martedì 18 maggio 2021

La bussola dell'inquinamento cittadino (Puntata 485 in onda il 18/5/21)

Da "The Economist", 8/5/2021

Questa è Derrick e questo è il 193esimo giorno dal decreto del 6/11/2020 che chiuse le scuole per la seconda volta senza che quelle superiori, anche nelle regioni più fortunate d’Italia, abbiano da allora mai più riaperto a pieno regime.

Torniamo a parlare a Derrick di qualità dell’aria nelle città, ma lo facciamo prendendola stavolta da lontano. Un articolo dell’Economist della seconda settimana di maggio 2021 mi ha molto colpito, tanto che per un po’ sono rimasto lì a guardarne i grafici esplicativi senza capire dove volessero arrivare.

Questi grafici, che riporto sul blog Derrickenergia.it insieme al link all’articolo (a pagamento e non sono autorizzato ovviamente a riprodurlo), sono a forma di cerchio il cui centro rappresenta il centro di una città. Quale città? Tutte le principali città della Gran Bretagna che sono state analizzate in questo studio recentemente pubblicato nel journal della University of Chicago a firma di tre accademici: Heblich, Trew e Zylberberg.

I tre studiosi hanno confrontato la localizzazione della popolazione residente a più basso reddito delle città considerate con la qualità dell’aria nei singoli quartieri. Per i periodi antecedenti alla disponibilità di rilevazioni, gli studiosi hanno usato modelli di dispersione degli inquinanti a partire dagli opifici con emissioni dannosi registrati nella documentazione disponibile. Lo studio ha coperto un periodo che inizia alla fine del XVIII secolo, cioè con la prima rivoluzione industriale, quando la Gran Bretagna, si può forse dire, ha inventato lo smog.

Ebbene, cosa emerge dallo studio? Che i poveri abitavano e abitano tutt’ora nelle zone più inquinate della città, che sono anche quelle con i prezzi delle case sensibilmente inferiori. Questo in parte si spiega con la prossimità agli opifici ma, secondo gli autori, significativamente di più con quella che potremmo chiamare gentrificazione della salubrità: le zone più inquinate esprimono proprio per questo prezzi delle case più bassi e sono alla portata dei redditi inferiori.

C’è una costante, a prima vista curiosa, che gli autori notano e che avvalora le loro conclusioni: nelle città dell’isola le zone inquinate sono perlopiù a Est e Nordest dei centri urbani (mentre gli opifici sono o erano distribuiti in modo omogeneo nella cintura cittadina). Perché? A causa dei venti prevalenti nella regione considerata (e non, per esempio, delle esalazioni dei fiumi, perché non sempre come avviene a Londra il fiume cittadino fluisce verso Est).

E guarda caso statisticamente più spesso a Est e Nordest sono i quartieri più poveri. E c’è di più: questo trend non si è affatto invertito, almeno non ancora, con la deindustrializzazione almeno parziale.

Si direbbe una conferma (e non ce ne sarebbe bisogno) dell’efficacia dei cosiddetti “prezzi edonici”, una tecnica con cui gli economisti ambientali misurano la disponibilità a pagare un bene ambientale (in questo caso l’aria più pulita) con i prezzi di altri beni che permettono di fruirne (in questo caso le case in determinati quartieri).

Continueremo il tema, ma spostandoci in Italia, nella prossima puntata.


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domenica 9 maggio 2021

Il ritardo dell'intelligenza artificiale (Puntata 484 in onda l'11/5/21)

Finestra a Regensburg
(Copyright Derrick)

Questa è Derrick e questo è il 186esimo giorno dal decreto del 6/11/2020 che chiuse le scuole per la seconda volta senza che le superiori, anche nelle regioni più fortunate d’Italia, abbiano da allora mai più riaperto a pieno regime. Il Governo tre settimane fa ha annunciato la riapertura, ha fatto un decreto in cui invece lascia la decisione alle Regioni che in qualche caso (per esempio in Lombardia) hanno sensibilmente aumentato i giorni in presenza, in altri come nel Lazio no. In generale, la riapertura completa sembra essere l’ultima delle aspirazioni di governo centrale (annunci a parte), regioni, e maggioranza dell’opinione pubblica. Lo stesso Enrico Letta in un tweet del 5 maggio 2021 si preoccupa delle aperture turistiche estive senza menzionare le scuole superiori part time.

Oggi parliamo non per la prima volta qui della cosiddetta intelligenza artificiale. Dopo 484 puntate, sarà pur capitato qualche volta a Derrick di imbroccare una previsione? Una di queste forse è proprio lo scetticismo sull’imminenza dell’arrivo dell’intelligenza artificiale.

Di questi giorni è la notizia che anche Uber ha gettato la spugna sullo sviluppo della sua piattaforma di guida autonoma e venduto il relativo ramo d’azienda. E in generale nelle auto anche più moderne non si sta assistendo all’introduzione della guida autonoma completa che invece molti avevano previsto già per lo scorso decennio. Ciò che si trova nelle auto anche di fascia media è quanto è disponibile già da diversi anni su quelle più costose: sistemi di assistenza alla guida in grado di compiere solo specifiche funzioni come tenere la corsia e la distanza anche in modo attivo (cioè sterzando e frenando opportunamente) o parcheggiare una volta che l’auto sia in prossimità di uno spazio adatto.

Mi pare del resto che anche i più ottimisti sull’intelligenza artificiale ultimamente ammettano che l’automazione per ora può sostituire l’uomo in attività estremamente circoscritte e specializzate, ma non dove è necessario usare la capacità umana di vedere analogie tra ambiti diversi. Tant’è che l’insistenza con l’antropomorfismo dei robot comincia a dare un po' l'idea di fantascienza di modernariato (ma ricorderete che fino a pochi anni fa l’Istituto Italiano di Tecnologia aveva come prototipo di punta un robottino bianco antropomorfo).

Il famoso test di Turing, detto in modo molto semplificato, definisce intelligenza artificiale quella che sia indistinguibile rispetto a quella umana. Ecco: il fatto che comunemente nell’accesso a siti web ci venga richiesto di riconoscere banali immagini per dimostrare di non essere robot è appunto un test di Turing inverso detto test CAPTCHA.

­Cosa ci indica la diffusione di questo test? Che l’intelligenza artificiale comunemente disponibile non sa riconoscere un semaforo, una casa o altre immagini estremamente banali quando sono confuse con altre e non invece isolate e stilizzate. Che è anche il motivo per cui la guida autonoma di veicoli funziona bene solo in contesti molto infrastrutturati in termini di mappatura dell’area e di connettività, e riesce a fare alcune cose ma non tutte.

Ringrazio per questa puntata Antonio Sileo direttore dell'Osservatorio sull'innovazione energetica I-Com il cui rapporto 2020 si è anche occupato di monitoraggio dello sviluppo di tecnologie di guida autonoma: https://www.i-com.it/wp-content/uploads/2020/07/la-ripresa-sostenibile-l-innovazione-energetica-chiave-dello-sviluppo-report-i-com.pdf 

Un'altra recente puntata di Derrick sulla guida autonoma è qui: http://derrickenergia.blogspot.com/2021/02/i-trasporti-locali-del-futuro-puntata.html

lunedì 3 maggio 2021

PNRR e trasporti (Puntata 483 in onda il 4/5/21)

Il ponte pedonale più lungo del mondo
vicino ad Arouca (Portogallo)
Questa è Derrick e questo è il 179esimo giorno dal decreto del 6/11/2020 che chiuse le scuole per la
seconda volta senza che le superiori, anche nelle regioni più fortunate d’Italia, abbiano da allora mai più riaperto a pieno regime.

Parliamo anche noi di PNRR, in particolare di trasporti. Nel documento sono previsti circa 28 miliardi tra fondi UE e fondo complementare per ferrovie e strade, in buona parte dedicati alle ferrovie ad alta velocità. Come ha scritto Marco Ponti sul Domani il 27 aprile 2021 (link sotto), i progetti del Governo riguardo all’alta velocità ferroviaria richiederanno tra i 22 e i 28 miliardi, solo in parte coperti dai fondi UE, e sono stati deliberati senza alcuna analisi costi-benefici, in particolare senza un’analisi della domanda attesa per questo servizio.

Ecco alcune affermazioni sintetiche sull'alta velocità ferroviaria (alcune sono approfondite in altre puntate - link sotto)

  • L’alta velocità al Sud è una bella metafora, suggerisce integrazione e sviluppo
  • Le linee ferroviarie ad alta velocità costano enormemente di più di quelle normali in termini di denaro e uso di territorio. Costa anche molto di più muoverci sopra i treni (l’attrito dell’aria aumenta con il quadrato della velocità, andare molto forte ha costi enormi, da cui anche il mancato decollo della levitazione magnetica)
  • Non si possono interconnettere quasi per nulla (nemmeno nell’uso delle stazioni già esistenti lungo il tragitto) alle linee normali
  • Perfino nelle aree ad alto traffico riducono l’offerta intercity tra centri non serviti dall’alta velocità e anche per questo riducono la connessione di chi non è vicino a una grande città servita
  • Sono utili a chi è disposto a spendere molto per risparmiare poco tempo, cioè tipicamente a manager con impegni serrati che si alternano in diverse città. Un modo di lavorare che sta semplicemente scomparendo e riducendo la domanda di trasporti veloci perfino nelle aree in cui questo modello era più diffuso (per esempio tra Roma e Milano). Un’idea non moderna quindi, ma di modernariato
  • Pagarle con soldi pubblici significa drenare risorse verso i pochi interessati disposti a spendere per questo tipo di servizio
  • Oltre al primo vantaggio menzionato (la suggestione positiva - ma fallace - dell’integrazione del Sud), l’alta velocità è un metodo relativamente semplice per spendere tantissimi soldi in un solo macroprogetto
Poi, finiti i cantieri, resta un’infrastruttura molto invasiva e utile a pochi. La provincia, i borghi, la bellezza e il potenziale economico diffuso del nostro Paese restano disconnessi e pagano, solo per citarne una, la mancata manutenzione delle strade provinciali o mancati progetti di trasporto pubblico leggero extraurbano.

Se guardiamo al turismo: come si può affermare che serva un treno veloce per Reggio Calabria – che potrebbe fermare nel tragitto da Salerno solo in un paio stazioni dedicate - più che uno affidabile, frequente e confortevole con soste nei principali centri della costa?

Una via francigena ciclabile avrebbe forse impatti più favorevoli in termini di rapporto costi-benefici, connessione territoriale e sociale, sviluppo, attrattività internazionale del Paese?
Io credo di sì, ma non lo sapremo mai, perché l’analisi non c’è. Ci sono solo 600 milioni in tutto sulla viabilità ciclabile nel PNRR.

Del resto da noi fino a ora le poche vie ciclopedonali extraurbane si sono fatte solo dove qualche amministratore illuminato ha avuto l’idea di sfruttare vecchi tracciati ferroviari o argini percorribili. Perché non pensare oggi a infrastrutture ciclopedonali progettate ex novo, anche con opere civili, nei luoghi dove potrebbero avere il maggior potenziale?


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domenica 25 aprile 2021

Riapre quasi tutto, le scuole superiori restano part-time (Puntata 482 in onda il 27/4/21)

Chiesa sommersa nel lago di Mavrovo
(Copyright Derrick)
Questa è Derrick e questo è il 172esimo giorno dal decreto del 6/11/2020 che chiuse le scuole per la seconda volta senza che le superiori, anche nelle regioni più fortunate d’Italia, abbiano da allora mai più riaperto a pieno regime.

In almeno due passaggi la bozza di PNRR scrive che la pandemia ha danneggiato soprattutto i giovani, ma forse andrebbe corretta in: le politiche di risposta alla pandemia hanno danneggiato soprattutto i giovani che invece erano stati meno colpiti dalla virulenza della malattia. Politiche che non hanno mai considerato l’andare a scuola, in particolare per un teenager che tanto anche se sta a casa non impedisce ai suoi genitori di lavorare, come un’esigenza “comprovata” di spostamento.

L’ultimo decreto-legge in materia del Governo (n.52/2021), che ha riaperto quasi tutte le attività pur mantenendo il coprifuoco, è arrivato dopo dichiarazioni di Draghi sulla priorità della scuola nelle riaperture, ma ha lasciato le cose sostanzialmente invariate, reiterando la formula del limite minimo di apertura (leggermente incrementato al 70%).

Dovrebbero essere quindi i singoli dirigenti scolastici a prendersi la responsabilità di aprire di più, esponendosi a rischi legali e impopolarità, se non ritorsioni, rispetto a personale e sindacati massicciamente schierati perché in classe si stia il meno possibile.

Ma non basta, le Regioni stanno eludendo la pur timidissima norma del Governo. Per esempio l’ufficio scolastico regionale del Lazio (link sotto) dispone quanto segue, dopo aver sentito “sua eccellenza il prefetto”, il Comune e l’azienda trasporti: il 70% di scuola in presenza alle superiori può essere ignorato se le condizioni lo richiedono, e invece le scuole che vogliano aprire di più devono chiedere l’autorizzazione.

Un’impostazione intimidatoria: i dirigenti che non ritengono di poter aprire il minimo richiesto devono “comunicarlo”, quelli che invece vorrebbero fare meglio devono essere prima “autorizzati”.

Difficile non essere d’accordo con il comunicato del 22 aprile [2021] del coordinamento dei presidenti dei Consigli di Istituto di Roma e Lazio (link sotto), che inizia dicendo: “restiamo alla scuola degli slogan”. Direi anche che, se quasi tutto apre e la scuola resta sacrificata, si può dedurre che siamo di fronte a un ridimensionamento di lungo periodo dell’istruzione superiore in Italia.

Così han deciso le burocrazie locali, sentita sua eccellenza il prefetto.

Ringrazio per le fonti di questa puntata Daniela Buongiorno.


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martedì 13 aprile 2021

La dieta sostenibile (Puntate 480-1 in onda il 13-20/4/21)

La dieta ideale secondo lo studio Lancet
Puntata 480

Abbiamo già parlato qui della tendenza, a mio avviso insana, di vedere l’attitudine rispetto
all’ecosistema in modo manicheo, gli ambientalisti da una parte, e quelli che invece si sentono mondo produttivo e ritengono l’ambientalismo una cosa da comunisti o fricchettoni.

Un tema in cui questa divisione un po’ a tifo si riproduce è il vegetarianismo, ammesso che si dica così.

In questi giorni, lavorando a un articolo che sto scrivendo, pensavo che se riguardo al settore propriamente energetico ci preoccupiamo di quale sia il mix di fonti d’energia più adatto alla sostenibilità nelle sue varie forme, è utile farlo anche riguardo all’approvvigionamento dell’energia chimica che fa funzionare il nostro corpo. Non c’è dubbio che il cibo sia anche molto altro, ma nella catena energetica e della sostenibilità la filiera del cibo è un elemento-chiave anche rispetto al raggiungimento degli obiettivi climatici di Parigi.

La rivista scientifica del campo medico Lancet sulla base di una serie di studi di terze parti ha redatto nel 2019 un rapporto per indagare se e come un cambio di dieta media mondiale sia utile o addirittura necessario anche in termini di sostenibilità ecologica (e non solo per la salute). Lo studio identifica prima una dieta-obiettivo in termini di benessere e salute umana e poi la confronta con la dieta attuale media e compie un’analisi comparata in termini ecologici proiettata al futuro, considerando non solo le emissioni dannose per il clima e quindi la coerenza con gli obiettivi dell’accordo di Parigi, ma anche gli effetti in termini di fabbisogno di territorio dedicato, uso dell’acqua e di fertilizzanti a base di azoto e fosforo, biodiversità.

Il rapporto arriva a una conclusione? Sì. Lancet argomenta che la dieta ritenuta più salubre dagli scienziati (una più vegetariana, con più proteine vegetali, moltissima frutta secca e molta meno carne rossa) è anche notevolmente vantaggiosa per le emissioni dannose al clima, debolmente vantaggiosa in termini di uso di fertilizzanti dannosi, ma svantaggiosa in termini di biodiversità (non chiedetemi il perché di quest’ultimo punto un po’ anti intuitivo perché non ho letto gli studi-fonte).

Un aspetto ulteriormente interessante è che l’effetto del cambio di dieta sarebbe sostanzialmente neutrale in termini di dimensione di aree coltivate, questo a mostrare come il settore allevamento non sia certo un’alternativa efficiente in termini di uso del territorio (perché i mangimi degli animali allevati derivano in parte rilevante dal regno vegetale, se ho capito bene).

Quindi, tornando alle fazioni: in termini di emissioni-serra sì: i vegetariani possono citare Lancet e dirsi più sostenibili secondo quasi tutti i parametri e in primis in termini climatici. Poi ci sono quelli come me, nella terra di nessuno di chi non mangia la bistecca o gli hamburger ma non disdegna le norcinerie e non può aspirare ad alcuna appartenenza.


Puntata 481

L’avevo detto che la dialettica tra vegetariani e carnivori rasenta il tifo. Infatti ho ricevuto più commenti del solito dopo la puntata qui sopra in cui ho citato uno studio di The Lancet che identifica una dieta sana con poca carne e poi argomenta che essa andrebbe anche a vantaggio del clima e di altri, anche se non tutti, indicatori di sostenibilità ecologica.

Ringrazio in particolare Diego Galli che mi ha mandato articoli in materia, compreso uno molto critico dell’approccio di The Lancet riguardo alla dieta ideale, di Georgia Ede, uscito su Psychology Today (link sotto).

Ede in un modo molto tranchant scrive che in generale le indagini epidemiologiche e non cliniche non sono affidabili e che quindi nemmeno le prescrizioni dietologiche di Lancet, ottenute in seguito a questo tipo di indagini, lo sono.

In realtà la statistica, che nelle indagini epidemiologiche cerca correlazioni tra patologie e esposizione a vari fattori ambientali o di comportamento, viene usata in modo simile anche in altri campi di ricerca e non vedo perché dovrebbe essere esclusa.

Molto più consistente invece mi sembra Ede quando nota che sulla base degli stessi presupposti usati da The Lancet è improbabile che si possa arrivare a una dieta così precisamente definita come fa la rivista, un vero e proprio menù tra classi di cibi. Sarebbe più verosimile, aggiungo io, immaginare panieri (cioè varie opzioni) di diete vantaggiose, per esempio sulla base della disponibilità locale dei vari cibi.

Anche sui danni della pastorizia ci sono naturalmente voci discordanti. Due affermazioni che mi sembrano però incontrovertibili sono che i pascoli sono meno dannosi se il loro sfruttamento viene controllato (questo è un classico esempio usato dagli economisti per illustrare la famosa tragedy of commons), e che gli allevamenti emettono enormi quantità di metano, un gas meno persistente in atmosfera rispetto alla CO2 ma molto più dannoso in termini di effetto-serra fino a che vi permane.

Secondo il Global Methane Budget, un report periodico realizzato in collaborazione da un centinaio di atenei sparsi per il mondo, la pastorizia è responsabile di quasi l’80% delle emissioni di metano dell’intero settore agricolo e quasi un terzo di tutte le emissioni antropogeniche di metano. Gli allevamenti, soprattutto di bovini, non fanno bene al clima insomma. Anche alcune coltivazioni, come il riso, emettono metano, ma se i numeri sono quelli citati poco fa non c’è modo di considerare la bistecca amica del clima.

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martedì 6 aprile 2021

Covid e varianti: si deve tornare a scuola (Puntata 479 in onda il 6/4/21)

Lo scorso 1 aprile si è svolto il seminario “Covid e varianti: si può tornare a scuola?” organizzato da EuResist Network e McCan Health.

Antonella D’Arminio Monforte, ordinario di Malattie Infettive all’Università degli Studi di Milano ha riferito come da numerosi studi scientifici (es. dati OMS fino al 22 marzo) emerga che anche con le nuove varianti il virus resta meno frequente nei bambini e ragazzi sotto i 20 anni che negli adulti e soprattutto che la mortalità è bassissima in questa fascia d’età. Studi inglesi mostrano che la variante inglese non ha portato malattia più severa nei bambini e ragazzi.

E per quanto riguarda la contagiosità?

L’epidemiologa/biostatistica Sara Gandini ha illustrato un suo studio con altri 4 colleghi su dati italiani di 7 milioni di studenti e 700.000 insegnanti dal 14 settembre al 7 dicembre 2020 pubblicato su the Lancet che mostra come l’incidenza di casi nelle scuole sia minore tra gli studenti che tra gli insegnanti, con maggiore probabilità che l’infezione passi da insegnante a studente che viceversa. Lo studio usando analisi comparate tra regioni con diversi calendari di apertura mostra anche che l’andamento dell’indice Rt locale (e altri indicatori) non dipende dall’apertura delle scuole: per esempio Roma ha aperto prima di Napoli ma la curva è salita prima a Napoli che a Roma.

Riguardo alle varianti, ha aggiunto che un rapporto di gennaio della Public Health England ha mostrato che la variante inglese si trasmette in modo simile in tutte le fasce d'età, e che i bambini, specialmente quelli di età inferiore ai dieci anni, hanno circa la metà delle probabilità degli adulti di trasmettere la variante ad altri. I dati dell’Istituto Superiore della Sanità di marzo mostrano un aumento di incidenza nelle fasce d’età scolare in concomitanza con un aumento del numero di campioni, che spiega quindi il dato. La controprova viene dalla Toscana dove ci sono i dati sul numero di campioni per età: il rapporto tra positivi e tamponi effettuati tra gennaio e marzo 2021 non si modifica a fronte di tamponi triplicati e resta minore nei minorenni rispetto agli adulti.

Daniele Novara, pedagogista, fondatore e direttore del Centro PsicoPedagogico, ha sostenuto che la chiusura della scuola provoca danni gravissimi a bambini e adolescenti e ha lamentato che non ci sono pedagogisti né psicologi nel Comitato Tecnico Scientifico.

Antonella Inverno responsabile per le politiche per l’infanzia e adolescenza di Save the Children Italia ha illustrato uno studio della stessa organizzazione da cui risulta una perdita di apprendimento difficilmente colmabile, esito di quasi 75 milioni di ore di lezione perse nel nostro paese solo fino al 3 aprile 2021, solo in parte (10-15 milioni) recuperate tramite la didattica a distanza. Senza contare che uno studente su dieci non ha partecipato alla didattica a distanza e il 20% l’ha fatto solo saltuariamente.

Andrea Morniroli, socio della cooperativa sociale Dedalus di Napoli, coordinatore dello staff del Forum Disuguaglianze Diversità e collaboratore dell’Assessorato alla Scuola e Istruzione del Comune di Napoli, ha raccontato la situazione drammatica di una città dove ormai si perdono uscendo dal circuito scolastico centinaia di bambini e ragazzi non censiti dai servizi sociali. I sindacati della scuola oggi sono di fatto contro la scuola, dice, e non è il solo nel convegno.

Carlo Devillanova, economista, membro della Fondazione Franceschi onlus, ha citato i danni economici in termini di minori stipendi futuri dei ragazzi. Studenti anche loro presenti hanno espresso il loro disagio. Gabriele Toccafondi, parlamentare segretario della Commissione Cultura della Camera dei Deputati, e Claudio Di Berardino Assessore Scuola della Regione Lazio si sono infine impegnati a riportare nelle rispettive sedi le risultanze del convegno.

Ringrazio Francesca Incardona, organizzatrice dell’evento, che mi ha aiutato a sintetizzarlo.


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domenica 28 marzo 2021

Digitalizzazione della PA: il caso (positivo) successioni (Puntata 478 in onda il 20/3/21)

Qualche settimana fa qui a Derrick abbiamo parlato di digitalizzazione, mettendo a confronto su alcuni casi la pubblica amministrazione con aziende private, e avevamo preso come esempio positivo Agenzia delle Entrate.

Vorrei riprendere ed estendere il discorso dopo un’ulteriore esperienza personale credo rilevante.

Sono coerede in una successione e mi sono preso l’onere di gestirla io per quanto riguarda le attività burocratiche. Mi sono aggiornato riguardo alle modalità di invio della dichiarazione di successione da fare entro 12 mesi e ho verificato che già da un po’ si può fare online con Agenzia delle Entrate e che la dichiarazione è sufficiente, salvo casi particolari, a compiere i passaggi di proprietà delle quote di case e terreni.

Come spesso per l’invio di dichiarazioni, Agenzia delle Entrate prevede che si usi un ambiente software modulare chiamato Desktop Telematico che guida nella predisposizione della dichiarazione, svolge controlli formali e di coerenza e calcola la liquidazione delle imposte dovute contestualmente alle volture catastali. Il file predisposto da questo software si invia poi attraverso il sito dell’Agenzia che fornisce tutte le ricevute necessarie. Le imposte di successione vere e proprie invece vanno calcolate e pagate successivamente con un modello di versamento standard (sempre online) sulla base dei dati della dichiarazione di successione.

L’osservazione che mi viene da fare è questa: visto che i dati del catasto, mi pare, sono digitalizzati e visto che grazie alla piattaforma SPID l’identità può essere verificata in modo incontrovertibile (a patto di avere uno smartphone precedentemente registrato a proprio nome sulla piattaforma), cosa impedisce di fare volture di proprietà di immobili e terreni tutte online? A me sembra anacronistico che perfino in tempi di Covid andare dal notaio sia considerata una motivazione ineludibile di spostamento.

Certo, se io fossi un notaio sarei preoccupato e forse indispettito. Ma se è vero, com’è vero, che in occasioni di transazioni straordinarie c’è domanda di consulenti capaci indipendentemente dall’interfaccia con la burocrazia (per esempio per verificare la normativa, per controllare gli atti o per avere assistenza nella predisposizione dei contratti), credo che un buon studio notarile potrebbe guardare con ottimismo al proprio lavoro anche una volta superato questo anacronismo dell’obolo oligopolistico da pagare per forza sui passaggi di proprietà.


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sabato 20 marzo 2021

Lo stigma della liquidità (Puntata 477 in onda il 23/3/21)

Ragazze birmane a Bagan (copyright Derrick)
Una domanda da tre trilioni di dollari”, titola un articolo della sezione finanza del numero dell’Economist di metà marzo 2021.

Si riferisce a una stima del risparmio in eccesso rispetto alla norma in 21 Paesi ricchi del mondo. Un risparmio naturalmente non distribuito uniformemente tra classi di reddito, e che riguarda soprattutto i benestanti per cui una quota importante di spesa normalmente è per beni voluttuari (diciamo così) come viaggi o ristoranti che la pandemia impedisce di consumare. Nella classifica dei Paesi con questo risparmio anomalo l’Economist mette in ordine decrescente di incidenza rispetto al PIL Canada, USA, Regno Unito, Australia e Italia (seguono Germania e Francia). In alcuni casi potrebbero aver contribuito i piani straordinari di stimolo all’economia fatti proprio con iniezione di liquidità, dice l’articolo. Come far immettere questa liquidità nell’economia? A questo allude il titolo.

Oltre alla impossibilità di fare attività voluttuarie, pesa probabilmente la razionalità dei cittadini, non così fessi da pensare che i sussidi a pioggia e le aziende obbligate a non licenziare e tenute in vita con soldi pubblici, o la nazionalizzazione di interi comparti dell’economia con un processo non dichiarato di deliberalizzazione possano esserci senza una stretta successiva duratura in termini di benessere e tasse.

Il guaio è naturalmente il circolo vizioso: più tardi gli acquisti ripartono peggio è per la sostenibilità del sistema anche pubblico.

Dunque dobbiamo sentirci in colpa se con il lockdown spendiamo meno? Con un tempismo inquietante, leggo qualche giorno fa una mail di Banca Fineco. Un’azienda che spesso ho lodato per l’eccellente piattaforma online inaugurata più di 20 anni fa quando sembrava ancora fantascienza, ma che commette la piccola ingenuità di mandare mail superfiche e scintillanti quando vuole venderti un servizio e invece omertose (ma proprio per questo riconoscibilissime) quando vuole piazzarti la fregatura. Apro dunque il link contenuto nella terrea e sibillina proposta di modifica unilaterale del contratto e scopro che la mia banca si riserverà a breve il diritto di chiudermi il conto se ho troppa liquidità e non compro servizi di credito o risparmio gestito. (Stranamente non sembra riferirsi anche ai servizi di intermediazione di trading).

Perché questa minaccia? Perché i tassi di interesse interbancari, quelli “all’ingrosso” per così dire sono ormai da tempo negativi e, immagino, non c’è molta domanda di credito che sia coerente con le regole di solidità dei bilanci degli istituti. Anche Fineco, in altre parole, evidentemente non sa dove mettere la liquidità. (Mi viene in mente che qualche mese fa ho visitato un concessionario d’auto per sentirmi dire che mi facevano lo sconto solo se chiedevo un finanziamento che non m’interessava).

Un po’ mi stupisce che questa decisione di Fineco arrivi proprio insieme ai primi segni di una ripresa dell’inflazione che dovrebbe di per sé ridurre l’incentivo alla liquidità e, politiche espansive delle banche centrali permettendo, rialzare un po’ i tassi. Ma tant’è.

Con una battuta si potrebbe dire che siamo allo stigma della liquidità.

Ora vado online e che faccio, mi compro la quinta bicicletta, visto le FAQ del Governo – nuova fonte del diritto in questa brutta stagione – concedono di varcare i confini comunali pedalando purché sia “funzionale all’attività sportiva”? O un nuovo telefonino? O un periodo di studio all’estero per mia figlia in un posto dove spero le scuole le tengano aperte non solo a parole? (Ah, già: questo l’ho già fatto).

“Aspettati un boom immobiliare” ha risposto con più visione Matteo Di Paolo a un mio tweet sullo stigma della liquidità. Ma nel mio caso non è uno stigma capiente abbastanza per l’attico che ho adocchiato.


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lunedì 8 marzo 2021

Energia wireless (Puntata 476 in onda il 9/3/21)

Un'immagine dal sito di Emrod

Se avete paura delle onde elettromagnetiche, meglio che spegnate la radio prima di ascoltare troppo oltre.

Io peraltro ce l’ho, questa paura, da quando come ho raccontato in una puntata mesi fa mi sono accorto che una stazione di antenne per cellulari vicino a casa mia è stata dimenticata dall’ARPA Lazio che pure dopo una prima verifica aveva ritenuto che le sue emissioni richiedessero analisi più approfondite. Ad essere dimenticati, più che la stazione, sono stati i cittadini della zona.

E anche oggi in effetti parliamo di microonde, come quelle dei cellulari, ma le microonde odierne non sono a scopo comunicazione. Bensì proprio per trasferire energia, cioè per fare ciò che nel caso dei cellulari è un effetto collaterale del mandare dati.

A chi non è capitato in qualche zona affascinante di montagna di essere disturbato dalla vista di un traliccio dell’alta tensione? In aree di particolare pregio spesso il gestore della rete elettrica riceve petizioni di cittadini che vorrebbero mettere sottoterra cavi che disturbano il paesaggio.  Altre volte capita di notare l’incongruità di chilometri di linea di distribuzione in campagna per raggiungere solo poche case.

Ebbene, c’è un’azienda neozelandese chiamata Emrod che sviluppa proprio questo: una tecnologia per lanciare fasci concentrati di microonde allo scopo di trasferire energia elettrica a distanza rilevante senza l’uso di cavi. Altroché i 6 Volt/metro di attenzione per le onde dei telefonini, qui l’obiettivo è proprio spararne tanta di energia. Per questo alla Emrod hanno dovuto pensare a un sistema di sicurezza in grado di accorgersi se il fascio intercetta qualcuno anziché arrivare liberamente alla stazione di ricezione o di rinvio. La soluzione è circondare il fascio di microonde da alcune luci laser non letali che la stazione di ricezione sa di dover vedere. Quando non arrivano significa che il fascio è intercettato da qualcuno o qualcosa e allora il trasmettitore smette di mandare energia.

Spedire elettricità così però costa caro in termini di inefficienza: circa il 40% di perdite. Eppure ci sono applicazioni per cui sarebbe comunque sensato, per esempio raggiungere un luogo particolarmente impervio superando canyon o corsi d’acqua, o tratti di mare per arrivare a un’isola. O ovviare al fuori servizio di una linea di interconnessione. O ancora alimentare proprio i siti di antenne cellulari che hanno bisogno di tanta energia per la ripetizione del segnale. Dunque, se vi capiterà di venire investiti da un puntino di laser che proviene da un’antenna, il mio consiglio è di scansarvi, oppure indossare una tuta metallica.


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domenica 28 febbraio 2021

Digitalizzazione: PA batte privati? (Puntata 475 in onda il 2/3/21)

Scheda madre di un laptop
Nella mia esperienza, non è vero che la nostra pubblica amministrazione sia messa molto male in termini di disponibilità di interfacce digitali per il cittadino. Perlomeno non è messa male rispetto alla maggior parte delle aziende private. Recentemente ho gestito completamente a distanza per esempio transazioni con l’INPS, e da forse 15 anni faccio la denuncia dei redditi online, e finalmente con piacevole sorpresa ho fatto un certificato del comune di Roma online. (Ma è impossibile, chissà perché, la prima scelta del medico presso il sito della regione Lazio dopo un cambio di residenza: si può solo cambiare medico).

Pessima esperienza invece con alcune banche e con le Poste a seguito di una successione di cui io sono co-erede: procedure bizantine, lentissime, richieste a mio avviso vessatorie di bolli inutili, in cui sembra quasi che il mondo impiegatizio privato punti a darsi importanza inventando complicazioni burocratiche che le norme e l’evoluzione del settore pubblico stanno tentando con un successo almeno parziale di ridurre.

Sempre tornando al settore pubblico, il sito di Agenzia delle Entrate gestisce in modo completo tutta la fatturazione elettronica attiva e passiva, fornendo anche un archivio gratuito delle fatture, che vengono dispacciate dal sistema stesso. Forse un po’ farraginosa la navigazione finché non s’imparano gli schemi, e decisamente superate le interfacce grafiche delle app da scaricare, ma sempre meglio dello stile confuso, informale e giovanilista che sembra il faro di buona parte delle interfacce web private (a me, al secondo punto esclamativo passa la voglia di comprare qualunque cosa) se si escludono i giganti del web o aziende con esperienza online ultraventennale come Fineco.

Un anacronismo a mio avviso nel sistema delle fatture elettroniche AdE però c’è, ed è la necessità di firma digitale “qualificata” per le fatture verso la pubblica amministrazione.

Ora, se questo sistema di crittografia a chiave pubblica aveva senso prima dell’esistenza della SPID, ora non capisco quale sia la ratio di chiedere a un cittadino che si è già loggato con SPID di produrre un’ulteriore prova dell’autenticità di ciò che manda, peraltro solo per un determinato tipo di documento.

Stupito della cosa, ho cercato in rete e constatato che quasi tutte le modalità di dotarmi di capacità di firmare digitalmente passano per l’abbonamento a servizi che di norma richiedono l’uso di un lettore di smart card e una smart card, per giunta quest’ultima con validità limitata nel tempo.

Sono ignorante in informatica, e davvero non capisco perché la disponibilità di una chiavetta fisica renda più sicura l’identificazione rispetto al doppio controllo previsto in modalità SPID (password e codice di verifica sul telefonino). Possibile che posso fare bonifici, dichiarazioni fiscali identificandomi con SPID ma non spiccare una fattura alla PA?

Incaponitomi a non voler acquistare una forma di identificazione abbastanza obsoleta rispetto alla SPID che dovrebbe essere valida sempre con la PA, ho cercato in rete finché non ho trovato da un solo fornitore, Namirial, un servizio di firma digitale usa-e-getta basato su SPID. L’ho usato e con una spesa minima ho potuto subito firmare una fattura e inviarla a un mio cliente occasionale della PA. Un altro servizio simile, del fornitore Lettera Senza Busta, permette di firmare documenti a distanza, ma solo attraverso una procedura iniziale di riconoscimento online che io trovo ridondante per chi ha già la SPID, mentre può essere interessante per chi non ce l’ha. 

lunedì 22 febbraio 2021

I trasporti locali del futuro (Puntata 474 in onda il 23/2/21)

Vediamo se qualcuno degli ascoltatori di Derrick si ricorda di una cosa che io leggevo già mi pare alla fine degli anni Ottanta in qualche periodico, forse Quattroruote. Era un apparecchio basato su tecnologia di comunicazione radio fatto per essere installato in macchina, simile a un Telepass ma non era un telepass: era un lettore di segnali in arrivo da postazioni fisse o mobili sulla strada per avvertire di pericoli dovuti a contingenze o alla conformazione della strada. Mi pare di ricordare che fosse un progetto che coinvolgeva ANAS o ACI, o entrambi. Si vide la pubblicità per qualche tempo, poi prevedibilmente scomparve: la cosa era troppo avanti e richiedeva un livello minimo di diffusione dell’infrastruttura per essere appetibile all’utente privato, ma quella stessa infrastruttura era difficile che si sviluppasse senza l’interesse dei clienti della scatolina. Un classico circolo vizioso che accompagna spesso l’introduzione di nuovi standard o infrastrutture.

Autostrada ad Abu Dhabi (foto Derrick)
Si trattava però davvero di un’iniziativa lungimirante. Lo sviluppo, parziale fallimento e reindirizzamento delle tecnologie di guida autonoma di veicoli stradali degli ultimi anni a mio avviso lo dimostra: nessuna intelligenza artificiale oggi è in grado di avere una cognizione abbastanza olistica e analogica da poter condurre un veicolo in ambienti non protetti su strada, se non con una dovizia di sensori che sfiora il ridicolo (noi guidiamo con due occhi e orecchie e mentre pensiamo a altro, le auto a guida autonoma hanno bisogno di telecamere ovunque, radar, sensori di distanza – anche se è probabilmente vero che noi siamo più fallibili).

Di conseguenza un filone importante degli investimenti nella guida autonomia si è spostato verso la mappatura di estremo dettaglio delle strade, servizio che si sta configurando come una vera e propria infrastruttura di interesse pubblico complementare alle strade stesse.

Uno dei settori più interessanti del piano di ripresa e resilienza mi sembra siano proprio i trasporti, suddivisi tra almeno due dei capitoli (detti ”missioni”) del Piano, il secondo (“Rivoluzione verde e transizione ecologica”) e naturalmente il terzo (infrastrutture per una mobilità sostenibile), in cui è evidente la quasi dicotomia (o più ottimisticamente complementarietà) tra aspirazione a collegamenti veloci tra hub e ramificazione locale dei trasporti.

Per un Paese come il nostro, di borghi che per quanto sempre meno popolati sono sede imprescindibile di bellezza, cultura e attrazione – e dopo il covid forse hanno anche qualche prospettiva di un ripopolamento residenziale da parte delle classi produttive oggi urbane – credo le nuove tecnologie dei trasporti e quindi le nuove forme di trasporto pubblico, saranno decisive.

Difficilmente per motivi di costi un treno potrà mai arrivare in un borgo rinascimentale collinare di 2000 anime. E gli autobus di linea difficilmente possono passare più di un paio di volte al giorno in ognuno degli innumerevoli borghi meno vicini al capoluogo di interconnessione ferroviaria. È verosimile quindi che la soluzione siano forme di uso condiviso di veicoli in grado di spostarsi da soli a seconda delle richieste degli utilizzatori e adatti a funzionare in modo collettivo. Una sorta di car sharing in pool e senza conducente, navette collettive interurbane flessibili che rispondano alle chiamate degli utenti accorpandoli contemperando efficienza e tempi di attesa, che possa costare poco in totale rispetto alle linee di bus e che magari riceva per questo contributi pubblici nel momento in cui vi si sostituisca. Anche a questo servirà l’infrastruttura per la guida autonoma.


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lunedì 15 febbraio 2021

Fiammata del gas (Puntate 472-3 in onda il 9-16/2/21)

Tunnel di valico della ciclabile Spoleto-Norcia (Foto Derrick)
Tunnel di valico della ciclabile
(ex ferrovia) Spoleto-Norcia
(Foto Derrick)
Potrebbe esserci anche una ragione energetica nella baldanzosa aggressività con cui il ministro degli esteri russo Segrei Lavrov ha diplomaticamente aggredito nella prima settimana di febbraio 2021 il rappresentante estero dell’UE Borrel a Mosca, attaccandolo anziché giustificare il regime rispetto all’arresto del dissidente Alexej Navalny.

E questa ragione è il boom di domanda e prezzi del gas in questa fase di centro inverno 2021. Una combinazione di freddo e ripartenza delle economie ha fatto aumentare i consumi rispetto a un trend di lungo periodo che almeno in alcune regioni del mondo è ormai di stagnazione strutturale. Per esempio in Italia il record dei consumi di gas risale al lontano 2005. Le infrastrutture in
vece si sono moltiplicate: gasdotti potenziati, soprattutto in Europa, e una rete di porti per la liquefazione e la rigassificazione in tutto il mondo, che come sappiamo permettono tra l’altro agli USA di operare ormai da anni come importante esportatore e hanno di fatto creato un mercato abbastanza globalizzato.

L’aumento recente dei consumi in Cina, in particolare, ha alzato il prezzo spot nella regione dell’estremo oriente fino a livelli mai visti negli ultimi due anni, e anche i prezzi degli hub americani ed europei sono schizzati. Finalmente il gas immagazzinato nei depositi geologici (di solito giacimenti esauriti) si sta rivelando un affare per i trader che l’hanno comprato in estate. Insomma, per una volta la ciclicità stagionale attesa di questa commodity energetica si comporta in modo da giustificare gli investimenti nella sua macchina.

E qualcosa di storico è successo anche in Italia: la prospettiva di diventare un paese esportatore (di transito, ovviamente) di gas, che fece sorridere tanti osservatori quando il governo di allora diede via libera al progetto del TAP (il gasdotto transadriatico che approda nel brindisino attraverso Mare Adriatico, Albania e Grecia e che tramite la dorsale turca ci collega ai maxi giacimenti azeri), si è almeno per qualche momento realizzata. Uno dei gasdotti transalpini infatti ha invertito la spinta per portare stavolta gas italiano in Francia. Sembra la rottura di un incantesimo: si è invertito lo spread che tipicamente ha reso il prezzo italiano superiore a quello dell’hub nordeuropeo di riferimento, il TTF. E quindi l’Italia, con prezzo stavolta più basso, ha esportato.

Questo non significa, naturalmente, che il macrotrend di declino della prospettiva di uso del gas nel mondo si sia invertito. Le politiche di decarbonizzazione, aiutate anche dei prezzi recentemente elevati dei permessi a emettere CO2 in Europa e dai progressi di rinnovabili e batterie, vanno chiaramente in una direzione alternativa ai combustibili fossili. E non stupisce infatti che Marco Alverà, l’amministratore delegato della società italiana dei gasdotti che del citato TAP è uno dei principali azionisti, la Snam, abbia parlato in pubblico da quando ricopre questo ruolo più di idrogeno che del suo core business: il vecchio gas, appunto.

Il caso Algeria (puntata del 16/2/21)

A quale paese si pensa quando s’immaginano gli effetti dell’embargo al commercio internazionale di automobili? Effetti che visti con gli occhi parziali del turista possono anche essere affascinanti come auto americane degli anni Cinquanta portate a nuova vita. Mi riferisco a Cuba, naturalmente.

Ma molto più vicino a noi c’è un altro Paese che sperimenta l’arrivo di automobili dall’estero con il contagocce. Ne parla un articolo dell’Economist del 4 febbraio 2021. Un Paese che le auto non le produce e che non per sanzioni o embarghi, ma per legge dal 2016 contingenta molto l’import. Si tratta dell’Algeria. Come tanti esportatori di petrolio e gas, l’Algeria ne ha patito negli ultimi anni il calo dei prezzi. Ma non solo: ha patito anche gli scarsi investimenti locali nel settore, che hanno portato a produzione e export in declino. Un articolo su Platt’s dell’8 febbraio 2021 quantifica in 400 mila barili/giorno, sul milione totale attuale, la produzione di petrolio persa dall’Algeria in una dozzina d’anni, mentre il gas si è contratto solo nell’ultimo anno del 9%.

Cali che hanno messo in crisi la bilancia commerciale e indotto l’amministrazione come contromisura a limitare le importazioni di altri beni. Recenti tentativi di insediare in Algeria fabbriche di assemblaggio di automobili Volkswagen e Hyunday, scrive l’Economist, non hanno dato grandi risultati a causa dei costi elevati in un contesto senza filiere adatte e, più banalmente, perché il valore aggiunto del solo assemblaggio, limitato, può far poco rispetto al valore delle parti d’automobili comunque importate.

Una nuova legge algerina, scrive Platt’s, mira ora a riattrarre gli investimenti da parte dei petrolieri europei, tra cui Eni e Total.

Certo, almeno nel gas, come abbiamo visto nella scorsa puntata, la concorrenza non mancherà. La vicina Libia potrebbe (speriamo) risollevarsi e riprendere appieno le esportazioni attraverso il relativamente recente gasdotto Greestream verso la Sicilia, mentre il nuovissimo TAP pompa gas azero e le navi metaniere portano anche in Europa la nuova capacità di esportazione dell’America.

Senza contare le prospettive di decarbonizzazione. Anni fa si parlava di progetti mastodontici di elettricità fotovoltaica prodotta nel Sahara da esportare in Italia o Spagna. Progetti magari improbabili a causa dei costi d’infrastruttura e delle perdite di rete. Ma meno intempestivi, forse, di una ripartenza del settore degli idrocarburi avviata solo oggi.

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martedì 2 febbraio 2021

Lo spread delle rinnovabili tra Italia e Spagna (Puntata 471 in onda il 2/2/21)

Vista del fiume a Bagan (Myanmar)
(Foto Derrick)
Il Piano italiano energia e clima (PNIEC) presentato dal Governo a Bruxelles prima dell’aggiornamento degli obiettivi ambientali della Commissione UE prevedeva che nel 2030 la copertura con rinnovabili della domanda elettrica passasse dall’attuale 35% al 55%, e che per la domanda di riscaldamento e raffrescamento si salisse dal 21% al 33,9%, mentre complessivamente le fonti rinnovabili di energia  dovevano soddisfare il 22% della domanda nei trasporti rispetto all’attuale 7%.

Obiettivi già ambiziosi. Ora il piano della Commissione europea prevede che nel 2030 la quota della produzione rinnovabile a copertura dei consumi elettrici arrivi a circa il 65%, cioè dieci punti in più di quanto indicato nel PNIEC italiano.

Per quanto riguarda il solo fotovoltaico, i 52.000 MW previsi dal PNIEC dovrebbero verosimilmente salire a 60.000 MW. Si tratta di un incremento di circa 40.000 MW rispetto alla potenza in esercizio a fine 2019. Per avere un’idea dell’impegno richiesto, nel corso del 2019 sono stati installati in Italia impianti fotovoltaici per circa 750 MW, mentre da quest’anno, e per tutto il prossimo decennio, dovremmo aggiungere qualcosa come 4.000 MW ogni anno, cioè 5 volte tanto.

Per un impianto eolico, oggi l’iter autorizzativo dura in media cinque anni contro i due della Spagna, ma può arrivare fino a nove. Se il tasso di autorizzazione per gli impianti a fonti rinnovabili rimanesse quello del 2017-2018, ci vorrebbero 67 anni per realizzare gli attuali (quindi già superati) obiettivi PNIEC.

Il confronto con la Spagna è particolarmente rilevante in questi giorni, perché proprio in Spagna sono stati attribuiti dal sistema regolato dell’energia contratti di approvvigionamento di nuova energia da fonti rinnovabili per circa 3.000 MW, di cui due terzi fotovoltaici e un terzo eolici, a fronte di progetti presentati per quantità triple. Una concorrenza che porterà a prezzi massimi di remunerazione inferiori a 30 €/MWh (a vantaggio delle bollette spagnole), un livello in linea con il prezzo locale attuale all’ingrosso dell’energia.

E mentre in Spagna i progetti di energie rinnovabili si accalcavano, in Italia il ministero dello Sviluppo Economico assegnava contratti a nuovi impianti rinnovabili di grossa taglia per meno di 1/3 dell’obiettivo e con una remunerazione di quasi 69 €/MWh, per mancanza di progetti.

Ecco: cosa ci dice, sommariamente, questo spread tra Italia, che deve pagare più del doppio l’energia da nuovi progetti rinnovabili, e Spagna? Ci dice che da noi sviluppare questa industria è molto più difficile. Di certo ci sono fattori legati al territorio disponibile e all’intensità di sole e vento, ma sicuramente c’è anche un gap nei processi autorizzativi e nella disponibilità della società civile di accettare nuovi impianti.

Questo essere bloccati, questa difficoltà di rigenerarsi della società italiana e del suo tessuto economico e istituzionale credo siano rilevanti.

Ringrazio per questa puntata G.B. Zorzoli. Molti spunti sono tratti da un suo articolo scritto per un numero del Riformista Economia che avrebbe dovuto curare chi vi parla ma che poi non si fece per chiusura prematura di quell’inserto. Ringrazio anche Marco Ballicu per avermi aiutato a interpretare alcuni dati.

martedì 26 gennaio 2021

Voltura e cambio di fornitore energia (Puntata 470 in onda il 26/1/21)

Interruttori nella centrale idroelettrica
di Riva Del Garda (Dolomiti Energia)
Voltura e cambio di fornitore d’energia, che differenza c’è?

La prima è la procedura per attribuire a un nuovo cliente un contratto attivo senza terminarlo, il secondo invece è lo spostamento di un’utenza da un fornitore all’altro. Cosa che, lo sappiamo, grazie alle regole del mercato liberalizzato è piuttosto semplice e non richiede più nemmeno di recedere esplicitamente dal fornitore precedente perché fa tutto quello nuovo. (In realtà alcuni anni fa mi è ancora capitato che un ex fornitore mi scrivesse per chiedermi una penale di mancato recesso, ma si è messo il cuore in pace con sospetta prontezza appena gli ho risposto che era illegittimo).

Il cambio di fornitore interfacciandosi solo a quello entrante è indubbiamente comodo, e salvo casi patologici non ha alcun effetto collaterale. I casi patologici sono i venditori truffatori che cercano di carpirci abbastanza informazioni per potersi sostituire a noi nella conclusione di un nuovo contratto. Per questo, lo dico nel caso ci siano nuovi ascoltatori ancora poco smaliziati, occorre non far vedere mai una bolletta con il numero dell’utenza o del contatore a qualcuno salvo che non lo si voglia come fornitore. Ricordo anche, a rischio di essere noioso, che per lo stesso motivo non è il caso di far accedere al proprio contatore nessuno che non abbia il tesserino della società di gestione della rete locale, che non può più condividere il nome con nessun fornitore di energia.

Bene, ma, caveat a parte, c’è un’operazione commerciale piuttosto banale e utile alla concorrenza che non è ancora possibile: la voltura con cambio di fornitore contestuale.

Per esempio: compro o affitto un appartamento e voglio sia subentrare come cliente di quell’utenza sia scegliere un fornitore diverso da quello che aveva il precedente proprietario o inquilino. Oggi non si può fare: occorre prima entrare con il fornitore attuale chiedendogli la voltura, e poi cambiare fornitore. Con il rischio che quello uscente, come ultimo gesto temendo di averci già virtualmente persi come clienti, ci faccia pagare il servizio di voltura, talvolta anche piuttosto caro. Una classica clausola vessatoria del contratto a cui normalmente non si fa caso quando si sceglie un fornitore.

Ebbene, l’ARERA, Autorità per l’energia, ha messo in consultazione una proposta per eliminare questo ostacolo alla facilità di concorrenza. Si potrà fare voltura contestuale a cambio di fornitore.

I fornitori che hanno ancora relativamente pochi clienti saluteranno certamente con soddisfazione l’iniziativa, anche se probabilmente qualche piccolo rischio riguarderà la maggiore difficoltà per i fornitori stessi di proteggersi dal cosiddetto “turismo energetico” degli insolventi, che tentano di passare da un fornitore all’altro senza pagare il precedente e che, usando magari un prestanome, potrebbero dileguarsi dai debiti con più facilità cambiando fornitore e nominativo nello stesso tempo.

Inutile dire che gli insolventi finiscono in un modo o nell’altro per pesare sulle bollette di chi le onora, e che quindi c’è da augurarsi che tutti i meccanismi ragionevoli per poterli isolare vadano a buon fine.


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martedì 12 gennaio 2021

Scuola all'ultimo posto (Puntata 468 in onda il 12/1/21)

Nell’ottobre 2020 l’organizzazione mondiale della sanità ha dichiarato che le scuole dovrebbero
chiudere solo se non ci sono alternative. Nello stesso mese il Comitato Tecnico Scientifico, istituito in seno alla protezione civile per la gestione dell’emergenza Covid, comunicava che in base ai dati in quel momento disponibili le scuole andavano salvaguardate perché non sono un luogo di elevato contagio.

Ignorandolo, il Governo ha subito dopo di nuovo chiuso le scuole secondarie che da marzo 2020 non hanno fatto che pochissime settimane di lezione effettiva.

Nessun altro grande Paese europeo ha fino a oggi chiuso le scuole se non per periodi limitati. Del resto, nessun altro grande Paese d’Europa ha avuto produttività stagnante e reddito in calo come il nostro nell’ultimo ventennio circa. Ci sarà un legame tra la debolezza della scuola e il declino anche economico? In Italia da decenni, non da oggi, gli anni scolastici iniziano con classi scoperte, i genitori (quelli che si prestano) pagano con collette gran parte delle spese correnti degli istituti diverse dagli stipendi, i dirigenti scolastici non hanno quasi nessun potere rispetto all’organizzazione delle risorse e alla selezione e remunerazione degli insegnanti che sono tutti pagati poco e responsabilizzati altrettanto.

Le risorse arrivano, come abbiamo già visto qui a Derrick anche con interviste a una rappresentante dell’associazione dei consigli di istituto, Daniela Buongiorno, e del presidente dell’Associazione Nazionale Presidi Antonello Giannelli, in esito alla potestà concorrente di Regioni e Stato centrale. Le stesse Regioni che hanno quasi interamente decretato in questi giorni la fine probabile dell’anno scolastico 2020-2021, sostanzialmente mai iniziato, per le scuole secondarie.

Nella retorica del lockdown, una “comprovata esigenza di lavoro” scritta in un’autocertificazione cartacea è abbastanza per spostarsi in barba a qualunque limitazione. Ma la scuola non è evidentemente lavoro, e non è un’esigenza prioritaria percepita dalla classe di governo nel suo complesso. Non è un ristorante, un parrucchiere, un centro commerciale, una istituzione di culto. La scuola e i suoi studenti adolescenti, forse quelli per cui questa istituzione è più critica, non hanno priorità di alcun tipo, né diritto ad alcun ristoro.


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domenica 3 gennaio 2021

La demeritocrazia (anche finanziaria) (Puntata 467 in onda il 5/1/21)

Distributore automatico di oro
fotografato a Linate nel 2011
Buon anno da Derrick!

Ricorderete le polemiche anni fa quando alcuni fallimenti di banche comportarono perdite anche di risparmiatori che avevano acquistato obbligazioni di rischio. I commentatori si divisero sull’accettabilità di usare soldi pubblici per ristorare tali perdite, visto che erano legate a un investimento intrinsecamente rischioso. Anche Derrick commentò la cosa, facendo notare che se si protegge l’investitore dall’eventualità che perda soldi in un investimento in cui il rischio è parte integrante del contratto (e che per questo in media e nel lungo periodo ha rendimenti più alti) si finiscono per scardinare i legami virtuosi tra rendimento e rischio, avvantaggiando i prodotti finanziari peggiori e quindi i debitori peggiori.

I tempi da allora sono cambiati: ora sono molto peggio. Quei dubbi oggi non sembrano nemmeno porsi mentre la legge di Stabilità 2021 al comma 219 dell’articolo 1 stabilisce che sull’investimento in capitale di rischio di aziende tramite i fondi PIR, quelli già avvantaggiati da varie forme di esenzione fiscale, si sarà protetti dallo Stato rispetto a perdite fino al 20% del capitale investito. In altri termini: la legge stabilisce che chi paga le tasse debba ristorare le perdite di chi investe in aziende scarse a piacere, purché le azioni di queste aziende siano impacchettate nei PIR. Un invito di fatto a mettere il peggio dell’imprenditorialità e delle capacità degli intermediari dentro ai PIR per fare perdite poi ripagate con le tasse.

A pensarci bene, la porcata è doppia, perché il legislatore introduce questa salvaguardia con tempi di realizzazione che trascendono quelli del documento di economia e finanza, visto che i PIR prima di poter realizzare le perdite devono essere tenuti in portafoglio 5 anni. Quindi, se i danni alla decenza dei mercati finanziari son fatti subito, quelli al fisco sono buttati sotto al tappeto dei tempi futuri.

Ne ha scritto in modo illuminante Mario Seminerio nel suo blog Phastidio in un articolo (link sotto) in cui si nota la contraddizione di mettere norme come questa, di scudo fiscale al peggio della finanza e all’irresponsabilità, mentre ogni due per tre la stessa classe politica invoca imposte patrimoniali. Come dire che i patrimoni vanno bene solo se malgestiti o comunque se incanalati nelle modalità di investimento previste dallo stesso legislatore, in nome di volta in volta dell’italianità o delle piccole imprese, mentre servirebbero imprese e investitori semplicemente capaci.

Uno dei fari nel mondo di Sussidistan, come lo chiama Seminerio, sembra essere la demeritocrazia, come la chiamo io.


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