbon tax applicata dal 2008 in British Columbia l’ha avuto, visto che ha portato a riduzioni di consumi di combustibili fossili nettamente maggiori di quelle del resto del Canada (e quindi, riscaldamento a parte, con un impatto locale positivo sulla salubrità dell’aria).

Ci sono poi gli aspetti distributivi. La tassa – che è stata crescente nel tempo fino a 30$ canadesi (oltre 20 Euro) per T di CO2 – ha alimentato fino all’ultimo centesimo del ricavato una riduzione delle imposte sul reddito su persone e aziende, il che è stato fatto, nel caso delle persone, abbassando le aliquote più basse e prevedendo un credito fiscale per gli incapienti.

Vi viene in mente qualche collegamento riguardo a possibili fonti di rifinanziamento del bonus fiscale italiano di 80 euro?

martedì 3 giugno 2014

Pro e contro dell'energia da biogas - Parte 3 - D206

Terza puntata sugli impianti di produzione di energia elettrica da biogas dopo una pausa di due puntate dedicate all’iniziativa di Radicali Italiani e Legambiante #MenoInquinoMenoPago.

Riassunto delle precedenti: gli impianti di cui parlo sono generalmente in zone agricole. Usano gas esito di un processo di digestione anaerobica di materiale organico, come scarti di lavorazione agroalimentare e prodotti agricoli ad hoc, per produrre elettricità e fertilizzante.
Il senso dell’operazione è ridurre alcune emissioni chimiche delle lavorazioni agricole e zootecniche e spiazzare la produzione di elettricità da fonte fossile. Ma le preoccupazioni e opposizioni a questi impianti non mancano. In parte, a mio avviso, sono serie, in parte per niente.

L’altra volta abbiamo trattato il tema della concorrenza tra uso energetico di prodotti agricoli e uso per produzione di cibo, preoccupazione da un lato ideologica dall’altro inutilizzabile (a meno di non voler obbligare qualcuno a produrre cibo anche se può usare in modo più proficuo le sue capacità economiche e non. Io stesso, per esempio, ora sto usando le mie capacità non per produrre cibo: sono per questo un pericoloso speculatore?).

Poi ci siamo occupati dei possibili impatti ambientali locali negativi degli impianti a biogas. Tema questo invece rilevante a mio parere.
Altro spunto da parte dei detrattori: l'uso energetico delle biomasse dipende dal fatto che ricevono sussidi.

Vero. È così per buona parte delle fonti energetiche rinnovabili del mondo. Il carbone è ancora di gran lunga il modo più conveniente per fare energia (anche quello più letale secondo la comunità scientifica e l'OMS oltre che il peggiore in termini di gas-serra emessi). Senza sussidi o politiche di incentivo a fonti più pulite (ma nessuna fonte energetica è del tutto priva di impatto) produrremmo ancora oggi energia quasi solo da carbone, petrolio e gas. Quando spegniamo una centrale da fonti cosiddette alternative, se ne accende una tradizionale (nell'elettricità funziona così, l'elettricità è ancora poco stoccabile).
Certo: è vero che un sussidio a un settore tende a ridimensionarne altri in concorrenza, anche in modo indesiderato. Ma da un lato l’agricoltura tradizionale è anch’essa ipersussidiata, dall’altro questo spiazzamento avviene continuamente e in mille modi nel progresso economico: ogni nuova tecnica di trasformazione e uso delle risorse interviene nel processo di competizione per l’uso delle risorse stesse.

Altro caveat sugli impianti a biogas: potrebbero non avere un bilancio energetico/chimico favorevole. Punto interessante e complicato. Quesito: un impianto a biogas o in generale a biomasse è in grado di ridurre nel complesso le emissioni dannose (in particolare il potenziale-serra di emissioni chimiche come quelle di metano) nell'ambito dell'intera area di territorio da cui riceve la biomassa? In altri termini: è più pulito rispetto all'attività della stessa area in assenza di impianto?
Il bilancio è positivo se lo è il bilancio chimico (e verosimilmente anche energetico). Ma valutarlo non è banale.

E attenzione: come abbiamo visto l’altra volta, se anche il bilancio è positivo ciò non significa che non ci sia un problema di impatto locale negativo nel punto in cui avviene la combustione di biomassa o biogas.

martedì 6 maggio 2014

Pro e contro dell'energia da biogas - Parte 1 - D201

È sempre più frequente, soprattutto nella pianura padana, imbattersi in zone agricole occupate da larghe calotte circolari. Si tratta di contenitori destinati alla digestione anaerobica di biomasse. Scarti agricoli, oppure prodotti agricoli coltivati apposta, letame, scarti della lavorazione alimentare o altro, che attraverso la trasformazione chimica di batteri producono gas combustibili e un residuo utilizzabile come fertilizzante.

I gas combustibili alimentano motori a combustione interna, derivati da motori diesel o a ciclo Otto, accoppiati a generatori elettrici. Il risultato è la produzione di elettricità e il recupero del calore residuo (cogenerazione in gergo), quest’ultimo in parte riutilizzato attraverso reti apposite nel processo stesso di trasformazione della biomassa o per altre necessità, civili, agricole o nei casi di integrazione più fortunata industriali, purché evidentemente in aree limitrofe.

L’uso energetico di biomasse, incluso il biogas ottenuto nel modo che ho detto, è a tutti gli effetti produzione di energia da fonte rinnovabile, perché il combustibile si rigenera attraverso il ciclo vegetale o animale, e per questo ha diritto agli incentivi destinati alle rinnovabili. Naturalmente, e gli ascoltatori fedeli di Derrick lo sanno bene, fonte rinnovabile non vuol dire né fonte senza impatto ambientale né, nel caso delle biomasse, fonte senza emissioni di fumi di combustione dannosi.

Vediamo prima quali ragioni ecologiche possono rendere utili impianti come quelli che ho schematizzato sopra, prima di passare alle ragioni di preoccupazione.

Primo vantaggio ecologico: captazione di gas con un effetto serra molto intenso, come il metano, che nella normale attività agricola verrebbero emessi tal quali in atmosfera e che invece, una volta bruciati, hanno un impatto-serra minore.

Secondo vantaggio ecologico: produzione di energia elettrica e termica spiazzando produzioni convenzionali, per esempio a carbone, a maggiore impatto negativo su ambiente e salute.

Terzo vantaggio ecologico: la trasformazione batterica segregata di liquami biologici riduce l’inquinamento delle acque, tant’è che in effetti è un processo in parte comune ai depuratori.

Molte aziende agricole stanno dotandosi di impianti del genere e questo modifica in modo anche rilevante la morfologia delle campagne coinvolte, il che, comprensibilmente, solleva preoccupazioni. Proverò la prossima volta a fare un elenco delle ragioni invocate di solito dai contrari all’uso energetico del biogas da fonte agricola. Anticipo subito che alcune le trovo pretestuose, altre molto concrete.

martedì 3 settembre 2013

D171 - Il punto (per non addetti) sul boom dello shale gas - 1

Torno dopo la pausa di agosto, e come prima cosa ricordo Dino Marafioti, recentemente scomparso, che centinaia di volte ha introdotto Derrick in versione radiofonica su Radio Radicale il martedì mattina.

Inizia oggi un piccolo ciclo dedicato agli idrocarburi non convenzionali e in particolare allo shale gas (gas di scisti).
Tema non certo nuovo per chi segue Derrick, ma che voglio riprendere alla luce tra le altre cose della ricerca che ho fatto per la redazione di un articolo su Toscana Energia Box, la rivista di Toscana Energia, e di alcuni scambi con Luca Pardi di Aspo Italia, che ringrazio.

Negli USA il boom dello shale gas ha ormai raggiunto anche l'immaginario dei non addetti, tanto che lo scorso maggio era in programmazione a New York un musical critico, intitolato Marcellus Shale dal nome di una vastissima riserva di idrocarburo di scisti nella zona del New England ben visibile in questa mappa.

L'abusato acronimo NIMBY ("non nel cortile dietro casa mia", in inglese) per simboleggiare l'avversione a insediamenti industriali in questo caso ha una rilevanza quasi letterale, visto che negli Stati Uniti ci sono casi di pozzi di idrocarburi shale realizzati molto vicino a insediamenti abitati, anche perché per sfruttare queste risorse serve un numero maggiore di pozzi rispetto a quanto occorra per gli idrocarburi convenzionali, e ciò è più compatibile con la conformazione geografica e con il diritto degli Stati Uniti che con quelli europei. Negli USA infatti vaste aree superficiali possono essere utilizzate dai proprietari dei terreni (o da chi ne abbia acquistato da loro il diritto) che hanno anche la facoltà di forarli, diversamente da ciò che avviene di norma in Europa.

Perché estrarre idrocarburi non convenzionali richiede più pozzi? Perché il gas o l'olio si trovano intrappolati in rocce scarsamente permeabili e non porose come invece nei giacimenti convenzionali. Una conseguenza è che, per usare le parole dell’esperto Massimo Nicolazzi, nel gas non convenzionale “ogni pozzo è un piccolo giacimento a sé”. Quindi i tanti fori servono per andarsi a prendere direttamente tutto l'idrocarburo, che non arriva per pressione da altre zone della riserva.

Altra caratteristica distintiva dello sfruttamento degli idrocarburi di scisti è la necessità di frantumare le rocce contenenti l’idrocarburo al fine di liberarlo. Questa tecnica, detta fracking, utilizza un’azione idromeccanica con liquidi ad altissima pressione, che una volta recuperati e filtrati restituiscono il petrolio o il gas.

L'esistenza di scisti ricchi di idrocarburi in molte aree del mondo non è una scoperta recente. La novità degli ultimi anni però è che le tecniche di fracking, introdotte per la prima volta negli USA negli anni Quaranta, si sono sviluppate su larga scala a costi più competitivi e con aggiornamenti tecnici, come la capacità di perforare più facilmente in orizzontale.
Il termine "rivoluzione" mi sembra giustificato se non altro per gli effetti di mercato globali che sta comportando.

La prossima volta ne vedremo i dettagli, ma una possibile sintesi è che nel 2012 più di un terzo del gas estratto negli Stati Uniti era shale, contro il 2% nel 2000.

Le conseguenze sono state il crollo del prezzo locale fino a un minimo nel 2012, e la riduzione costante delle importazioni USA con effetti a cascata sul mercato dei combustibili, incluso il mercato del carbone, diventato più economico e più utilizzato in Europa, come conseguenza dell'essere stato spiazzato dal gas in America.

(Curioso, no?, che il continente paladino della lotta ai cambiamenti climatici consumi il carbone che gli USA non vogliono più).

martedì 9 luglio 2013

D168 – Protezionismo ecologico

L'organizzazione mondiale della meteorologia ha pubblicato il suo report sul clima nel primo decennio di questo secolo, decennio che ha registrato la temperatura più alta da quando esistono misure affidabili, e ha assistito a eventi climatici estremi responsabili, sempre secondo l'organizzazione, del 20% in più di morti rispetto al decennio precedente (oltre 350 mila in totale).

Sul come (e in qualche caso se) agire, però, i Paesi del mondo si stanno muovendo in modo quasi per nulla coordinato, e l'Europa stessa, in tempo di crisi, si sta interrogando su come portare avanti le misure di riduzione delle proprie emissioni di gas-serra.

Staffetta Quotidiana del 5 luglio ha ospitato un articolo di Giovanni Battista Zorzoli che racconta come, paradossalmente, proprio in Europa si stia usando più carbone di prima nella produzione elettrica, a causa del suo basso prezzo generato dal minor consumo americano a sua volta conseguenza della grande inattesa disponibilità di gas naturale a buon mercato in nordamerica. Succede cioè che Paesi come la Germania, e in misura minore l'Italia, da un lato danno enormi incentivi alle fonti rinnovabili di produzione elettrica, in gran parte a zero emissioni, dall'altro usano una maggior quota di carbone per fare energia elettrica, rimangiandosi in parte il risultato sulle emissioni.

In generale, anche indipendentemente dallo shale gas americano, un effetto di una forte carbon tax in Europa sarebbe una riduzione del prezzo internazionale del carbone, rendendolo più conveniente dove non tassato. Così come è inevitabile che le produzioni ad alto contenuto di carbonio tendano a spostarsi al di fuori delle aree dove c'è un sistema di penalizzazione alle emissioni.
Secondo Zorzoli, e secondo una visione di cui abbiamo già dato conto in Derrick, una soluzione a questo problema di delocalizzazione è introdurre dazi all'importazione di prodotti la cui produzione ha provocato emissioni e che arrivano da Paesi senza un sistema di limitazione delle emissioni stesse.

È una soluzione che crea problemi di valutazione del contenuto carbonioso implicito nei prodotti. Ma a parte questo comporta almeno alcuni dei problemi standard del protezionismo. In particolare, nel breve periodo aumenta i prezzi ai consumatori locali. Sempre nel breve periodo, se metto un dazio su un bene infatti causo i seguenti effetti:

  1. riduco il benessere del produttore estero di quel bene (che perde mercato)
  2. aumento il benessere di consumatori esteri (che pagano un prezzo più basso dovuto alla ridotta domanda per esportazioni, e si noti che quindi l'incentivo alle maggiori emissioni nei Paesi esteri almeno in parte resta anche con una tassa alle importazioni carboniose)
  3. riduco – come accennavo - il benessere del consumatore locale, che paga di più per il bene
  4. aumento il benessere del produttore locale, che vede meno concorrenza da fuori. (Ma attenzione: questo non vale nel caso di una tassa ambientale all'import con effetti pari alla carbon tax locale, perché in questo caso anche il produttore locale del prodotto carbonioso si vede ridotta la disponibilità a pagare del consumatore al netto della tassa).

Dunque il dazio ambientale di Zorzoli risolve la disparità di trattamento tra imprese locali ed estere conseguenza di una carbon tax, ma non quella tra i consumatori locali ed esteri, e incentiva questi ultimi ad aumentare i consumi carboniosi grazie al minor prezzo estero del bene carbonioso in seguito al dazio.

Resta poi un problema per l'ambientalista liberale, come me: se lui sdogana il protezionismo a fini ambientali, dovrebbe per coerenza sdoganarlo anche in relazione ad altre possibili necessità di correzione di effetti avversi delle differenze di regole internazionali, con possibilità di introdurre distorsioni massicce e magari pretestuose. Per ora lascio aperto questo dilemma.

martedì 5 febbraio 2013

D148 - Strategia energetica cinese

Grazie a un tweet di Alberto Forchielli, presidente di Osservatorio Asia, ho letto un comunicato del 30 gennaio dell'agenzia Xinhua, che credo possa definirsi voce del governo cinese, la quale descrive la crescente dipendenza della Cina dalle importazioni di gas e petrolio e richiama un report, che non ho trovato in inglese, della società petrolifera di Stato cinese.
Scrive l'agenzia che nel 2012 la Cina ha importato più petrolio, arrivando al 57% circa del proprio fabbisogno, e più gas naturale, il 29% del fabbisogno, con prospettive di aumento per il 2013.
Questo, secondo un alto dirigente della società petrolifera, si sta rivelando un elemento critico per la crescita, oltre che per la sicurezza energetica.

Qui un inciso: questo della sicurezza degli approvvigionamenti energetici di un Paese mi sembra sia un liet motiv di tutte le strategie energetiche pubbliche che ho visto, a partire da quella europea, e mi sembra sia un tema contraddittorio in un mondo che invece nell'energia da un lato sta aumentando la sua globalizzazione, grazie per esempio al trasporto via nave di gas, e dall'altro preconizza sempre di più politiche ambientali coordinate a livello globale.

In ogni caso: come rispondere secondo Xinhua a questa dipendenza critica della Cina dalle importazioni energetiche?
Sempre un esponente dell'azienda petrolifera di Stato ha affermato che la risposta è nella ricerca tecnologica verso fonti energetiche "sostituibili" (letteralmente dall'inglese, immagino sostituibili a petrolio e gas menzionati prima) e attraverso limitazioni a consumi irrazionali.

Queste fonti "sostituibili", o meglio: sostitute, quali potrebbero essere? Quelle rinnovabili, certo, su cui la Cina sta investendo massicciamente. O il nucleare, che vedeva nel 2012 ben 26 nuove centrali in costruzione ma che dal 2011 ha avuto lo stop a nuove autorizzazioni. O ancora il carbone, di cui la Cina è il primo consumatore al mondo, il terzo Paese per riserve e su cui conta in modo notevole anche per la produzione di energia elettrica (il 70% da carbone secondo un articolo di Edoardo Agamennone su AgiEnergia lo scorso ottobre).
Non ha dubbi Alberto Forchielli, che mi ha scritto su Twitter che il sostituto di minori importazioni di petrolio e gas sarà almeno nel breve periodo il carbone. Cosa che richiederebbe di aprire alle importazioni, oggi attorno solo al 5% dei consumi cinesi secondo la IEA, oppure di aumentare la capacità produttiva interna.

Interessante però il riferimento dell'agenzia al risparmio energetico. Se il World Energy Outlook 2012, come abbiamo visto qualche puntata fa, riporta che la Cina punta a una riduzione della sua intensità energetica del 16% nel 2015, l'agenzia non sembra parlare di politiche d'efficienza energetica tout court, quanto di disincentivo economico selettivo alla sola importazione di gas e petrolio. Infatti scrive che "Il Paese ha deciso di lasciare che il mercato fissi i prezzi di petrolio e gas, mentre in passato li ha talvolta tenuti più bassi del loro livello internazionale".
Adesso invece si vuole "Guidare i clienti a diventare più parchi".

Difficile, almeno per me, capire se si tratti della fine selettiva di sussidi al consumo, di transizione al mercato, o di accise o dazi d'importazione magari sotto forma di carbon tax. Se così fosse, sarebbe interessante vederne il contemperamento con i consumi cinesi di carbone non importato.

martedì 21 febbraio 2012

Il caso Alcoa: prezzi dell'energia come sussidio industriale D108/112

Con Stefano Mottarelli

Prima delle liberalizzazioni, i prezzi del gas e dell'elettricità erano anche una leva di politica industriale, e venivano controllati direttamente da agenzie governative. Poi sono arrivati i mercati. Ma le bollette attuali hanno ancora componenti che le differenziano con finalità di aiuto a certi comparti o tipi di clienti industriali. E siccome quello delle bollette è un sistema non più interconnesso con la fiscalità generale, chi ottiene sconti rispetto ai costi complessivi della fornitura li ottiene a spese degli altri clienti di energia, che finiscono quindi per contribuire di più agli stessi costi.

Si ripete di continuo che in Italia l'elettricità costa di più che nel resto d'Europa. È mediamente vero, ma lo è in modo molto diverso tra categorie diverse di clienti, e talvolta non lo è affatto. In Italia, ma non solo, alcune categorie di grandi clienti industriali, generalmente quelli per i quali l'energia è una voce di costo particolarmente importante, hanno tutt'ora accesso a formule di contribuzione agli oneri del sistema elettrico molto vantaggiose, tanto da rendere il loro prezzo estremamente basso rispetto a quello offerto ad altri clienti. La motivazione politica di ciò è la stessa di un tempo: politica industriale: intesa come aiuti alle imprese. Che non passano per le tasse, ma per le bollette.

La stessa Commissione Europea, nel valutare l'assimilabilità degli sconti di categoria previsti dallo Stato ad aiuti illeciti, osserva che è normale che sul mercato una categoria di grandi consumatori abbia forte potere negoziale, e che l'offerta dei produttori tenti di adeguarsi trovando il modo di discriminare il prezzo a favore di questa categoria per non perderla come cliente pur senza dover concedere agli altri clienti le stesse condizioni. È altrettanto chiaro, però, che se questa discriminazione di prezzo è decisa per decreto, e non dal mercato, il rischio di sussidi incrociati fuori controllo è più alto.


La storia

Il gruppo Alcoa (Aluminum Company of America, 59.000 dipendenti nel mondo, 21 miliardi di dollari di fatturato nel 2010) nel 1996 acquista la società italiana a partecipazione statale Alumix (del gruppo EFIM, una delle holding delle partecipazioni statali di allora). E si aggiudica due stabilimenti, tra cui quello di Portovesme in Sardegna. Uno stabilimento capace di consumare da solo circa un quinto del totale dell'elettricità sarda e che oggi impiega 500 dipendenti.
Un decreto ministeriale per rendere possibile l'acquisizione del '96 stabilisce il diritto dei due stabilimenti a ricevere dall'Enel una tariffa agevolata per le forniture di energia elettrica. E il prezzo per Portovesme viene fissato molto più basso di quello praticato alla generalità degli altri impianti industriali.

Dal 1999, con l'inizio della liberalizzazione del mercato elettrico, la tariffa sottocosto di Alcoa entra tra gli oneri generali del sistema. Viene cioè introdotto un sovrapprezzo in tutte le bollette per compensare lo sconto che prima l'Enel direttamente, poi la Cassa Conaguaglio, devono praticare ad Alcoa.
Nel 2004 c'è un cambiamento importante: con un DPCM del 6 febbraio la tariffa (in scadenza a fine 2005 e che dal 2000 è stata nel frattempo un po' aumentata fino alla soglia dell'equivalente di 40 lire al kWh rispetto alle originali 36 circa) è prorogata fino a giugno 2007, ma anche estesa a tutte le forniture di energia elettrica destinate alla produzione di alluminio, piombo, argento e zinco (ma solo per impianti già esistenti) situati in territori insulari caratterizzati da collegamenti assenti o insufficienti alle reti nazionali. In altri termini: il Governo rende meno specifico il trattamento, pur mantenendo il vantaggio mirato a grandi produzioni metallurgiche energivore in aree insulari.

Nel 2005, una delibera dell'Autorità per l'Energia introduce un legame tra l'incremento annuo della tariffa (che chiamiamo ancora per semplicità Alcoa anche se è estesa a un piccolo novero di beneficiari) e quella dei prezzi medi elettrici all'ingrosso, pur con un tetto al 4%. Sembra l'avvisaglia della fine del trattamento estraneo a un mercato nel frattempo più che avviato. Invece lo stesso anno una legge proroga la tariffa Alcoa fino a fine 2010, e prevedibilmente la Commissione UE (2006/C 214/03) avvia un'indagine per definire se si tratta di aiuto di Stato.


È aiuto di Stato?   

Il dubbio alla Commissione viene visto che la tariffa:
·       - costituisce un vantaggio economico
·       - minaccia di alterare la concorrenza 
·       - incide sugli scambi intracomunitari dei prodotti dalle aziende beneficiarie

e soprattutto secondo la Commissione si può parlare di aiuto di Stato perché la decisione di concedere questo vantaggio è delle autorità e prevede un trasferimento di risorse pubbliche sotto forma di un prelievo parafiscale.

Ecco un punto centrale. Che ha un'applicabilità che prescinde dal caso Alcoa, e apre un capitolo insidioso. Un sistema di bollette inevitabilmente ha componenti regolate con cui alcuni costi vengono suddivisi tra tipi di clienti. È così in qualunque mercato energetico per quanto liberalizzato, perché alcuni costi afferiscono a servizi che restano in monopolio legale, e le bollette sono quindi anche trasferimenti economici parafiscali.

Nel frattempo la Commissione europea assume un approccio negoziale e ammette la tariffa Alcoa transitoriamente, purché in Italia si attui un programma di intensificazione della concorrenza elettrica, attraverso l'obbligo di alcuni operatori ancora dominanti in particolare nelle isole di cedere ad altri un po' della capacità delle loro centrali elettriche.
Ma alla Commissione non basta. E Bruxelles dichiara la tariffa di favore “aiuto di Stato”, e con una Decisione della Commissione UE del 2009 obbliga lo Stato italiano a chiedere indietro ad Alcoa gli sconti ottenuti successivamente al tempo limite che la stessa Commissione aveva imposto in precedenza.


Quanti soldi? Per fare cosa?

Si tratta di circa 300 milioni in un solo anno come calcolati dal Governo italiano, mentre per tutti i quindici anni di sussidi Marco Alfieri della Stampa stima il vantaggio in quasi 2 miliardi.

Nell’aprile 2010 Alcoa ricorre contro la decisione di Bruxelles senza successo finale, e nel marzo 2011 la Commissione deferisce l’Italia alla Corte di Giustizia per il mancato recupero degli aiuti. Alcoa nel frattempo minaccia, come oggi, la chiusura degli impianti e ottiene la legge cosiddetta "Salva Alcoa", con effetti fino al 31 dicembre 2012 e vantaggi che possono arrivare ai 40 €/Mwh, circa la metà di quanto l'elettricità costa oggi all'ingrosso al netto di tutti gli oneri. La scappatoia è sempre la stessa: fare una norma che solo formalmente non è ad hoc, per prorogare gli aiuti.
Quando arriva il Salva Alcoa, un altro stabilimento sardo, Eurallumina, ha chiuso, e l'utilizzo del carbone locale per produzione elettrica anch'esso si trascina tra sussidi e progetti di rilancio. 

L'industrializzazione ex di Stato di Carbonia e dell'Iglesiente vede i nuovi investitori tirarsi indietro uno dopo l'altro, come racconta in un bel reportage Marco Alfieri su La Stampa. Le produzioni di base fatte in Sardegna, così come nel continente, sono sempre meno competitive e la disoccupazione degli under 30 nell'area è arrivata ai giorni nostri attorno al 50%.
Una situazione drammatica, a fronte della quale però la proroga dei sussidi fornisce soluzioni non solo inique e distorsive, ma necessariamente temporanee, e quindi induce i beneficiari a tirare avanti e approfittarne senza una politica di investimenti. Sussidi insomma che rimandano, ma nello stesso tempo rendono più certo e repentino, l'esito finale di deindustrializzazione.

La politica sembra non riesca a trovare il coraggio e la visione per cambiare pagina, e affrontare il problema dello sviluppo di questa e altre aree depresse con una qualche visione strategica. Davvero vogliamo fare produzioni di base energivore pagate dalla collettività in una perla del Mediterraneo? Davvero non ci sono altre strade? Fornire magari finanziamenti agevolati a nuovi imprenditori anziché sussidiare un business in crisi e a forte impatto ambientale, non sarebbe più ragionevole?

Con due miliardi di Euro (pari a 1 milione a testa a 2000 disoccupati), è probabile che in questi quindici anni politiche di welfare alla persona e investimenti in formazione, infrastrutture (quelle giuste, anzitutto immateriali) avrebbero fatto meglio rispetto al tunnel degli aiuti industriali senza una prospettiva, e che offendono la concorrenza.


La restituzione

Finora a Derrick non risulta che lo Stato abbia recuperato i trasferimenti ad Alcoa e agli altri beneficiari. E i recenti avvenimenti politici, o meglio parlamentari, italiani, vanno addirittura nella direzione opposta.
Il 1 marzo Antonio Di Pietro dichiara che per evitare la chiusura dello stabilimento di Portovesme "va individuata una soluzione industriale, attraverso accordi bilaterali con produttori di energia, al fine di rendere competitivo lo stabilimento”.

Di Pietro non ascolta Derrick e forse non sa che quelli che lui chiama "accordi bilaterali", nell'era di mercato dell'energia, sono stati non sacrifici dell'Enel o di qualche altro fornitore, ma oneri in bolletta a carico di tutti i consumatori, industriali e non.
Pochi giorni dopo, il 13 marzo, il Governo è battuto alla Camera con un ordine del giorno votato tra gli altri da PDL e PD, ma non dai deputati Radicali. L'ordine del giorno invita il Governo a “predisporre di concerto con la regione Sardegna un apposito piano integrato di rilancio del Polo energetico ed industriale del Sulcis”.  E chiede nello specifico di prorogare la legge di conversione del cosiddetto decreto "Salva Alcoa", di cui abbiamo parlato nelle puntate passate, e che ha costituito l'ultima tranche legislativa di questi aiuti.

Elisabetta Zamparutti, deputata radicale in Commissione ambiente, motivando il voto contrario della delegazione Radicale ha detto tra l'altro che "è da quando è stato privatizzato che lo stabilimento di Portovesme in Sardegna usufruisce di sussidi nelle bollette elettriche, sussidi pagati da tutti i consumatori di energia elettrica.".


La scorciatoia delle bollette

Se il Parlamento votasse una legge di sussidi industriali con soldi pubblici, dovrebbe per Costituzione indicare la provenienza dei fondi necessari. Ma siccome qui i sussidi sono a carico delle bollette, cioè fuori dal sistema della fiscalità, si genera una particolare distorsione e deresponsabilizzazione dei decisori politici. Qui il legislatore prende decisioni che riguardano anche i soldi pubblici, com'è nel suo ruolo, ma le prende senza doversi in nessun modo preoccupare, almeno dal punto di vista dell'accettabilità costituzionale, della questione di da dove arrivano le risorse e di qual è l'impatto non solo sulla competitività di chi i soldi li prende, ma anche di chi ce li mette.
E così: gli aiuti per gli stabilimenti interessati dall'ordine del giorno della Camera sono menzionati nell'ordine del giorno. Ma gli aggravi ai consumatori, anche industriali, che quei sussidi li pagano in bolletta e non nelle tasse, dove sono? Chi ne sostiene il costo politico?


Verso la chiusura dello stabilimento di Portovesme?

Sindacati e lavoratori hanno manifestato contro la paventata messa in mobilità degli addetti allo stabilimento, anche con scontri con le forze di polizia davanti al Ministero dello Sviluppo Economico, e negli ultimi giorni di marzo [2012] è stato raggiunto un accordo di cui Derrick al momento non dispone ma che comprenderebbe il ritiro della procedura di mobilità dei lavoratori e il mantenimento della produzione fino al 31 ottobre 2012, in caso di assenza di manifestazioni di interesse di altri investitori, fino a fine 2012 in caso di manifestazioni di interesse, con cassa integrazione dal 1 gennaio 2013.
Inoltre, come 15 anni fa quando lo stabilimento allora pubblico fu venduto ad Alcoa, ma con la differenza che oggi sarebbe contro una sentenza dell'UE, il Governo si sarebbe impegnato a provare a rendere disponibili ancora per un po' i sussidi sul prezzo elettrico, per poi puntare su soluzioni di più lungo periodo. Vediamo quali, secondo le notizie circolate sui giornali.

La prima soluzione strutturale per abbassare il prezzo dell'energia di Alcoa sarebbe un accesso privilegiato alla capacità di interconnessione elettrica con l'estero, per beneficiare in modo esclusivo del minor prezzo oltre frontiera. Aimé: è una misura del tutto assimilabile a un aiuto, perché la giurisdizione dell'energia prevede che alla capacità dei cavidotti internazionali si acceda di norma in modo competitivo tra tutti gli interessati.

La seconda soluzione prevederebbe accordi diretti con Enel. Il che non si capisce cosa voglia dire. Enel, società per azioni controllata ma non interamente posseduta dal Tesoro, farebbe un regalo ad Alcoa rispetto al prezzo di mercato? Se è così si comprende perché il titolo sta cedendo in borsa. Sarebbe a modo suo geniale: far pagare agli azionisti della sola Enel, di cui il Governo controlla il CDA, e non solo ai consumatori di energia, il costo degli aiuti, alla faccia delle distorsioni del mercato.

La terza soluzione sarebbe autoproduzione di elettricità da parte di Alcoa. Che di per sé nessuno ha mai vietato ad Alcoa né ad altri. Quel che s'intende però è probabilmente la cessione pilotata ad Alcoa di una centrale altrui. Si parla di una sezione dell'impianto a carbone di Enel Sulcis, che però secondo alcuni giornali l'azienda di Conti in passato già non avrebbe voluto vendere ad Alcoa.

Le centrali a carbone in effetti sono un po' più economiche di altre (soprattutto perché, per motivi che non possiamo ricordare ora, se ne pagano ancora solo scarsamente i costi ambientali). Ora, in caso di cessione coatta di capacità produttiva a carbone da Enel a Alcoa si riproporrebbe come sopra il dubbio se Enel sia una S.p.A. sul mercato, o un'agenzia del Governo partecipata dal mercato.
La cessione coatta di capacità produttiva peraltro non è in sé una bestemmia. Già Bersani nel '99 impose la vendita di centrali dell'allora monopolista per rendere contendibile il mercato elettrico. Lì però si parlava, appunto, di un monopolista, e le centrali vennero messe all'asta, non attribuite ex lege a qualcuno.

Riflessione della settimana di Derrick: Chissà se a un certo punto si prenderà piena coscienza che nell'era del mercato il Governo non può più decidere, se non con interventi infrastrutturali e di contesto regolatorio, chi investe dove. L'alternativa c'è naturalmente: fare marcia indietro dall'era del mercato.

(Grazie a Stefano Mottarelli)