lunedì 21 dicembre 2020

La concorrenza spazzata via dal nuovo statalismo (Puntata 466 in onda il 22/12/20)

Un tempio a Nara (copyright Derrick)
Ringrazio gli ascoltatori di Derrick che attraverso la mail derrick.energia@gmail.com mi mandano commenti e testimonianze sui temi trattati qui.

Il caso delle commissioni forzose per pagare i servizi della pubblica amministrazione con Pago PA anche nei casi in cui prima si potevano evitare continua a interessare gli ascoltatori. Ringrazio in particolare Ugo Gentilini, di Subiaco, in provincia di Roma, che dettagliatamente mi ha raccontato la fine della possibilità per lui di pagare le mense scolastiche
senza commissioni con Satispay. Dopo un periodo di blackout della possibilità di usare il suo intermediario, in era post Pago PA Gentilini ha ritrovato sì questa opzione ma con una commissione di 50 centesimi, non poco visto che si applica nel suo caso a una bolletta di circa 20 euro.

Abbiamo già visto che anche la app Io, che si propone come portale pubblico per i pagamenti con le PA da dispositivi mobili, applica commissioni per pagare tributi (un euro per la Tari di Roma dove la App utilizza come intermediario le Poste per i pagamenti con Visa, almeno nel mio caso). Si sta insomma chiarendo quello che qui abbiamo detto già quasi tre mesi fa: Pago PA di fatto si comporta come facilitatore di un cartello che stabilisce il livello generalizzato di una tariffa per una transazione (il pagamento di servizi o imposte pubbliche) che in precedenza era in molti casi gratuita.

Abbiamo visto che l’Antitrust si è pronunciata contro questo monopolio di fatto, e speriamo in evoluzioni positive.

Sempre l’Antitrust pochi giorni fa ha denunciato l’illegittimità del prolungamento dell'affidamento ad Areti (società del Comune di Roma) del servizio di illuminazione pubblica per la città, deliberato dal Comune all’ultimo momento prima della scadenza di una concessione che finisce con il 2020 e che anch’essa era stata illegittimamente attribuita senza gara (link sotto alla segnalazione). Attribuzioni di monopoli senza forme di concorrenza, oltre a essere contro la legge, fanno male alle bollette e all’innovazione, argomenta l’Antitrust.

Ma non è affatto facile sostenere le ragioni della concorrenza in una fase in cui per i cittadini e le aziende le decisioni del Governo sono ben più decisive nel breve periodo rispetto al lento lavoro di concorrenza e innovazione. Oggi per esempio il costo percepito di una bici, di un’auto, i ricavi di un’azienda o di un professionista sono in molti casi più legati a ristori, a bonus o a decisioni di regolazione di quanto dipendano da fattori industriali o dalle capacità di essere un buon consumatore o fornitore.

Come Andrea Giuricin e Carlo Stagnaro hanno ricordato in un video di commento al piano industriale della nuova Alitalia (link sotto), e come qui a Derrick abbiamo trattato più volte, anche le tariffe dell’energia dipendono sempre più da fattori come il salvataggio di Alitalia che dall’efficienza di chi l’energia la rende disponibile, o di quella del mercato in cui opera.

Ma quando, speriamo presto, e comunque inevitabilmente, sarà di nuovo più evidente il legame tra costi e qualità di beni e servizi da un lato e le capacità di fare le cose bene e in modo efficiente dall'altro, e ci arriverà purtroppo il conto dei debiti che stiamo accumulando, non aver difeso la concorrenza con le sue conseguenze di efficienza innovazione e selezione virtuosa tra operatori potrebbe farci ritrovare molto più poveri di ciò che ora percepiamo.


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lunedì 14 dicembre 2020

PagoPA: il quasi monopolio per pagare i servizi pubblici (Puntate 455-6 e 465 in onda il 6-13/10 e 15/12 2020)

Queste puntate riprendono un mio articolo uscito sul Riformista del 3 ottobre 2020 che ha innescato una vastissima discussione soprattutto su Twitter, la quale mi ha aiutato ad avere un quadro più completo.

Istruzioni di pagamento AMA Roma
Le nuove istruzioni di pagamento TARI
sul sito di AMA Roma (5/10/2020)
Nell’era dei tassi di interesse bassi o addirittura negativi, le banche hanno dovuto trovare nuove entrate da commissioni a fronte di servizi che ci eravamo abituati ad avere gratuiti o quasi con l’aumento della concorrenza dell’ultima ventina d’anni e la diffusione delle banche online. Resiste in genere, per trasferimenti in Europa, la gratuità dei bonifici e degli addebiti diretti in conto corrente. Grazie a ciò, la rata del condominio o le bollette si possono pagare senza commissioni domiciliandole oppure inviando bonifici, quando il gestore del servizio lo permette. In altri casi un pagamento disintermediato è possibile presso le tesorerie dell’esercente. Per esempio, fino alla penultima bolletta, io potevo pagare la Tari (tariffa rifiuti) a Roma presso le agenzie della Banca Popolare di Sondrio senza commissioni.

Ma con l’ultimo avviso di pagamento il Comune di Roma mi comunica che d’ora in poi posso pagare la Tari solo nell’ambito del circuito “Pago PA”.

Per capirne di più mi collego al sito ufficiale omonimo e leggo che le amministrazioni pubbliche sono ora obbligate a utilizzare per i pagamenti i servizi del consorzio CBI (customer to business interaction), quello che appare nei portali delle banche come sistema “Cbill”. Che permette un’identificazione univoca delle comunicazioni di debito e un loro pagamento su varie piattaforme, dalle ricevitorie ai siti delle banche, spesso con una commissione alta: quasi 2 Euro nel mio caso (online tramite la mia banca). Unica eccezione ammessa a questo circuito dal comune di Roma è il vecchio boll
ettino postale anch’esso a pagamento (ben 1,5 € di commissione anche per importi bassi).

Il sito di “Pago PA” afferma che il sistema serve a far risparmiare alle pubbliche amministrazioni semplificando loro la riscossione, ma ignora, anche nelle “FAQ”, che lo fa a spese dei cittadini. Ignora anche, almeno fino al 4 ottobre 2020, data del mio ultimo controllo, che l’inizio dell’obbligo per le amministrazioni pubbliche di servirsi di questo apparato è stato rinviato al 2021 dalla legge “Semplificazioni” della scorsa estate.

Questo mi rende ancora più indigesto quel che scrive (almeno mentre preparo questo articolo) il sito dell’Ama (l’azienda dei rifiuti del Comune di Roma):

Per il pagamento della tassa sui rifiuti non sarà più possibile l’addebito diretto della bolletta (RID – SEPA). Gli utenti che utilizzano la domiciliazione bancaria sono invitati dunque a dare comunicazione di disdetta dell’addebito alla propria banca.

In altre parole: Ama rinuncia alla forma di pagamento di solito più ambita da qualunque esercente: l’addebito bancario diretto, quello che semplifica l’esazione e garantisce l’ingresso puntuale dei soldi. Mi fa notare su Twitter l’esperto Stefano Quintarelli, che ringrazio, che la legge, se è vero che istituirà l’obbligo di ricorso al consorzio CBI, non impedisce alle amministrazioni di accettare anche altri mezzi di pagamento. Quello del Comune di Roma, e di moltissime altre amministrazioni in Italia, sembra quindi un eccesso di zelo costoso per i cittadini. Mi sono stati però segnalati anche altri casi in cui le amministrazioni continuano ad ammettere pagamenti con mezzi diversi da quelli del quasi monopolio ex lege dei “PSP”, come li chiama il sito “Pago PA”: i prestatori di servizi di pagamento consorziati.

Al mio articolo ha poi fatto seguito uno di Enrico D’Elia su lavoce.info il 9 ottobre 2020 (link sotto). Articolo che non cita né il Riformista né Derrick ma che ne riprende gli argomenti e le conclusioni, aggiungendo informazioni interessanti. Ne riporto stralci:

Chi […] utilizzava l’addebito diretto a costo zero sul proprio conto corrente [oppure il pagamento diretto presso le tesorerie o gli uffici dell’amministrazione – aggiungo io] si è visto precludere questo canale e ora si trova a pagare, oltre al dovuto, anche gli oneri di riscossione che prima erano sostenuti implicitamente dalla PA. Come se non bastasse, la piattaforma PagoPa non prevede ancora un addebito automatico, che pure è contemplato dalla Psd2 [una direttiva europea sui pagamenti digitali], con il rischio di ritardi sanzionati da more e penali. Il nuovo sistema sembra dunque penalizzare i contribuenti più fedeli e puntuali e, tra questi, proprio quelli tenuti a pagamenti più modesti perché hanno reddito, consumi e patrimonio minori. L’aggravio complessivo per i contribuenti sarà di poco meno di 40 milioni di euro l’anno, pur considerando una commissione di appena un euro sulle due rate della Tari e ipotizzando che soltanto per un quarto dei 74,3 milioni di immobili censiti in Italia si facesse prima ricorso all’addebito in banca.

D’Elia scrive anche che c’è il rischio probabile che l’oligopolio degli esercenti aderenti al sistema PagoPa non abbia incentivo a ridurre le commissioni, e che quindi questa “tassa occulta” diventi sistematica. I casi fortunati di commissione nulla, il cui esempio noto sono i pagamenti di piccolo importo operati con SatisPay, che in effetti è uno degli operatori di PagoPA, potrebbero dunque rimanere eccezioni, se non finire per adeguarsi alle commissioni più comuni che per pagamenti di poche decine di Euro possono anche raggiungere il 4-5% dell’importo.

Nell’ipotesi ottimistica che nessun pagamento vada a vuoto dopo la cancellazione dei flussi di addebito bancario diretto, l’efficienza per le pubbliche amministrazioni c’è, perché il sistema permette loro standardizzazione e semplificazione. Ma è scorretto che questa efficienza avvenga a spese dei cittadini.

Questo sostiene tra l’altro un’interrogazione già presentata in materia dalla Senatrice Emma Bonino di Più Europa.


Aggiornamemto del 14/12/2020

 A inizio novembre 2020 l’antitrust è uscita con una raccomandazione (link sotto) che ricostruisce la normativa (piuttosto contraddittoria con varie modifiche e rinvii che si sono susseguiti) e nota come sia importante che Pago PA non diventi l’unico modo per pagare, soprattutto non impedisca l’addebito diretto gratuito in conto corrente per chi lo desidera.

Recentemente ho ricevuto la mia seconda bolletta della tassa dei rifiuti di Roma da quando c’è pago PA, e l’azienda mi dice che posso o usare questo circuito online o andare in posta o in banca, quindi sempre con commissioni, almeno con le mie banche, per non parlare della Posta.

Ho però avuto un barlume di speranza circa la nuova app Io, gestita anch’essa da Pago PA. La app è diventata famosa per essere andata in tilt per più giorni all’inizio del cash back, ma non è per questo che mi interessa parlarne. Mi interessa perché la app permette comodamente di inquadrare il codice di una bolletta della pubblica amministrazione e pagarla subito online. Provo, e vedo che la app riconosce subito la mia fattura della tassa rifiuti. Mi appresto al pagamento speranzoso e invece, aimè, spunta una commissione di 1 euro.

Quindi si conferma almeno nel mio caso quello che già in passato avevo denunciato: pago PA probabilmente semplifica la vita alla PA, ma lo fa a spese degli utenti di questi servizi pubblici rispetto alla situazione precedente. E AMA Roma al momento non ha fatto nessuna marcia indietro riguardo alla chiusura ai pagamenti con bonifico o con addebito automatico, che invece prima permetteva (e che erano gratuiti).

Mentre scrivo questa puntata tutti fanno a gara a mettere online foto delle folle nei negozi in città dopo l’allentamento prenatalizio delle restrizioni anti-covid. In effetti allentare le restrizioni subito prima di rimetterle, come già preannunciato, sembra un modo quasi scientifico per creare assembramenti. Ma lo stesso cashback, cioè la distribuzione di denaro a chi paga con carte di pagamento, è disegnato per aumentare il contatto sociale, visto che esclude i negozi online. Con buona pace non solo di Amazon, che anche se vende online dà lavoro a gente fisica, ma di tante startup che hanno sviluppato piattaforme di commercio online per i servizi più vari, le quali non meritano un disincentivo del genere. Molte delle quali peraltro ricevono incentivi alla digitalizzazione o imprenditorialità per altre vie (la solita storia dei sussidi a tutto e al suo contrario).

Per ora, dunque, la protezione dei business esistenti dalla minaccia dei nuovi sembra premere al Governo più della riduzione del contatto sociale.


Link e riferimenti normativi:


martedì 8 dicembre 2020

ExCo la fiera virtuale di Ecofuturo (Puntata 464 in onda 8/12/20)

Avete letto La tregua? Non sto parlando del sequel dell’immortale Se questo è un uomo di Primo Levi, ma dell’omonimo romanzo di Mario Benedetti, scrittore Uruguayano di origini italiane. Una bella storia d’amore ambientata a Montevideo negli anni ’50 del ‘900, che per il suo protagonista è una tregua, appunto, rispetto alla sua vita consueta di vedovo afflitto da doveri familiari e professionali.

La scorsa estate un po’ allo stesso modo si è rivelata una tregua, purtroppo effimera, all’immobilità forzata. Gli ascoltatori più fedeli ricorderanno che Derrick ne approfittò per recarsi a Padova per seguire il festival Ecofuturo di cui ci parlarono le voci di Fabio Roggiolani e Michele Dotti.

Circa un mese fa anche Ecomondo, l’evento espositivo di inizio novembre alla fiera di Rimini dedicato alle tecnologie dell’ambiente e delle fonti rinnovabili, ha dovuto trasformarsi nell’ennesimo convegno online.

Convegni che abbondano e che non sempre aggiungono molto a quanto l’online è già normalmente in grado di fare sempre, anche fuori dai convegni: permettere di accedere a siti specializzati, acquisire documenti, leggere ricerche. In altri termini il bello delle risorse in rete è proprio il loro funzionamento asincrono che non obbliga a essere presenti in una determinata ora né a mettere la camicia davanti a una webcam. Vantaggio che invece viene meno con i webinar in diretta, e non sempre il valore aggiunto di vedere esperti interagire in streaming compensa la perdita. C’è il grosso rischio che i webinar diventino come le televisioni accese in casa di certi anziani: un costante, rassicurante e perlopiù inascoltato sottofondo.

Nulla a che vedere con la mondanità delle fiere fisiche, con stand e prodotti in esposizione tirati a lucido, gadget da accaparrare in sportine sponsorizzate, ma anche con ricadute di eventi sociali nelle città che li ospitano. Ora c’è una nuova iniziativa di Ecofuturo che su questi ultimi aspetti può fare poco, ma su altri si propone di essere un punto di svolta: una fiera sì online, ma concepita come uno spazio espositivo fisico dentro al quale entrare (volendo anche con uso di interfacce per realtà virtuale) e aggirarsi tra gli stand dei padiglioni. Stand che gli espositori possono acquistare e allestire come farebbero nelle fiere fisiche. Si chiama ExCo.

Sentiamo come ce lo descrive Fabio Roggiolani: 


Certo, questo impatto zero annulla anche alcune cose piacevoli, ma guardando il video di dimostrazione quest’esperienza sembra davvero diversa dal solito convegno online.

Inizia il 9 dicembre [2020] e i biglietti per i visitatori sono gratuiti previa registrazione. Dalle foto sul sito si vede che i tre padiglioni sono ancora più vicini al mare di quelli di Ecomondo a Rimini ma, ci assicura Roggiolani, senza problemi né costi di parcheggio.

Per accedere a ExCo: http://ecquologia.com/exco/

martedì 1 dicembre 2020

Le gambe corte dei rating autarchici (Puntata 463 in onda il 1/12/20)

Foto di Perla Lisset Medina
Leggo sul numero dell’Economist del 21 novembre [2020]  di alcuni recenti default di pagamento di aziende a controllo pubblico in Cina, tra cui  la Yongcheng Coal and Electricity che un mese dopo aver ottenuto da un’agenzia di rating locale la valutazione AAA non è riuscita a pagare la cedola di un’obbligazione ai suoi creditori. Un caso nemmeno isolato, che secondo l’articolo ha creato un’improvvisa inquietudine tra gli investitori istituzionali esteri che si sono resi conto da un lato di non poter affidarsi troppo al rating autarchico diciamo così, del paese, dall’altro che la proprietà pubblica in Cina evidentemente non garantisce il fatto che un’azienda in difficoltà finanziaria venga salvata con soldi pubblici. La Cina infatti non si può più permettere di salvare indiscriminatamente aziende non profittevoli, scrive il reporter da Hong Kong dell’Economist.

Rifletto sul fatto che evidentemente l’Italia sì, invece se lo può permettere, visto che aziende pubbliche strutturalmente in perdita vengono da noi mantenute in vita a fronte del semplice enunciato che fanno qualche forma di servizio pubblico, anche quando quello stesso servizio potrebbe essere benissimo offerto da altri fornitori che già sono sul mercato ma vengono tenuti fuori dalla possibilità di competere magari attraverso forme non contendibili di concessione, riserva o di protezione regolatoria.

Italia insomma più dirigista in economia della Cina, da questo punto di vista.

L’articolo mi porta anche a riflettere su un’altra cosa. Tutte le volte che, prima che la banca centrale europea anestetizzasse il mercato dei titoli di Stato comprandoli lei, l’Italia se l’è vista brutta nel collocare nuovo debito sul mercato, qualche negazionista del problema, chiamiamolo così, ha dubitato che sia accettabile che agenzie di rating internazionale possano influenzare i mercati rispetto all’affidabilità dei titoli di Stato italiani, lasciando intendere che dovrebbe essere magari proprio lo stesso Stato a dire quanto lui è affidabile come debitore. Ecco, il crollo di credibilità dell’agenzia cinese che aveva appena promosso l’azienda pubblica che poi non ha ripagato la cedola, e l’ondata di sfiducia che è seguita a quel pur limitato default, con danni all’accesso al credito anche per altre aziende, mostrano che non c’è retorica nazionale che tenga a lungo dove i mercati sono globali.

Il mancato rispetto dei diritti umani e delle libertà individuali è esso stesso qualcosa che spaventa i mercati? Abbiamo visto casi in cui non è stato così. Aziende globali che hanno preferito asservirsi a comportamenti totalitaristi pur di non perdere aree d’affari a vantaggio di concorrenti. Ma credo che dove un Governo può interporsi all’autodeterminazione dei soggetti economici per motivi non prevedibili dai mercati, o limita la diffusione delle informazioni, questa incertezza finisca per danneggiare l’economia locale in termini di afflusso di capitali
esteri.

Se qualche lettore di Derrick ha in mente letteratura rilevante rispetto a quest'ultimo punto, per favore ci scriva!


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lunedì 23 novembre 2020

Intervista a Niccolò Argentieri sulle scuole superiori chiuse (Puntata 462 in onda il 24/11/20 e in replica il 29/12/20 e 16/3/21)

Un banco del liceo Virgilio di Roma (particolare)
Sento indiscrezioni su un nuovo bonus acquisti di Natale, pagato come tutti gli altri con debito che graverà su tasse e minori servizi futuri, e mi viene in mente una favola triste, non ricordo scritta da chi, che qualche mia maestra o maestro adattò per una recita delle elementari. La storia di un padre facoltoso ma assente (negli anni Ottanta non ci si faceva ancora scrupoli a ipotizzare che a essere facoltoso e assente fosse il genitore maschio) che cerca di compensare con molti regali al figlio.

Ecco, io come cittadino mi sento un po’ come quel figlio: mi sembra che lo Stato stia cercando di compensare con mancette il fatto che non riesce a darmi in misura adeguata, e adeguata all’emergenza, ciò che solo lui potrebbe darmi: anzitutto sanità e scuola.

Il resto di questa puntata è la lettura dell’intervista di Giada Giorgi, apparsa su Open, il giornale online gratuito fondato da Enrico Mentana, a Niccolò Argentieri, un professore di matematica e fisica di un liceo statale che, in tempi normali, fuori dall’orario di scuola organizza un ciclo di conferenze con allievi ed ex allievi chiamato “Caffè scientifico”.

Ecco alcuni passaggi delle parole di Argentieri, adattate solo in pochi punti per collegare diversi segmenti del discorso:

La didattica a distanza viene presentata spesso come una medicina, una soluzione che può lenire un problema più grande. In realtà è un veleno. Perché contribuisce a [far apparire] la chiusura delle scuole un gesto meno forte di quello che in realtà è. Alcune cose [la didattica a distanza] certamente permette di farle, ma [… soprattutto] per i ragazzi del liceo, che a differenza di [quelli delle] elementari e medie subiscono attualmente la chiusura totale, […] la scuola a casa è […] un’aberrazione. Un liceale ha bisogno di essere persona fuori dal suo essere figlio, ha bisogno di buttarsi nel mondo esterno per crearsi un’identità diversa, acquisire consapevolezze maggiori. In alternativa finisce per chiudersi perennemente nella cameretta, quando ce l’ha, e di vivere lì, tentando di ricrearsi un mondo di autonomia. Senza considerare poi le conseguenze sulla didattica in sé, […] dimezzata e vanificata [malgrado gli sforzi] per continuare il progetto formativo. La maggior parte degli argomenti [di studio delle mie materie] hanno avuto bisogno di essere ripresi da capo [dopo i mesi a distanza dello scorso anno scolastico]. Rimanere a distanza anche a gennaio sarebbe un colpo dal quale non credo […] potremmo rialzarci. Non è un invito a rischiare né tantomeno una volontà di fare fazioni a prescindere. Ma il punto è che se la scuola è davvero una delle cose più importanti come molti dicono, allora si chiude soltanto quando a chiudere è tutto il Paese.


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lunedì 9 novembre 2020

Quando il NIMBY diventa razionale (Puntate 460-1 in onda il 10-17/11/20)

Le antenne di via Poerio a Roma come sono oggi
Puntata 460

Nella retorica tecno-ottimista, che si contrappone a quella della diffidenza bloccante rispetto alla tecnologia, la sindrome NIMBY (cioè il non volere insediamenti tecnologici vicini) è associata a ignoranza, luddismo, paura ingiustificata.

Racconto qui un episodio che mi riguarda e che a mio avviso mostra come il NIMBY non sia così irrazionale se i controlli pubblici sono difficili da ottenere.

Nel tetto di un palazzo in uso a religiosi (più precisamente sulla cuspide della copertura su colonne di un meraviglioso terrazzo panoramico) a una cinquantina di metri da casa mia, a Roma, c’è una grande stazione di antenne per cellulari, con apparecchi di vari operatori.

Io, che ho investito in un rilevatore dell’intensità delle microonde non professionale ma testato e ben funzionante, naturalmente ho verificato la potenza del campo elettromagnetico che arriva da me, osservando valori alti e in certi momenti superiori al limite di legge (cosa che non mi è mai capitata nelle vicinanze di molte altre antenne dove ho fatto la stessa prova).

Il dubbio che ci fosse una potenza eccessiva mi era già venuto osservando interferenze insolite su amplificatori e altri apparecchi elettrici, simili a quelle di quando si tiene un telefonino troppo vicino. Strana anche la presenza in casa mia di correnti indotte anche in sezioni aperte dell’impianto elettrico.

Cosa faccio? All’inizio del 2018 provo a usare i contatti pubblici dell’Arpa Lazio (l’agenzia di controllo che fa capo al Ministero dell’ambiente) che trovo sul web, ma non riesco a ottenere nulla, magari per insufficiente mia determinazione (ma non dovrebbe essere facile?).

Poi, molto tristemente, mi muovo all’italiana e tramite un contatto di lavoro arrivo a un dirigente di una delle compagnie che utilizzano le antenne, il quale in modo del tutto irrituale fa venire da me una squadra di monitoraggio privata. Che riscontra valori eccessivi (impossibile non notare la malcelata reazione di sorpresa dei tecnici) e, pur minimizzando in mille modi la questione, immediatamente abbassa la potenza delle proprie antenne, cosa confermata anche dal mio rilevatore.

Per un po’ va tutto bene. O meglio: la potenza è sempre insolitamente alta (parere datomi da vari esperti), ma sotto i limiti di legge.

Poi qualche mese più tardi torno da una vacanza e trovo la sorpresa: nuove antenne aggiunte al sito. Estraggo il mio misuratore e, indovinate un po’, la potenza è tornata a livelli preoccupanti, peggiori di quelli iniziali. Allora chiamo sempre lo stesso contatto, che mi assicura che la sua azienda non ha rialzato la propria potenza e mi suggerisce un nominativo di Arpa Lazio, cui scrivo una mail.

Qualche tempo dopo ricevo la telefonata di un tecnico di Arpa Lazio che mi dice che sarebbe venuto a fare i rilievi. Una telefonata talmente attesa che ricordo benissimo dove mi trovavo e come mi sentii sollevato. Di lì ad alcune settimane avvengono i primi rilievi di Arpa sia sul mio terrazzo sia su un altro dello stesso stabile.

Non molto dopo, la persona di Arpa che è venuta a farli ci dice che i livelli riscontrati sono al limite di legge e richiedono analisi più approfondite.

Da allora (è passato quasi un anno e mezzo), malgrado le cortesi risposte alle mie mail non è successo più nulla. Il mio contatto in Arpa mi spiega che il Covid ha bloccato o quasi le uscite delle squadre, ma a dire il vero non era più successo nulla nemmeno per i 6-7 mesi precedenti alla pandemia né durante l'estate di tregua.

La paura degli insediamenti tecnologici sarebbe irrazionale se un cittadino si potesse sentire sicuro dei controlli, senza i quali le leggi servono a poco.


Puntata 461

Ringrazio gli ascoltatori che hanno interagito dopo la scorsa puntata.

L’accesso efficace per il cittadino alle informazioni disponibili sui dati di salubrità ambientale potrebbe essere un ottimo metodo per sentirsi sicuri e per fare scelte consapevoli.

Per quanto riguarda la qualità dell’aria, questi dati ci sono grazie a stazioni fisse di monitoraggio in punti critici, normalmente disponibili sui siti delle Arpa regionali (le agenzie di controllo ambientale del Ministero dell’Ambiente), mentre riguardo all’inquinamento elettromagnetico le rilevazioni di norma vengono fatte con apparecchi mobili al momento del collaudo di nuovi impianti o quando sorgano dubbi o su richiesta dei cittadini. Anche se, come abbiamo visto, almeno nella mia esperienza e in quella degli ascoltatori con cui ho interagito fino a ora, non è facile ottenere controlli almeno nel Lazio.

Ci sono alcuni casi in cui i siti web della Arpa pubblicano dati utili e significativi, per esempio quello di Arpa Friuli Venezia Giulia, dove si trova una mappa interattiva (link sotto) che mostra gli esiti di tutte le rilevazioni fatte sul territorio regionale negli ultimi 10 anni in prossimità di siti rilevanti, e in cui si vede che le uniche misurazioni di valori di intensità prossima o superiore ai limiti che la legge prevede per aree abitualmente abitate sono in zone montane a bassa o nulla intensità abitativa.

Perché una mappa del genere non è disponibile per tutta Italia? Qual è il senso di una devoluzione regionale che finisce per assicurare diversi livelli di informazione (se non di sicurezza) sulla base dell’efficacia delle singole agenzie?

Più in generale, e questo è forse il punto di caduta rilevante di questo miniciclo di Derrick che magari val la pena riassumere, la trasparenza e l’efficacia dei controlli sono strumenti di quel patto Stato-cittadini che può rendere questi ultimi fiduciosi riguardo a insediamenti tecnologici.

Ci diciamo di continuo quant’è importante la rivoluzione digitale. Spesso sentiamo i tecno-ottimisti (al cui novero mi ascrivo) ridicolizzare le paure del 5G. E infatti queste paure sarebbero ridicole se i controlli fossero facili da ottenere e verificare.

Se io lavorassi per un’azienda telefonica forse promuoverei un programma con tutti i concorrenti e con lo Stato per facilitare controlli e trasparenza, e quindi l’accettazione degli impianti da parte del pubblico. Da cittadino, preferirei ancora di più uno Stato che di questa collaborazione non ha nemmeno bisogno. Nessun settore economico o mercato in un’economia moderna può funzionare in modo efficiente senza controlli affidabili. Il ruolo delle agenzie pubbliche di settore non appartiene, secondo me, a una visione dirigista dello Stato nell’economia, ma a una semplice divisione dei ruoli tra chi fa il business e chi assicura la sufficiente informazione e il rispetto delle norme.


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Aiuta Derrick!

Per favore compila questo questionario se sei a conoscenza di casi simili: https://forms.gle/zD9H7yXFiXvHNdq68

lunedì 2 novembre 2020

In bici in Abruzzo (Puntata 459 in onda il 3/11/20)

Mi piace molto l’Abruzzo, e gli abruzzesi in ascolto dovrebbero apprezzare una dichiarazione del genere da un marchigiano che rinuncia per qualche minuto al suo campanilismo.

I percorsi descritti, come appaiono sul mio Komoot con il minimo di zoom

È una fortuna, per chi pratica come me i sentieri appenninici abruzzesi, che pochissimi facciano altrettanto. Mi è capitato tante volte nel gruppo del Velino o del Sirente, in quello della Maiella, di camminare per un giorno intero incontrando nessuno o quasi nessuno. Ma ci ho visto dieci volte tanti animali di grandi dimensioni che nelle molto infrastrutturate Dolomiti. E quanta soddisfazione nelle trattorie dopo le camminate, anche se chi vi parla è ben lontano dall’avvicinare il record di Gianluca Morozzi, lo scrittore bolognese che mi ha riferito di aver recentemente elevato a 80 il suo numero di arrosticini mangiati in una sola cena. (Mi spiace avvisare gli abruzzesi, però, che il brevetto di una usatissima macchina automatica per comporre gli arrosticini è di un marchigiano originario di Mondavio, Pierino Berardinelli, morto pochi anni fa dopo essere stato insignito di una laurea ad honorem in ingegneria in Nuova Zelanda).

Anche la bici può essere un buon mezzo di esplorazione, in grado tra l’altro di eludere la frequente chiusura alle auto di alcuni tratti di strade meravigliosi, come quello tra Pacentro e il Passo San Leonardo ai piedi della Majella (questo credo però finalmente riaperto dopo anni di frane irrisolte). Il passaggio del giro d’Italia 2020 è stato un bello spot per la zona, e la Fondazione Symbola e il Comune di Sulmona coadiuvati da Federciclismo e Regione Abruzzo hanno presentato presso la sede del Parco della Majella “Il cuore d’Abruzzo in bici”, una Rete di percorsi cicloturistici nell’ambito del piano di valorizzazione dell’Abbazia Celestiniana di Santo Spirito in Morrone, a Sulmona, da non confondere con l’omonimo eremo rupestre ai piedi della montagna, bellissimo anche lui. Si tratta di una serie di percorsi ciclabili che in totale sviluppano 500 km e toccano tre parchi, quello del Velino, il Parco Nazionale d’Abruzzo e quello della Majella, evitando gli assi viari a scorrimento veloce.

Come seguirli? Oltre che con le indicazioni spero messe in loco, aprendoli su Komoot, un’applicazione di navigazione molto usata da ciclisti ed escursionisti che permette di progettare e condividere giri basandosi su una cartografia piuttosto accurata e quasi sempre in grado di selezionare i tipi di strade e sentieri adatti al mezzo utilizzato e di individuare anche in città le piste ciclabili (io ci ho fatto migliaia di chilometri scovando passaggi ciclabili che da solo non avrei trovato e che solo in rari casi si sono rivelati impraticabili).

Il link ai percorsi è qui sotto.


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domenica 18 ottobre 2020

Fine dell'era del gas? (Puntata 457 in onda il 20/10/20)

Vetta del monte Catria (foto Derrick)

È uscita la nuova edizione del World Energy Outlook dell’agenzia internazionale per l’energia, la IEA di Parigi, e c’è una novità significativa: la rivalutazione al ribasso del ruolo del gas naturale nei prossimi decenni. Alla svolta ha contribuito il Covid, che unito agli scenari di completa decarbonizzazione ha fatto riconsiderare alla IEA i fabbisogni futuri di energie fossili, gas incluso.

Sembra un po’ intempestivo quindi che in Europa all’insegna della diversificazione strategica delle importazioni stia arrivando a maturazione una stagione intensissima di investimenti in nuove infrastrutture di importazione di gas, tra cui il TAP che porterà dalla Turchia alla Puglia il gas Azero e che è costato alla cordata di finanziatori circa 4 miliardi e mezzo di Euro. Finanziatori privati e che quindi hanno rischiato i soldi loro, ma a cui si è aggiunto ormai da tempo anche Snam, il gestore della rete italiana del gas ad alta pressione, che non solo è partecipato per circa il 30% da Cassa Depositi e Prestiti, ma opera in regime monopolistico e regolato, regime che in teoria non dovrebbe aver alcuna interazione con investimenti di rischio, anche se per il regolatore non è banale impedire sussidi incrociati tra le tariffe pagate in bolletta da tutti i clienti del gas e attività al di fuori dell’area regolata.

Nel frattempo, quasi in anticipazione di quelli che potrebbero essere gli effetti di quando il TAP entrerà in funzione, recentemente si è realizzato per la prima volta da quando il gas è negoziato su mercati liquidi l’annullamento dello spread tra il prezzo all’ingrosso del gas italiano e quello dell’hub nord europeo, come dire che già ora la capacità di importazione italiana è in grado di renderci esportatori, cioè competitivi rispetto al prezzo del nord Europa. Un assaggio di quello che anni fa un nostro Governo, tra molti scetticismi, vedeva come un futuro di Italia “hub del gas”.

Tutto bene? Sì, almeno finché a noi consumatori non verrà chiesto il conto di tante infrastrutture di approvvigionamento che stanno funzionando ampiamente sotto la loro capacità, in uno scenario di consumi europei che nel 2019, prima del covid, erano già oltre il 10% più bassi che nell’anno record 2010.

In aggiunta a una calante produzione continentale, Russia, Nord America (tramite navi metaniere), Nord Africa e presto Azerbaijan si contenderanno un mercato europeo del gas sempre più piccolo. Un’offerta che si prospetta più nutrita della domanda.


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domenica 27 settembre 2020

L'inverno elettrico francese (Puntate 454 e 469 in onda il 29/9/20 e 19/1/21)

Abbiamo parlato più volte a Derrick di un tema che di solito appassiona anche chi non si occupa di energia: gli scambi elettrici tra Italia e Francia, quest’ultima nota per essere l’unico grande Paese Europeo con una forte dipendenza dalla produzione elettrica termonucleare che copre ancora oggi oltre metà del picco di domanda locale (a sua volta circa il 10% più alto di quello italiano). Abbiamo visto che è iniziato un processo di dismissione di questi impianti a partire dai più vecchi o vulnerabili a possibili eventi naturali estremi, tra cui quello di Fassenheim lungo il Reno, in Alsazia.

Tradizionalmente la Francia compensa la rigidità della produzione nucleare esportando nelle ore di basso consumo e importando in quelle di alto, ma ora la vetustà e minore disponibilità degli impianti aumenta la dipendenza francese, almeno potenziale, dall’estero. Quanto effettivamente sarà necessario il soccorso italiano in termini di esportazioni, con conseguente aumento del prezzo per i consumatori italiani, dipenderà dal freddo in Francia il prossimo inverno. Una buona notizia per il gestore della rete elettrica francese è la ritrovata disponibilità dell’impianto di Flamanville, sulla Manica, sito in cui è anche in costruzione uno dei pochi nuovi impianti nucleari in Europa, tutti accomunati dalla dilatazione per ora senza fine di tempi e costi.

A proposito di costi è molto interessante la notizia dello scorso 10 settembre [2020] apparsa su un sito di informazione specializzata, Contexte Energie, ripreso anche dal nostro Quotidiano Energia, che ha avuto accesso a un dossier dell’Autorità francese per l’energia la quale stima in 48 €/MWh il costo dell’energia nucleare che EDF, l’azienda transalpina di fatto ancora monopolista nella gestione di queste centrali, deve cedere in parte agli altri operatori a un prezzo politico per favorire la concorrenza. Prezzo che però stando a questa notizia è di qualche Euro più alto del costo effettivo. La cosa che però trovo più interessante è il fatto che anche centrali stra-ammortizzate (cioè già pagate tanto tempo fa con le tasse dei francesi oltre che con il prezzo successivo dell’energia) abbiano ancora oggi un costo industriale medio dell’energia non lontano dai prezzi italiani all’ingrosso dell’elettricità.

Invece, quella del nucleare disponibile a breve come panacea a basso prezzo delle forniture di energia decarbonizzata è una suggestione frequente tra chi non si occupa di energia in termini di fattibilità industriale. Ho avuto il piacere di parlarne in una bella discussione online con esperti e con l’economista Michele Boldrin organizzata da Figli Costituenti la scorsa estate (qui sotto il video).


Aggiornamento 18/1/2021

L’8 gennaio [2021] le autorità d’oltralpe, temendo una situazione molto critica, hanno diffuso tra la cittadinanza la richiesta di fare l’”éco-geste” letteralmente il gesto ecologico – anche se qui l’ecologia non c’entra, di contenere il più possibile i consumi. I francesi hanno risposto e per fortuna il sistema, anche grazie alle importazioni, è rimasto bilanciato, e ha espresso prezzi attorno a 70 €/MWh, spingendo al rialzo anche quelli dell’Italia.

Ma in realtà la giornata elettrica europea dell’8 gennaio aveva altro da offrire. Nelle prime ore del pomeriggio l’intera rete sincrona continentale di trasmissione elettrica è andata in un forte stress e si è sezionata in due, con una notevolissima riduzione della frequenza nell'Europa centrale e occidentale e un'aumento in quella orientale.

Il sistema elettrico è come un tandem con non due ma tanti ciclisti in sella, e dove a pedalare in sincronia sono le centrali elettriche. Forti consumi sono come salite che i pedalatori devono affrontare spingendo con più forza. Se faticano a farcela, le pedalate rallentano, e se rallentano troppo l’intero tandem perde ritmo, equilibrio fino nel caso peggiore a fermarsi in blackout. E appunto la frequenza, cioè la velocità della pedalata, della rete elettrica europea centro-occidentale è scesa l’8 gennaio fino quasi al limite della gestione d’emergenza, tanto che per ristabilire l’equilibrio migliaia di megawatt di clienti interrompibili sono stati tagliati dalla fornitura. Lo riporta Quotidiano Energia dell’11 gennaio, che a sua volta cita come fonte ENTSO-E, l’organo europeo di coordinamento dei gestori delle reti di trasmissione elettrica.

La partecipazione dei consumatori al bilanciamento delle reti elettriche sarà sempre più normalità in un sistema con meno grandi centrali convenzionali flessibili, grazie alla diffusione di forme di accumulo di energia presso i clienti, talvolta in grado di essere attivate dai gestori di rete sulla base delle necessità.




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lunedì 21 settembre 2020

Relazione annuale ARERA 2020 e mercato dell'energia in mezzo al guado (Puntata 453 in onda il 22/9/20)

Si è svolta la relazione annuale dell’ARERA, l’Autorità indipendente di vigilanza e regolazione dell’energia (e di altro). Gli organi di informazione ne hanno tratto alcuni messaggi principali, tra cui uno a mio avviso molto distorto, riguardo al fatto che il mercato costerebbe più del non mercato, dove quest’ultimo viene fatto coincidere con le tariffe regolate di “maggior tutela”.

La transizione al mercato nelle vendite di energia al dettaglio è tutt’ora rallentata dall’esistenza di un’opzione regolata (ma basata su parametri di mercato per la parte dei costi della materia prima – il che rende di per sé scorretto dire che essa rappresenti il non-mercato) disponibile a clienti domestici e piccole aziende. Il suo nome, “maggior tutela”, sembra suggerire che al di fuori di essa (cioè nel cosiddetto “mercato libero”) le tutele siano inferiori. Una presunta dicotomia incoerente col fatto che la stessa Autorità in realtà vigila affinché tutti gli operatori siano corretti nelle loro interazioni e impone la disponibilità di simili tariffe standard anche sul cosiddetto mercato libero.

La maggior tutela, inoltre, ha ritardi nel rispecchiare i costi di mercato dell’energia sottesa che fanno sì che strutturalmente tenda a essere più cara delle offerte di mercato quando le aspettative di prezzo scendono e più economica quando salgono, visto che gran parte delle offerte di mercato hanno prezzo fisso per almeno un anno. Questo è facilmente visibile nel grafico per cui ringrazio Selectra e Staffetta Quotidiana, dove si vede anche che sul mercato esistono tariffe sia più basse sia più alte della “maggior tutela”.

Andamento recente del prezzo elettrico di "maggior tutela",
del prezzo all'ingrosso, dell'indice Selectra sui prezzi al dettaglio
sul mercato e dei prezzi più alti e più bassi sul mercato

L’aspetto strutturalmente più dannoso di questa liberalizzazione a metà è che gli unici rivenditori ammessi a vendere la “maggior tutela” per l’energia elettrica sono i monopolisti locali storici. Per queste forniture essi si devono approvvigionare presso un’azienda pubblica, l’Acquirente Unico, che secondo il mandato iniziale avrebbe dovuto compiere quest’attività in monopolio temporaneamente.

Invece il meccanismo è stato via via prorogato, al momento fino al 2022 per clienti domestici e microimprese, e una volta ancora ci sono politici che invocano ulteriori proroghe.

In effetti gran parte di essi e delle associazioni dei consumatori non hanno spinto per il completamento dell’introduzione della concorrenza nel mercato al dettaglio dell’energia, percependo il rischio di un “salto nel buio” che in realtà non è affatto tale in presenza delle tutele che abbiamo descritto. A ben vedere, però, uno strumento di garanzia in effetti manca: l’informazione ai clienti, ancora molto carente e che mostra in questo senso un fallimento istituzionale.

Eppure, ai clienti il mercato dell’energia piace, visto che circa la metà di quelli che hanno diritto alla “maggior tutela” hanno comunque deciso di uscirne per avventurarsi sul mercato, come mostra il report dell’Autorità.

Cos’hanno ottenuto questi clienti intraprendenti? Servizi personalizzati o risparmi in bolletta, a patto di saperli trovare tra le offerte e mantenere alla fine delle promozioni. In media però sul mercato libero un cliente domestico spende più che nella “maggior tutela”, si spera perlopiù a fronte di servizi che apprezza, ma certamente – come abbiamo visto su Derrick – anche in esito a modifiche unilaterali scorrette da parte dei fornitori oppure della difficoltà dei clienti di comprendere tutte le varie voci di costo alla firma del contratto.


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sabato 12 settembre 2020

Riapertura scuole: interviste a Antonello Giannelli ANP e Daniela Buongiorno (Puntate 451-2 in onda 8-15/9/20)

  • Ci sono gli insegnanti e il personale per presidiare i maggiori spazi necessari alla didattica in presenza con distanziamento?
  • C'è un rapporto tra il nuovo concorso MIUR e l'arrivo del personale straordinario?
  • La disponibilità degli spazi da chi dipende?
  • In quali circostanze è previsto il ricorso alla didattica a distanza?
  • I "contributi volontari" che gli istituti chiedono ai genitori a cosa servono? Come devono venire utilizzati? Si tratta di un'abdicazione dello Stato?
Questi i temi toccati nell''intervista rilasciata a Derrick da Antonello Giannelli presidente dell'Associazione Nazionale Presidi il 2/9/20, qui sotto nella versione integrale:


Successivamente alla puntata di Derrick con l'intervista qui sopra, ho ricevuto ulteriori segnalazioni riguardo a casi di scuole che invece non beneficeranno, o lo faranno in modo insufficiente, delle maggiori risorse di cui parla Giannelli.
Sentiamo su questo Daniela Buongiorno, sentita l'11 settembre 2020, presidente del consiglio d'istituto di un liceo romano e rappresentante del coordinamento dei presidenti dei consigli d'istituto di Roma e Lazio:

Dunque gli Uffici Scolastici Regionali hanno un ruolo nel distribuire le risorse statali, e sulla base delle scelte che si stanno facendo non tutte le scuole hanno (o ritengono di avere) le risorse di personale per riaprire completamente.
Questo a prescindere del fallimento nella fornitura tempestiva dei banchi monoposto.

Derrick continuerà a seguire la materia e a dare voce a rappresentanti del settore scuola.


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martedì 1 settembre 2020

Paris Saclay (Puntata 450 in onda il 1/9/20)

Ho l’impressione che ci sia una contraddizione tra le dichiarazioni rassicuranti del Governo rispetto alla riapertura delle scuole e i piani di istituti che invece si preparano a riaprire con una limitazione delle ore di lezione frontale, dopo che i più disparati esperti ci hanno spiegato che le lezioni a distanza svantaggiano soprattutto gli allievi più deboli in termini di competenze già acquisite e preparazione al digitale, rendendo quindi la scuola di fatto classista, oltre che meno efficace.

Vorrei tentare con Derrick di raccogliere le voci dei dirigenti scolastici che ritengano di non essere messi in condizioni per una riapertura completa, per poi invitare il MIUR a dire la sua sempre in questo spazio. La mail a disposizione per i dirigenti, o presidi come eravamo abituati a chiamarli, è derrick.energia@gmail.com.

Nel frattempo, cito una notizia da Parigi dell’Economist della settimana scorsa. Il Governo francese ha messo in atto – in parte secondo l’autore dell’articolo anche come risposta post gilets jaunes alla percepita elitarietà del sistema francese delle grandi scuole superselettive – un processo di aggregazione delle università pubbliche che ha prodotto tra l’altro “Paris Saclay”, una grande università con 9000 tra docenti e ricercatori e 48.000 studenti. Specializzata in materie scientifiche è stata lanciata solo quest’anno con l’obiettivo di essere l’MIT di Francia e secondo il Shanghai world University ranking – scrive l’Economist - è già al quattordicesimo posto nel mondo e al terzo in Europa dopo Cambridge e Oxford.

Al di là dell’affidabilità di questa classifica, quel che mi sembra interessante del caso francese è che investire in conoscenza si può. E visto che ci stiamo indebitando in modo drammatico, che questo debito corrisponda a investimenti in capitale umano potrebbe essere forse l’unico modo per sperare di ripagarlo.


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domenica 23 agosto 2020

Consultazione Minambiente su riduzione sussidi dannosi (Puntata 449 in onda il 25/8/20)

In una fase in cui i sussidi a debito stanno invadendo l’economia e ci sembra ormai normale che siano i bonus a suggerirci cosa comprare, va in controtendenza una consultazione del Ministero dell’ambiente che propone di eliminare una (purtroppo piccola) parte dei sussidi dannosi all’ambiente che lo stesso ministero aveva individuato (tutto coperto da precedenti puntate di Derrick al link qui sotto).

Cosa propone il ministero con questa consultazione? Di eliminare, in quasi tutti i casi in modo graduale, alcuni sconti di accisa identificati come dannosi dal ministero stesso. Si tratta di accise su prodotti energetici su alcuni consumi industriali e a beneficio delle forze armate, per un valore a regime dell’ordine di grandezza del centinaio di milioni/anno a fronte di 19 miliardi di € di sussidi dannosi individuati, cui si aggiunge una misura questa sì invece pesante, da 2,7 miliardi a regime, che correggerebbe la voce forse più controversa del catalogo dei sussidi dannosi: la minor accisa su gasolio autotrazione rispetto alla benzina.

Per alcune proposte della consultazione Minambiente non servono nemmeno commenti, tanto sono pacifiche. Per esempio: che le forze armate paghino meno accisa è ovviamente una partita di giro per il bilancio pubblico e disincentiva l’amministrazione a consumare in modo oculato e investire in mezzi più efficienti.

Invece, che la minore accisa autotrazione gasolio rispetto a benzina sia interamente da considerare sussidio, come abbiamo già visto, è meno ovvio. Tra i critici c’è Francesco Ramella, docente di trasporti all’Università di Torino e direttore esecutivo di Bridges Research, che ha scritto un paper prezioso per entrare nei dettagli della valutazione delle esternalità ambientali legate all’uso di carburanti per autotrazione, disponibile al link sotto.

Sentiamo proprio Ramella:

Più in generale, a mia volta commenterei la consultazione Minambiente così: va nella direzione giusta perché prevede la diminuzione di sconti d’imposta dannosi compensandoli con crediti di imposta per investimenti in efficienza per i soggetti coinvolti. È esattamente l’impostazione che può funzionare. Ma la dimensione delle proposte è limitatissima rispetto al problema, e non interviene su alcune delle categorie attraverso cui i danni si esplicano di più (per esempio autotrasporto pesante), né la pubblicazione ad agosto della consultazione è un modo per metterla in cima all’agenda politica.

Grazie a Francesco Ramella


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domenica 9 agosto 2020

Se questo è marketing (Puntate 444 e 448 in onda il 7/7 e 11/8/20)

Un tetto a Roma (Diritti riservati Derrick)
Recentemente ho trasferito una mia utenza telefonica mobile da aziendale a personale. Era un passaggio necessario perché il gestore (forse il più grande operatore europeo) o le regole non permettono la portabilità di un numero business se non parcheggiandolo prima su un’utenza privata con lo stesso fornitore. E pazienza. Così ho dovuto firmare un modulo piuttosto burocratico in cui chiedevo il trasferimento del numero a una nuova utenza privata, senza che io sapessi minimamente quali sarebbero state le nuove condizioni commerciali, e nondimeno con obbligo di accettare la domiciliazione bancaria dei pagamenti per il futuro contratto. (Chiedere l’IBAN senza dire i prezzi cos’è se non vessazione?).
Va beh, mi ero detto, vedrai che la grande compagnia telefonica si farà viva prima dello switch per fornirmi tutte le informazioni e convincermi a restare con lei. In fondo, sarei un nuovo cliente, visto che prima le bollette le pagava l’azienda, e se Dio vuole oggi un cliente – anche se in questo caso almeno inizialmente “captive”, cioè obbligato, - può cambiare facilmente fornitore, e quindi ha senso accoglierlo bene e convincerlo a restare prima che s’involi.

Macché: niente: il giorno del passaggio mi è arrivato un SMS per dirmi che la mia “richiesta di subentro” era stata “gestita” e un altro per comunicarmi il nome del mio nuovo piano tariffario, che ho dovuto controllare sul web per scoprire che solo di dati costa in un giorno quasi quanto in un mese quello del concorrente più economico.

E dire che per prendere clienti nuovi la stessa azienda si fa in quattro. 

Dunque, visti i prezzi che la vecchia compagnia mi proponeva, ho deciso di passare a un’altra cosiddetta virtuale, cioè priva di una sua rete e che usa una di quelle esistenti pagando il pedaggio previsto dalle norme. Prezzo molto basso, tutto gestito online senza problemi compresa la richiesta di portabilità del numero, pochissime opzioni da personalizzare, nessun prezzo nascosto, ma anche copertura un po’ inferiore (me ne sono accorto nei miei trekking o giri in bici in luoghi remoti).
Nel complesso però tutto bene.

Avevo già chiuso il capitolo, quando indovinate chi inizia a chiamarmi allo stesso numero? Un’agenzia che lavora per la grande compagnia che mi aveva appena perso come cliente. Telefonate pressanti da parte di una persona corretta ma con un italiano approssimativo che rendeva difficili i chiarimenti e involontariamente sgarbato il tono, per propormi di tornare col vecchio fornitore a un prezzo a sconto di un euro al mese rispetto al nuovo. Cioè: la stessa compagnia prima mi proponeva 6 euro al giorno, ora 7 al mese.
Accetto di ricevere una mail dopo aver comunicato alcuni dati anagrafici, la apro e non riesco malgrado la buona volontà a leggere un contratto né a capire quanto durerebbe la nuova offerta, che è tagliata apposta per chi se n’era andato verso quel determinato operatore nuovo.

Sapete cosa ho fatto alla fine? Sono rimasto con il nuovo. Non mi fido più del vecchio. E mi chiedo: non è strano che il grande operatore non abbia cercato inizialmente di convincermi a restare a un prezzo magari un po’ più alto del nuovo, a fronte della maggiore qualità che la sua grande struttura dovrebbe permettergli? Che strategia è prima ignorarmi, spingermi di fatto alla concorrenza e poi cercare di riprendermi sbracando sul prezzo? Che messaggio è? E perché non capisci, grande operatore telefonico, che un’agenzia di vendita ti può essere esterna quanto vuoi, ma se vende il tuo prodotto io finisco per identificarla con te, e quindi dovrebbe avere gli stessi standard di qualità di interazione che ha il tuo customer care. È una parola che odio, superficiale e abusata, ma sto per usarla: non è che un po’ di buon senso e di coerenza nelle politiche commerciali farebbe meglio di tanto marketing?


Non solo telefonia

Una storia simile mi è successa con il mio fornitore di energia: scadute le condizioni convenienti dell’offerta iniziale, me ne ha applicata una estremamente e ingiustificatamente cara dopo avermi inviato una raccomandata illeggibile (a me, cliente “full web”). Quando mi sono accorto, il malcapitato operatore del customer care mi ha spiegato che l’offerta conveniente vale solo per i nuovi clienti. Ecco, gli ho risposto, visto che virtualmente mi avete già perso, mi consideri, se resto, un nuovo cliente. “Non posso” ha detto lui mogio. Il bello è che quella stessa azienda, per acquisire nuovi clienti sul mercato, paga, stimo sulla base della mia esperienza nel settore, almeno 50 euro ad agenzie o siti intermediari. Mentre io ero già con loro.

All’università non ho mai sostenuto un esame di marketing perché mi sembrava una materia banale. Sarà per questo che ora io ignorante penso che questi miei fornitori del settore delle utility, come tanti altri, se non tutti, facciano politiche commerciali incomprensibili.
Stanno sui social tra dubbi influencer e hashtag ridicoli, fanno campagne piene di gente figa, spiagge e aperitivi. Mentre io credo che dovrebbero mostrare attenzione ai clienti, in tutte le interazioni, tentando di costruire rapporti di fiducia. Può darsi che come fanno spendano meno. Ma non si stupiscano se poi sul mercato resta solo chi fa i prezzi (temporaneamente) più bassi.

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domenica 26 luglio 2020

Le rinnovabili avanzano? (Puntata 447 in onda il 28/7/20)

Un rotore minieolico visto da Derrick
nei dintorni di Camugnano (BO)
Un utile articolo di Luca Pagni su Repubblica del 23 luglio 2020 evidenzia i risultati record delle fonti rinnovabili per la produzione elettrica in Europa nel primo semestre dell’anno, che attestano sia l’Italia sia l’Unione (naturalmente con molte differenze tra Paesi) a una penetrazione di circa il 40%.
Si tratta di numeri in parte aiutati dalla crisi, perché quando i consumi ristagnano o si abbassano la quota di produzione rinnovabile cresce (solare e eolico funzionano ogni volta che c’è disponibilità, mentre le centrali fossili quando non servono a coprire la domanda o a stabilizzare la rete vengono spente).
Ma qual è il trend più in generale? Se guardiamo all’Italia, gli investimenti in rinnovabili oggi sono nettamente inferiori a quelli necessari per gli obiettivi nazionali nell’ambito del quadro UE, che prevedono al 2030 per il nostro Paese una produzione elettrica rinnovabile di oltre il 50% e una riduzione di emissioni-serra di un terzo rispetto al 1990. Il rischio è quindi che quando l’economia e i consumi ripartiranno – e per gli stessi obiettivi citati i consumi elettrici dovranno aumentare la propria quota rispetto a quelli di altre forme di energia – la penetrazione delle rinnovabili si riduca sensibilmente, anche a causa della senescenza degli impianti oggi in funzione (anche le rinnovabili invecchiano).

Perché gli investimenti in Italia non stanno dietro agli obiettivi? La risposta è soprattutto nella governance complessa e restrittiva delle autorizzazioni e nell’inefficienza della burocrazia. Sotto l’aspetto dei costi, invece, i segnali sono incerti: da un lato fotovoltaico eolico e geotermico sono sempre più economici ed efficienti, dall’altro i costi dei combustibili fossili si sono anch’essi abbassati rendendo più competitive le fonti convenzionali, che in più – in Italia e nel mondo – si avvantaggiano di un sistema di incentivi fiscali che come sappiamo qui a Derrick superano per l’Italia quelli vantaggiosi.
La conclusione? La penetrazione delle rinnovabili in era Covid è un dato significativo ma effimero se gli investimenti in nuova capacità di generazione rinnovabile non ripartono con la forza necessaria. Il potenziale per queste fonti esiste (vd. link sotto con le valutazioni di quello dell’eolico secondo l’analisi di ANEV – associazione energia del vento) ma servono riforme della governance autorizzativa e della pubblica amministrazione per sfruttarlo, e anche una riforma fiscale “green” che approfitti dei prezzi bassi delle fonti fossili e delle risorse disponibili dal piano di aiuti UE per disintossicarci dai sussidi alle fossili garantendo nel contempo una prospettiva ai settori che ne saranno colpiti, per esempio con piani di riconversione dei cicli produttivi. È una sfida enorme, che ha bisogno di tutti gli strumenti disponibili, e da cui dipende la capacità di Italia e Europa di restare leader di innovazione e di bellezza.

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lunedì 20 luglio 2020

Ecofuturo 2020 (Puntata 446 in onda il 21/7/20)



Derrick invitato a Padova per il festival Ecofuturo 2020 ne parla grazie alle voci di Fabio Roggiolani e Michele Dotti, anime del festival insieme a Jacopo Fo.

Qui sotto l'audio della puntata e il link alla pagina facebook del festival.



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martedì 14 luglio 2020

Il disastro dell'uomo solo al comando (Puntata 445 in onda il 14/7/20)

Most airplane crashes result from a chain of improbable errors and failures
Una delle immagini del disastro di Tenerife

Nel marzo 1977 in un aeroporto di Tenerife, nelle Canarie, si è consumato il disastro aereo con maggior numero di morti della storia dell’aviazione: lo scontro in pista di due Boeing 747, il quadrimotore passeggeri allora più grande del mondo e il secondo più grande di sempre.
Ci sono decine di libri che ripercorrono questo incidente, che naturalmente ha subito investigazioni da parte delle agenzie preposte, le quali hanno potuto contare anche sulle registrazioni complete delle conversazioni in entrambe le cabine di pilotaggio.

Quei due aerei non erano destinati all’aeroporto dell’incidente: erano stati deviati lì a causa di un allarme-bomba, poi risultato infondato, presso la destinazione prevista. Il dirottamento stava causando disagi a tutti e in particolare il capitano di uno dei 747, dell’olandese KLM, temeva che il tempo perso potesse far scattare il limite massimo di durata del proprio turno di pilotaggio. In più c’era nebbia, e il piccolo aeroporto non era adatto a ospitare i numerosi aerei che lo occupavano. Il personale di controllo di terra era stressato dalla situazione e l’altro jumbo, americano, era parzialmente disorientato e stava ancora transitando sulla pista per raggiungere il piazzale di decollo.

Incredibilmente, il capitano olandese Van Zanten iniziò la manovra di decollo senza esserne stato autorizzato dalla torre di controllo, che aveva solo dato l’OK al piano di volo successivo. Il primo ufficiale alla sua destra era un pilota che aveva avuto proprio Van Zanten, che era anche il capo del training in KLM, come istruttore. Lui, il primo ufficiale, sapeva che non c’era stata l’autorizzazione esplicita al decollo, e aveva anche l’impressione, avendo ascoltato i comunicati radio dell’altro jumbo, che quest’ultimo potesse essere ancora in transito sulla stessa pista su cui il suo capitano si stava lanciando. E lo dice, ma in tono dubitativo e troppo tardi, senza tentare d’imporsi.

Quando il jumbo americano vede apparire nella nebbia sempre più luminose le luci del KLM in decollo, tenta di buttarsi sull’erba. Il KLM invece anticipa il sollevamento del muso strisciando per oltre venti metri la coda sulla pista. Il muso si solleva, ma la pancia non abbastanza e il KLM taglia quasi in due il 747 americano.
A bordo dell’olandese ricaduto in pista muoiono tutti nella nube di carburante in fiamme che lo avvolge. Dall’aereo a terra si salvano solo una sessantina di passeggeri ed equipaggio. Quasi 600 morti in totale.

Com’è possibile che il superesperto capitano olandese abbia commesso una violazione del genere? Hanno contribuito probabilmente le sue condizioni di stress e di impazienza, secondo gli inquirenti, mentre il suo primo ufficiale, in stato di soggezione, non ha saputo fare il suo dovere: cioè controllare e imporsi.
Gli uomini soli al comando, cioè senza un sistema efficace che li controlli e possa fermarli se necessario, soprattutto quando sono molto sicuri di sé, sono un pericolo per la comunità che dipende dalle loro decisioni.


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lunedì 29 giugno 2020

Catalogo sussidi dannosi all'ambiente - terza edizione (Puntata 443 in onda il 30/6/20)

Altopiano islandese
(Diritti riservati Derrick)
C’è un filone di attenzione di questa rubrica che probabilmente batterebbe tutti gli altri in una classifica del rapporto tra sua importanza e interesse che riscuote presso la generalità dell’opinione pubblica e l’agenda degli amministratori pubblici. È quello della spesa fiscale e dei sussidi pubblici, diretti, indiretti o impliciti, dannosi all’ambiente.

Ne riparlo oggi perché è uscita a fine maggio [2020], in ritardo rispetto a quanto previsto dalle norme, la terza edizione del catalogo dei sussidi dannosi e favorevoli all’ambiente del ministero dell’ambiente (link sotto), con un’introduzione del ministro Costa. Aggiornamento di un documento che è anche, che io sappia, la più completa rassegna della spesa fiscale italiana (cioè dei regimi fiscali e tariffari di favore), scorrere la quale è estremamente istruttivo anche solo per avere la sensazione di quanti sono i rivoli di questa spesa, nei settori più disparati ma soprattutto in agricoltura, energia, trasporti, spesa in molti casi in forma di sconti sul prezzo di approvvigionamento di forme di energia di origine fossile. Regimi in alcuni casi probabilmente dimenticati dallo stesso Parlamento, e toccare i quali farebbe sicuramente imbestialire qualcuno e trovare una ragione per i quali è spesso difficile.

Vale la pena ricordare che ai fini del Catalogo si usa la definizione OCSE di sussidio, cioè qualunque intervento pubblico atto a modificare il costo o il ricavo di un’attività economica rispetto a quanto avverrebbe in sua assenza.

Tra i sussidi indiretti, è interessante una delle tante schede di approfondimento del Catalogo che confronta per diversi materiali le tariffe di estrazione da cave e mostra come addirittura alcune regioni (Basilicata, Val d’Aosta e Sardegna) non impongano alcun costo al concessionario d’estrazione. In altri termini, il depauperamento di una risorsa vergine demaniale non viene in nessun modo associato a una restituzione di valore alla comunità. Quando parliamo di economia circolare dovremmo sempre tenere a mente come i sussidi di vario tipo all’uso di risorse vergini rendano in partenza difficile lo sviluppo di una filiera del riciclo. A ben vedere una caratteristica comune ai sussidi censiti nel Catalogo come dannosi all’ambiente è che essi danneggiano non solo l’ambiente, ma in generale rischiano di soffocare in culla i settori dell’economia più funzionali a operare quella transizione ecologica tanto invocata.

I numeri complessivi del Catalogo sono ancora una volta sconfortanti: quasi 20 miliardi di Euro era nel 2018 (anno di riferimento) il valore dei sussidi pubblici dannosi all’ambiente in Italia, contro i 15,3 miliardi di sussidi favorevoli all’ambiente. Insomma, nel 2018 l’amministrazione pubblica continuava complessivamente a remare contro l’ambiente, pur tenendo conto delle tante somme trasferite, per esempio, alle fonti energetiche rinnovabili, sussidi che in gran parte non sono più disponibili gli impianti di nuova costruzione. Ciò, unito al fatto che nessuna riforma rilevante alla spesa fiscale è stata nel frattempo lanciata, implica che la tendenza – e qui è Derrick a parlare – è in sicuro grave peggioramento: i sussidi alle rinnovabili caleranno di certo, quelli dannosi all’ambiente a legislazione vigente no.



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martedì 23 giugno 2020

Le infrastrutture (inutili?) che piacciono ai politici (Puntate 408-9 e 442 in onda il 10-17/9/19 e 23/6/20)

Puntata 408
Un tornante del versante umbro del vecchio valico di Fossato

Malgrado la lagna sulla carenza di infrastrutture viarie cui gran parte dei politici si attiene, il nostro territorio continua a vedere le lente conseguenze di nuove superstrade che decongestionano vecchi valichi e antichi borghi (in qualche caso accelerandone l’agonia) e facilitano i trasporti su ruota in particolare attraverso gli aspri e magnifici Appennini.

Io sono originario di Mondavio, un borgo nelle colline dell’entroterra pesarese (Nord delle Marche), e facendo su e giù da Roma ho visto tante di queste trasformazioni. L’eroica antica via Flaminia, il cui tracciato originale ancora resiste in parti significative del percorso insieme a quello altrettanto affascinante della linea ferroviaria Roma-Falconara Marittima, è oggi attraversata da assi viari moderni, in alcuni casi evidentemente sovradimensionati, che si muovono da Ovest a Est. Un esempio, completato pochi anni fa, è la superstrada della valle di Col Fiorito (variante alla SS 77), che quasi interamente in gallerie modernissime e con un asfalto perfetto collega Foligno con il preesistente tratto di superstrada per Macerata e Civitanova Marche. Oggi del meraviglioso altopiano di Colfiorito, coi suoi colori, le sue norcinerie e purtroppo le solite casette post terremoto, l’automobilista di trasferimento non vede più nulla. Ha in compenso la soddisfazione di una strada davvero ben fatta, e sostanzialmente vuota, che permette a chi se ne frega dei limiti di andare veloce a piacere (se occupate a 110 km/h la corsia di sorpasso, rischiate di essere tamponati violentemente). Credo che se calcolassimo quanto costa a passaggio un’infrastruttura del genere ci spaventeremmo e capiremmo che quantomeno dovrebbe esserci un pedaggio.

Sulla ciclabile Spoleto-Assisi
Poco a nord di Perugia, un’altra superstrada di concezione moderna prolunga quella proveniente da Ancona e Fabriano, evitando il sinuosissimo valico di Casacastalda, su cui in passato più di un mio benemerito passeggero è dovuto ricorrere al sacchetto per il mal d’auto. Per la verità proprio lì sotto, sulla nuova SS318, il principale tratto in galleria non ha visto la realizzazione della seconda canna, e quindi la superstrada diventa a carreggiata unica, peraltro senza che io abbia mai visto code. Cosa indica questo? Da un lato che il progetto era sovradimensionato, dall’altro che realizzandolo senza seconda galleria ne viene compromessa la portata rendendo poco utili anche i tratti a carreggiata doppia. Come se io realizzassi un box per autocarri ma con la porta adatta a un’utilitaria.

La stessa superstrada deve affrontare più a Est il suo valico più alto prima di Fabriano, dove una nuova coppia di tunnel di base appena inaugurati ha per ora lasciato chiuso un altro asse di gallerie del precedente tracciato. Si tratta di un’area estremamente aspra e boscosa tra il monte Cucco a Nord e i monti che sovrastano Fossato di Vico a Sud, un borgo umbro di confine i cui collegamenti stradali diretti con il versante marchigiano sono paradossalmente oggi complicati proprio dalla modernizzazione della SS318 che ha isolato il precedente tracciato.

Questo l’ho scoperto in bicicletta quando ho percorso pedalando i 300 km tra Roma e Mondavio evitando le strade principali. E proprio al confine tra Umbria e Marche, quando a Osteria del Gatto dovevo lasciare la valle della strada Flaminia per salire a Est verso Fabriano, ho scoperto che la nuova variante stradale non mi lasciava alcuna alternativa ciclabile all’antichissimo, abbandonato, meraviglioso “vecchio valico di Fossato”, le cui buche mettono a rischio gomme e sospensioni di un’auto comune e lo trasformano di fatto in un valico ciclabile fuori dal tempo, con i boschi che invadono i tornanti angusti e un’antica locanda quasi sul culmine, abbandonata da quando la prima versione della superstrada, oggi pure quella abbandonata, fu realizzata.

Le strade veloci piacciono ai politici, inclusi quelli locali che così promettono commesse. Ma investimenti del genere hanno conseguenze complesse sull’ambiente, sugli equilibri sociali locali e sulla sopravvivenza dei borghi, soprattutto se non si ragiona su come riqualificare il territorio occupato dai vecchi tracciati. E quando queste infrastrutture sono ingiustificate in termini di traffico, diventano anche un pessimo affare per chi paga le tasse.


Aggiornamento: puntata 442


Nel giugno 2020 il tratto marchigiano del vecchio valico di Fossato
è chiuso al traffico. (Copyright Derrick)
Sono tornato in bici il 14/6/2020 sul vecchio valico di Fossato e a differenza del mio ultimo passaggio nell’agosto 2019 (descritto sopra), al culmine ho trovato transenne a impedire l'accesso al lato marchigiano chiuso al traffico.
[A metà settembre 2020 un ulteriore sopralluogo alla base della salita nel tratto marchigiano mostrava che il tratto è sempre chiuso al traffico veicoli (senza che siano specificate eccezioni) ma senza barriere che impediscano fisicamente il passaggio. Non ho ulteriormente verificato la situazione a monte. Chi ha fatto sopralluoghi più recenti per favore mi scriva!]

La Quadrilatero che passa sotto, ormai quasi conclusa, costerà complessivamente almeno 2,2 miliardi di Euro, mentre i soldi per rendere percorribili almeno (o meglio: solo) in bici i pochi chilometri del versante marchigiano del passo di Fossato evidentemente non ci sono, e l’amministrazione (comunale?, provinciale?) chiude la strada, immagino per evitare responsabilità di manutenzione.

Certo, sono fondi diversi di amministrazioni diverse, ma l’assurdità complessiva a me sembra evidente. Qual è la coerenza tra una visione green, diffusa, sostenibile dello sviluppo e scelte infrastrutturali che mirano solo al collegamento veloce tra gli hub urbani abbandonando i borghi e rendendo difficile la fruizione delle bellezze ambientali?

Invito gli amministratori coinvolti a farsi vivi qui a Derrick per dire la loro o anche solo correggermi se necessario. Sarebbero benvenuti.

Puntata 409

Grazie agli ascoltatori/lettori che hanno commentato la puntata 408.
Tra chi ha scritto c’è David Greco che in un commento su Twitter dice che anche la superstrada sarda 131 è sovradimensionata, mentre Antonio Iacono segnala alla mail derrick.energia@gmail.com che il raddoppio della Catania-Ragusa è a suo avviso ingiustificato in termini di traffico.

Ci sono città come Catanzaro e Isernia, piuttosto piccole ma accidentate per la loro altitudine, che hanno reti di svincoli rampanti degni di Los Angeles.
Da Matera verso Nord-Ovest si possono percorrere superstrade letteralmente vuote come la 655, che nel bellissimo e desolato scenario lucano tra pianori e gravine in stile New Mexico costeggia a un certo punto il grande lago di Serra del Corvo. Sulla 655 si vola, ma se provate a uscirne allo svincolo di Fontana Vetere per raggiungere le rive del lago vi trovate in una provinciale letteralmente intransitabile a causa delle buche e con i cartelli completamente sbiaditi.

Non pretendo di avere una percezione esaustiva delle nostre infrastrutture stradali, ma che manchino assi viari veloci in Italia a me sembra in generale molto difficile da sostenere. Se mai manca manutenzione delle strade meno recenti e di quelle locali. Del resto, se se ne fanno di nuove mantenendo (come spesso è inevitabile) anche i vecchi tracciati è evidente che l’onerosità della manutenzione aumenta.

Il presidente del Consiglio Conte aprendo l’edizione 2019 della fiera del Levante di Bari ha fatto il classico discorso sulla carenza di infrastrutture nel Sud, citando per fortuna anche l’istruzione tra le cose che servono. Ha richiamato poi l’alta velocità ferroviaria, che secondo lui bisogna assolutamente portare a Bari.
Forse sono io che non mi sono accorto che siamo tornati indietro di un secolo, al futurismo e alla sua smania di velocità. Ma davvero nell’era delle autostrade telematiche, in un Paese con emergenza analfabetismo, giustizia, burocrazia, legalità, ambiente, pensiamo che l’elemento critico per sbloccare lo sviluppo sia allocare miliardi e territorio per risparmiare un quarto d’ora di treno o di auto per andare in un capoluogo?
Se si realizzasse una linea ad alta velocità Salerno-Bari facendola pagare ai viaggiatori e non con le tasse, ci sarebbe una sollevazione dei passeggeri. E tanti centri lungo il percorso perderebbero connessione.

Chiudo passando all’altro estremo: quello della lentezza. Che non credo affatto sia un valore di per sé. Ma sperimentarla ogni tanto in modo radicale può essere illuminante: si scopre una dimensione del nostro mondo che normalmente è risucchiata fuori dal finestrino, così come osservando al microscopio si vede un mondo diverso, che pure è parte di noi. Lo sa chi ha provato una lunga marcia a piedi. Come il pellegrinaggio a Santiago de Compostela, oggi boom turistico tanto che c’è un’economia di servizi per i pellegrini lungo il percorso, o la via francigena su cui s’incontrano un sacco di camminatori anche stranieri. O il “2° Cammino internazionale dell'Antica Trasversale Sicula”, che mi segnala il già citato Antonio Iacono, in partenza il 4 ottobre [2019]. Link qui sotto.

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