domenica 28 febbraio 2021

Digitalizzazione: PA batte privati? (Puntata 475 in onda il 2/3/21)

Scheda madre di un laptop
Nella mia esperienza, non è vero che la nostra pubblica amministrazione sia messa molto male in termini di disponibilità di interfacce digitali per il cittadino. Perlomeno non è messa male rispetto alla maggior parte delle aziende private. Recentemente ho gestito completamente a distanza per esempio transazioni con l’INPS, e da forse 15 anni faccio la denuncia dei redditi online, e finalmente con piacevole sorpresa ho fatto un certificato del comune di Roma online. (Ma è impossibile, chissà perché, la prima scelta del medico presso il sito della regione Lazio dopo un cambio di residenza: si può solo cambiare medico).

Pessima esperienza invece con alcune banche e con le Poste a seguito di una successione di cui io sono co-erede: procedure bizantine, lentissime, richieste a mio avviso vessatorie di bolli inutili, in cui sembra quasi che il mondo impiegatizio privato punti a darsi importanza inventando complicazioni burocratiche che le norme e l’evoluzione del settore pubblico stanno tentando con un successo almeno parziale di ridurre.

Sempre tornando al settore pubblico, il sito di Agenzia delle Entrate gestisce in modo completo tutta la fatturazione elettronica attiva e passiva, fornendo anche un archivio gratuito delle fatture, che vengono dispacciate dal sistema stesso. Forse un po’ farraginosa la navigazione finché non s’imparano gli schemi, e decisamente superate le interfacce grafiche delle app da scaricare, ma sempre meglio dello stile confuso, informale e giovanilista che sembra il faro di buona parte delle interfacce web private (a me, al secondo punto esclamativo passa la voglia di comprare qualunque cosa) se si escludono i giganti del web o aziende con esperienza online ultraventennale come Fineco.

Un anacronismo a mio avviso nel sistema delle fatture elettroniche AdE però c’è, ed è la necessità di firma digitale “qualificata” per le fatture verso la pubblica amministrazione.

Ora, se questo sistema di crittografia a chiave pubblica aveva senso prima dell’esistenza della SPID, ora non capisco quale sia la ratio di chiedere a un cittadino che si è già loggato con SPID di produrre un’ulteriore prova dell’autenticità di ciò che manda, peraltro solo per un determinato tipo di documento.

Stupito della cosa, ho cercato in rete e constatato che quasi tutte le modalità di dotarmi di capacità di firmare digitalmente passano per l’abbonamento a servizi che di norma richiedono l’uso di un lettore di smart card e una smart card, per giunta quest’ultima con validità limitata nel tempo.

Sono ignorante in informatica, e davvero non capisco perché la disponibilità di una chiavetta fisica renda più sicura l’identificazione rispetto al doppio controllo previsto in modalità SPID (password e codice di verifica sul telefonino). Possibile che posso fare bonifici, dichiarazioni fiscali identificandomi con SPID ma non spiccare una fattura alla PA?

Incaponitomi a non voler acquistare una forma di identificazione abbastanza obsoleta rispetto alla SPID che dovrebbe essere valida sempre con la PA, ho cercato in rete finché non ho trovato da un solo fornitore, Namirial, un servizio di firma digitale usa-e-getta basato su SPID. L’ho usato e con una spesa minima ho potuto subito firmare una fattura e inviarla a un mio cliente occasionale della PA. Un altro servizio simile, del fornitore Lettera Senza Busta, permette di firmare documenti a distanza, ma solo attraverso una procedura iniziale di riconoscimento online che io trovo ridondante per chi ha già la SPID, mentre può essere interessante per chi non ce l’ha. 

lunedì 22 febbraio 2021

I trasporti locali del futuro (Puntata 474 in onda il 23/2/21)

Vediamo se qualcuno degli ascoltatori di Derrick si ricorda di una cosa che io leggevo già mi pare alla fine degli anni Ottanta in qualche periodico, forse Quattroruote. Era un apparecchio basato su tecnologia di comunicazione radio fatto per essere installato in macchina, simile a un Telepass ma non era un telepass: era un lettore di segnali in arrivo da postazioni fisse o mobili sulla strada per avvertire di pericoli dovuti a contingenze o alla conformazione della strada. Mi pare di ricordare che fosse un progetto che coinvolgeva ANAS o ACI, o entrambi. Si vide la pubblicità per qualche tempo, poi prevedibilmente scomparve: la cosa era troppo avanti e richiedeva un livello minimo di diffusione dell’infrastruttura per essere appetibile all’utente privato, ma quella stessa infrastruttura era difficile che si sviluppasse senza l’interesse dei clienti della scatolina. Un classico circolo vizioso che accompagna spesso l’introduzione di nuovi standard o infrastrutture.

Autostrada ad Abu Dhabi (foto Derrick)
Si trattava però davvero di un’iniziativa lungimirante. Lo sviluppo, parziale fallimento e reindirizzamento delle tecnologie di guida autonoma di veicoli stradali degli ultimi anni a mio avviso lo dimostra: nessuna intelligenza artificiale oggi è in grado di avere una cognizione abbastanza olistica e analogica da poter condurre un veicolo in ambienti non protetti su strada, se non con una dovizia di sensori che sfiora il ridicolo (noi guidiamo con due occhi e orecchie e mentre pensiamo a altro, le auto a guida autonoma hanno bisogno di telecamere ovunque, radar, sensori di distanza – anche se è probabilmente vero che noi siamo più fallibili).

Di conseguenza un filone importante degli investimenti nella guida autonomia si è spostato verso la mappatura di estremo dettaglio delle strade, servizio che si sta configurando come una vera e propria infrastruttura di interesse pubblico complementare alle strade stesse.

Uno dei settori più interessanti del piano di ripresa e resilienza mi sembra siano proprio i trasporti, suddivisi tra almeno due dei capitoli (detti ”missioni”) del Piano, il secondo (“Rivoluzione verde e transizione ecologica”) e naturalmente il terzo (infrastrutture per una mobilità sostenibile), in cui è evidente la quasi dicotomia (o più ottimisticamente complementarietà) tra aspirazione a collegamenti veloci tra hub e ramificazione locale dei trasporti.

Per un Paese come il nostro, di borghi che per quanto sempre meno popolati sono sede imprescindibile di bellezza, cultura e attrazione – e dopo il covid forse hanno anche qualche prospettiva di un ripopolamento residenziale da parte delle classi produttive oggi urbane – credo le nuove tecnologie dei trasporti e quindi le nuove forme di trasporto pubblico, saranno decisive.

Difficilmente per motivi di costi un treno potrà mai arrivare in un borgo rinascimentale collinare di 2000 anime. E gli autobus di linea difficilmente possono passare più di un paio di volte al giorno in ognuno degli innumerevoli borghi meno vicini al capoluogo di interconnessione ferroviaria. È verosimile quindi che la soluzione siano forme di uso condiviso di veicoli in grado di spostarsi da soli a seconda delle richieste degli utilizzatori e adatti a funzionare in modo collettivo. Una sorta di car sharing in pool e senza conducente, navette collettive interurbane flessibili che rispondano alle chiamate degli utenti accorpandoli contemperando efficienza e tempi di attesa, che possa costare poco in totale rispetto alle linee di bus e che magari riceva per questo contributi pubblici nel momento in cui vi si sostituisca. Anche a questo servirà l’infrastruttura per la guida autonoma.


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lunedì 15 febbraio 2021

Fiammata del gas (Puntate 472-3 in onda il 9-16/2/21)

Tunnel di valico della ciclabile Spoleto-Norcia (Foto Derrick)
Tunnel di valico della ciclabile
(ex ferrovia) Spoleto-Norcia
(Foto Derrick)
Potrebbe esserci anche una ragione energetica nella baldanzosa aggressività con cui il ministro degli esteri russo Segrei Lavrov ha diplomaticamente aggredito nella prima settimana di febbraio 2021 il rappresentante estero dell’UE Borrel a Mosca, attaccandolo anziché giustificare il regime rispetto all’arresto del dissidente Alexej Navalny.

E questa ragione è il boom di domanda e prezzi del gas in questa fase di centro inverno 2021. Una combinazione di freddo e ripartenza delle economie ha fatto aumentare i consumi rispetto a un trend di lungo periodo che almeno in alcune regioni del mondo è ormai di stagnazione strutturale. Per esempio in Italia il record dei consumi di gas risale al lontano 2005. Le infrastrutture in
vece si sono moltiplicate: gasdotti potenziati, soprattutto in Europa, e una rete di porti per la liquefazione e la rigassificazione in tutto il mondo, che come sappiamo permettono tra l’altro agli USA di operare ormai da anni come importante esportatore e hanno di fatto creato un mercato abbastanza globalizzato.

L’aumento recente dei consumi in Cina, in particolare, ha alzato il prezzo spot nella regione dell’estremo oriente fino a livelli mai visti negli ultimi due anni, e anche i prezzi degli hub americani ed europei sono schizzati. Finalmente il gas immagazzinato nei depositi geologici (di solito giacimenti esauriti) si sta rivelando un affare per i trader che l’hanno comprato in estate. Insomma, per una volta la ciclicità stagionale attesa di questa commodity energetica si comporta in modo da giustificare gli investimenti nella sua macchina.

E qualcosa di storico è successo anche in Italia: la prospettiva di diventare un paese esportatore (di transito, ovviamente) di gas, che fece sorridere tanti osservatori quando il governo di allora diede via libera al progetto del TAP (il gasdotto transadriatico che approda nel brindisino attraverso Mare Adriatico, Albania e Grecia e che tramite la dorsale turca ci collega ai maxi giacimenti azeri), si è almeno per qualche momento realizzata. Uno dei gasdotti transalpini infatti ha invertito la spinta per portare stavolta gas italiano in Francia. Sembra la rottura di un incantesimo: si è invertito lo spread che tipicamente ha reso il prezzo italiano superiore a quello dell’hub nordeuropeo di riferimento, il TTF. E quindi l’Italia, con prezzo stavolta più basso, ha esportato.

Questo non significa, naturalmente, che il macrotrend di declino della prospettiva di uso del gas nel mondo si sia invertito. Le politiche di decarbonizzazione, aiutate anche dei prezzi recentemente elevati dei permessi a emettere CO2 in Europa e dai progressi di rinnovabili e batterie, vanno chiaramente in una direzione alternativa ai combustibili fossili. E non stupisce infatti che Marco Alverà, l’amministratore delegato della società italiana dei gasdotti che del citato TAP è uno dei principali azionisti, la Snam, abbia parlato in pubblico da quando ricopre questo ruolo più di idrogeno che del suo core business: il vecchio gas, appunto.

Il caso Algeria (puntata del 16/2/21)

A quale paese si pensa quando s’immaginano gli effetti dell’embargo al commercio internazionale di automobili? Effetti che visti con gli occhi parziali del turista possono anche essere affascinanti come auto americane degli anni Cinquanta portate a nuova vita. Mi riferisco a Cuba, naturalmente.

Ma molto più vicino a noi c’è un altro Paese che sperimenta l’arrivo di automobili dall’estero con il contagocce. Ne parla un articolo dell’Economist del 4 febbraio 2021. Un Paese che le auto non le produce e che non per sanzioni o embarghi, ma per legge dal 2016 contingenta molto l’import. Si tratta dell’Algeria. Come tanti esportatori di petrolio e gas, l’Algeria ne ha patito negli ultimi anni il calo dei prezzi. Ma non solo: ha patito anche gli scarsi investimenti locali nel settore, che hanno portato a produzione e export in declino. Un articolo su Platt’s dell’8 febbraio 2021 quantifica in 400 mila barili/giorno, sul milione totale attuale, la produzione di petrolio persa dall’Algeria in una dozzina d’anni, mentre il gas si è contratto solo nell’ultimo anno del 9%.

Cali che hanno messo in crisi la bilancia commerciale e indotto l’amministrazione come contromisura a limitare le importazioni di altri beni. Recenti tentativi di insediare in Algeria fabbriche di assemblaggio di automobili Volkswagen e Hyunday, scrive l’Economist, non hanno dato grandi risultati a causa dei costi elevati in un contesto senza filiere adatte e, più banalmente, perché il valore aggiunto del solo assemblaggio, limitato, può far poco rispetto al valore delle parti d’automobili comunque importate.

Una nuova legge algerina, scrive Platt’s, mira ora a riattrarre gli investimenti da parte dei petrolieri europei, tra cui Eni e Total.

Certo, almeno nel gas, come abbiamo visto nella scorsa puntata, la concorrenza non mancherà. La vicina Libia potrebbe (speriamo) risollevarsi e riprendere appieno le esportazioni attraverso il relativamente recente gasdotto Greestream verso la Sicilia, mentre il nuovissimo TAP pompa gas azero e le navi metaniere portano anche in Europa la nuova capacità di esportazione dell’America.

Senza contare le prospettive di decarbonizzazione. Anni fa si parlava di progetti mastodontici di elettricità fotovoltaica prodotta nel Sahara da esportare in Italia o Spagna. Progetti magari improbabili a causa dei costi d’infrastruttura e delle perdite di rete. Ma meno intempestivi, forse, di una ripartenza del settore degli idrocarburi avviata solo oggi.

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martedì 2 febbraio 2021

Lo spread delle rinnovabili tra Italia e Spagna (Puntata 471 in onda il 2/2/21)

Vista del fiume a Bagan (Myanmar)
(Foto Derrick)
Il Piano italiano energia e clima (PNIEC) presentato dal Governo a Bruxelles prima dell’aggiornamento degli obiettivi ambientali della Commissione UE prevedeva che nel 2030 la copertura con rinnovabili della domanda elettrica passasse dall’attuale 35% al 55%, e che per la domanda di riscaldamento e raffrescamento si salisse dal 21% al 33,9%, mentre complessivamente le fonti rinnovabili di energia  dovevano soddisfare il 22% della domanda nei trasporti rispetto all’attuale 7%.

Obiettivi già ambiziosi. Ora il piano della Commissione europea prevede che nel 2030 la quota della produzione rinnovabile a copertura dei consumi elettrici arrivi a circa il 65%, cioè dieci punti in più di quanto indicato nel PNIEC italiano.

Per quanto riguarda il solo fotovoltaico, i 52.000 MW previsi dal PNIEC dovrebbero verosimilmente salire a 60.000 MW. Si tratta di un incremento di circa 40.000 MW rispetto alla potenza in esercizio a fine 2019. Per avere un’idea dell’impegno richiesto, nel corso del 2019 sono stati installati in Italia impianti fotovoltaici per circa 750 MW, mentre da quest’anno, e per tutto il prossimo decennio, dovremmo aggiungere qualcosa come 4.000 MW ogni anno, cioè 5 volte tanto.

Per un impianto eolico, oggi l’iter autorizzativo dura in media cinque anni contro i due della Spagna, ma può arrivare fino a nove. Se il tasso di autorizzazione per gli impianti a fonti rinnovabili rimanesse quello del 2017-2018, ci vorrebbero 67 anni per realizzare gli attuali (quindi già superati) obiettivi PNIEC.

Il confronto con la Spagna è particolarmente rilevante in questi giorni, perché proprio in Spagna sono stati attribuiti dal sistema regolato dell’energia contratti di approvvigionamento di nuova energia da fonti rinnovabili per circa 3.000 MW, di cui due terzi fotovoltaici e un terzo eolici, a fronte di progetti presentati per quantità triple. Una concorrenza che porterà a prezzi massimi di remunerazione inferiori a 30 €/MWh (a vantaggio delle bollette spagnole), un livello in linea con il prezzo locale attuale all’ingrosso dell’energia.

E mentre in Spagna i progetti di energie rinnovabili si accalcavano, in Italia il ministero dello Sviluppo Economico assegnava contratti a nuovi impianti rinnovabili di grossa taglia per meno di 1/3 dell’obbiettivo e con una remunerazione di quasi 69 €/MWh, per mancanza di progetti.

Ecco: cosa ci dice, sommariamente, questo spread tra Italia, che deve pagare più del doppio l’energia da nuovi progetti rinnovabili, e Spagna? Ci dice che da noi sviluppare questa industria è molto più difficile. Di certo ci sono fattori legati al territorio disponibile e all’intensità di sole e vento, ma sicuramente c’è anche un gap nei processi autorizzativi e nella disponibilità della società civile di accettare nuovi impianti.

Questo essere bloccati, questa difficoltà di rigenerarsi della società italiana e del suo tessuto economico e istituzionale credo siano rilevanti.

Ringrazio per questa puntata G.B. Zorzoli. Molti spunti sono tratti da un suo articolo scritto per un numero del Riformista Economia che avrebbe dovuto curare chi vi parla ma che poi non si fece per chiusura prematura di quell’inserto. Ringrazio anche Marco Ballicu per avermi aiutato a interpretare alcuni dati.

martedì 26 gennaio 2021

Voltura e cambio di fornitore energia (Puntata 470 in onda il 26/1/21)

Interruttori nella centrale idroelettrica
di Riva Del Garda (Dolomiti Energia)
Voltura e cambio di fornitore d’energia, che differenza c’è?

La prima è la procedura per attribuire a un nuovo cliente un contratto attivo senza terminarlo, il secondo invece è lo spostamento di un’utenza da un fornitore all’altro. Cosa che, lo sappiamo, grazie alle regole del mercato liberalizzato è piuttosto semplice e non richiede più nemmeno di recedere esplicitamente dal fornitore precedente perché fa tutto quello nuovo. (In realtà alcuni anni fa mi è ancora capitato che un ex fornitore mi scrivesse per chiedermi una penale di mancato recesso, ma si è messo il cuore in pace con sospetta prontezza appena gli ho risposto che era illegittimo).

Il cambio di fornitore interfacciandosi solo a quello entrante è indubbiamente comodo, e salvo casi patologici non ha alcun effetto collaterale. I casi patologici sono i venditori truffatori che cercano di carpirci abbastanza informazioni per potersi sostituire a noi nella conclusione di un nuovo contratto. Per questo, lo dico nel caso ci siano nuovi ascoltatori ancora poco smaliziati, occorre non far vedere mai una bolletta con il numero dell’utenza o del contatore a qualcuno salvo che non lo si voglia come fornitore. Ricordo anche, a rischio di essere noioso, che per lo stesso motivo non è il caso di far accedere al proprio contatore nessuno che non abbia il tesserino della società di gestione della rete locale, che non può più condividere il nome con nessun fornitore di energia.

Bene, ma, caveat a parte, c’è un’operazione commerciale piuttosto banale e utile alla concorrenza che non è ancora possibile: la voltura con cambio di fornitore contestuale.

Per esempio: compro o affitto un appartamento e voglio sia subentrare come cliente di quell’utenza sia scegliere un fornitore diverso da quello che aveva il precedente proprietario o inquilino. Oggi non si può fare: occorre prima entrare con il fornitore attuale chiedendogli la voltura, e poi cambiare fornitore. Con il rischio che quello uscente, come ultimo gesto temendo di averci già virtualmente persi come clienti, ci faccia pagare il servizio di voltura, talvolta anche piuttosto caro. Una classica clausola vessatoria del contratto a cui normalmente non si fa caso quando si sceglie un fornitore.

Ebbene, l’ARERA, Autorità per l’energia, ha messo in consultazione una proposta per eliminare questo ostacolo alla facilità di concorrenza. Si potrà fare voltura contestuale a cambio di fornitore.

I fornitori che hanno ancora relativamente pochi clienti saluteranno certamente con soddisfazione l’iniziativa, anche se probabilmente qualche piccolo rischio riguarderà la maggiore difficoltà per i fornitori stessi di proteggersi dal cosiddetto “turismo energetico” degli insolventi, che tentano di passare da un fornitore all’altro senza pagare il precedente e che, usando magari un prestanome, potrebbero dileguarsi dai debiti con più facilità cambiando fornitore e nominativo nello stesso tempo.

Inutile dire che gli insolventi finiscono in un modo o nell’altro per pesare sulle bollette di chi le onora, e che quindi c’è da augurarsi che tutti i meccanismi ragionevoli per poterli isolare vadano a buon fine.


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martedì 12 gennaio 2021

Scuola all'ultimo posto (Puntata 468 in onda il 12/1/21)

Nell’ottobre 2020 l’organizzazione mondiale della sanità ha dichiarato che le scuole dovrebbero
chiudere solo se non ci sono alternative. Nello stesso mese il Comitato Tecnico Scientifico, istituito in seno alla protezione civile per la gestione dell’emergenza Covid, comunicava che in base ai dati in quel momento disponibili le scuole andavano salvaguardate perché non sono un luogo di elevato contagio.

Ignorandolo, il Governo ha subito dopo di nuovo chiuso le scuole secondarie che da marzo 2020 non hanno fatto che pochissime settimane di lezione effettiva.

Nessun altro grande Paese europeo ha fino a oggi chiuso le scuole se non per periodi limitati. Del resto, nessun altro grande Paese d’Europa ha avuto produttività stagnante e reddito in calo come il nostro nell’ultimo ventennio circa. Ci sarà un legame tra la debolezza della scuola e il declino anche economico? In Italia da decenni, non da oggi, gli anni scolastici iniziano con classi scoperte, i genitori (quelli che si prestano) pagano con collette gran parte delle spese correnti degli istituti diverse dagli stipendi, i dirigenti scolastici non hanno quasi nessun potere rispetto all’organizzazione delle risorse e alla selezione e remunerazione degli insegnanti che sono tutti pagati poco e responsabilizzati altrettanto.

Le risorse arrivano, come abbiamo già visto qui a Derrick anche con interviste a una rappresentante dell’associazione dei consigli di istituto, Daniela Buongiorno, e del presidente dell’Associazione Nazionale Presidi Antonello Giannelli, in esito alla potestà concorrente di Regioni e Stato centrale. Le stesse Regioni che hanno quasi interamente decretato in questi giorni la fine probabile dell’anno scolastico 2020-2021, sostanzialmente mai iniziato, per le scuole secondarie.

Nella retorica del lockdown, una “comprovata esigenza di lavoro” scritta in un’autocertificazione cartacea è abbastanza per spostarsi in barba a qualunque limitazione. Ma la scuola non è evidentemente lavoro, e non è un’esigenza prioritaria percepita dalla classe di governo nel suo complesso. Non è un ristorante, un parrucchiere, un centro commerciale, una istituzione di culto. La scuola e i suoi studenti adolescenti, forse quelli per cui questa istituzione è più critica, non hanno priorità di alcun tipo, né diritto ad alcun ristoro.


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domenica 3 gennaio 2021

La demeritocrazia (anche finanziaria) (Puntata 467 in onda il 5/1/21)

Distributore automatico di oro
fotografato a Linate nel 2011
Buon anno da Derrick!

Ricorderete le polemiche anni fa quando alcuni fallimenti di banche comportarono perdite anche di risparmiatori che avevano acquistato obbligazioni di rischio. I commentatori si divisero sull’accettabilità di usare soldi pubblici per ristorare tali perdite, visto che erano legate a un investimento intrinsecamente rischioso. Anche Derrick commentò la cosa, facendo notare che se si protegge l’investitore dall’eventualità che perda soldi in un investimento in cui il rischio è parte integrante del contratto (e che per questo in media e nel lungo periodo ha rendimenti più alti) si finiscono per scardinare i legami virtuosi tra rendimento e rischio, avvantaggiando i prodotti finanziari peggiori e quindi i debitori peggiori.

I tempi da allora sono cambiati: ora sono molto peggio. Quei dubbi oggi non sembrano nemmeno porsi mentre la legge di Stabilità 2021 al comma 219 dell’articolo 1 stabilisce che sull’investimento in capitale di rischio di aziende tramite i fondi PIR, quelli già avvantaggiati da varie forme di esenzione fiscale, si sarà protetti dallo Stato rispetto a perdite fino al 20% del capitale investito. In altri termini: la legge stabilisce che chi paga le tasse debba ristorare le perdite di chi investe in aziende scarse a piacere, purché le azioni di queste aziende siano impacchettate nei PIR. Un invito di fatto a mettere il peggio dell’imprenditorialità e delle capacità degli intermediari dentro ai PIR per fare perdite poi ripagate con le tasse.

A pensarci bene, la porcata è doppia, perché il legislatore introduce questa salvaguardia con tempi di realizzazione che trascendono quelli del documento di economia e finanza, visto che i PIR prima di poter realizzare le perdite devono essere tenuti in portafoglio 5 anni. Quindi, se i danni alla decenza dei mercati finanziari son fatti subito, quelli al fisco sono buttati sotto al tappeto dei tempi futuri.

Ne ha scritto in modo illuminante Mario Seminerio nel suo blog Phastidio in un articolo (link sotto) in cui si nota la contraddizione di mettere norme come questa, di scudo fiscale al peggio della finanza e all’irresponsabilità, mentre ogni due per tre la stessa classe politica invoca imposte patrimoniali. Come dire che i patrimoni vanno bene solo se malgestiti o comunque se incanalati nelle modalità di investimento previste dallo stesso legislatore, in nome di volta in volta dell’italianità o delle piccole imprese, mentre servirebbero imprese e investitori semplicemente capaci.

Uno dei fari nel mondo di Sussidistan, come lo chiama Seminerio, sembra essere la demeritocrazia, come la chiamo io.


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