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lunedì 8 novembre 2021

Quarta ondata covid e scuole - Progetto euCARE (Puntata 502 del 9/11/21)

Antonio Quiros
Ritrato de Don Quijote
Quando mia figlia qualche giorno fa mi ha annunciato che il suo liceo avrebbe (aperte virgolette) occupato (chiuse virgolette), cioè che un gruppo di studenti avrebbe impedito a tutti di fare lezione per una settimana, ho cercato di raccogliere tutto l’amore paterno e ho evitato di guardare sia la chat sia la mailing list dei genitori della classe per evitare quel che avrei altrimenti sicuramente fatto: e cioè dire senza alcuna delicatezza che la cosa più cretina che uno studente possa fare riguardo alla sua capacità di influenza sul potere è restare ignorante perdendo giorni di scuola.

Ora si parla di quarta ondata di covid e nei miei incubi c’è lo spettro che per salvare il Natale (sempre tra virgolette) si richiudano le scuole. In questo contesto mi fa piacere apprendere che l’UE sta finanziando progetti per rendere più efficace il monitoraggio e uscire da una logica di reazioni d’emergenza.

In che modo le varianti al Covid, insieme ad altri fattori, ne influenzano il decorso clinico? Ci sono varianti che rendono meno efficace qualcuno dei vaccini o che sfuggono ai test sierologici o molecolari?

E venendo specificamente alla scuola: le varianti influenzano, e come, la diffusione in ambito scolastico? Possiamo definire una migliore strategia di test e contenimento negli istituti di istruzione? Qual è e quale è stato l'impatto delle misure di contenimento, compresa la DAD, su alunni e insegnanti?

Con il coordinamento dall’italiana EuResist Network, 22 università, ospedali e centri di ricerca lavoreranno per fornire risposte basate sui dati, in un progetto il cui lancio avverrà a Roma l'11 e il 12 novembre [2021] e vedrà la partecipazione internazionale di 60 scienziati e di rappresentanti dell'Organizzazione Mondiale della Sanità.

“La scuola è un ambito in cui gli effetti della pandemia sono stati sottovalutati”, dice a Derrick Francesca Incardona amministratrice delegata di EuResist Network. “Per studiarla arruoleremo scuole in contesti socio economici diversi e valuteremo una metodologia di test salivare di gruppo, rapida ed economica, sviluppata dall’Università tedesca di Colonia. Con Sara Gandini, epidemiologa presso l’Istituto Europeo di Oncologia, studieremo anche gli aspetti psicologici delle misure di contenimento e la diffusione dell’epidemia nelle scuole comparandola con i nostri studi del 2020.”

Alla riunione di avvio dei lavori potranno assistere giornalisti o esperti del settore previa registrazione con la stessa Incardona, che ringrazio. L’indirizzo mail per farlo è qui sotto.


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sabato 4 settembre 2021

Covid: rientro da Paesi "gruppo E" (Puntata 495 in onda il 7/9/21)

Templo El Refugio, Guadalajara

Il 28 agosto [2021] è avvenuto un aggiornamento delle regole italiane di profilassi Covid per i
viaggiatori da e per l’estero, compresi i rientri di cittadini italiani. Per la maggioranza dei Paesi extraeuropei, riuniti in un elenco denominato “E” dal Ministero della Salute, valgono tutt’ora le seguenti regole generali:

  • Non si può viaggiare per turismo ma solo per ragioni specifiche tra cui salute e lavoro
  • Al rientro occorre un tampone negativo negli ultimi 3 giorni prima dell’ingresso in Italia
  • Occorre compilare un modulo elettronico europeo chiamato “passenger locator form” con tutti i dati su identità, tragitto e destinazione
  • Occorre sottoporsi al rientro a 10 giorni di cosiddetto “isolamento fiduciario” dichiarandolo all’autorità sanitaria locale.

Avendo io viaggiato in Messico (gruppo E) durante la validità di queste norme, voglio raccontare com’è andata.

Nodo decisivo è sempre il primo check-in in aeroporto, anche se è per un volo locale o continentale e non per il volo verso il Paese che determina passivamente o attivamente le restrizioni. A Fiumicino quindi mi hanno controllato il green pass europeo esito del vaccino e richiesto dalla Spagna dove avrei fatto scalo. Il Messico non richiede né vaccino né tampone in ingresso, ma di compilare un questionario sullo stato di salute, cosa che a Fiumicino mi è stata menzionata senza un effettivo controllo. Nulla mi è stato né chiesto né controllato dalle autorità italiane o dagli addetti della compagnia aerea sul motivo del viaggio, che pure è regolato in modo molto stringente dalla nostra legge.

Le maggiori complicazioni, mi aspettavo, sarebbero avvenute al ritorno. A Guadalajara in una clinica molto efficiente ho fatto un tampone antigenico il giorno prima di partire e poi sotto una pioggia violentissima, che aveva bloccato le auto in alcune vie cittadine ma per fortuna non il mio bus di linea per l’aeroporto, mi sono recato al primo fatidico check-in. Avevo compilato già un modulo di autodichiarazione messicano, avevo ottenuto online il green pass spagnolo per far scalo di nuovo a Madrid, e avevo con me l’esito negativo del tampone. Ma una volta imbarcatomi per il primo segmento di volo per Città del Messico, non avrei mai più avuto controlli se non il green pass a Madrid (a Città del Messico, addirittura, è stato l’addetto all’imbarco del volo per Madrid a ritirarmi il talloncino del visto dal passaporto).

Atterrato a Fiumicino nessun controllo, nemmeno il passaporto (venivo da Madrid) (salvo, immagino, controlli a distanza della temperatura di cui non mi sono accorto).

Le esenzioni alla quarantena al rientro possono essere chieste in anticipo al ministero della Salute con una particolare procedura formale. Io l’ho fatto, e a distanza di oltre un mese e mezzo, preparando questa trasmissione, non ho mai ricevuto una risposta, nemmeno uno straccio di avviso di ricevimento, e quindi sono stato costretto a considerare respinta la richiesta.

Arrivato a casa, ho scritto quindi una mail all’indirizzo PEC della mia ASL per comunicare l’inizio dell’isolamento. Nessuna risposta nemmeno ora.

A fine isolamento ho fatto un tampone in farmacia che è stato comunicato dalla farmacia al database del ministero della Salute e che mi è valso un inutile green pass di tre giorni (inutile perché sono vaccinato e ho già il green pass permanente).

Ora, in sintesi, la mia impressione è questa: non mi permetto di valutare la congruità delle restrizioni, che indiscutibilmente sono piuttosto pesanti e – per i Paesi “gruppo E” - indipendenti dall’essere vaccinati.

Credo però si possa affermare l’apparente disinteresse delle nostre istituzioni nel farle rispettare. Non ho mai ricevuto risposte alle mail, nemmeno a quella obbligatoria, e non ho mai subito nessun controllo, almeno di cui io sia consapevole. Il mio tampone in Messico in nessun modo può essere noto alle autorità italiane, se non attraverso la verifica dell’addetto al check-in dell’aeroporto di Guadalajara.

Forse avrebbero senso norme meno vessatorie ma fatte rispettare non solo a chi vi si attiene spontaneamente?


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domenica 25 aprile 2021

Riapre quasi tutto, le scuole superiori restano part-time (Puntata 482 in onda il 27/4/21)

Chiesa sommersa nel lago di Mavrovo
(Copyright Derrick)
Questa è Derrick e questo è il 172esimo giorno dal decreto del 6/11/2020 che chiuse le scuole per la seconda volta senza che le superiori, anche nelle regioni più fortunate d’Italia, abbiano da allora mai più riaperto a pieno regime.

In almeno due passaggi la bozza di PNRR scrive che la pandemia ha danneggiato soprattutto i giovani, ma forse andrebbe corretta in: le politiche di risposta alla pandemia hanno danneggiato soprattutto i giovani che invece erano stati meno colpiti dalla virulenza della malattia. Politiche che non hanno mai considerato l’andare a scuola, in particolare per un teenager che tanto anche se sta a casa non impedisce ai suoi genitori di lavorare, come un’esigenza “comprovata” di spostamento.

L’ultimo decreto-legge in materia del Governo (n.52/2021), che ha riaperto quasi tutte le attività pur mantenendo il coprifuoco, è arrivato dopo dichiarazioni di Draghi sulla priorità della scuola nelle riaperture, ma ha lasciato le cose sostanzialmente invariate, reiterando la formula del limite minimo di apertura (leggermente incrementato al 70%).

Dovrebbero essere quindi i singoli dirigenti scolastici a prendersi la responsabilità di aprire di più, esponendosi a rischi legali e impopolarità, se non ritorsioni, rispetto a personale e sindacati massicciamente schierati perché in classe si stia il meno possibile.

Ma non basta, le Regioni stanno eludendo la pur timidissima norma del Governo. Per esempio l’ufficio scolastico regionale del Lazio (link sotto) dispone quanto segue, dopo aver sentito “sua eccellenza il prefetto”, il Comune e l’azienda trasporti: il 70% di scuola in presenza alle superiori può essere ignorato se le condizioni lo richiedono, e invece le scuole che vogliano aprire di più devono chiedere l’autorizzazione.

Un’impostazione intimidatoria: i dirigenti che non ritengono di poter aprire il minimo richiesto devono “comunicarlo”, quelli che invece vorrebbero fare meglio devono essere prima “autorizzati”.

Difficile non essere d’accordo con il comunicato del 22 aprile [2021] del coordinamento dei presidenti dei Consigli di Istituto di Roma e Lazio (link sotto), che inizia dicendo: “restiamo alla scuola degli slogan”. Direi anche che, se quasi tutto apre e la scuola resta sacrificata, si può dedurre che siamo di fronte a un ridimensionamento di lungo periodo dell’istruzione superiore in Italia.

Così han deciso le burocrazie locali, sentita sua eccellenza il prefetto.

Ringrazio per le fonti di questa puntata Daniela Buongiorno.


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martedì 6 aprile 2021

Covid e varianti: si deve tornare a scuola (Puntata 479 in onda il 6/4/21)

Lo scorso 1 aprile si è svolto il seminario “Covid e varianti: si può tornare a scuola?” organizzato da EuResist Network e McCan Health.

Antonella D’Arminio Monforte, ordinario di Malattie Infettive all’Università degli Studi di Milano ha riferito come da numerosi studi scientifici (es. dati OMS fino al 22 marzo) emerga che anche con le nuove varianti il virus resta meno frequente nei bambini e ragazzi sotto i 20 anni che negli adulti e soprattutto che la mortalità è bassissima in questa fascia d’età. Studi inglesi mostrano che la variante inglese non ha portato malattia più severa nei bambini e ragazzi.

E per quanto riguarda la contagiosità?

L’epidemiologa/biostatistica Sara Gandini ha illustrato un suo studio con altri 4 colleghi su dati italiani di 7 milioni di studenti e 700.000 insegnanti dal 14 settembre al 7 dicembre 2020 pubblicato su the Lancet che mostra come l’incidenza di casi nelle scuole sia minore tra gli studenti che tra gli insegnanti, con maggiore probabilità che l’infezione passi da insegnante a studente che viceversa. Lo studio usando analisi comparate tra regioni con diversi calendari di apertura mostra anche che l’andamento dell’indice Rt locale (e altri indicatori) non dipende dall’apertura delle scuole: per esempio Roma ha aperto prima di Napoli ma la curva è salita prima a Napoli che a Roma.

Riguardo alle varianti, ha aggiunto che un rapporto di gennaio della Public Health England ha mostrato che la variante inglese si trasmette in modo simile in tutte le fasce d'età, e che i bambini, specialmente quelli di età inferiore ai dieci anni, hanno circa la metà delle probabilità degli adulti di trasmettere la variante ad altri. I dati dell’Istituto Superiore della Sanità di marzo mostrano un aumento di incidenza nelle fasce d’età scolare in concomitanza con un aumento del numero di campioni, che spiega quindi il dato. La controprova viene dalla Toscana dove ci sono i dati sul numero di campioni per età: il rapporto tra positivi e tamponi effettuati tra gennaio e marzo 2021 non si modifica a fronte di tamponi triplicati e resta minore nei minorenni rispetto agli adulti.

Daniele Novara, pedagogista, fondatore e direttore del Centro PsicoPedagogico, ha sostenuto che la chiusura della scuola provoca danni gravissimi a bambini e adolescenti e ha lamentato che non ci sono pedagogisti né psicologi nel Comitato Tecnico Scientifico.

Antonella Inverno responsabile per le politiche per l’infanzia e adolescenza di Save the Children Italia ha illustrato uno studio della stessa organizzazione da cui risulta una perdita di apprendimento difficilmente colmabile, esito di quasi 75 milioni di ore di lezione perse nel nostro paese solo fino al 3 aprile 2021, solo in parte (10-15 milioni) recuperate tramite la didattica a distanza. Senza contare che uno studente su dieci non ha partecipato alla didattica a distanza e il 20% l’ha fatto solo saltuariamente.

Andrea Morniroli, socio della cooperativa sociale Dedalus di Napoli, coordinatore dello staff del Forum Disuguaglianze Diversità e collaboratore dell’Assessorato alla Scuola e Istruzione del Comune di Napoli, ha raccontato la situazione drammatica di una città dove ormai si perdono uscendo dal circuito scolastico centinaia di bambini e ragazzi non censiti dai servizi sociali. I sindacati della scuola oggi sono di fatto contro la scuola, dice, e non è il solo nel convegno.

Carlo Devillanova, economista, membro della Fondazione Franceschi onlus, ha citato i danni economici in termini di minori stipendi futuri dei ragazzi. Studenti anche loro presenti hanno espresso il loro disagio. Gabriele Toccafondi, parlamentare segretario della Commissione Cultura della Camera dei Deputati, e Claudio Di Berardino Assessore Scuola della Regione Lazio si sono infine impegnati a riportare nelle rispettive sedi le risultanze del convegno.

Ringrazio Francesca Incardona, organizzatrice dell’evento, che mi ha aiutato a sintetizzarlo.


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domenica 28 marzo 2021

Digitalizzazione della PA: il caso (positivo) successioni (Puntata 478 in onda il 20/3/21)

Qualche settimana fa qui a Derrick abbiamo parlato di digitalizzazione, mettendo a confronto su alcuni casi la pubblica amministrazione con aziende private, e avevamo preso come esempio positivo Agenzia delle Entrate.

Vorrei riprendere ed estendere il discorso dopo un’ulteriore esperienza personale credo rilevante.

Sono coerede in una successione e mi sono preso l’onere di gestirla io per quanto riguarda le attività burocratiche. Mi sono aggiornato riguardo alle modalità di invio della dichiarazione di successione da fare entro 12 mesi e ho verificato che già da un po’ si può fare online con Agenzia delle Entrate e che la dichiarazione è sufficiente, salvo casi particolari, a compiere i passaggi di proprietà delle quote di case e terreni.

Come spesso per l’invio di dichiarazioni, Agenzia delle Entrate prevede che si usi un ambiente software modulare chiamato Desktop Telematico che guida nella predisposizione della dichiarazione, svolge controlli formali e di coerenza e calcola la liquidazione delle imposte dovute contestualmente alle volture catastali. Il file predisposto da questo software si invia poi attraverso il sito dell’Agenzia che fornisce tutte le ricevute necessarie. Le imposte di successione vere e proprie invece vanno calcolate e pagate successivamente con un modello di versamento standard (sempre online) sulla base dei dati della dichiarazione di successione.

L’osservazione che mi viene da fare è questa: visto che i dati del catasto, mi pare, sono digitalizzati e visto che grazie alla piattaforma SPID l’identità può essere verificata in modo incontrovertibile (a patto di avere uno smartphone precedentemente registrato a proprio nome sulla piattaforma), cosa impedisce di fare volture di proprietà di immobili e terreni tutte online? A me sembra anacronistico che perfino in tempi di Covid andare dal notaio sia considerata una motivazione ineludibile di spostamento.

Certo, se io fossi un notaio sarei preoccupato e forse indispettito. Ma se è vero, com’è vero, che in occasioni di transazioni straordinarie c’è domanda di consulenti capaci indipendentemente dall’interfaccia con la burocrazia (per esempio per verificare la normativa, per controllare gli atti o per avere assistenza nella predisposizione dei contratti), credo che un buon studio notarile potrebbe guardare con ottimismo al proprio lavoro anche una volta superato questo anacronismo dell’obolo oligopolistico da pagare per forza sui passaggi di proprietà.


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sabato 20 marzo 2021

Lo stigma della liquidità (Puntata 477 in onda il 23/3/21)

Ragazze birmane a Bagan (copyright Derrick)
Una domanda da tre trilioni di dollari”, titola un articolo della sezione finanza del numero dell’Economist di metà marzo 2021.

Si riferisce a una stima del risparmio in eccesso rispetto alla norma in 21 Paesi ricchi del mondo. Un risparmio naturalmente non distribuito uniformemente tra classi di reddito, e che riguarda soprattutto i benestanti per cui una quota importante di spesa normalmente è per beni voluttuari (diciamo così) come viaggi o ristoranti che la pandemia impedisce di consumare. Nella classifica dei Paesi con questo risparmio anomalo l’Economist mette in ordine decrescente di incidenza rispetto al PIL Canada, USA, Regno Unito, Australia e Italia (seguono Germania e Francia). In alcuni casi potrebbero aver contribuito i piani straordinari di stimolo all’economia fatti proprio con iniezione di liquidità, dice l’articolo. Come far immettere questa liquidità nell’economia? A questo allude il titolo.

Oltre alla impossibilità di fare attività voluttuarie, pesa probabilmente la razionalità dei cittadini, non così fessi da pensare che i sussidi a pioggia e le aziende obbligate a non licenziare e tenute in vita con soldi pubblici, o la nazionalizzazione di interi comparti dell’economia con un processo non dichiarato di deliberalizzazione possano esserci senza una stretta successiva duratura in termini di benessere e tasse.

Il guaio è naturalmente il circolo vizioso: più tardi gli acquisti ripartono peggio è per la sostenibilità del sistema anche pubblico.

Dunque dobbiamo sentirci in colpa se con il lockdown spendiamo meno? Con un tempismo inquietante, leggo qualche giorno fa una mail di Banca Fineco. Un’azienda che spesso ho lodato per l’eccellente piattaforma online inaugurata più di 20 anni fa quando sembrava ancora fantascienza, ma che commette la piccola ingenuità di mandare mail superfiche e scintillanti quando vuole venderti un servizio e invece omertose (ma proprio per questo riconoscibilissime) quando vuole piazzarti la fregatura. Apro dunque il link contenuto nella terrea e sibillina proposta di modifica unilaterale del contratto e scopro che la mia banca si riserverà a breve il diritto di chiudermi il conto se ho troppa liquidità e non compro servizi di credito o risparmio gestito. (Stranamente non sembra riferirsi anche ai servizi di intermediazione di trading).

Perché questa minaccia? Perché i tassi di interesse interbancari, quelli “all’ingrosso” per così dire sono ormai da tempo negativi e, immagino, non c’è molta domanda di credito che sia coerente con le regole di solidità dei bilanci degli istituti. Anche Fineco, in altre parole, evidentemente non sa dove mettere la liquidità. (Mi viene in mente che qualche mese fa ho visitato un concessionario d’auto per sentirmi dire che mi facevano lo sconto solo se chiedevo un finanziamento che non m’interessava).

Un po’ mi stupisce che questa decisione di Fineco arrivi proprio insieme ai primi segni di una ripresa dell’inflazione che dovrebbe di per sé ridurre l’incentivo alla liquidità e, politiche espansive delle banche centrali permettendo, rialzare un po’ i tassi. Ma tant’è.

Con una battuta si potrebbe dire che siamo allo stigma della liquidità.

Ora vado online e che faccio, mi compro la quinta bicicletta, visto le FAQ del Governo – nuova fonte del diritto in questa brutta stagione – concedono di varcare i confini comunali pedalando purché sia “funzionale all’attività sportiva”? O un nuovo telefonino? O un periodo di studio all’estero per mia figlia in un posto dove spero le scuole le tengano aperte non solo a parole? (Ah, già: questo l’ho già fatto).

“Aspettati un boom immobiliare” ha risposto con più visione Matteo Di Paolo a un mio tweet sullo stigma della liquidità. Ma nel mio caso non è uno stigma capiente abbastanza per l’attico che ho adocchiato.


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martedì 12 gennaio 2021

Scuola all'ultimo posto (Puntata 468 in onda il 12/1/21)

Nell’ottobre 2020 l’organizzazione mondiale della sanità ha dichiarato che le scuole dovrebbero
chiudere solo se non ci sono alternative. Nello stesso mese il Comitato Tecnico Scientifico, istituito in seno alla protezione civile per la gestione dell’emergenza Covid, comunicava che in base ai dati in quel momento disponibili le scuole andavano salvaguardate perché non sono un luogo di elevato contagio.

Ignorandolo, il Governo ha subito dopo di nuovo chiuso le scuole secondarie che da marzo 2020 non hanno fatto che pochissime settimane di lezione effettiva.

Nessun altro grande Paese europeo ha fino a oggi chiuso le scuole se non per periodi limitati. Del resto, nessun altro grande Paese d’Europa ha avuto produttività stagnante e reddito in calo come il nostro nell’ultimo ventennio circa. Ci sarà un legame tra la debolezza della scuola e il declino anche economico? In Italia da decenni, non da oggi, gli anni scolastici iniziano con classi scoperte, i genitori (quelli che si prestano) pagano con collette gran parte delle spese correnti degli istituti diverse dagli stipendi, i dirigenti scolastici non hanno quasi nessun potere rispetto all’organizzazione delle risorse e alla selezione e remunerazione degli insegnanti che sono tutti pagati poco e responsabilizzati altrettanto.

Le risorse arrivano, come abbiamo già visto qui a Derrick anche con interviste a una rappresentante dell’associazione dei consigli di istituto, Daniela Buongiorno, e del presidente dell’Associazione Nazionale Presidi Antonello Giannelli, in esito alla potestà concorrente di Regioni e Stato centrale. Le stesse Regioni che hanno quasi interamente decretato in questi giorni la fine probabile dell’anno scolastico 2020-2021, sostanzialmente mai iniziato, per le scuole secondarie.

Nella retorica del lockdown, una “comprovata esigenza di lavoro” scritta in un’autocertificazione cartacea è abbastanza per spostarsi in barba a qualunque limitazione. Ma la scuola non è evidentemente lavoro, e non è un’esigenza prioritaria percepita dalla classe di governo nel suo complesso. Non è un ristorante, un parrucchiere, un centro commerciale, una istituzione di culto. La scuola e i suoi studenti adolescenti, forse quelli per cui questa istituzione è più critica, non hanno priorità di alcun tipo, né diritto ad alcun ristoro.


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lunedì 21 dicembre 2020

La concorrenza spazzata via dal nuovo statalismo (Puntata 466 in onda il 22/12/20)

Un tempio a Nara (copyright Derrick)
Ringrazio gli ascoltatori di Derrick che attraverso la mail derrick.energia@gmail.com mi mandano commenti e testimonianze sui temi trattati qui.

Il caso delle commissioni forzose per pagare i servizi della pubblica amministrazione con Pago PA anche nei casi in cui prima si potevano evitare continua a interessare gli ascoltatori. Ringrazio in particolare Ugo Gentilini, di Subiaco, in provincia di Roma, che dettagliatamente mi ha raccontato la fine della possibilità per lui di pagare le mense scolastiche
senza commissioni con Satispay. Dopo un periodo di blackout della possibilità di usare il suo intermediario, in era post Pago PA Gentilini ha ritrovato sì questa opzione ma con una commissione di 50 centesimi, non poco visto che si applica nel suo caso a una bolletta di circa 20 euro.

Abbiamo già visto che anche la app Io, che si propone come portale pubblico per i pagamenti con le PA da dispositivi mobili, applica commissioni per pagare tributi (un euro per la Tari di Roma dove la App utilizza come intermediario le Poste per i pagamenti con Visa, almeno nel mio caso). Si sta insomma chiarendo quello che qui abbiamo detto già quasi tre mesi fa: Pago PA di fatto si comporta come facilitatore di un cartello che stabilisce il livello generalizzato di una tariffa per una transazione (il pagamento di servizi o imposte pubbliche) che in precedenza era in molti casi gratuita.

Abbiamo visto che l’Antitrust si è pronunciata contro questo monopolio di fatto, e speriamo in evoluzioni positive.

Sempre l’Antitrust pochi giorni fa ha denunciato l’illegittimità del prolungamento dell'affidamento ad Areti (società del Comune di Roma) del servizio di illuminazione pubblica per la città, deliberato dal Comune all’ultimo momento prima della scadenza di una concessione che finisce con il 2020 e che anch’essa era stata illegittimamente attribuita senza gara (link sotto alla segnalazione). Attribuzioni di monopoli senza forme di concorrenza, oltre a essere contro la legge, fanno male alle bollette e all’innovazione, argomenta l’Antitrust.

Ma non è affatto facile sostenere le ragioni della concorrenza in una fase in cui per i cittadini e le aziende le decisioni del Governo sono ben più decisive nel breve periodo rispetto al lento lavoro di concorrenza e innovazione. Oggi per esempio il costo percepito di una bici, di un’auto, i ricavi di un’azienda o di un professionista sono in molti casi più legati a ristori, a bonus o a decisioni di regolazione di quanto dipendano da fattori industriali o dalle capacità di essere un buon consumatore o fornitore.

Come Andrea Giuricin e Carlo Stagnaro hanno ricordato in un video di commento al piano industriale della nuova Alitalia (link sotto), e come qui a Derrick abbiamo trattato più volte, anche le tariffe dell’energia dipendono sempre più da fattori come il salvataggio di Alitalia che dall’efficienza di chi l’energia la rende disponibile, o di quella del mercato in cui opera.

Ma quando, speriamo presto, e comunque inevitabilmente, sarà di nuovo più evidente il legame tra costi e qualità di beni e servizi da un lato e le capacità di fare le cose bene e in modo efficiente dall'altro, e ci arriverà purtroppo il conto dei debiti che stiamo accumulando, non aver difeso la concorrenza con le sue conseguenze di efficienza innovazione e selezione virtuosa tra operatori potrebbe farci ritrovare molto più poveri di ciò che ora percepiamo.


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lunedì 14 dicembre 2020

PagoPA: il quasi monopolio per pagare i servizi pubblici (Puntate 455-6 e 465 in onda il 6-13/10 e 15/12 2020)

Queste puntate riprendono un mio articolo uscito sul Riformista del 3 ottobre 2020 che ha innescato una vastissima discussione soprattutto su Twitter, la quale mi ha aiutato ad avere un quadro più completo.

Istruzioni di pagamento AMA Roma
Le nuove istruzioni di pagamento TARI
sul sito di AMA Roma (5/10/2020)
Nell’era dei tassi di interesse bassi o addirittura negativi, le banche hanno dovuto trovare nuove entrate da commissioni a fronte di servizi che ci eravamo abituati ad avere gratuiti o quasi con l’aumento della concorrenza dell’ultima ventina d’anni e la diffusione delle banche online. Resiste in genere, per trasferimenti in Europa, la gratuità dei bonifici e degli addebiti diretti in conto corrente. Grazie a ciò, la rata del condominio o le bollette si possono pagare senza commissioni domiciliandole oppure inviando bonifici, quando il gestore del servizio lo permette. In altri casi un pagamento disintermediato è possibile presso le tesorerie dell’esercente. Per esempio, fino alla penultima bolletta, io potevo pagare la Tari (tariffa rifiuti) a Roma presso le agenzie della Banca Popolare di Sondrio senza commissioni.

Ma con l’ultimo avviso di pagamento il Comune di Roma mi comunica che d’ora in poi posso pagare la Tari solo nell’ambito del circuito “Pago PA”.

Per capirne di più mi collego al sito ufficiale omonimo e leggo che le amministrazioni pubbliche sono ora obbligate a utilizzare per i pagamenti i servizi del consorzio CBI (customer to business interaction), quello che appare nei portali delle banche come sistema “Cbill”. Che permette un’identificazione univoca delle comunicazioni di debito e un loro pagamento su varie piattaforme, dalle ricevitorie ai siti delle banche, spesso con una commissione alta: quasi 2 Euro nel mio caso (online tramite la mia banca). Unica eccezione ammessa a questo circuito dal comune di Roma è il vecchio boll
ettino postale anch’esso a pagamento (ben 1,5 € di commissione anche per importi bassi).

Il sito di “Pago PA” afferma che il sistema serve a far risparmiare alle pubbliche amministrazioni semplificando loro la riscossione, ma ignora, anche nelle “FAQ”, che lo fa a spese dei cittadini. Ignora anche, almeno fino al 4 ottobre 2020, data del mio ultimo controllo, che l’inizio dell’obbligo per le amministrazioni pubbliche di servirsi di questo apparato è stato rinviato al 2021 dalla legge “Semplificazioni” della scorsa estate.

Questo mi rende ancora più indigesto quel che scrive (almeno mentre preparo questo articolo) il sito dell’Ama (l’azienda dei rifiuti del Comune di Roma):

Per il pagamento della tassa sui rifiuti non sarà più possibile l’addebito diretto della bolletta (RID – SEPA). Gli utenti che utilizzano la domiciliazione bancaria sono invitati dunque a dare comunicazione di disdetta dell’addebito alla propria banca.

In altre parole: Ama rinuncia alla forma di pagamento di solito più ambita da qualunque esercente: l’addebito bancario diretto, quello che semplifica l’esazione e garantisce l’ingresso puntuale dei soldi. Mi fa notare su Twitter l’esperto Stefano Quintarelli, che ringrazio, che la legge, se è vero che istituirà l’obbligo di ricorso al consorzio CBI, non impedisce alle amministrazioni di accettare anche altri mezzi di pagamento. Quello del Comune di Roma, e di moltissime altre amministrazioni in Italia, sembra quindi un eccesso di zelo costoso per i cittadini. Mi sono stati però segnalati anche altri casi in cui le amministrazioni continuano ad ammettere pagamenti con mezzi diversi da quelli del quasi monopolio ex lege dei “PSP”, come li chiama il sito “Pago PA”: i prestatori di servizi di pagamento consorziati.

Al mio articolo ha poi fatto seguito uno di Enrico D’Elia su lavoce.info il 9 ottobre 2020 (link sotto). Articolo che non cita né il Riformista né Derrick ma che ne riprende gli argomenti e le conclusioni, aggiungendo informazioni interessanti. Ne riporto stralci:

Chi […] utilizzava l’addebito diretto a costo zero sul proprio conto corrente [oppure il pagamento diretto presso le tesorerie o gli uffici dell’amministrazione – aggiungo io] si è visto precludere questo canale e ora si trova a pagare, oltre al dovuto, anche gli oneri di riscossione che prima erano sostenuti implicitamente dalla PA. Come se non bastasse, la piattaforma PagoPa non prevede ancora un addebito automatico, che pure è contemplato dalla Psd2 [una direttiva europea sui pagamenti digitali], con il rischio di ritardi sanzionati da more e penali. Il nuovo sistema sembra dunque penalizzare i contribuenti più fedeli e puntuali e, tra questi, proprio quelli tenuti a pagamenti più modesti perché hanno reddito, consumi e patrimonio minori. L’aggravio complessivo per i contribuenti sarà di poco meno di 40 milioni di euro l’anno, pur considerando una commissione di appena un euro sulle due rate della Tari e ipotizzando che soltanto per un quarto dei 74,3 milioni di immobili censiti in Italia si facesse prima ricorso all’addebito in banca.

D’Elia scrive anche che c’è il rischio probabile che l’oligopolio degli esercenti aderenti al sistema PagoPa non abbia incentivo a ridurre le commissioni, e che quindi questa “tassa occulta” diventi sistematica. I casi fortunati di commissione nulla, il cui esempio noto sono i pagamenti di piccolo importo operati con SatisPay, che in effetti è uno degli operatori di PagoPA, potrebbero dunque rimanere eccezioni, se non finire per adeguarsi alle commissioni più comuni che per pagamenti di poche decine di Euro possono anche raggiungere il 4-5% dell’importo.

Nell’ipotesi ottimistica che nessun pagamento vada a vuoto dopo la cancellazione dei flussi di addebito bancario diretto, l’efficienza per le pubbliche amministrazioni c’è, perché il sistema permette loro standardizzazione e semplificazione. Ma è scorretto che questa efficienza avvenga a spese dei cittadini.

Questo sostiene tra l’altro un’interrogazione già presentata in materia dalla Senatrice Emma Bonino di Più Europa.


Aggiornamemto del 14/12/2020

 A inizio novembre 2020 l’antitrust è uscita con una raccomandazione (link sotto) che ricostruisce la normativa (piuttosto contraddittoria con varie modifiche e rinvii che si sono susseguiti) e nota come sia importante che Pago PA non diventi l’unico modo per pagare, soprattutto non impedisca l’addebito diretto gratuito in conto corrente per chi lo desidera.

Recentemente ho ricevuto la mia seconda bolletta della tassa dei rifiuti di Roma da quando c’è pago PA, e l’azienda mi dice che posso o usare questo circuito online o andare in posta o in banca, quindi sempre con commissioni, almeno con le mie banche, per non parlare della Posta.

Ho però avuto un barlume di speranza circa la nuova app Io, gestita anch’essa da Pago PA. La app è diventata famosa per essere andata in tilt per più giorni all’inizio del cash back, ma non è per questo che mi interessa parlarne. Mi interessa perché la app permette comodamente di inquadrare il codice di una bolletta della pubblica amministrazione e pagarla subito online. Provo, e vedo che la app riconosce subito la mia fattura della tassa rifiuti. Mi appresto al pagamento speranzoso e invece, aimè, spunta una commissione di 1 euro.

Quindi si conferma almeno nel mio caso quello che già in passato avevo denunciato: pago PA probabilmente semplifica la vita alla PA, ma lo fa a spese degli utenti di questi servizi pubblici rispetto alla situazione precedente. E AMA Roma al momento non ha fatto nessuna marcia indietro riguardo alla chiusura ai pagamenti con bonifico o con addebito automatico, che invece prima permetteva (e che erano gratuiti).

Mentre scrivo questa puntata tutti fanno a gara a mettere online foto delle folle nei negozi in città dopo l’allentamento prenatalizio delle restrizioni anti-covid. In effetti allentare le restrizioni subito prima di rimetterle, come già preannunciato, sembra un modo quasi scientifico per creare assembramenti. Ma lo stesso cashback, cioè la distribuzione di denaro a chi paga con carte di pagamento, è disegnato per aumentare il contatto sociale, visto che esclude i negozi online. Con buona pace non solo di Amazon, che anche se vende online dà lavoro a gente fisica, ma di tante startup che hanno sviluppato piattaforme di commercio online per i servizi più vari, le quali non meritano un disincentivo del genere. Molte delle quali peraltro ricevono incentivi alla digitalizzazione o imprenditorialità per altre vie (la solita storia dei sussidi a tutto e al suo contrario).

Per ora, dunque, la protezione dei business esistenti dalla minaccia dei nuovi sembra premere al Governo più della riduzione del contatto sociale.


Link e riferimenti normativi:


martedì 8 dicembre 2020

ExCo la fiera virtuale di Ecofuturo (Puntata 464 in onda 8/12/20)

Avete letto La tregua? Non sto parlando del sequel dell’immortale Se questo è un uomo di Primo Levi, ma dell’omonimo romanzo di Mario Benedetti, scrittore Uruguayano di origini italiane. Una bella storia d’amore ambientata a Montevideo negli anni ’50 del ‘900, che per il suo protagonista è una tregua, appunto, rispetto alla sua vita consueta di vedovo afflitto da doveri familiari e professionali.

La scorsa estate un po’ allo stesso modo si è rivelata una tregua, purtroppo effimera, all’immobilità forzata. Gli ascoltatori più fedeli ricorderanno che Derrick ne approfittò per recarsi a Padova per seguire il festival Ecofuturo di cui ci parlarono le voci di Fabio Roggiolani e Michele Dotti.

Circa un mese fa anche Ecomondo, l’evento espositivo di inizio novembre alla fiera di Rimini dedicato alle tecnologie dell’ambiente e delle fonti rinnovabili, ha dovuto trasformarsi nell’ennesimo convegno online.

Convegni che abbondano e che non sempre aggiungono molto a quanto l’online è già normalmente in grado di fare sempre, anche fuori dai convegni: permettere di accedere a siti specializzati, acquisire documenti, leggere ricerche. In altri termini il bello delle risorse in rete è proprio il loro funzionamento asincrono che non obbliga a essere presenti in una determinata ora né a mettere la camicia davanti a una webcam. Vantaggio che invece viene meno con i webinar in diretta, e non sempre il valore aggiunto di vedere esperti interagire in streaming compensa la perdita. C’è il grosso rischio che i webinar diventino come le televisioni accese in casa di certi anziani: un costante, rassicurante e perlopiù inascoltato sottofondo.

Nulla a che vedere con la mondanità delle fiere fisiche, con stand e prodotti in esposizione tirati a lucido, gadget da accaparrare in sportine sponsorizzate, ma anche con ricadute di eventi sociali nelle città che li ospitano. Ora c’è una nuova iniziativa di Ecofuturo che su questi ultimi aspetti può fare poco, ma su altri si propone di essere un punto di svolta: una fiera sì online, ma concepita come uno spazio espositivo fisico dentro al quale entrare (volendo anche con uso di interfacce per realtà virtuale) e aggirarsi tra gli stand dei padiglioni. Stand che gli espositori possono acquistare e allestire come farebbero nelle fiere fisiche. Si chiama ExCo.

Sentiamo come ce lo descrive Fabio Roggiolani: 


Certo, questo impatto zero annulla anche alcune cose piacevoli, ma guardando il video di dimostrazione quest’esperienza sembra davvero diversa dal solito convegno online.

Inizia il 9 dicembre [2020] e i biglietti per i visitatori sono gratuiti previa registrazione. Dalle foto sul sito si vede che i tre padiglioni sono ancora più vicini al mare di quelli di Ecomondo a Rimini ma, ci assicura Roggiolani, senza problemi né costi di parcheggio.

Per accedere a ExCo: http://ecquologia.com/exco/

lunedì 23 novembre 2020

Intervista a Niccolò Argentieri sulle scuole superiori chiuse (Puntata 462 in onda il 24/11/20 e in replica il 29/12/20 e 16/3/21)

Un banco del liceo Virgilio di Roma (particolare)
Sento indiscrezioni su un nuovo bonus acquisti di Natale, pagato come tutti gli altri con debito che graverà su tasse e minori servizi futuri, e mi viene in mente una favola triste, non ricordo scritta da chi, che qualche mia maestra o maestro adattò per una recita delle elementari. La storia di un padre facoltoso ma assente (negli anni Ottanta non ci si faceva ancora scrupoli a ipotizzare che a essere facoltoso e assente fosse il genitore maschio) che cerca di compensare con molti regali al figlio.

Ecco, io come cittadino mi sento un po’ come quel figlio: mi sembra che lo Stato stia cercando di compensare con mancette il fatto che non riesce a darmi in misura adeguata, e adeguata all’emergenza, ciò che solo lui potrebbe darmi: anzitutto sanità e scuola.

Il resto di questa puntata è la lettura dell’intervista di Giada Giorgi, apparsa su Open, il giornale online gratuito fondato da Enrico Mentana, a Niccolò Argentieri, un professore di matematica e fisica di un liceo statale che, in tempi normali, fuori dall’orario di scuola organizza un ciclo di conferenze con allievi ed ex allievi chiamato “Caffè scientifico”.

Ecco alcuni passaggi delle parole di Argentieri, adattate solo in pochi punti per collegare diversi segmenti del discorso:

La didattica a distanza viene presentata spesso come una medicina, una soluzione che può lenire un problema più grande. In realtà è un veleno. Perché contribuisce a [far apparire] la chiusura delle scuole un gesto meno forte di quello che in realtà è. Alcune cose [la didattica a distanza] certamente permette di farle, ma [… soprattutto] per i ragazzi del liceo, che a differenza di [quelli delle] elementari e medie subiscono attualmente la chiusura totale, […] la scuola a casa è […] un’aberrazione. Un liceale ha bisogno di essere persona fuori dal suo essere figlio, ha bisogno di buttarsi nel mondo esterno per crearsi un’identità diversa, acquisire consapevolezze maggiori. In alternativa finisce per chiudersi perennemente nella cameretta, quando ce l’ha, e di vivere lì, tentando di ricrearsi un mondo di autonomia. Senza considerare poi le conseguenze sulla didattica in sé, […] dimezzata e vanificata [malgrado gli sforzi] per continuare il progetto formativo. La maggior parte degli argomenti [di studio delle mie materie] hanno avuto bisogno di essere ripresi da capo [dopo i mesi a distanza dello scorso anno scolastico]. Rimanere a distanza anche a gennaio sarebbe un colpo dal quale non credo […] potremmo rialzarci. Non è un invito a rischiare né tantomeno una volontà di fare fazioni a prescindere. Ma il punto è che se la scuola è davvero una delle cose più importanti come molti dicono, allora si chiude soltanto quando a chiudere è tutto il Paese.


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domenica 18 ottobre 2020

Fine dell'era del gas? (Puntata 457 in onda il 20/10/20)

Vetta del monte Catria (foto Derrick)

È uscita la nuova edizione del World Energy Outlook dell’agenzia internazionale per l’energia, la IEA di Parigi, e c’è una novità significativa: la rivalutazione al ribasso del ruolo del gas naturale nei prossimi decenni. Alla svolta ha contribuito il Covid, che unito agli scenari di completa decarbonizzazione ha fatto riconsiderare alla IEA i fabbisogni futuri di energie fossili, gas incluso.

Sembra un po’ intempestivo quindi che in Europa all’insegna della diversificazione strategica delle importazioni stia arrivando a maturazione una stagione intensissima di investimenti in nuove infrastrutture di importazione di gas, tra cui il TAP che porterà dalla Turchia alla Puglia il gas Azero e che è costato alla cordata di finanziatori circa 4 miliardi e mezzo di Euro. Finanziatori privati e che quindi hanno rischiato i soldi loro, ma a cui si è aggiunto ormai da tempo anche Snam, il gestore della rete italiana del gas ad alta pressione, che non solo è partecipato per circa il 30% da Cassa Depositi e Prestiti, ma opera in regime monopolistico e regolato, regime che in teoria non dovrebbe aver alcuna interazione con investimenti di rischio, anche se per il regolatore non è banale impedire sussidi incrociati tra le tariffe pagate in bolletta da tutti i clienti del gas e attività al di fuori dell’area regolata.

Nel frattempo, quasi in anticipazione di quelli che potrebbero essere gli effetti di quando il TAP entrerà in funzione, recentemente si è realizzato per la prima volta da quando il gas è negoziato su mercati liquidi l’annullamento dello spread tra il prezzo all’ingrosso del gas italiano e quello dell’hub nord europeo, come dire che già ora la capacità di importazione italiana è in grado di renderci esportatori, cioè competitivi rispetto al prezzo del nord Europa. Un assaggio di quello che anni fa un nostro Governo, tra molti scetticismi, vedeva come un futuro di Italia “hub del gas”.

Tutto bene? Sì, almeno finché a noi consumatori non verrà chiesto il conto di tante infrastrutture di approvvigionamento che stanno funzionando ampiamente sotto la loro capacità, in uno scenario di consumi europei che nel 2019, prima del covid, erano già oltre il 10% più bassi che nell’anno record 2010.

In aggiunta a una calante produzione continentale, Russia, Nord America (tramite navi metaniere), Nord Africa e presto Azerbaijan si contenderanno un mercato europeo del gas sempre più piccolo. Un’offerta che si prospetta più nutrita della domanda.


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sabato 12 settembre 2020

Riapertura scuole: interviste a Antonello Giannelli ANP e Daniela Buongiorno (Puntate 451-2 in onda 8-15/9/20)

  • Ci sono gli insegnanti e il personale per presidiare i maggiori spazi necessari alla didattica in presenza con distanziamento?
  • C'è un rapporto tra il nuovo concorso MIUR e l'arrivo del personale straordinario?
  • La disponibilità degli spazi da chi dipende?
  • In quali circostanze è previsto il ricorso alla didattica a distanza?
  • I "contributi volontari" che gli istituti chiedono ai genitori a cosa servono? Come devono venire utilizzati? Si tratta di un'abdicazione dello Stato?
Questi i temi toccati nell''intervista rilasciata a Derrick da Antonello Giannelli presidente dell'Associazione Nazionale Presidi il 2/9/20, qui sotto nella versione integrale:


Successivamente alla puntata di Derrick con l'intervista qui sopra, ho ricevuto ulteriori segnalazioni riguardo a casi di scuole che invece non beneficeranno, o lo faranno in modo insufficiente, delle maggiori risorse di cui parla Giannelli.
Sentiamo su questo Daniela Buongiorno, sentita l'11 settembre 2020, presidente del consiglio d'istituto di un liceo romano e rappresentante del coordinamento dei presidenti dei consigli d'istituto di Roma e Lazio:

Dunque gli Uffici Scolastici Regionali hanno un ruolo nel distribuire le risorse statali, e sulla base delle scelte che si stanno facendo non tutte le scuole hanno (o ritengono di avere) le risorse di personale per riaprire completamente.
Questo a prescindere del fallimento nella fornitura tempestiva dei banchi monoposto.

Derrick continuerà a seguire la materia e a dare voce a rappresentanti del settore scuola.


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martedì 1 settembre 2020

Paris Saclay (Puntata 450 in onda il 1/9/20)

Ho l’impressione che ci sia una contraddizione tra le dichiarazioni rassicuranti del Governo rispetto alla riapertura delle scuole e i piani di istituti che invece si preparano a riaprire con una limitazione delle ore di lezione frontale, dopo che i più disparati esperti ci hanno spiegato che le lezioni a distanza svantaggiano soprattutto gli allievi più deboli in termini di competenze già acquisite e preparazione al digitale, rendendo quindi la scuola di fatto classista, oltre che meno efficace.

Vorrei tentare con Derrick di raccogliere le voci dei dirigenti scolastici che ritengano di non essere messi in condizioni per una riapertura completa, per poi invitare il MIUR a dire la sua sempre in questo spazio. La mail a disposizione per i dirigenti, o presidi come eravamo abituati a chiamarli, è derrick.energia@gmail.com.

Nel frattempo, cito una notizia da Parigi dell’Economist della settimana scorsa. Il Governo francese ha messo in atto – in parte secondo l’autore dell’articolo anche come risposta post gilets jaunes alla percepita elitarietà del sistema francese delle grandi scuole superselettive – un processo di aggregazione delle università pubbliche che ha prodotto tra l’altro “Paris Saclay”, una grande università con 9000 tra docenti e ricercatori e 48.000 studenti. Specializzata in materie scientifiche è stata lanciata solo quest’anno con l’obiettivo di essere l’MIT di Francia e secondo il Shanghai world University ranking – scrive l’Economist - è già al quattordicesimo posto nel mondo e al terzo in Europa dopo Cambridge e Oxford.

Al di là dell’affidabilità di questa classifica, quel che mi sembra interessante del caso francese è che investire in conoscenza si può. E visto che ci stiamo indebitando in modo drammatico, che questo debito corrisponda a investimenti in capitale umano potrebbe essere forse l’unico modo per sperare di ripagarlo.


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domenica 26 luglio 2020

Le rinnovabili avanzano? (Puntata 447 in onda il 28/7/20)

Un rotore minieolico visto da Derrick
nei dintorni di Camugnano (BO)
Un utile articolo di Luca Pagni su Repubblica del 23 luglio 2020 evidenzia i risultati record delle fonti rinnovabili per la produzione elettrica in Europa nel primo semestre dell’anno, che attestano sia l’Italia sia l’Unione (naturalmente con molte differenze tra Paesi) a una penetrazione di circa il 40%.
Si tratta di numeri in parte aiutati dalla crisi, perché quando i consumi ristagnano o si abbassano la quota di produzione rinnovabile cresce (solare e eolico funzionano ogni volta che c’è disponibilità, mentre le centrali fossili quando non servono a coprire la domanda o a stabilizzare la rete vengono spente).
Ma qual è il trend più in generale? Se guardiamo all’Italia, gli investimenti in rinnovabili oggi sono nettamente inferiori a quelli necessari per gli obiettivi nazionali nell’ambito del quadro UE, che prevedono al 2030 per il nostro Paese una produzione elettrica rinnovabile di oltre il 50% e una riduzione di emissioni-serra di un terzo rispetto al 1990. Il rischio è quindi che quando l’economia e i consumi ripartiranno – e per gli stessi obiettivi citati i consumi elettrici dovranno aumentare la propria quota rispetto a quelli di altre forme di energia – la penetrazione delle rinnovabili si riduca sensibilmente, anche a causa della senescenza degli impianti oggi in funzione (anche le rinnovabili invecchiano).

Perché gli investimenti in Italia non stanno dietro agli obiettivi? La risposta è soprattutto nella governance complessa e restrittiva delle autorizzazioni e nell’inefficienza della burocrazia. Sotto l’aspetto dei costi, invece, i segnali sono incerti: da un lato fotovoltaico eolico e geotermico sono sempre più economici ed efficienti, dall’altro i costi dei combustibili fossili si sono anch’essi abbassati rendendo più competitive le fonti convenzionali, che in più – in Italia e nel mondo – si avvantaggiano di un sistema di incentivi fiscali che come sappiamo qui a Derrick superano per l’Italia quelli vantaggiosi.
La conclusione? La penetrazione delle rinnovabili in era Covid è un dato significativo ma effimero se gli investimenti in nuova capacità di generazione rinnovabile non ripartono con la forza necessaria. Il potenziale per queste fonti esiste (vd. link sotto con le valutazioni di quello dell’eolico secondo l’analisi di ANEV – associazione energia del vento) ma servono riforme della governance autorizzativa e della pubblica amministrazione per sfruttarlo, e anche una riforma fiscale “green” che approfitti dei prezzi bassi delle fonti fossili e delle risorse disponibili dal piano di aiuti UE per disintossicarci dai sussidi alle fossili garantendo nel contempo una prospettiva ai settori che ne saranno colpiti, per esempio con piani di riconversione dei cicli produttivi. È una sfida enorme, che ha bisogno di tutti gli strumenti disponibili, e da cui dipende la capacità di Italia e Europa di restare leader di innovazione e di bellezza.

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lunedì 15 giugno 2020

A mani nude (Puntata 441 in onda il 16/6/20)

Manuela Fabbri presidente di Basta Plastica in Mare presenta l'iniziativa "A mani nude" del 21 giugno 2020 di sensibilizzazione contro l'abuso e la dispersione di guanti monouso.










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domenica 7 giugno 2020

Riallocazione dei fattori post-covid (Puntata 440 in onda il 9/6/20)

Notte a Regensburg
(diritti riservati Derrick Energia)
Alcune aziende hanno già annunciato che i loro impiegati lavoreranno da casa per l’intero anno.

Quanti di questi servivano proprio a garantire il funzionamento della logistica d’ufficio?
Qui a Derrick abbiamo già sostenuto che la vita post-covid sarà diversa da quella precedente, ora che la sperimentazione forzosa del lavoro a distanza ha reso questa opzione popolare.
Ho visto un gestore di spazi di coworking prevedere che i suoi servizi diventeranno comuni tra lavoratori a distanza che non vogliano starsene necessariamente a casa: magari saranno le stesse aziende a distribuire voucher per luoghi di coworking anziché pagare l’affitto di uffici.
Sappiamo che alcuni settori si contrarranno, per esempio quello del trasporto aereo sulle tratte business. Non solo Alitalia, anche Air France-KLM e Lufthansa sono state salvate con soldi pubblici. I lavoratori dipendenti in Italia sono stati protetti dalle norme che vietano i licenziamenti economici fino a metà agosto, associate a forme di salvaguardia economica per le aziende. Ma un po’ del prolungamento del lavoro a distanza ben oltre la “fase 1” potrebbe anticipare il desiderio delle stesse aziende di riconfigurarsi e licenziare una parte del personale, magari per assumerne altro con diverse caratteristiche.

“Nessun’azienda in salute deve andare in bancarotta a causa del virus” ha sostenuto il ministro tedesco dell’economia. Malgrado la commissaria UE per la concorrenza abbia detto che le regole sugli aiuti di Stato sono solo alleggerite e non sospese, misure di Stati UE di supporto pubblico alle aziende per un valore complessivo pari al PIL italiano erano state già autorizzate dalla Commissione a fine maggio 2020. Molte inevitabilmente mirate alla semplice difesa dell’industria locale anche rispetto alla concorrenza interna UE.

Quanto pagheremo questo, da consumatori, in termini di minore efficienza del mercato unico? Quant’è elevato il rischio che, impiegato mezzo secolo per costruirlo, si possa perdere in breve il lavoro fatto per questo mercato?

Se il virus è un momento di riorientamento dell’economia su tanti settori, proteggere le aziende indiscriminatamente può impedire una rapida riallocazione di risorse (soprattutto del lavoro) verso settori o modalità produttive più promettenti nel nuovo scenario. Evitare i fallimenti serve a limitare che troppi capitali diventino subito inesigibili, ma tenere artificialmente in vita tutte le aziende non aumenta le probabilità che quelle non più competitive possano creare in futuro il valore per ripagare azionisti e banche. Anzi, potrebbe in molti casi prolungare la dissipazione di capitale.
Alcune delle misure del decreto rilancio mi sembra vadano nella direzione giusta quando prevedono per esempio aiuto al trasferimento tecnologico per le startup. Ma se le aziende esistenti vengono sussidiate per non contrarsi, ci vorrà più tempo perché alle startup arrivino anche i capitali e le persone necessarie per crescere.


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martedì 26 maggio 2020

BTP Italia 2020 (Puntata 439 in onda il 26/5/20)

Questa puntata è tratta da un articolo già pubblicato al link sotto e scritto con Matteo di Paolo

La piazza di Innsbruck
Nella terza settimana di maggio 2020 sono stati collocati dal Tesoro oltre 20 miliardi di € di BTP Italia a 5 anni, perlopiù a investitori retail, a fronte di oltre 30 miliardi di richieste.

Un successo?
Da un lato sì, perché non era scontato che ci fossero abbastanza soggetti disposti a scommettere contro un default di uno Stato che con il disastro in corso veleggia verso un debito doppio della dimensione annuale della sua economia già stagnante prima del virus.

Non si tratta però di un regalo. Questa emissione si è svolta senza procedure competitive, cioè con un rendimento prefissato e che non poteva ridursi in caso di buona accoglienza. Tutti i sottoscrittori riceveranno infatti una cedola dell’1,4% (più 0,8% di premio alla scadenza quinquennale per gli investitori retail che avranno mantenuto per tutto il periodo il titolo) più una componente di copertura dall’inflazione. Un’assicurazione quest’ultima che da qui a 5 anni ha un valore significativo, visto che lo shock d’offerta globale potrebbe vedere l’inflazione rialzarsi di colpo con la ripartenza della domanda.
Si tratta di una remunerazione elevata e quindi costosa per lo Stato? Sì: il giorno dell’emissione il BTP 5 anni (stessa scadenza) aveva un rendimento di mercato all’1,39%, cioè identico alla cedola prevista dal BTP Italia, mentre il rendimento garantito dalla copertura per l’inflazione sarà in più. In altri termini, con questa emissione l’investitore avrà una cedola con rendimento reale (cioè al netto dell’inflazione) pari al rendimento nominale di mercato sulla stessa scadenza.
Martedì 26 maggio scopriremo a quale prezzo il BTP Italia verrà scambiato sul mercato. Se sarà maggiore di 100 (la parità rispetto al valore nominale a cui è stato collocato), la differenza corrisponderà alla cifra che il Tesoro avrebbe potuto raccogliere con lo stesso costo per interessi e che invece ha dato in più agli investitori. [Nota di aggiornamento: in effetti il titolo a circa un'ora dall'inizio della negoziazione sul mercato MOT di Borsa Italiana era scambiato a premio di poco meno di 0,5%].

Insomma: i nuovi finanziatori non hanno regalato nulla allo Stato. I contribuenti di domani dovranno remunerarli senza sconti, anzi: a premio.

Questo collocamento attraverso banche italiane e con protezione da inflazione italiana risponde anche alla scelta politica di collocare il debito presso prestatori italiani. Il che potrebbe aver senso se essi fossero disposti a farsi remunerare meno del mercato, cosa che in questo caso non è stata affatto testata, come abbiamo visto.
D'altra parte, in qualunque normale asta prestatori italiani o meno disposti a minori tassi avrebbero la precedenza. Non si è mai visto che cercare di limitare la platea di un collocamento ne aumenti il successo.

Ora che gli italiani hanno mobilitato circa l’1% dei loro depositi su conti correnti per questa emissione finalizzata a compensare la fuga degli investitori stranieri, più risparmi italiani sono sottratti all’economia reale in ossequio alla retorica nazionalista e antieuropea. Quella stessa economia reale che dovrebbe permetterci di pagare gli interessi.


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lunedì 18 maggio 2020

La controglobalizzazione? (Puntata 438 in onda il 19/5/20)

Sulla tangenziale del Cairo a bordo di una vecchia Toyota
Mentre scrivo questo Derrick, i giornali descrivono il contenuto del Decreto rilancio passato al Consiglio dei ministri il cui testo non è stato ancora diffuso, e tra le novità ci sarebbe quella, che a me sembra ottima, di riapertura prevista per giugno delle frontiere in arrivo in Italia dai Paesi Schengen. Fossi il Governo farei anche di più: comprerei pagine sui giornali internazionali per annunciare che l’Italia si attrezzerà per rendere il turismo sicuro, e stabilirei anche regole e garanzie in modo che chi si arrischia a venire da lontano sappia cosa gli succede se in un controllo all’aeroporto mostra sintomi sospetti. L’incertezza dell’applicazione delle norme e la paura di trovarsi di fronte a forze dell’ordine che prendono decisioni arbitrarie aumentano in modo gratuito i danni delle misure di contenimento.

Per un Paese orientato all’export e in cui il turismo vale il 5% del PIL (più forse il doppio di tanto in termini di indotto) e il 6% degli occupati, la chiusura delle frontiere è un impoverimento certo. E restrizioni ai movimenti internazionali sono purtroppo ciò che sta succedendo globalmente: il protezionismo come reazione alla paura. Una tendenza che c’era a dire il vero già prima del virus e cui il nostro Paese non fa eccezione, e che si manifestava anche solo in forma di esortazioni a un “buy Italian” che fatto davvero avrebbe costi enormi per i consumatori. Anche nei beni per antonomasia più italiani è spesso diffusa una componente di semilavorati d’importazione. Per esempio basta leggere l’etichetta di un pacco di pasta, anche di quello di produttori di qualità e italianissimi, per scoprire che i suoi grani vengono spesso anche da fuori Europa.

Quello del cibo è un settore da tenere d’occhio perché rischia di vedere aumenti di prezzi a fronte di una minore disponibilità, mentre la domanda con il Covid non si è ridotta ma spostata tutta sul consumo finale a detrimento di mense e ristoranti. Un cambio che nel breve periodo sta causando enormi sprechi di prodotti confezionati per la ristorazione professionale e che è costoso ora recuperare. Così come stanno andando a male molti dei fusti di birra destinati al consumo nei locali.

Oggi l’inflazione è ferma perché alcuni beni come l’energia hanno visto crollare il loro prezzo. Ma il comparto del cibo è in controtendenza, e un aumento consistente dei suoi prezzi farebbe calare il potere d’acquisto soprattutto per le famiglie più in difficoltà, che vi destinano una quota importante del reddito.
Auguriamoci che il riso vietnamita o il grano ucraino (oggi al mio supermercato le lenticchie più economiche erano statunitensi) continuino ad arrivare nella nostra economia, e non trasformino anche un primo piatto in un lusso. E auguriamoci anche che i nostri pomodori possano essere raccolti da lavoratori di qualsiasi nazionalità che trovano in quei pomodori, per nostra forse più che per loro fortuna, un veicolo di emancipazione economica.

domenica 10 maggio 2020

Primo, riaprire le scuole (Puntata 437 in onda il 12/5/20 e in replica il 2/6/20))

Illustrazione di Andrea Ucini (@andreaucini su Twitter) per The Economist
Un articolo sull’Economist del 2 maggio 2020 s’intitola: “Open schools first” e argomenta perché chiudere le scuole provoca danni, anche economici, maggiori ai benefici di riduzione del contagio.

Una questione fondamentale, forse la principale, è il ruolo della scuola nel promuovere parità di opportunità.
L'attitudine di studenti e famiglie ad assecondare la formazione a distanza è molto disuguale, e non solo per il cosiddetto digital divide: la formazione a distanza funziona ma richiede una maggior collaborazione di chi la riceve e un set di competenze già acquisite, e difficilmente permette di costruire lo stesso rapporto di fiducia e lealtà che un docente in gamba stabilisce in aula. Questo vale soprattutto per la scuola primaria, ma se ripenso alla mia formazione io ricordo ancora anche singoli sguardi, consigli, reazioni, gesti di miei insegnanti di liceo che ancora ringrazio non solo per la loro competenza, ma per aver contribuito a sviluppare il mio senso critico e i miei valori nel loro complesso.

In termini di mobilità sociale, è ampia la letteratura che mostra il ruolo decisivo soprattutto della scuola primaria. Non c’è cosa più efficace che uno Stato possa fare per aumentare le chance di benessere ai figli di famiglie disagiate, e quindi in prospettiva alle famiglie stesse, che una buona scuola.

Anna Ascani, viceministro MIUR, in un’intervista a Radio Radicale raccolta da Massimiliano Coccia il 9 maggio 2020 (link sotto, anche a un'altra precedente di Giovanna Reanda) ricorda alcune iniziative già prese dal Ministero per ridurre il digital divide e non esclude (e difficilmente avrebbe potuto del resto) che in particolare per le scuole superiori si prospetti per il prossimo anno scolastico una riduzione dell’attività didattica in presenza.
“Nessuno in ogni caso perderà l'anno” dice Ascani, affermazione che personalmente trovo preoccupante perché lega, in modo implicito, la perdita dell’anno alla perdita del valore legale dell’istruzione per quell’anno anziché al mancato raggiungimento degli obiettivi formativi.
Ma se il problema fosse non perdere il valore legale dell’anno scolastico, un 6 politico risolverebbe tutto.
Il danno grave, se mai, è quello al capitale umano perso per gli studenti (tanto che da genitore potrei avere interesse a chiedere piuttosto la ripetizione di un anno che non si sia potuto svolgere in modo efficace).

Se alcune scuole riprenderanno le lezioni frontali con classi dimezzate, è evidente che si dovrà ricorrere a nuovi docenti. È in grado il sistema scolastico di trovarli da qui a settembre o di chiedere a quelli curricolari di lavorare significativamente di più? Avrebbero i nuovi docenti le stesse competenze di quelli da affiancare, o si stravolgerebbe anche il programma di studi?
Se metà delle ore diventassero un doposcuola con meno insegnamenti scientifici o di lingua italiana avremmo probabilmente un problema in prospettiva, se è vero che quelle scientifiche e logiche, insieme alla capacità di comprendere un testo complesso, sono competenze fondamentali perché una società civile sia meno prona a fake news e a politici ignoranti.

I dati di alfabetizzazione scientifica in Italia sono in miglioramento, secondo uno studio Observa di qualche anno fa, e non è certo il caso di invertire il trend, se è vero che nel 2016 secondo lo stesso studio più del 37% del campione pensava che il sole fosse un pianeta. Con un andamento migliore dei giovani rispetto agli anziani, ai numi piacendo.


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