martedì 18 agosto 2026

Le vessazioni dei biglietti regionali Trenitalia (Puntata 734 in onda il 17/8/26)

Illustrazione di Paolo Ghelfi
Questa puntata può essere ascoltata qui.

Chi viaggia in treno sulla linea Roma-Avezzano avrà notato ogni tanto il suono del convoglio che urta la chioma di alberi. Un sistema di potatura passiva, diciamo così.

Anche pensando a questo non mi sono stupito granché quando il 13 agosto 2026 sul treno da Avezzano per Roma Tiburtina che avrebbe dovuto partire alle 18.25, e che invece non partiva, si è sentito che la causa erano rami sulla linea.

Come al solito, il problema è stato comunicato solo dopo l’orario di partenza del treno e dopo che i biglietti della corsa erano stati venduti fino all’ultimo momento utile e non erano più modificabili.

E purtroppo, oltre all’incapacità di Rete Ferroviaria Italiana di garantire in quel frangente la funzionalità della linea (che due giorni prima era in crisi per un passaggio a livello guasto a Guidonia e che è stata chiusa solo un paio di mesi fa per aggiornamenti), sono riemersi una serie di comportamenti vessatori di Trenitalia verso i clienti dei treni regionali. Ricordandoli pubblicamente, spero di contribuire a qualche miglioramento.

Intanto c’è un problema di onestà nella comunicazione. La capatreno dopo oltre mezz’ora dall’orario di partenza ha annunciato che il treno sarebbe stato “accorpato” al successivo di oltre 2 ore e mezza dopo e che non ci sarebbero stati mezzi sostitutivi. Accorpato un corno, il treno è stato soppresso senza alcun supporto ai clienti. Nemmeno la possibilità di attendere a bordo perché “io devo chiudere il treno” ha detto tautologicamente sempre la capatreno.

Quel che nessuno ha raccontato ai clienti lasciati sulla banchina è che il fantomatico rimborso dei treni regionali in ritardo di più di un’ora non è affatto automatico come l’azienda ha raccontato dopo l’ultimo aggiornamento delle regole. Per aver indietro i soldi infatti il personale di bordo deve aver scansionato il biglietto. Cosa che non avviene perché durante i disservizi i capitreno tipicamente si nascondono nell’ara chiusa della conduzione del treno e, anche quando non lo fanno, i biglietti li controllano a campione o niente affatto. A maggior ragione, se il treno non parte proprio, nessuna scansione avviene. La mia esperienza poi è perfino peggio: l’unica volta che in un regionale in ritardo di più di un’ora ho fatto scansionare il biglietto andando a stanare il capotreno che non si era mai fatto vedere nel vagone, non ho ricevuto comunque alcun rimborso.

Questo del finto rimborso automatico è particolarmente vessatorio visto che il biglietto si considera usato al momento della partenza del treno e da allora non è più riutilizzabile anche se il treno in realtà è soppresso. Conseguenza: se compri un biglietto di un treno regionale che poi non parte o magari non si fa nemmeno vedere in stazione l’unica certezza che hai è di aver perso anche i soldi.

“Il personale di bordo è a disposizione per qualunque necessità” recita un irritante annuncio periodico sui convogli.

Derrick sarà felice di ospitare qui repliche del gruppo FS purché affrontino dettagliatamente i punti sollevati e siano meno ipocrite degli annunci sui treni.

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  • Delle regole vessatorie dei biglietti regionali Trenitalia avevamo già parlato qui.

 

lunedì 10 agosto 2026

Il carbone chiude - con Alfredo Spalla (Puntata 733 in onda l'11/8/26)

Illustrazione di Paolo Ghelfi
Il 7 agosto 2026 ho intervistato Alfredo Spalla, reporter di Montel, sulle novità riguardo alla chiusura delle centrali termoelettriche a carbone in Italia. Che ora sembra confermata dopo le molto assertive affermazioni contrarie del Governo.

L'audio della puntata è qui.

Grazie Alfredo Spalla.

Tutte le puntate di Derrick sul carbone, in ordine anticronologico, sono qui.

martedì 4 agosto 2026

Ciclovie costiere: Adriatico batte Tirreno (Puntate 731 e 732 in onda il 28/7 e 4/8/2026)

Illustrazione di Paolo Ghelfi
Puntata 731

Questa puntata si può ascoltare qui.

Preparando questa puntata mi sono subito accorto di essermi messo in un pasticcio più faticoso di quanto pensassi.

Parliamo di infrastrutture per la mobilità ciclistica nelle coste dell’Italia continentale, tentando un confronto tra Tirreno e Adriatico. Userò anche la mia esperienza, che nell’Adriatico copre quasi interamente la tratta da Milano Marittima a Barletta e da Brindisi a Marina di Lecce, e sulla riva opposta da Savona a Genova e vari tratti in Toscana e Lazio.

Quantificare la parte di costa percorribile in ciclabili è più difficile di quanto si possa pensare, per diversi motivi.

Uno: perché dipende dalla disponibilità a seguire sempre o quasi sempre la costa anche quando ci sono penisole impegnative (il Gargano, per esempio, se fatto tutto sulla costa aggiunge quasi 200 km e paradossalmente aumenta il tratto su strade automobilistiche trafficate, ci sono passato solo un mese fa. Situazione simile – ma non l’ho testato in bici – nello splendido Cilento).

Due: perché dipende da cosa s’intende per pista ciclabile. Un sentiero lo è? Fino a che livello di difficoltà? Quanto consideriamo la bici un mezzo di trasporto e quanto uno strumento per cimentarsi in piccole imprese sportive o d’avventura inoltrandosi nelle diverse are protette delle due coste? (Per esempio il pur piatto Polesine, il monte Conero a Sud di Ancona, la riserva naturale di Punta Aderci a Vasto, la lunga striscia di terra della riserva del lago di Lesina nel foggiano, resa impervia dalla sabbia e dove – esperienza personale – avere poca acqua ed esaurire i ricambi per gli pneumatici può mettere in seria difficoltà ed è improbabile incrociare anima viva sull’intero percorso. Sul Tirreno, le Cinque Terre con solo una parte di percorso ciclabile costiero agibile costringono a notevoli dislivelli per prendere e abbandonare le strade montane, la riserva tra Populonia e Piombino e ancora di più il parco naturale della Maremma sono meravigliose ma impegnative, e la seconda presenta irritanti restrizioni di accesso. La disponibilità a trasformare il percorso in un trekking per mountain bike lo modifica molto in termini di tempo, impegno e proporzioni tra tipi di superfici.

Tre: sembra forse strano, ma non ci sono fonti complessive ufficiali sulle ciclabili italiane. Del resto si tratta di progetti spesso di competenza locale. I numeri che riporterò sono in larga parte il risultato di simulazioni con il software di navigazione Komoot e, quando possibile, della mia esperienza.

Visto che ho già finito il tempo per la prima puntata vi lascio anticipando che come sospettavo l’Adriatico batte il Tirreno in termini di copertura ciclabile. Muggia-Otranto (sempre con le variabilità di cui sopra) è più breve di quasi 300 km rispetto a Imperia-Reggio Calabria, eppure ha circa 100 km in più di percorso su ciclovia rispetto ai circa 300 del Tirreno, dove peraltro l’infrastruttura è quasi tutta in Liguria e Toscana del Nord, più qualcosa nel litorale romano e salernitano e brevi tratti urbani altrove.

Puntata 732

Questa puntata si può ascoltare qui.

Abbiamo visto l’altra volta che il versante Ovest e più lungo ma con meno ciclovie, e questo si deve forse al fatto che la costa di ponente è leggermente meno urbanizzata di quella adriatica, perlomeno da sotto la Versilia a Roma, e che è anche più accidentata e con maggiore presenza di aree protette all’interno delle quali non ci sono com’è giusto ciclabili di asfalto o cemento.

Ha però senso che ci siano passerelle ciclopedonali a permettere di attraversare le aree protette valicando i fiumi, e sono felice di ricevere la notizia che è appena stato inaugurato (18 luglio 2026) un ponte ciclopedonale sull'Arno a valle di Pisa nei pressi di Cascine Nuove, ancora all'interno del parco di San Rossore. Lo ha scritto proprio qui sui commenti del blog Andrea Porchera, direttore dell'Ente Parco regionale Migliarino San Rossore Massaciuccoli. Una bellissima notizia che ringrazio Porchera di aver voluto segnalare.

Salvo altre ottime notizie, i fiumi sono ancora una barriera più a Sud nel bel parco della Maremma: non si può attraversarlo stando sulla costa, perché a Nord non c’è ponte sull’Ombrone e a Sud diventa piuttosto accidentato verso Talamone. C’è però a Sud di Alberese, ma non l’ho provata, una sterrata al confine del parco parallela all’Aurelia che dovrebbe essere percorribile, ingresso al parco permettendo, ma siamo a chilometri di distanza dal mare.

E proprio la maledetta Aurelia è il problema delle bici sul Tirreno, Aurelia che da sud di Livorno a Tarquinia fa anche le veci di autostrada ed è spiacevolissima da percorrere in bici anche nei tratti in cui è legale farlo, alcuni dei quali inevitabili.

Sull’Adriatico, un problema simile all’Aurelia c’è quasi solo tra Venezia e Ravenna, ed è la Statale 309 Romea, che però si può evitare prima stando sulle isole oblunghe veneziane ricorrendo ai traghetti per valicare i varchi lagunari fino ad approdare a Chioggia da Jesolo, e poi avventurandosi lungamente e con percorsi tortuosi sul delta del Po tra argini di canali, ponti di barche e zanzare.

Poi da Ravenna a Ortona, quindi lungo più o meno un quarto d’Italia, la costa adriatica è perlopiù un’unica città costiera-balneare interrotta da qualche estuario – solo alcuni già dotati di ponti ciclopedonali – qualche insediamento industriale e rari promontori come il monte San Bartolo tra Gabicce e Pesaro, il Conero subito a Sud di Ancona e Punta Aderci nei pressi di Vasto. Fuori da questi, quasi sempre ci sono ciclabili pianeggianti, spesso a uso ibrido pedonale sui lungomare e quindi, soprattutto in estate, lente e più ad uso di passeggianti e bagnanti che adatte a cicloturisti frettolosi. Ma a patto di aver pazienza ci si può quasi dimenticare la statale adriatica.

Orribili eccezioni sono tra Fano e Torrette di Fano, dove prima un campeggio e poi una sciagurata pianificazione urbana che ha permesso negli anni del boom palazzi sulla spiaggia togliendo spazio a qualunque percorso sul mare (ne parlai in una puntata specifica della serie camminate impossibili, link sotto) costringono alla statale, così come a Nord di Termoli per lo stesso motivo la nuova ciclabile, che ho visto in costruzione un paio d’anni fa, è tra statale e monte, e non sul mare.

Altro punto critico è poco più in basso tra Molise e Puglia: tra Campomarino e Lésina, dove per almeno 15 chilometri c’è solo l’Adriatica a ridosso del mare nascosto da boscaglia forse acquitrinosa, senza insediamenti, e l’unica ombra nell’interminabile rovente rettilineo sono gli ombrelloni di sparute prostitute i cui saluti hanno scandito il mio transito recente sotto un sole implacabile. Una volta a Lésina, poi, ci si può avventurare tra mare e lago (non facile, lo accennavo la volta scorsa) oppure proseguire verso Sud tagliando il Gargano con la nuovissima ciclabile fino a Manfredonia, che non vedo l’ora di provare.


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lunedì 20 luglio 2026

Albedo (Puntata 730 in onda il 21/7/26)

Illustrazione di Paolo Ghelfi
Questa puntata si può ascoltare qui.

Se dico Ceres cosa vi viene in mente? La birra? Malissimo.

Ceres è un programma della NASA che sta per  Clouds and the Earth’s Radiant Energy System che studia attraverso i satelliti il comportamento della Terra riguardo al bilancio tra energia che riceve dai raggi solari, visibili e infrarossi, e quella che riflette. Sembra incredibile, ma nell’era del populismo, di politici o commentatori, perfino quelli a parole progressisti o pro-scienza, che liquidano il tema con tautologie tipo “Il clima è sempre cambiato”, esistono ancora anche in America istituzioni scientifiche che usano criteri rigorosi per studiarlo e aiutare le decisioni dei Governi.

La questione del bilancio energetico della Terra è cruciale per capirne e prevederne il riscaldamento, e, se ci è ragionevolmente chiaro come la concentrazione di gas-serra provoca l’effetto-serra che fa liberare la Terra di meno calore, gli attuali strumenti di calcolo anche dell’IPCC, l’organo Onu che a Ginevra monitora il clima, sembra sottostimino altre cause del crescente assorbimento di calore. La maggior parte di queste, ahinoi, sono effetti secondari del riscaldamento stesso.

Parla del tema un lungo articolo divulgativo dell’Economist il cui link metto sul blog e cui m’ispiro oggi.

Albedo è il termine, immagino dal latino albus, con cui ci riferiamo alla capacità di una superficie di riflettere la luce, e viene usato più in generale per parlare di quanta energia (in ultima analisi: calore) la Terra riesce a far rimbalzare fuori. Oltre all’effetto-serra già menzionato, ci sono altre caratteristiche dell’atmosfera che rilevano, tra cui il tipo e l’intensità delle nuvole – che a loro volta cambiano con il clima – e la limpidezza dell’aria, che aumenta il calore ricevuto. La limpidezza è un aspetto particolarmente demoralizzante perché è un caso (per fortuna l’unico che mi viene in mentre tra tanti virtuosi) in cui politiche ambientali di successo – istituite per motivi diversi dal clima, nella fattispecie la salubrità dell’aria e delle piogge – potrebbero avere un effetto negativo sul clima. Per esempio: le emissioni di zolfo che abbiamo ridotto con successo da industrie, motori di navi e altri veicoli hanno la proprietà di schermare la luce in arrivo, così come ce l’hanno le polveri di emissioni vulcaniche che nella storia della Terra hanno generato eventi di freddo eccezionale.

Altro effetto più ovvio e meramente ottico è che venendo meno i ghiacci la terra diventa più scura e assorbe più calore, esattamente per lo stesso meccanismo che rende un’auto bianca più efficiente in termini di fabbisogno di raffrescamento. È un tema rilevante anche per l’adattamento cittadino. Non ci vogliono studi per capire che un prato coperto a bitume assorbirà più calore. Ma ci vuole cultura popolare per riconoscere chi ho appena citato (fatemelo sapere per favore).

Dove va il maggior calore che resta sul pianeta? Per la stragrande maggioranza negli oceani, la cui immensa inerzia termica da un lato ha ritardato gli effetti sulle terre emerse, dall’altro li renderà più persistenti quand’anche troveremo una soluzione. Un programma internazionale chiamato Argo sta studiando le dimensioni del riscaldamento dei mari con migliaia di sonde galleggianti negli oceani.

Il clima è sempre cambiato sì. Il che non esime l’umanità, che conta più dei numi in termini di responsabilità, dal capire come continuerà a farlo, e mitigarne gli effetti avversi.

giovedì 16 luglio 2026

Energia economica? (Puntata 729 in onda il 14/7/26)

Illustrazione di Paolo Ghelfi
Questa puntata si può ascoltare qui.

Abbiamo parlato qualche settimana fa dell’assurda metanizzazione della Sardegna decisa dal Governo lo scorso settembre e di cui l’Autorità per l’energia (ARERA) ha messo in consultazione le modalità di ribaltamento dei costi sulle bollette nazionali del gas. Forse anche come reazione a quella consultazione, l’Autorità è tornata sulla questione degli investimenti non necessari sulle infrastrutture per il gas con un atto ancora più importante, cioè lo scrutinio del piano di sviluppo delle società (principalmente Snam) che si occupano dello sviluppo e gestione della rete ad alta pressione dei metanodotti nazionali.

E lo ha fatto con significativi criticismi, benché limitati in termini di impatto economico, mettendo nero su bianco che una parte degli investimenti, che gli sviluppatori della rete hanno interesse a fare grazie alla garanzia di essere più che ripagati in bolletta, non corrisponde invece a un interesse collettivo dei consumatori d’energia.

Un articolo su QualEnergia di Massimiliano Cassano del 9 luglio analizza l’intervento di ARERA e mi ci affido per riportarne alcuni punti.

Sui 18 miliardi circa di investimenti proposti dal piano decennale per le reti gas, ARERA ne boccia circa 2,5, di cui circa 1 relativo alla metanizzazione della Sardegna.

In un caso l’ARERA si limita a mettere in evidenza la contraddizione tra gli stessi scenari energetici che Snam contribuisce a redigere e le proposte di investimento. Una parte dell’infrastruttura sarda infatti servirebbe a collegare un rigassificatore al servizio di una centrale termoelettrica in sostituzione di quella a carbone a Porto Torres, centrale non necessaria sulla base degli scenari Snam-Terna, e che in ogni caso sarebbe impossibile costruire dopo la decisione del Governo di rimandare la chiusura delle centrali a carbone.

In generale, le aspettative sui consumi futuri di metano e biometano sono ritenute sovradimensionate dall’ARERA perché incoerenti con scenari europei. Aggiungo io che il solito refrain governativo sul fatto che “ci sarà sempre bisogno del gas” è in realtà conseguenza, e non causa, della nostra politica energetica, che prevede una garanzia di remunerazione a 50 GW di centrali termoelettriche a gas tenute pronte a tempo indeterminato per fare backup alle rinnovabili, come se accumuli, nuove interconnessioni di rete e nuovi strumenti di stabilizzazione della rete non fossero in fase di realizzazione e in parte già operativi.

L’ARERA non ha certo messo in dubbio in modo massiccio – come credo avrebbe dovuto - il piano di Snam. Ma ha reso meno ignorabile il punto debole della pianificazione energetica dell’attuale sistema: il fatto che gli scenari son fatti dalle stesse aziende che hanno interesse a massimizzare gli investimenti, non a minimizzare il costo complessivo del sistema energetico e quindi delle bollette future.

Un problema peraltro comune nell’UE, e che il Regno Unito sta cercando di risolvere con un nuovo soggetto pubblico (il National Energy System Operator) di pianificazione delle reti, separato dai loro sviluppatori e gestori.

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martedì 7 luglio 2026

Audizioni al Senato su legge delega nucleare (Puntata 728 in onda il 7/7/26)

Una puntata non scritta che riporta due interventi nell'audizione sulla legge delega nucleare del 1 luglio 2026 presso il Senato della Repubblica.

Si tratta di Mariagrazia Midulla responsabile clima ed energia per WWF Italia e Michele Governatori, autore e voce di Derrick, delegato in audizione da ECCO think tank.

La puntata si può ascoltare qui.

Un post LinkedIn di ECCO con link al video integrale dell'audizione è qui.

martedì 30 giugno 2026

Diego Gavagnin interloquisce con Derrick sul nucleare (Puntata 727 in onda il 30/6/26)

L'intervento di Diego Gavagnin è stato registrato in diretta e può essere ascoltato qui.

La controdeduzione di Derrick è questa:

Tu quoque Diego!

Che siccome serve energia sempre disponibile allora ci voglia una parte di produzione costante: no, questo è un falso sillogismo. Serve invece un mix il cui risultato sia energia che asseconda la domanda (e costi molto meno del nucleare). Il sillogismo è falso quanto lo sarebbe dire che per tenere aperto 24 ore un negozio serve qualcuno che non dorma mai a lavorarci dentro.

Comunque, caro Diego, quando avrò notizia di un imprenditore che mette soldi a rischio, e non a spese della collettività, su un minireattore, farò ammenda con te per un’intera trasmissione.


martedì 23 giugno 2026

La politica del "pappappero" (Puntata 726 in onda il 23/6/26)

 

Illustrazione di Paolo Ghelfi
Questa puntata si può ascolare qui.

“La mia popolarità non ti riguarda, pensa alla tua” ha risposto pubblicamente Meloni a Trump dopo la di lui uscita a valle delle interazioni tra i due al vertice di Evian. “Io e l’Italia non imploriamo nessuno”, che ai più vecchi ricorderà quella pubblicità, cos’era un dopobarba?, dell’uomo che non deve chiedere mai. Tante altre volte abbiamo sentito “Noi non accettiamo lezioni”, una delle frasi più insidiose da chi vuol apparire vincente, visto che proprio i vincenti di solito sanno imparare non dico da tutti, ma almeno dai tanti che hanno qualcosa da insegnare.

Politici che intervengono coi tempi fulminei e superficiali dei social al minimo pretesto, solo per autoassegnarsi punti di merito rispetto all’altra fazione, tipo pallottoliere dopo un colpo a biliardo.

Da un lato la semplificazione di tutto, che viene comunicato più per muovere le palline che perché abbia importanza per la collettività, dall’altro la personalizzazione di tutto, come se l’empatia immediata fosse l’unica cosa che può coinvolgere l’elettore medio.

Ci starebbe bene dopo certe dichiarazioni un bel “pappappero” da asilo di infanzia. Si usa ancora? “Sei meno popolare di meee, pappappero”.

Molti leader politici anche internazionali si sono stretti a Meloni sull’uscita di Trump, mentre non ricordo (magari per la mia memoria selettiva polemica) altrettanto sdegno e unità quando Trump è uscito dagli accordi di Parigi sul clima o ha distrutto il fair play del commercio internazionale o ha tentato di imporre all’Europa – che ha perfino finto di acconsentire – l’acquisto a prezzo indeterminato di gas. In compenso, apriti cielo quando si è graficamente paragonato a Gesù. “Blasfemo megalomane”! Più appropriato: fifone, visto che di fronte alle critiche si è rimangiato l’uscita probabilmente scontentando anche i fan.

Luca Bizzarri dice che la classe politica ha perso autorevolezza. Fiorenza Sarzanini ha scritto che la personalizzazione dei rapporti tra i rappresentanti di istituzioni è pericolosa e da evitare. In effetti se dall’altra parte c’è uno a livello asilo d’infanzia, un capo di governo deve abbassarcisi? Una risata o un “no comment” di superiorità non sarebbero più efficaci come prova di forza?

D’altra parte nemmeno l’elitismo o le tecnocrazie sono il modo giusto per riavvicinare gli elettori a una partecipazione sui temi importanti. E allora siamo condannati al populismo del pappappero?

Io ne immagino uno diverso, che chiamerei popolarismo, in cui i politici parlano sì un linguaggio semplice, ma non per dire che sono più fighi del concorrente e muovere un punto sul pallottoliere, ma per tradurre in temi comprensibili le questioni su cui devono prendere decisioni che inevitabilmente scontenteranno qualcuno e hanno bisogno di essere spiegate e poi, grazie a questo lavoro, forse accettate.

Una volta ho sentito o letto Schlein stigmatizzare la fine (peraltro solo annunciata) dello sconto accise combustibili non argomentando l’utilità della misura, ma per evidenziare l’incoerenza con promesse precedenti della destra. Avrebbe potuto dire “Sei una bugiona” (si usa ancora? Se qualche ascoltatore ha figli o nipoti alla materna, me lo faccia sapere).

Sono inadeguati gli elettori o lo è il comportamento con cui si cerca di coinvolgerli?

mercoledì 17 giugno 2026

Populismo energetico (Puntata 725 in onda il 16/6/26)

Illustrazione di Paolo Ghelfi
Questa puntata si può ascoltare qui.

Dopo la crisi energetica dell’invasione dell’Ucraina, alcune delle reazioni pubbliche di messa in sicurezza contro gli effetti della scarsità di gas ci sono costate molto care, soprattutto quella (con Draghi al governo) di riempire gli stoccaggi nell’estate del 2022 in vista dell’inverno successivo indipendentemente dal prezzo del gas del momento. Con risorse pubbliche gli stoccaggi sono stati riempiti per la gioia dei trader che ne hanno venduto il gas al prezzo più alto di sempre, e la differenza tra quel prezzo e il valore di mercato successivo è diventata una perdita secca per la collettività la cui valorizzazione definitiva dipende appunto dal prezzo del momento in cui si chiuderà del tutto l’operazione rivendendo il gas, ma che salvo nuove impennate catastrofiche ammonta a diversi miliardi.

L’attuale via libera europeo a fare una quindicina di miliardi di nuovo debito per gestire la crisi attuale mi fa tremare le gambe, soprattutto se penso che avviene in un paese ormai in campagna elettorale e dove il governo già prima di questa fase ha inanellato – anche sull’energia – posizioni perlopiù di propaganda anziché proposte di riforme o decisioni di investimenti strutturali. E quando gli investimenti ci sono, possono essere scellerati come la metanizzazione tardiva della Sardegna che ci condanna a pagare ulteriori aggravi sulle forniture gas per i prossimi 10-15 anni almeno (link sotto alla puntata specifica).

Per fortuna le decisioni più quotidiane e tecniche dei ministeri hanno continuato a perseguire anche azioni corrette e indispensabili, come lo sviluppo della capacità di accumulo e delle reti elettriche per usare al massimo l’energia rinnovabile e i sistemi pubblici di fissazione anticipata del prezzo di acquisto dell’energia dai produttori di fonti rinnovabili, che da un lato ne aiutano lo sviluppo, dall’altro riducono la volatilità del prezzo dell’energia ed eliminano i cosiddetti extraprofitti dei produttori quando il prezzo di mercato è più alto di quello garantito (come ora in cui il primo è circa il doppio del secondo e quindi questi meccanismi stanno calmierando di tanto la bolletta rispetto a quel che succederebbe in loro assenza).

Come ha dichiarato Energy Advisor, se il nuovo debito d’emergenza lo evitassimo anziché uscire con qualche trovata di sussidio pre elettorale, magari di nuovo al gas, non sarebbe affatto male. Quando questa puntata sarà in onda, forse ne sapremo già di più.

Nel frattempo alcune aziende dell’energia, almeno nelle loro campagne pubblicitarie, sembrano ritenere la loro clientela di riferimento una manica di fessi. Una sta proponendo ai clienti di fissare il prezzo dell’energia per tre anni. Adesso, quando è vicino ai massimi di sempre. È come una banca che ti suggerisce il mutuo a tasso fisso quando i tassi di interesse di mercato sono alle stelle. Oppure produttori di apparecchi scaldaacqua domestici, attivi sia su quelli elettrici che a gas, che propongono di risparmiare sulla bolletta installando caldaie a gas anziché pompe di calore elettriche molto più efficienti e combinabili con l’autoproduzione fotovoltaica.

Qui sotto il link a una piccola guida al risparmio energetico in casa e alla scelta del contratto d’energia.


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domenica 14 giugno 2026

La delega nucleare alla Camera (Puntata 724 in onda il 9/6/26)

Illustrazione di Paolo Ghelfi
La Camera dei Deputati ha approvato, nella terza settimana di maggio 2026, il disegno di legge delega al Governo in materia di energia nucleare “sostenibile” che ora passa al Senato.

È il secondo tentativo di riportare il nucleare in Italia in meno di quarant'anni. Dopo il referendum del 1987 (sull'onda di Chernobyl), un altro tentativo nel 2009-10 fu spazzato da Fukushima e dal referendum del 2011. Questa volta il Governo punta sulla narrativa degli SMR - reattori più piccoli e teoricamente meno costosi di quelli di grossa taglia grazie alla possibilità di produrli in serie - anche se nessun SMR ha ancora raggiunto l'esercizio commerciale nel mondo e diverse delle aziende che in occidente lo hanno annunciato sono in difficoltà finanziaria e, soprattutto, resta incomprensibile come tanti siti relativamente piccoli, ma tutti con necessità dei presidi di sicurezza propri di un impianto nucleare, potrebbero abbassare il costo complessivo rispetto ai livelli proibitivi delle tecnologie attuali. Su quanti potranno essere i piccoli reattori sparsi per l’Italia, il ministro Pichetto nella conferenza poco dopo l’approvazione della delega ha detto che lui sente parlare (in realtà ha detto “sparare”) di 70 impianti, ma che a suo avviso possono bastarne anche molti meno. Così ha detto.

Recentemente il presidente di Confindustria ha ribadito che aspira a piccoli reattori di vicinato per l’industria, come se fosse minimamente credibile che una classe capitalista che – complice il neodirigismo pubblico – scappa pressoché da ogni settore che non sia garantito, metta capitali su impianti nucleari, oltretutto con le garanzie finanziarie previste nella legge-delega (giustamente) a carico dello sviluppatore .

Credo che la ricostituzione di un’infrastruttura normativa e istituzionale per approvare un impianto nucleare paleserà che da noi, come pressoché ovunque, gli impianti nucleari si fanno solo se li paga o li garantisce la collettività con le tasse. Nel nostro caso, vista l’incapienza del settore statale, a sostenere l'onere sarà più verosimilmente la parte regolata della bollette, ossia quella finanziaria impropria di oltre dieci di miliardi che ogni anno sfugge al controllo diretto del Parlamento e in parte anche alle regole di bilancio europee, ma purtroppo non alle tasche di chi paga, appunto, le bollette.

Per ora di risorse pubbliche vere e proprie nella norma ci sono solo un centinaio di milioni, una parte dei quali serviranno alla propaganda nucleare pubblica. In un paese in cui di energia il pubblico comune non viene informato quasi per nulla e dove i venditori porta a porta o telefonici sfruttano ancora evidentemente con profitto questa ignoranza diffusa, almeno vedremo campagne sui fantomatici impianti del nuovo nucleare. Che siano 70 o molti meno. Se li ipotizzassimo fatti con logiche di rischio imprenditoriale e senza sussidi, quel molto meno potrebbe convergere su un numero su cui Derrick si arrischia a fare una previsione: zero.

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domenica 24 maggio 2026

Alpi Apuane in polvere (Puntate 722-3 in onda il 26/5/26 e 2/6/26)

Illustrazione di Paolo Ghelfi
Qui a Derrick abbiamo parlato spesso delle forme con cui le regole, fiscali e non, possono avvantaggiare le attività dannose all’ambiente.

L'attuale disciplina del bilancio pubblico per fortuna obbliga il nostro Governo a tenerne traccia, e sancisce valori di sussidi pubblici dannosi all’ambiente per circa 20 miliardi di euro all’anno.

Uno dei settori dove in Italia facciamo particolarmente male è il trattamento economico dei concessionari di aree demaniali. Molti sanno che quasi regaliamo l’uso delle spiagge ai lidi privati, che perlomeno non le distruggono permanentemente, in meno forse sanno che l’estrazione di petrolio e gas o di materiali vergini di cave sono in generale troppo economici in Italia quando non addirittura gratuiti, e che le cose sono rese peggiori nel caso delle cave per scarsa vigilanza sulle concessioni.

Regalare o quasi risorse naturali pubbliche ai concessionari significa dar via un patrimonio non rinnovabile a condizioni che da un lato non ne incentivano la giusta valorizzazione e quindi maggiore conservazione, né l’uso di materiali alternativi riciclati, dall’altro impoveriscono tutti noi, che di quel patrimonio eravamo comproprietari.

Alcuni casi sono più impressionanti di altri. Ho avuto modo di confrontarmi con Marco Giudici, attuale presidente dell’associazione Apuane Libere fondata da Gianluca Briccolani, che mi ha raccontato come il parco delle Alpi Apuane, un circo carsico e naturalistico di eccezionale importanza, nonché fonte idrica decisiva per la zona, sia devastato dalle cave di marmo gestite sulla base di norme locali più lasche di quelle di riferimento nazionale, quando non nella completa illegalità.

L’intervista a Marco Giudici di Apuane Libere è qui.

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  • L'associoazione Apuane Libere su Facebook e sul web.
  • Una videolocandina della camminata pubblica organizzata da Apuane Libere per visitare alcuni dei luoghi il 7 giugno 2026

lunedì 18 maggio 2026

In viaggio con Armando Costantino (Puntata 721 in onda il 19/5/26)

Armando Costantino
visto da Paolo Ghelfi

L'intervista ad Armando Costantino è qui.

L’aumento del prezzo dei combustibili sta colpendo i paesi del mondo in modo diverso a seconda che i prezzi al consumatore siano sussidiati o no. Dove sì, come in Indonesia, si configurano crisi di bilancio pubblico che avranno effetti di deficit eccessivo o prosciugamento di risorse ai danni di altre voci di spesa. Qui il problema insiste in una situazione già critica dopo che l’attuale presidente Prabowo, genero del dittatore Suharto, ha ipotecato una parte consistente della spesa pubblica con un piano di pasti gratis nelle scuole primarie dell’immenso paese, impiegando anche l’esercito per occuparsene.

Altre nazioni dell’estremo oriente con meno capacità di spesa e scarse riserve di petrolio, come il Laos (che però come abbiamo visto in un reportage di Derrick - link sotto - è ricco di energia idroelettrica), stanno lasciando invece volare alle stelle il prezzo dei carburanti, come emerge da un rapporto dell’Economist (link sotto).

C’è qualcuno però che pur macinando in questi giorni un sacco di chilometri in Laos non sta subendo il problema del prezzo del gasolio, e anzi forse se ne sta avvantaggiando in termini di minor traffico di camion sulla strada. Quel qualcuno è Armando Costantino, un italo-svizzero partito all’inizio del 2025 dal Ticino in bici e tenda e che sta ora attraversando il Laos centrale dal confine con il Vietnam verso quello con la Thailandia presso Thakhek.

Uno zio alpinista che già da ragazzino lo portava in alta montagna (e oggi lo aiuta a distanza a risolvere qualche inghippo di visto alla frontiera), la passione per il downhill in mountain bike, anni di risparmio per prepararsi, e finalmente la partenza. Ha già fatto oltre 17 mila chilometri in 26 paesi in condizioni climatiche estreme e opposte, e ne ha molti di più davanti a sé.

In uno dei suoi rari momenti stanziali ha concesso un’intervista a Derrick disponibile integralmente su Radio Radicale e al link sotto (e sopra).

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domenica 10 maggio 2026

Come lavora un'agenzia di promozione contratti energia porta a porta (Puntate 719-720 in onda il 5 e 12/5/26)

Puntata 719

Questa puntata si può ascoltare qui.

Illustrazione di Paolo Ghelfi

Qualche giorno fa mentre lavoravo in casa è successo di nuovo: uno squillo alla porta e alla mia richiesta di chi fosse: “Servizio elettrico”.

Più che sufficiente per capire che sarebbe stato l’ennesimo tentativo di vendita scorretta d’energia. Apro e al solito c’è un giovane che si identifica con un tesserino con il logo di una nota azienda energetica, mentre a leggere bene a mandarlo è un’agenzia (una s.r.l.s.) che a sua volta lavora per un’altra la quale – scopriremo – ha effettivamente un mandato dall’azienda del logo.

Dopo un paio di mie contestazioni è il ragazzo a farmi domande e di lì a poco accetta di raccontarmi la sua storia di una settimana con l’agenzia. Eccola.

L’agenzia attira ragazzi inizialmente senza dire loro che si tratta di un lavoro di vendita porta a porta, ma nel contratto che poi propone la cosa è invece chiarissima. Si tratta di promozione senza vincolo di subordinazione e anzi con espressa assunzione di responsabilità rispetto alle pratiche di vendita che, scrive il contratto, devono essere ineccepibili in base alle norme.

Però i venditori vengono formati a ingenerare confusione ai potenziali clienti con informazioni parziali, vaghe e suggestive e perfino a intimidirli. Per esempio a spacciarsi per i mandatari di un’autorità o servizio pubblico, e perfino minacciare una non meglio specificata segnalazione alle autorità in caso di diniego ad aprire la porta.

La scusa con cui in questo caso il venditore diceva di essere legato a un’autorità è che il cliente dell’agenzia (l’azienda elettrica) è tra i vincitori di una gara per la fornitura a condizioni standard effettivamente amministrata dall’ARERA (Autorità per l'energia), fornitura chiamata Servizio a Tutele Graduali (STG) e destinata ai clienti che a metà del 2024 si trovavano ancora nel servizio standard di “maggior tutela”. Inutile dire che il contratto offerto dai promotori non ha nulla a che vedere con l’STG, la cui attivazione del resto non prevedeva la firma presso alcun promotore.

Il promotore chiede di vedere una bolletta per avere tutti i dati per proporre un contratto da firmare. Le condizioni economiche della fornitura vengono descritte riferendosi unicamente al prezzo della componente materia prima energia, che è un parametro insufficiente a stabilirne la convenienza, e al contratto dato in visione mancano addirittura alcune pagine.

Al promotore vanno 25 euro per contratto firmato (salvo ripensamento del cliente) più 10 se il cliente fornisce anche l’IBAN, più altro in caso di vendita anche di contratti assicurativi ancillari.

Ora, è evidente da un lato che le agenzie stanno attente a non formalizzare nell’incarico alcunché di scorretto, dall’altro che i venditori vengono istruiti ad essere scorretti, probabilmente da parte di venditori senior a loro volta senza alcuna subordinazione all’agenzia e che formalmente se ne assumono la responsabilità.

Sta di fatto che il modus operandi, da anni, è lo stesso, almeno alla mia porta.

Alcuni consigli:

  • Ai consumatori: non fornite il vostro POD (codice univoco del punto di fornitura) a promotori, non firmate contratti che vi siano stati proposti sul momento. In generale, siate voi a contattare un fornitore, magari online, per confrontare tutti gli aspetti della sua offerta con quella attuale. Esistono siti sia istituzionali (il portale dell’ARERA - link sotto) sia commerciali per confrontare.

  • A chi cerca un lavoro: se proprio volete o dovete provare a vendere porta a porta, pretendete che la formazione vi venga fatta nella stessa sede del datore di lavoro da persone formalmente riconducibili ad esso. Chiarite con queste stesse persone (e non con colleghi senior sul campo) tutti gli aspetti che non vi convincono. Non mettete la vostra faccia in qualcosa che non vi sembra limpido.

Intuisco quanto cercare un lavoro dignitoso non qualificato sia difficile, e quanto deprimente passare per organizzazioni che abusano dell’inesperienza o del bisogno altrui.


Puntata 720

Qui siamo sempre felici di interagire con persone esperte dei temi trattati. Questa volta ringrazio Roberto Zavatti, fisico di formazione, una vita professionale nel settore dell’industria elettronica, ora volontario di enti del terzo settore per la realizzazione di comunità energetiche e per il supporto a situazioni di povertà energetica e anche curatore di un osservatorio sui prezzi del mercato domestico dell'energia con dati e sue opinioni.

Nella scorsa puntata abbiamo raccontato il dietro le quinte di un’agenzia di promozione porta a porta di contratti domestici di fornitura energetica riferito a Derrick da un giovane promotore, poi dimessosi dopo aver avuto la ventura (o sventura, fate voi)  di bussare all’uscio di chi vi parla.

Zavatti in reazione alla puntata fa notare che la regolamentazione di settore non esime in nessun modo le aziende energetiche dalle responsabilità delle pratiche commerciali, anche quando queste sono messe in atto da intermediari.

Una fonte chiara in materia è il codice di condotta commerciale di ARERA (paradossalmente citato anche dal contratto tra l’agenzia e il nostro povero venditore porta a porta), che tra le altre cose stabilisce che le società energetiche cui fa capo il contratto di fornitura sono “responsabili del rispetto del […] codice di condotta commerciale e dei diritti riconosciuti ai clienti finali a prescindere dalla tecnologia e dalla modalità organizzativa utilizzate per la promozione e la conclusione dei contratti di fornitura, senza alcuna differenziazione tra servizi prestati direttamente o indirettamente, ossia tramite soggetti terzi”.

Non è la prima volta che a Derrick notiamo quanto la maggioranza dei venditori di energia abbia almeno in alcune fasi fallito in questo dovere, con l’effetto finale secondo me di danneggiarsi anche da sole e distruggere un patrimonio di credibilità che pone ora il mercato in una brutta sedimentata condizione di sfiducia e prevenzione da parte dei potenziali clienti.

Una situazione in cui forse l’unico modo credibile di distinguersi in positivo da parte delle aziende energia è rinunciare tout court a intermediari telefonici e porta a porta.

Del resto in un mondo in cui i motori di ricerca semantici online cominciano a funzionare, cosa manca ai clienti per scegliere loro il fornitore sulla base dei parametri che ritengono più importanti, a partire dalla spesa attesa? Probabilmente nulla, se non la voglia e la disponibilità a farlo e le competenze minime per interrogare i sistemi, leggere i risultati delle ricerche e confrontare bollette.

Sulla voglia, dubito si possa fare qualcosa. Sulla conoscenza e la formazione ai cittadini, forse sì: si potrebbe investire in meno pubblicità sceme (in cui i consumatori vengono spesso trattati come una manica di sempliciotti che aspira solo a soluzioni senza pensieri o a prezzi fissi – chiediamoci quanto sia verosimile che in un mondo in cui i fondamentali economici solo volatili una bolletta sia invece a lungo fissa e conveniente nello stesso tempo). E usare magari i risparmi in più informazione istituzionale, per esempio a cura dalle associazioni stesse dell’energia, che vogliano uscire dalla trappola della sfiducia e distinguersi dagli operatori scorretti.


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martedì 28 aprile 2026

L'assurda metanizzazione della Sardegna (Puntata 718 in onda il 28/4/26)

Un nuraghe a gas di Paolo Ghelfi
Questa puntata si può ascoltare qui.

Un decreto della presidenza del consiglio di settembre 2025 (link sotto) si è occupato delle opere sull’infrastruttura energetica sarda necessarie secondo il Governo ad accompagnare la chiusura delle centrali a carbone. Opere che includono adeguamenti a due rigassificatori in Liguria e Toscana, la predisposizione di una flotta di metaniere di piccola taglia per fare la spola tra questi e la Sardegna, un rigassificatore a Oristano per accoglierle, un altro a Porto Torres nell’ipotesi di trasformare a gas la locale centrale a carbone, reti di trasporto (cioè dorsali ad alta pressione) del gas, una da Oristano verso il Sulcis e Cagliari, un'altra verso Stintino, adeguamenti alle reti di distribuzione (cioè di vicinato e a bassa pressione) attualmente alimentate con gas diversi dal metano, un sistema di camion per il trasporto del gas in forma liquida per alimentare reti di distribuzione gas non fisicamente collegate, depositi criogenici per stoccare il gas liquido presso i relativi punti di rigassificazione e alimentazione.

L’Autorità per l’energia, in seguito al decreto, ha appena pubblicato un documento di consultazione (link sotto) per definire l’adeguamento delle bollette del gas nazionali necessario a ripagare questi costi di metanizzazione tardiva della Sardegna. La stessa Autorità nel documento suggerisce qualche moderazione rispetto agli investimenti proposti dal decreto – per esempio ricorda che Terna, il gestore della rete ad alta tensione responsabile della sicurezza elettrica nazionale, non ravvisa alcuna necessità di convertire a gas la centrale a carbone di porto Torres. (Per inciso, uno studio recente del Politecnico di Milano e dell’Università di Cagliari promosso da FREE con anche il supporto di ECCO con cui io collaboro - link sotto - afferma che in Sardegna non serve alcuna nuova infrastruttura per il gas se si fanno fonti rinnovabili, accumuli e reti elettriche).

L’Autorità fa una prima stima di costi per la metanizzazione della Sardegna che arriverebbero a regime a oltre 280 milioni all’anno. Fino a 280 milioni all’anno per un decennio nelle bollette del gas di tutta Italia.

Ora, allontaniamo lo sguardo e mettiamo le cose in prospettiva. Il Governo a settembre ha deciso che per chiudere il carbone in Sardegna serve metanizzare l’isola. Questo mentre Terna sta realizzando nuovi cavi elettrici tra Continente e Sardegna che servono proprio a permettere alla Sardegna di funzionare in sicurezza senza centrali termoelettriche grazie alle fonti rinnovabili. Cavi che, com’è giusto, pagheremo nelle bollette elettriche. Il Governo ha però anche deciso (e lo aveva già anticipato con un parere in Parlamento ad agosto) che in realtà il carbone non si chiude più, in violazione del Piano Energia-Clima, né in Sardegna né nel continente, fino al 2038. Decisione che naturalmente nemmeno questa è gratis, perché le centrali a carbone dovranno essere pagate 12 anni per stare spente. Come? Con le bollette elettriche, attraverso meccanismi che il Governo non è ancora stato in grado di definire anche perché sono incompatibili con l’attuale assetto regolatorio del mercato.

Per chiudere il carbone, che non chiuderà, e per la cui chiusura, che non ci sarà, stiamo già costruendo un’infrastruttura elettrica, pagheremo miliardi in bolletta per metanizzare la Sardegna. La quale Sardegna – parole della stessa ARERA – sta elettrificando sempre più i suoi consumi e ha quindi prospettive di uso di gas minime e decrescenti. E per non chiudere le centrali a carbone pagheremo altri oneri ad hoc.

Questa è la politica energetica di un Paese la cui classe di Governo afferma compattamente che il caro-energia è un’emergenza.


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martedì 21 aprile 2026

La cosa giusta (Puntata 717 in onda il 21/4/26)

Illustrazione di Paolo Ghelfi
Questa puntata si può ascoltare qui.

Una prima versione del testo erroneamente affermava che Descalzi si avvia al terzo mandato di guida dell'Eni. In realtà è il quinto. Il podcast non è aggiornabile, mi scuso coi lettori e gli ascoltatori. MG

Dopo l’esito del referendum giustizia, temevo che la presidente del Consiglio avrebbe adottato un atteggiamento ancor più cauto contro ogni possibile impopolarità, che è ciò che rende a mio avviso uno dei Governi più popolari della Repubblica incapace di fare riforme utili.

Invece, almeno rispetto ai fatti che seguono, devo ricredermi.

Fatto numero uno. Quando il capo dell’Eni, già confermato per il quinto mandato, se n’è uscito a un evento della Lega con l’auspicio di ricominciare a comprare gas dalla Russia, sia il ministro Fratin sia Meloni lo hanno, pur cortesemente, isolato, spiegando che la questione riguarda la strategia UE di sostegno all’Ucraina e che – ha detto Meloni – indebolire la Russia economicamente è la linea da tenere.
Non male per un Paese dove vale il triste detto che l’AD dell’Eni è il ministro degli esteri di fatto.

Peraltro Descalzi deve sentirsi veramente intoccabile per fare un’affermazione del genere dopo che la sua azienda ha puntato sullo sviluppo di fonti di gas che in caso di normalizzazione dei rapporti commerciali con la Russia potrebbero dimostrarsi poco competitive. Se fossi un’azionista sarei ulteriormente sconcertato dalla sua affermazione, in aggiunta a come lo sono già da cittadino.

Ma veniamo al fatto numero due.

Sia Pichetto sia Meloni, di nuovo, hanno messo in discussione la proroga dell’infausto sconto sulle accise dei carburanti deciso per mitigare gli effetti della crisi sui prezzi, riprendendo argomentazioni che già prima dell’adozione della norma aveva diffuso il ministro Urso, poi smentito purtroppo dalla decisione del Governo.

La misura, torna ora a dire il Governo, è inefficace e soprattutto iniqua. Non c’è infatti il minimo motivo per cui un contribuente debba pagare parte del pieno di benzina a chiunque senza limite di reddito e di consumi. Non solo: più il prezzo viene calmierato meno scattano quelle riduzioni di consumo che servono a evitare ben più problematici razionamenti forzosi.

Mi fa piacere che Meloni si adegui per una volta, almeno a parole, non solo alla teoria economica e alla posizione per esempio dell’OCSE, ma anche alla più assertiva affermazione del commissario UE all’energia Jorgensen, che ha definito una sciocchezza il taglio di accise alle energie fossili. A maggior ragione in una fase in cui la Commissione tenterà di nuovo di far passare una modifica alla fiscalità di tutti i Paesi membri per sgravare i consumi elettrici ai danni di quelli di combustibili fossili, nell’ambito della strategia di elettrificazione.

Tutto bene quindi in questa parzialissima e contingente pagella di Derrick al Governo? Beh, aspetterei di vedere se effettivamente il taglio delle accise viene terminato e se la posizione italiana contro la carbon tax ETS – peraltro già in buona parte rinviata al mittente dal Consiglio Europeo come dicevamo qualche puntata fa – viene abbandonata.

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sabato 18 aprile 2026

Viaggio a Hong Kong, Macau, Cambogia (Puntate 714-716 in onda il 31 marzo, 7 e 14 aprile 2026)

I primi tre link sul testo rimandano ai podcast registrati durante il viaggio.

Hong Kong (in primo piano grattacieli dell'isola
e dietro la zona di terraferma di Kowloon)

Dopo alcuni giorni a Hong Kong, mi sono spostato in bus a Macau.

Largo do senado a Macau


Macau, provincia autonomia cinese, è un'ex colonia portoghese dove la lingua lusitana è ancora una delle due ufficiali, anche se ormai pochissimo parlata.





Raggiunto da Macau in aliscafo l'aeroporto di Shenzhen, in Cina, sono volato a Pnom Penh, la capitale della Cambogia, provando per la prima volta il nuovissimo (e troppo grande) aeroporto a sud della città.

Tempio Baphuon



Da lì via terra ho raggiunto Batambang e Siem Reap, la base per l'esplorazione dei templi della civiltà Khmer.



Il bus con letti a castello Pakse-Vientiane



In bus mi sono poi portato a Pakse, in Laos, attraversando la frontiera non lontano dal Mekong nel NordEst della Cambogia.



Grotta Tham Pha Nya Inh
Da Pakse ancora un intero giorno di bus per arrivare a Tahkhek, sempre sul Mekong, dove mi sono fermato tre notti per esplorare i dintorni in moto, lungo la trafficata strada verso il Vietnam.



Sono infine enrato in Tailandia percorrendo il "3° ponte dell'amicizia" tra Laos e Tailandia fino a Nakhon Phanom.


Brevi video dai miei viaggi, incluso questo, sono qui.

martedì 24 marzo 2026

A che punto è la crisi (Puntata 713 in onda il 24/3/26)

Illustrazione di Paolo Ghelfi
Questa puntata si può ascoltare qui.

Che ci crediate o no, inizio a scrivere questa puntata di Derrick piuttosto vicino al neofamigerato stretto di Hormuz, nell’aeroporto di Abu Dhabi, e continuo a bordo di un grande vecchiotto e semivuoto Boeing 777 diretto a Hong Kong, che anziché buttarsi sul Golfo come da rotta più razionale se ne sta entro costa lungo l’Oman prima di virare finalmente a Est nell’Oceano Indiano.

Siccome Derrick viene scritto nel weekend che precede la messa in onda, non ha senso che insegua i dettagli di cronaca della nuova crisi di petrolio e gas, mentre forse lo ha provare a metterla in prospettiva e confrontarla con quella precedente accaduta dopo l’invasione dell’Ucraina nel ’22. Allora i contratti future del gas nella borsa olandese schizzarono furiosamente fino a toccare addirittura i 350 €/MWh per poi stabilizzarsi a livelli di circa un decimo del picco.

Oggi, almeno mentre scrivo, non vediamo simili numeri, eppure le notizie suggeriscono che la riduzione dell’offerta di gas potrebbe essere strutturale, visti i danni agli impianti in Qatar riparare i quali secondo il gestore richiederà almeno 3 anni e comporterà momenti di ulteriore riduzione di capacità. Senza considerare la prospettiva che prosegua l’escalation dopo l’attacco israeliano all’impianto petrolifero iraniano di South Pars.

Manco a farlo apposta, tra i mercati di sbocco destinati a subire le conseguenze della ridotta capacità di liquefazione di gas qatarina c’è l’Italia, che evidentemente è fornita con contratti di lungo termine che insistono sugli impianti danneggiati.

E mentre iniziava la resa dei conti sulle infrastrutture energetiche del Golfo, se ne chiudeva forse una a Bruxelles, dove il consiglio Europeo fermava la proposta italiana, austriaca, greca e di paesi dell’Est di sospendere l’applicazione della carbon tax ETS sulla produzione elettrica a gas, aprendo più genericamente a un processo di revisione. La maggioranza degli Stati membri ha detto no sia perché forse crede più del nostro Governo alla necessità di spingere l’economia verso le tecnologie con meno combustione e più elettrificazione, (che poi sono anche quelle della modernità), sia perché dipende dal gas meno di noi.

E in generale, di fronte a un prezzo che raddoppia non è certo abbuonando la carbon tax che si risolve il problema.

Dopo la crisi del 2022 l’Europa in 2 anni ridusse di circa un quinto i consumi di gas, poi risaliti solo parzialmente. Chissà se un secondo shock a così stretto giro farà ancora più effetto. E stavolta non c’è da emanciparsi da un solo fornitore, ma dall’intero mercato ormai globalizzato del gas via nave. Quello stesso mercato il cui principale fornitore, gli USA, fa un sacco di soldi con l’aumento dei prezzi, come ha spiegato Trump forse pensando di essere ascoltato solo dai suoi elettori.


lunedì 16 marzo 2026

Un'altra crisi petrolifera (Puntata 712 in onda il 17/3/26)

Illustrazione di Paolo Ghelfi
Scrivo questa puntata con lo stretto di Hormuz ancora chiuso, i prezzi del petrolio oltre 100 $, il gasolio alle stelle eccetera. Poche ore fa il ministro Urso ha dichiarato che un intervento sulle accise energetiche sarebbe costoso, iniquo perché vantaggioso soprattutto per chi consuma molto indipendentemente dal suo effettivo bisogno, e poco efficace. Non dobbiamo rifare l’errore di Draghi poco dopo l’invasione dell’Ucraina, ha detto Urso. Per me, ha ragione.

Quanto i prezzi dell’energia aumentano con uno shock dipende anche dalla capacità di chi la consuma di ridurre o rimandare una parte dei prelievi, e si tratta di una questione organizzativa, tecnica, ma anche culturale.

Conosco persone che usano l’auto in città per abitudine atavica e non si sono mai degnate nemmeno di provare i mezzi pubblici o la bici. Chi ha l’auto aziendale con il carburante pagato (in parte con le tasse di tutti gli altri) non ha nemmeno interesse a reagire ai prezzi alti. Queste forme di rigidità contribuiscono esse stesse a far salire i prezzi, e colpiscono anche chi ha difficoltà reali a ridurre i consumi.

Nella storia dei primi shock petroliferi anche i Governi occidentali reagivano imponendo risparmi, per esempio le targhe alterne e in generale le limitazioni all’uso dell’auto o del riscaldamento, mentre oggi queste soluzioni si applicano in paesi con reddito più basso o con amministrazioni più autoritarie. Per esempio Thailandia, Bangladesh, India stanno imponendo azioni di risparmio energetico ai cittadini. E fanno bene.

Quando vedo gente che intasa la città in macchina, incapace spesso di camminare anche solo i 500 metri che eviterebbero una sosta abusiva, penso che la benzina costa ancora troppo, troppo poco. Lo stesso penso del GPL alla vista degli odiosi funghi a bombola con cui i dehor di bar e ristoranti invitano il pubblico a sedersi fuori anche in inverno.

L’Europa, comunque, al momento non corre il rischio di rimanere a secco.

Cosa che invece sta succedendo a Cuba già da prima della guerra in medio oriente. Un articolo di una decina di giorni fa dell’Economist racconta la situazione nell’isola ormai piegata dalla povertà e ora priva ora anche del petrolio venezuelano, dove il razionamento energetico impedisce anche l’ossigeno economico del turismo.

Nel disastro, a Cuba si nota un fenomeno razionale e incoraggiante: la diffusione del fotovoltaico e delle batterie per emanciparsi dall’elettricità discontinua della rete, le cui centrali termoelettriche non hanno carburante.

Dove non passa il petrolio venezuelano, evidentemente passano i pannelli cinesi. Chissà se un po’ di razionamento farebbe bene anche a noi.


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sabato 7 marzo 2026

La bolla di Dubai (Puntata 711 in onda il 10/3/26)

Illustrazione di Paolo Ghelfi
Questa puntata si può ascoltare qui.

A Dubai non si pagano imposte sul reddito. Forse anche per questo tendiamo a vedere i nostri connazionali espatriati lì con un misto di invidia e paternalismo, come qualcuno che vive in posti strani o non desiderabili, magari semirecluso nella bambagia, in cambio di un botto di soldi che poi si godrà al ritorno, una sorta di apnea in mondi sospesi prima di tornare a quello autentico.

Consiglio un romanzo di qualche anno fa di Joseph O’Neill, The Dog, tradotto in italiano come “L’uomo di Dubai” da Tommaso Pincio per Codice Edizioni nel 2015. La storia di un angloamericano in fuga a Dubai da disastri familiari e che diventa il manager di un emiro, non so se si possa dire così, di cui cura gli interessi. Vive in un mondo parallelo di lussi artificiosi e i suoi bisogni, dalle pulizie di casa all’intrattenimento erotico, sono soddisfatti da altri espatriati di classi etniche meno privilegiate della sua. Il modo realistico e acutamente ironico in cui O’Neill racconta il lavoro di un manager di un’organizzazione a trazione familiare è tra le cose più belle del libro.

Dubai ha raggiunto i due milioni di abitanti nel 2015 e da allora li ha già raddoppiati. Solo il 5% circa di chi ci vive ha un passaporto emiratino e questo ne fa probabilmente la metropoli più multietnica del mondo. Nello stesso tempo, negli Emirati non si vota, non c’è quasi nessuna possibilità di acquisire la cittadinanza e le innumerevoli etnie sono tuttora poco integrate tra loro, con una stratificazione sociale che vede lavoratori umili segregati in vite apparentemente prive di prospettive ulteriori a quella di raggranellare il più possibile e spedirlo al resto della famiglia in patria (per esempio le Filippine).

Qui viene però un lungo articolo del 6 marzo [2026] di Yaroslav Trofimov, columnist ucraino per il Wall Street Journal residente appunto a Dubai. Trofimov racconta di come pur in un contesto non democratico e non contendibile in termini di diritti di cittadinanza un qualche melting pot almeno tra gli expat colletti bianchi si sia sviluppato e di come riforme nelle norme sul lavoro abbiano ridotto gli abusi nei confronti dei più deboli. In particolare (specifico io) abolendo la kafala, il sistema formalmente in vigore fino all’inizio del secolo che dava il potere ai datori di lavoro di revocare il visto dei dipendenti immigrati privandoli quindi di ogni capacità di autodeterminazione. Oggi per i lavoratori stranieri esistono un cosiddetto “golden visa” e perfino forme di welfare per disoccupazione. Immigrati possono ora anche diventare imprenditori a Dubai, scrive Trofimov.

E racconta di come tanti libanesi, siriani, afgani, ucraini, iraniani a Dubai oggi quando via cellulare arrivano gli allarmi-bomba rivivano angosce già sperimentate e si spostino a dormire nei corridoi, lontano dalle finestre. In una città che a differenza di Tel Aviv non ha i rifugi antiaerei.

Gli occidentali hanno poca empatia per Dubai, scrive Trofimov, e invece dovrebbero averne di più adesso che questo esperimento di convivenza e prosperità è diventato – non a caso – un obiettivo strategico dei controattacchi dello stato islamico iraniano.

Gli occidentali amano odiare Dubai, titola l’articolo. Pensano che sia una bolla artificiosa non destinata a durare. È ora di cambiare idea.
Detto in termini più pragmatici, la difesa di questa bolla è oggi forse importante per l’Occidente.

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domenica 1 marzo 2026

Diritto a riparare (Puntata 710 in onda il 3/3/26)

Illustrazione di Paolo Ghelfi
Uso uno spazzolino elettrico da qualche anno, marca Braun Oral-B, e ultimamente ha iniziato a scaricarsi in fretta e poi a non durare nemmeno un lavaggio. Batteria esausta.

Come piace fare a me, l’ho aperto facendomi aiutare dall’immancabile tutorial su YouTube e mi sono accorto che la batteria, che ha forma poco più corta di una stilo AA e un voltaggio più basso, è saldata alla scheda elettronica.

Armato di pazienza l’ho dissaldata e sono andato a cercare il ricambio su Amazon e su Aliexpress trovandolo senza problemi. O meglio, con un problema: il prezzo. Non meno di 20 euro su Amazon e la metà su Aliexpress, spedizione inclusa, per una piletta Nikel metallo idruro che sono certo vale molto meno di così. Ma soprattutto la cui installazione richiede saldatore, aspiratore di stagno e può andare storta

Batterie ricaricabili più comuni dello stesso formato e voltaggio si trovano, ma non hanno le alette attaccate ai due poli che vanno poi saldate alla scheda elettronica, alette che non si possono apporre artigianalmente alla batteria perché una saldatura sulla sua superficie potrebbe danneggiarla con il calore.

Morale: il ricambio diventa abbastanza specifico da poter sostenere un prezzo oligopolistico se paragonato al valore dello spazzolino completo che non è più di tre volte il costo della batteria e comprende l’elettronica, l’impugnatura, il motore, almeno una testina e, appunto, la batteria.

Basterebbe un design con alloggiamento di una pila dotato di poli a molla per permetterne la sostituzione senza problemi con una ricaricabile o meno.

Perché non è così, pur in presenza delle norme europee sul diritto alla riparazione che prevedono che un oggetto si possa aprire con utensili standard per sostituirne le parti? Forse perché la norma prevede deroghe quando è necessario a garantire l’impermeabilizzazione e la protezione da shock elettrici. Shock che sono improbabili in un apparecchio a 1,2 v. Inoltre, la stessa Oral B ha una versione dello spazzolino a batterie intercambiabili con alloggiamento protetto da normale guarnizione, che evidentemente risolve i rischi malgrado lasci la batteria accessibile. Questa versione però è piuttosto rara, mentre tutte le altre sono fatte per morire insieme alla batteria.

Se vi appassiona il tema, c’è uno youtuber inglese che se ne occupa riguardo alle lavatrici, di cui è un riparatore professionista. Il canale si chiama “how-2-repair” (link sotto).

Per quanto riguarda lo spazzolino: certo, lo riparerò anche se non mi conviene, ca va sans dire.

Ringrazio Luca Mestroni che mi ha segnalato il manifesto dei riparatori (fixer's manifesto), una delle versioni del quale si trova qui.

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lunedì 23 febbraio 2026

Decreto bollette 2026 (Puntata 709 in onda il 24/2/26)

Illustrazione di Paolo Ghelfi
Questa puntata si può ascoltare qui.

L’energia economica si fa puntando su un sistema economico per produrla.

Questo sistema oggi sono le fonti rinnovabili come sole e vento accoppiate alla capacità di stoccaggio e di flessibilità nelle tecnologie di consumo.

In questo senso il decreto bollette del 18 febbraio 2026 va nella direzione giusta quando punta su ulteriore disponibilità di contratti di lungo periodo per assicurarsi energia da queste fonti. Un modo per dare alle aziende l’opzione di legarsi ai costi fissi prevedibili delle rinnovabili anziché a quello alto e incerto del gas. Chissà però perché il Governo non favorisce simili soluzioni anche per i clienti comuni per le forniture domestiche.

Se due parti possono pattuire un prezzo elettrico per forniture di lungo termine e quindi basato su costi di lungo periodo, è anche vero che il prezzo spot, cioè quello contingente per acquisti non pianificati, si forma ogni quarto d’ora sulla borsa elettrica e risente molto del gas, perché il gas è ancora indispensabile in gran parte dei momenti e quindi è lui a fare il prezzo malgrado quote crescenti della produzione siano da rinnovabili e costino meno.

La soluzione non è imporre ai mercati nuovi modi di funzionamento (sarebbe vano per motivi intuibili ma che non posso affrontare in questo post), bensì emanciparci dal gas usandolo solo per emergenza.

Invece da un decennio almeno la politica italiana punta a non abbandonare il gas, con nuove infrastrutture e un obiettivo di mantenimento di capacità installata che grida vendetta: 50 GW di centrali elettriche a gas che da sole coprirebbero quasi l’intero picco massimo di domanda. Una cosa sensata solo se fosse statisticamente possibile avere momenti di domanda vicina al record storico e nello stesso tempo assenza di sole, vento, acqua, import e stoccaggi. Tutte risorse che invece, ai Numi piacendo, sono complessivamente sempre più vaste.

In coerenza con questa incoerenza, il decreto fa un ulteriore regalo alle centrali a gas, stabilendo di abbuonare loro tra le altre cose il costo della carbon tax legata alle emissioni-serra, recuperando le risorse dalle bollette.

Ai non tecnici la trovata può sembrare una partita di giro insensata, ma in realtà una ratio c’è: l’idea è indurre queste centrali ad abbassare il prezzo di vendita nella borsa elettrica, con la conseguenza di farlo calare anche per tutte le altre fonti che producono in quel momento e generare quindi un vantaggio maggiore del costo per i consumatori. Sempreché le centrali a gas davvero ribaltino il sussidio a valle con prezzi più bassi, cosa anch'essa prevista ingenuamente e assertivamente (spesso le due cose vanno insieme) nel decreto.

Eh, se bastassero i decreti a rendere competitivi i mercati.

Fa un po’ impressione che il Governo sembri nel testo ignorare che le istituzioni antitrust già ci sono, e hanno il dovere di esercitare la loro azione senza le interferenze dell’esecutivo. Anche perché in qualità di azionista di maggioranza di due tra i più forti operatori sul mercato il Governo non è proprio credibilissimo come avvocato della concorrenza nell’energia.

La brutta mossa di annullare la carbon tax sulle centrali a gas – e questo il ministro Pichetto Fratin l’ha sostanzialmente ammesso in una dichiarazione – ha un significato politico che trascende il mercato italiano, perché fa il paio a una posizione contro l'intero sistema europeo dell’ETS (Emission Trading System), che è un cardine della politica industriale del blocco. Un sistema che disincentiva chi inquina di più a vantaggio di chi investe per farlo meno, e i cui proventi per legge sono utilizzati dagli Stati Membri per azioni di mitigazione e adattamento climatico.

L’articolo incriminato del decreto (il 6) a norme europee attuali potrebbe essere bocciato a Bruxelles molto prima della data in cui è prevista la sua decorrenza (2027). Sempreché la strategia industriale UE tenga e non decidiamo invece di imitare Trump nello smantellamento delle politiche per ambiente e innovazione.

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