domenica 5 novembre 2017

Esportiamo elettricità (Puntate 291, 300, 334)

Qualche luogo comune sull’energia sta per essere sovvertito.

Il presidente di Confindustria chiudendo col suo intervento a Capri la convention dei giovani industriali 2016 ha detto che le aziende italiane continuano a pagare l’energia più di quelle tedesche.
Rispetto alle grandi aziende manifatturiere energivore, non è vero. Esse hanno prezzi perlopiù allineati e sia da noi sia in Germania sono sussidiate: in Italia prevalentemente a spese delle bollette delle aziende più piccole e non manifatturiere (e quindi se mettiamo insieme tutte le imprese Boccia ha ragione), in Germania a spese delle bollette domestiche.

Un altro luogo comune, questo fino a ora fondato, è che l’Italia sia un paese fortemente importatore di elettricità.
Un motivo importante per cui è stato a lungo così è che la Francia, a cui siamo molto interconnessi, produce prevalentemente da nucleare. Una tecnologia complessivamente costosa ma i cui costi sono perlopiù fissi e non legati al volume della produzione, con prezzi per unità d’energia quindi di norma competitivi sul mercato all’ingrosso rispetto a quelli italiani.
(Un cittadino francese potrebbe chiedersi perché con le sue tasse debba mantenere centrali che sono servite a lungo ad abbassare il prezzo dell’energia in Italia).


Inverno 2016-2017

Il guaio è che le centrali nucleari francesi sono sempre più vecchie. Molte andranno sostituite, e molte in questo periodo sono sottoposte a interventi di manutenzione massicci, anche in seguito alla sconcertante scoperta della falsificazione di documenti sulla resistenza dei materiali da parte di fornitori di parti delle macchine. Il risultato, all'inizio di ottobre 2016, è stata una capacità produttiva transalpina mai così bassa dal 1998.
Il prezzo all’ingrosso dell’elettricità oltralpe ne ha risentito passando nell'autunno 2016 in pochi mesi da 30 a 70 €/MWh, superando quindi quello italiano che prima si aggirava sui 40 € e che, trascinato dalla Francia, ha poi avuto fiammate fino a 60. Nell'inverno successivo la situazione si è esacerbata a causa dei consumi elettrici per il riscaldamento francese, portando spesso i prezzi d'oltralpe oltre 100 €/MWh e i nostri oltre 80.

Traliccio elettrico sulle montagne di Cogne
fotografato da Derrick
Cosa succede tra due mercati collegati?
Succede che quello con i prezzi interni più bassi esporta. E così, il flusso dell’energia tra Italia e Francia si è recentemente spesso invertito rispetto al solito, rendendo l'Italia esportatrice.

Un altro effetto dell'interconnessione tra mercati è che i prezzi tendono ad allinearsi, alzandosi nel mercato che esporta e abbassandosi in quello che importa.
E così anche la battuta che facevo prima riguardo ai francesi s’inverte: chi normalmente da noi si lagna del fatto che importiamo elettricità sarà felice di pagarla più cara nei periodi in cui la esportiamo

I Radicali dai tempi della prima strategia energetica nazionale (ora in procinto di essere aggiornata), ma soprattutto da quelli di Chernobyl con Marco Pannella, sostengono che il nucleare non è una soluzione conveniente per produrre elettricità, e l’esperienza recente sembra dar loro ragione. Centrali con enormi costi di investimento, poco flessibili e scarsamente gestibili in una logica di mercato, e pressoché mai finanziabili senza garanzie pubbliche.
La Francia e i suoi consumatori stanno pagando care le difficoltà tecniche ed economiche di rinnovare il proprio parco, che è vecchio e può continuare a funzionare solo a fronte di verifiche severe da parte della locale autorità per la sicurezza nucleare.
(Una parte importante dei problemi di adeguatezza produttiva francese è emersa anche a causa della rigidità dell'inverno 2017, che ha aggiunto alla domanda elettrica quella da riscaldamento. La punta di consumo transalpina avviene infatti in inverno e non a luglio come da noi per i condizionatori, con un picco di domanda complessivo quasi doppio del nostro, che senza riscaldamento elettrico sarebbe invece più o meno allineato).

Ebbene, come reagisce il nostro sistema elettrico, fortemente interconnesso a oltralpe, a questo scenario?
Usando le flessibilità che a differenza di altri ha a disposizione: centrali a gas che possono accendersi usando la notevole capacità di importazione del gas di cui l’Italia dispone e di cui disporrà sempre di più stando agli investimenti già in corso di attivazione. La conseguenza è come abbiamo visto un incremento dei prezzi italiani di breve periodo sia dell’elettricità sia del gas, non però quanto quelli francesi nei momenti di scarsità. Addirittura il 24 gennaio 2017 perfino in Germania i prezzi hanno per un po’ superato i 100 Euro al MWh, mentre in Italia la media nazionale si è assestata in quel periodo poco sopra gli 80 Euro/MWh.

Insomma, i fatti dell'autunno-inverno 2016-2017 sembrano dar ragione alla strategia energetica italiana, che ha puntato su gas e flessibilità, oltre che sulle rinnovabili.
Ci si può aspettare che anche in futuro ci sia spazio perché l’Italia operi come esportatrice d'elettricità? Guardando i prezzi a termine (cioè dei contratti finanziari o fisici riferiti all'elettricità in Italia nei prossimi anni) si direbbe, al momento di questo articolo, di no.
Il motivo è che almeno per un po' il sistema produttivo elettrico italiano continuerà ad avere costi variabili (che non vuol dire totali) più alti rispetto a quelli dei Paesi vicini.

D'altra parte è vero che i prezzi a termine nel periodo di questo articolo continuano a essere bassi per l’Italia, per esempio nella principale borsa elettrica europea (la tedesca EEX), indicando aspettative di scarsa domanda futura per la produzione italiana. E prezzi a termine bassi sono un'opportunità di arbitraggio che qualcuno dall'estero potrebbe cogliere di qui ai prossimi anni comprando contratti d'energia in Italia. Ma si tratta di indicazioni di prezzi futuri basate su piccoli volumi scambiati, che potrebbero quindi rivelarsi poco significative.

Di certo, i tempi del blackout (quello nazionale intendo, e non mi riferisco al recente disastro delle reti abruzzesi sotto la neve) sono molto, molto lontani.


Aggiornamento: verso l'inverno 2017-2018


Gl’indizi per l’inverno 2017-18 sembrano andare nella stessa direzione del precedente, anzi peggio, a causa della siccità non solo estiva, ma anche fino a tutto il mese di ottobre 2017, che affligge i bacini idroelettrici alpini e ancora di più quelli appenninici. A settembre i primi, come ha scritto Jacopo Giliberto sul Sole 24 ore il 2 novembre 2017 riportando dati Terna, erano riempiti a poco più della metà della loro capacità idrica, e i secondi a poco più di un terzo, record negativo dal 1970.

Questo significa che al possibile picco di importazione da parte della Francia nel 2018 l’Italia potrebbe essere meno preparata a causa della minore capacità idroelettrica.
Va molto meglio nel settore della generazione a gas, dove le centrali termoelettriche, così come tutti gli utilizzatori di gas naturale in Italia, possono contare su una batteria di stoccaggi geologici pressoché pieni fino all'autunno 2017, cioè all’inizio della stagione di erogazione, quella in cui i serbatoi iniziano a dare gas anziché riceverlo come in estate.
E sarà capacità di cui c’è bisogno, visto che in Francia gli interventi ad alcune delle centrali nucleari al momento di questo articolo ferme stanno prendendo più tempo del previsto, compresi quelli in una diga nei pressi dell’impianto di Tricastin, a nord di Avignone. Un impianto di un migliaio di MW di potenza costruito negli anni ’70 e operativo dagli ’80, già teatro di due incidenti relativamente gravi nel 2008, con perdita nell’ambiente di uranio e di particelle radioattive. In seguito ai quali un consorzio viticolo della zona ottenne di togliere il toponimo “Tricastin” dal suo vino per contrastare il calo delle vendite successivo agli incidenti.

martedì 31 ottobre 2017

Economia alla convention Stati Uniti d'Europa: una sfida Radicale (Puntata 333 in onda il 31/10/17)

Mentre è in corso a Roma il congresso di Radicali Italiani, si è da poco chiusa sempre all’Hotel Ergife una convention di due giorni organizzata da Emma Bonino e Radicali Italiani, chiamata Stati Uniti d’Europa: una sfida Radicale, riascoltabile su Radio Radicale. I lavori sono stati in parte suddivisi in commissioni e qui parlo di quella su politica fiscale e riforme strutturali, moderata da Marco de Andreis e dal sottoscritto.


Proposta di Radicali Italiani per la finanza pubblica italiana

De Andreis ha aperto i lavori descrivendo gli aspetti essenziali della proposta di Radicali italiani per una politica fiscale nella prossima legislatura, e cioè:
  • Congelamento spesa al livello nominale 2017
  • Riduzione IRPEF a metà legislatura: tre aliquote, rispettivamente al 20 per cento (per i redditi fino a 40 mila euro l’anno, no tax area per i redditi fino a 8 mila euro), 30 per cento (tra 40 e 60 mila euro) e 40 per cento (oltre 60 mila)
  • Riduzione aliquota IRES (imposta sugli utili delle imprese) al 20%. 

Da dove arriverebbero le risorse? Oltre che dal congelamento della spesa (che ne implica una seppur piccola riduzione reale):
  • Dall’eliminazione del regime agevolato IVA 10%
  • Dalla cancellazione di misure di spesa fiscale (in particolare bonus particolari a investimenti e cuneo fiscale, facilitazioni prima casa e sussidi dannosi all’ambiente). 


Il parere degli esperti

Veronica de Romanis, professoressa alla Luiss, è stata tranchant: basta bonus, abbassiamo piuttosto le tasse per tutti. Anche perché le tasse alte hanno prodotto politica di spesa lassista anziché investimenti e riduzione del debito. Lorenzo Codogno, professore alla London School of Economics, è d’accordo e mostra come dal 2013 l’avanzo primario strutturale dello stato italiano venga costantemente eroso per finanziare spesa corrente, rendendo meno credibile la riduzione del debito. Riduzione che però è indispensabile mostrare di essere capaci di fare se vogliamo che i titoli del nostro debito vengano comprati sui mercati quando non sarà più la BCE a farlo. E se non iniziamo il percorso finché il quantitative easing e il trend dei prossimi titoli in scadenza è favorevole in termini di interessi, quando lo faremo?
Nemmeno a Stefano Micossi del Centre for European Policy Studies piace la legge di Stabilità com’è impostata. Micossi condivide la necessità di mettere mano alla spesa fiscale e in particolare di cancellare il regime di privilegio dell’IVA al 10%, ingiustificabile in termini di logica economica. Alfredo Macchiati, infine, ci ricorda come vari osservatori autorevoli consiglino all’Italia di tassare meno le persone (cioè i redditi) e di più le cose: consumi e patrimoni. Magari attuando finalmente la volontà del Parlamento: una revisione fiscale in termini ecologici, iniziando almeno col tagliare i sussidi dannosi all’ambiente.


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martedì 24 ottobre 2017

La brexit dell'energia (Puntata 332, in radio il 24/10/2017)

La brexit del governo May di Londra sembra riguardare anche le regole e la stessa filosofia del mercato dell’energia. L’esecutivo britannico infatti ha annunciato di recente l’istituzione, benché temporanea e non di immediata applicazione, di un tetto alle tariffe domestiche dell’energia.

E pensare che la Gran Bretagna è stata un laboratorio di liberalizzazione dell’energia, attuata già a partire dalla fine degli anni Ottanta e con strumenti drastici (poi applicati nell’elettricità anche in Italia con il decreto Bersani una decina di
Scalinata fotografata
da Derrick a Vienna
nel novembre 2016
anni dopo) come lo spezzettamento forzoso dell’azienda monopolista della generazione elettrica.
La filosofia sottostante era quella di introdurre la competizione in tutti i segmenti della filiera in cui fosse fattibile, per esempio nella vendita e nella produzione di elettricità.

La liberalizzazione inglese però non ha portato a superare un oligopolio di fornitori, e sono ancora molti i clienti (e questo vale anche da noi) apparentemente non interessati a cambiare operatore. Le autorità britanniche dell’energia e dei mercati hanno approntato vari strumenti di trasparenza e di aiuto alla scelta per spingere i clienti a essere più attivi e innescare quindi la concorrenza, ma ora il governo con il tetto forzoso ai prezzi ha scelto una strada decisamente più dirigista.

Strada che ha sollevato le critiche anche di membri anch’essi conservatori del parlamento, arrivati a definire “marxista” la soluzione del governo. Dal canto suo, la IEA, agenzia dell’energia di Parigi, ha twittato che per abbassare i prezzi dell’energia serve concorrenza in mercati liberalizzati, non maldestri sistemi di tetto ai prezzi.
Vari esperti hanno fatto notare che se si mette un tetto ai prezzi in un mercato competitivo è prevedibile che quel tetto diventi un riferimento verso cui gli operatori tenderanno ad alzare tutti i prezzi che in precedenza erano inferiori. Con un effetto finale di aumento medio e di paradossale aiuto alla collusione.

Domandona: è più efficiente un’economia pianificata in un ipotetico mondo di amministratori onniscienti e incorruttibili, o una di mercati con perfetta trasparenza? Non lo so. Ma penso si possa affermare senza dubbio che strumenti dirigistici estemporanei applicati a economie di mercato sono la soluzione peggiore, un ibrido che probabilmente unisce il peggio dei mercati reali e delle pianificazioni reali.
Martin Lewis, fondatore di un sito inglese di comparazione prezzi, ha fatto una dichiarazione riportata dall’Independent il 13 ottobre 2017 che tradurrei così: “Ai clienti dovrebbe essere concesso anche il diritto di pagare di più, se va bene a loro”. Per esempio, aggiungo io, perché preferiscono un fornitore fidato ma non economico, o non hanno voglia di sbattersi tra le offerte. Limitare per decreto questa libertà è piuttosto illiberale, e diventa disastroso se ha anche l’effetto di far pagare di più chi invece al risparmio è interessato.

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