domenica 26 settembre 2021

Impennata dei prezzi elettrici a fine estate 2021 (Puntate 497-8 in onda il 21-28/9/21)

Batteria nei pressi di Playa Divisidero
Una batteria nel bosco
nei pressi di Chacala
(Stato di Nayarit - Messico)
(Foto Derrick, 2021)
Puntata 497 (21/9/21)

Il prezzo dell’elettricità, i lettori di Derrick lo sanno ma temo siano tra i pochi vista la qualità del dibattito in corso, è determinato da fattori sia regolati sia di mercato. I primi sono un insieme di oneri che coprono soprattutto i costi delle politiche ambientali – in particolare i sussidi alle fonti rinnovabili - e i costi delle reti, i secondi sono soprattutto i costi di combustibile della produzione termoelettrica che determinano, quando le centrali termoelettriche sono necessarie a soddisfare la domanda, il prezzo all’ingrosso momentaneo dell’energia.

Anche se ormai la maggior parte dell’energia al dettaglio è venduta a condizioni liberamente proposte (e scelte) sul mercato, ha ancora molto seguito mediatico l’aggiornamento periodico che l’Autorità dell’energia fa delle tariffe regolate dedicate ai clienti soprattutto domestici che non hanno mai scelto un fornitore sul mercato.

L’imminente aggiornamento molto al rialzo di questa tariffa ha scatenato un dibattito pubblico in cui, come spesso capita, le posizioni che hanno fatto più rumore sono quelle più infondate, propugnate anche da politici e giornalisti generalisti.

Sperando di contribuire in modo utile, ecco qui alcune affermazioni facili da verificare:

  • L’aumento repentino del prezzo all’ingrosso dell’elettricità (che a settembre [2021] si è mosso ampiamente oltre i 100 €/MWh e negli ultimi giorni attorno ai 150 € - mentre un anno fa nello stesso periodo era sui 50) è determinato perlopiù da un aumento violento del prezzo del gas che nel nostro paese è ancora determinante per coprire la punta di domanda elettrica. Infatti, le centrali a gas offrono energia nella borsa elettrica a un prezzo non inferiore a quello necessario a coprire i costi di combustibile (e i permessi a emettere CO2, si veda poco sotto), e non potrebbero fare altrimenti. L’aumento del prezzo del gas a sua volta è causato dalla ripresa globale dei consumi che ha colto gli stoccaggi meno pieni di quanto normalmente siano in questa stagione, anche a causa della scorsa primavera più rigida del previsto.
    Il prezzo all'ingrosso dell'elettricità dipende però non solo dal gas, ma anche dai permessi a emettere CO2 che le centrali termoelettriche devono acquistare. Il prezzo di questi permessi è aumentato a inizio settembre [2021] rispetto a metà agosto di una decina di €/t (con un impatto sui costi di un Megawattora a gas di meno della metà), ma è comunque rimasto in un'area tra 50 e poco più di 60 €/t da maggio [2021] alla data di questo post (link sotto), e quindi ha un impatto minimo rispetto agli aumenti recenti del prezzo all'ingrosso dell'elettricità.

  • Anche le politiche ambientali costano, certo, al momento una decina di miliardi all’anno nelle bollette, cioè una trentina di € per ogni MWh che consumiamo, ma questo conto non solo non si muove in modo repentino, ma è in fase di calo strutturale da anni, perché da anni le convenzioni inizialmente troppo generose per sostenere gli impianti rinnovabili sono state sostituite da altre che lo sono molto meno (tanto che gli obiettivi di nuova capacità rinnovabile che il Governo si propone non vengono al momento raggiunti).

  • Più rinnovabili non programmabili comportano anche più costi di bilanciamento della rete, ma si tratta di una voce per ora relativamente modesta rispetto al prezzo complessivo (una decina di € a MWh) e le cui fluttuazioni quindi non hanno al momento un effetto paragonabile a quelle determinate dalla volatilità dei prezzi dei combustibili fossili.

Conclusione: l’impennata di prezzo elettrico di questo periodo non c’entra quasi per nulla con le politiche ambientali.

Nello stesso tempo, politiche incoerenti con la decarbonizzazione (per esempio nuovi investimenti sulle stesse fossili che dovranno essere abbandonate, si pensi alla metanizzazione della Sardegna) molto verosimilmente aumenteranno il costo della decarbonizzazione stessa, perché dovranno essere ripagate anche se si riveleranno presto – o addirittura subito – inutili.


Puntata 498 (28/9/21)

Bentornati a Derrick. Nella scorsa puntata abbiamo cercato di fare chiarezza sulla causa degli aumenti recenti dell’elettricità, dovuti in gran parte a una carenza momentanea di gas a livello mondiale non dissimile da altri settori che coinvolgono per esempio materie prime alimentari, della manifattura pesante, dell’elettronica.

Scorte ridotte e investimenti rimandati in molti settori durante il Covid per limitare il capitale immobilizzato dalle aziende in difficoltà, uniti alla ripartenza dei consumi, stanno causando un’insufficienza temporanea di capacità produttive che era stata ampiamente anticipata da osservatori come l’Economist. Conseguenza di questo è l’inflazione, che infatti si sta risvegliando rapidamente e di cui, certo, l’energia è una componente importante. (Solo io sto notando che da noi un primo piatto in trattoria ora non costa meno di 12 euro mentre la norma fino a poco fa era 10 o meno?).

Il Governo sta predisponendo mentre scrivo questa trasmissione un decreto per contenere gli aumenti del prezzo dell’energia con l’utilizzo di risorse fiscali per alcuni miliardi nell’ultimo trimestre del 2021. Con tutele più forti per i clienti a basso reddito, ma con effetti su tutti, anche su chi ha un contratto a prezzo fisso e non sta subendo alcun aumento di bolletta. Ha scritto sul tema Carlo Cottarelli su Repubblica il 24 settembre [2021]:

Per anni le istituzioni internazionali e tutti coloro che hanno a cuore il futuro del pianeta hanno sottolineato le conseguenze negative di sussidi generalizzati (all’energia e non). Qui, per giunta, si sussidia l’energia “sporca”. L’incoerenza con le politiche di transizione ecologica è evidente. Questo vale soprattutto per la parte dell’aumento dovuta al maggiore costo dei permessi di emissione, il cui scopo è quello di scoraggiare i consumi. Ma l’incoerenza è presente qualunque sia la causa dell’aumento dei prezzi.

Aggiungerei che fenomeni simili, come accennavo, li stiamo vedendo in altre materie prime. Fiscalizzeremo l’aumento delle farine, dei minerali ferrosi e no, dei chip, magari riducendone l’IVA?

Per un Paese con livelli di spesa fiscale e di imposte sui redditi molto alti, aumentare ancora la spesa fiscale e quindi le future nuove imposte a me sembra folle. Nel caso dell’energia, poi, la capacità dei consumatori di reagire a segnali di prezzo è fondamentale perché le politiche ecologiche del “chi inquina paga” siano efficaci. Se gli aumenti di prezzo vengono contrastati con le tasse anche a spese di chi non consuma, e indipendentemente dal mix di fonti energetiche scelte da un cliente, buona parte delle politiche di responsabilizzazione dei consumatori va a ramengo.


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domenica 12 settembre 2021

Camminate (im)possibili: il parco della Maremma (Puntata 496 in onda il 14/9/21)

Il mare visto da uno dei sentieri
sui monti dell'Uccellina (foto Derrick)
Chi come me cammina o va in bici sa che purtroppo quasi tutti i percorsi interessanti devono fare i conti con accessi a proprietà private più o meno presidiate da minacce di cani cattivi (che per fortuna di solito non lo sono), cancelli, fili spinati.

In quest’episodio delle camminate impossibili di Derrick parlerò di un’area naturale pubblica anch’essa purtroppo di difficile accesso: il parco regionale della Maremma. In un’assolata mattina di inizio settembre [2021] guidavo pigramente sull’Aurelia in direzione Roma da Grosseto e mi sono fermato a Talamone per una passeggiata. Ho sempre nel bagagliaio scarpe e zaino pronti per camminare, quando non c’è anche la bici, e ho pensato di farmi un giro per il parco della Maremma, che si estende nei monti dell’Uccellina che si alzano tra Talamone a Sud e, credo, un canale poco sotto la Principina nei pressi di Marina di Grosseto, a Nord.
Una zona non vastissima, ma meravigliosa, e con accessi al mare solitari in cui – nella mia piccola esperienza – i pochi bagnanti arrivano perlopiù via mare con barche private. Lasciata l’auto nel parcheggio dell’acquario di Talamone (chiuso, immagino per covid) dove c’è anche la Pro Loco (era chiusa) ho iniziato a salire a piedi verso uno dei sentieri più ovvi che vedevo nelle mie applicazioni di mappe per bici e trekking, che si stacca da una delle tante strade private verso le ville sul mare.

Trovo una barriera per impedire auto e moto, ma anche un inaspettato cartello che indica l’obbligatorietà di prenotare una visita guidata nel periodo estivo.
Io avevo lì per lì deciso di mettermi gli scarponcini, e in generale pianifico molto poco delle mie scorribande. Mentre avrei senza problemi pagato un biglietto sapendo che contribuisce alle spese del parco (anche se ho qualche dubbio che le zone naturali demaniali debbano essere messe a reddito), ho trovato poco ragionevole non potermi muovere in autonomia. I tour guidati richiedono investimenti di tempo, attese, lentezze di cui non avevo e generalmente non ho voglia: camminare o andare in bici nella natura è anche un modo per stare con me, per assecondare i miei ritmi. Voglio poter andare veloce e sudare quando mi va, o fermarmi con l’ebookreader per ore se e dove ne ho voglia.
Capisco dal sito del parco della Maremma, che linko sotto, che il controllo degli accessi – che include quello dell’identità immagino - ha anche la funzione di prevenire incendi dolosi, e va bene. Ma addirittura imporre la scorta mi sembra eccessivo, anche perché i malintenzionati possono comunque accedere, perché difficilmente un recinto molto vasto è inviolabile a chi voglia violarlo. E in generale: un parco naturale non dovrebbe essere troppo difficile da fruire, a mio avviso.

Uno dei motivi per cui ho trovato complessivamente deprimente il mio unico safari africano è proprio l’impossibilità di muovermi in autonomia. Lì c'era il rischio di essere sbranato da un leone, ma in generale (e questo vale anche per i grandi parchi nordamericani dove nemmeno mancano animali pericolosi come l’orso bruno) credo che l’obbligo di pagare un biglietto dovrebbe essere scisso dalla privazione della libertà di fruizione eventualmente solitaria, quand’anche nel rispetto delle regole che sempre i parchi hanno.
Avviso a Talamone

Insomma, lo confesso: ho proseguito il mio giro, anche perché il sentiero di ingresso da Talamone non aveva cancelli chiusi. Ho camminato per un paio d’ore su un crinale di bosco da dove ogni tanto si aprivano splendide viste verso le calette sotto – puntinate da barche di diportisti a bagno – fino a scendere in una zona dove un torrente secco, che in alcune mappe vedo chiamato Fosso della Campana, raggiunge il mare in un’ampia, accogliente, pacifica spiaggia di scogli e vegetazione. Peccato che proprio alla fine della discesa del sentiero si stagli un cancello ermetico che protegge una vasta recinzione: ero, in altri termini, in gabbia.




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sabato 4 settembre 2021

Covid: rientro da Paesi "gruppo E" (Puntata 495 in onda il 7/9/21)

Templo El Refugio, Guadalajara

Il 28 agosto [2021] è avvenuto un aggiornamento delle regole italiane di profilassi Covid per i
viaggiatori da e per l’estero, compresi i rientri di cittadini italiani. Per la maggioranza dei Paesi extraeuropei, riuniti in un elenco denominato “E” dal Ministero della Salute, valgono tutt’ora le seguenti regole generali:

  • Non si può viaggiare per turismo ma solo per ragioni specifiche tra cui salute e lavoro
  • Al rientro occorre un tampone negativo negli ultimi 3 giorni prima dell’ingresso in Italia
  • Occorre compilare un modulo elettronico europeo chiamato “passenger locator form” con tutti i dati su identità, tragitto e destinazione
  • Occorre sottoporsi al rientro a 10 giorni di cosiddetto “isolamento fiduciario” dichiarandolo all’autorità sanitaria locale.

Avendo io viaggiato in Messico (gruppo E) durante la validità di queste norme, voglio raccontare com’è andata.

Nodo decisivo è sempre il primo check-in in aeroporto, anche se è per un volo locale o continentale e non per il volo verso il Paese che determina passivamente o attivamente le restrizioni. A Fiumicino quindi mi hanno controllato il green pass europeo esito del vaccino e richiesto dalla Spagna dove avrei fatto scalo. Il Messico non richiede né vaccino né tampone in ingresso, ma di compilare un questionario sullo stato di salute, cosa che a Fiumicino mi è stata menzionata senza un effettivo controllo. Nulla mi è stato né chiesto né controllato dalle autorità italiane o dagli addetti della compagnia aerea sul motivo del viaggio, che pure è regolato in modo molto stringente dalla nostra legge.

Le maggiori complicazioni, mi aspettavo, sarebbero avvenute al ritorno. A Guadalajara in una clinica molto efficiente ho fatto un tampone antigenico il giorno prima di partire e poi sotto una pioggia violentissima, che aveva bloccato le auto in alcune vie cittadine ma per fortuna non il mio bus di linea per l’aeroporto, mi sono recato al primo fatidico check-in. Avevo compilato già un modulo di autodichiarazione messicano, avevo ottenuto online il green pass spagnolo per far scalo di nuovo a Madrid, e avevo con me l’esito negativo del tampone. Ma una volta imbarcatomi per il primo segmento di volo per Città del Messico, non avrei mai più avuto controlli se non il green pass a Madrid (a Città del Messico, addirittura, è stato l’addetto all’imbarco del volo per Madrid a ritirarmi il talloncino del visto dal passaporto).

Atterrato a Fiumicino nessun controllo, nemmeno il passaporto (venivo da Madrid) (salvo, immagino, controlli a distanza della temperatura di cui non mi sono accorto).

Le esenzioni alla quarantena al rientro possono essere chieste in anticipo al ministero della Salute con una particolare procedura formale. Io l’ho fatto, e a distanza di oltre un mese e mezzo, preparando questa trasmissione, non ho mai ricevuto una risposta, nemmeno uno straccio di avviso di ricevimento, e quindi sono stato costretto a considerare respinta la richiesta.

Arrivato a casa, ho scritto quindi una mail all’indirizzo PEC della mia ASL per comunicare l’inizio dell’isolamento. Nessuna risposta nemmeno ora.

A fine isolamento ho fatto un tampone in farmacia che è stato comunicato dalla farmacia al database del ministero della Salute e che mi è valso un inutile green pass di tre giorni (inutile perché sono vaccinato e ho già il green pass permanente).

Ora, in sintesi, la mia impressione è questa: non mi permetto di valutare la congruità delle restrizioni, che indiscutibilmente sono piuttosto pesanti e – per i Paesi “gruppo E” - indipendenti dall’essere vaccinati.

Credo però si possa affermare l’apparente disinteresse delle nostre istituzioni nel farle rispettare. Non ho mai ricevuto risposte alle mail, nemmeno a quella obbligatoria, e non ho mai subito nessun controllo, almeno di cui io sia consapevole. Il mio tampone in Messico in nessun modo può essere noto alle autorità italiane, se non attraverso la verifica dell’addetto al check-in dell’aeroporto di Guadalajara.

Forse avrebbero senso norme meno vessatorie ma fatte rispettare non solo a chi vi si attiene spontaneamente?


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sabato 28 agosto 2021

"Oddio: nuove tasse!" - Riforme fiscali e idiosincrasie (Puntate 488 e 494 in onda l'8/6/21 e 31/8/21)

Dallas Dhu Distillery, Scozia
Puntata 488 (in onda 8/6/2021)

Nelle ultime settimane, in vista di una riforma da parte del Governo, si è discusso anche su stampa e social di possibili novità fiscali, e si è riverificato un grande classico di questi casi, cioè quanto segue:

qualcuno, in questo caso per esempio Enrico Letta con una proposta sulle imposte di successione, lancia un’idea di intervento sul sistema fiscale e ottiene perlopiù reazioni del tipo: “basta nuove tasse”, “giù le mani dalle tasche degli italiani” eccetera. Perfino il presidente del Consiglio, che mi sembra piuttosto pragmatico nel contemperare competenza e ragionevole dirigismo con uscite pubbliche tranquillizzanti per evitare problemi, ha dato una risposta liquidatoria, parlando suppongo da politico, suo ruolo attuale, e non da economista.

Ora, salvo ipotesi estremamente semplici e ottimistiche, è difficile immaginare una riforma fiscale che non includa le tanto odiate “nuove tasse”, cioè ambiti in cui il gettito aumenta, a fronte di altri in cui si riduce, il tutto magari a gettito complessivo invariato o addirittura ridotto (ammesso che questo sia possibile con tutti i debiti che abbiamo).

Questo significa che finché l’idea di “nuove tasse” – indipendentemente da ciò di cui si tratti - causa forme di idiosincrasia capaci di bloccare sul nascere qualunque discussione nell’opinione pubblica e nei politici che cercano di assecondarla, nessuna riforma fiscale potrà mai essere fatta se non in qualche modo eludendo il dibattito.

Per non eluderlo, invece, probabilmente occorrerebbe diffondere un documentario di formazione pubblica che spieghi che cambiare le tasse, e quindi creare “nuove tasse”, non significa né aumentare necessariamente la pressione fiscale, né, soprattutto, peggiorare le situazioni di potenziale iniquità dell’attuale sistema. Anzi, qualunque riforma del fisco aspira a obiettivi uno dei quali è tipicamente l’equità.

Per l’ennesima volta pochi giorni fa la Corte dei Conti ha lanciato l’allarme sul livello elevato e anomalo della spesa fiscale in Italia: cioè il costo dei regimi di esenzione o sconti fiscali. Altro settore da cui tipicamente i Governi stanno lontani come si starebbe da un filo dell’alta tensione, per evitare le rivolte delle innumerevoli categorie che fruiscono nei modi più disparati di regimi di favore senza che spesso si riesca nemmeno più a ricordare la ragione dello specifico privilegio. (Una motivazione generica evergreen è: “proteggere i posti di lavoro”).

Eliminare i privilegi assurdi, compresi quelli dannosi all’ambiante, certamente nel dibattito civile equivarrà a “nuove tasse”, anche se l’obiettivo per esempio è ridurre quelle sul lavoro. E quindi torniamo al punto di partenza: se ragionare a parità di gettito fa parte di un’astrazione impossibile per l’opinione pubblica, oppure non credibile per la stessa opinione, allora non abbiamo speranze per una riforma fiscale in regime di democrazia, se non in presenza di rischi imminenti come quello di un fallimento, oppure di imposizioni ineludibili dall’Europa.

Puntata 494 (in onda il 31/8/2021)

Torno sul punto grazie a un interessantissimo studio dell’inglese Green Alliance uscito di recente che porta i risultati di un’indagine sull’accettabilità delle tasse “verdi”, inclusa carbon tax, nel Regno Unito. Vediamo alcune delle evidenze di questo sondaggio.

Il campione intervistato non si dice contrario alle tasse pro-ambiente, anzi è favorevole al principio “chi inquina paga”, ma ha alcune idiosincrasie (in buona parte dovute a incompetenza in materia economica) che possono diventare bloccanti, tra cui queste:

  1. Se parli di “disincentivi” economici preoccupi di più che se parli di incentivi. (Eppure le due soluzioni arrivano sempre insieme, almeno se ipotizziamo interventi a deficit pubblico costante e in un contesto di evasione zero – perché gli incentivi li paga chi paga le tasse, quindi comunque implicano anche un disincentivo per chi non li riceve, e viceversa)
  2. Se dici che fai una green tax per avere maggior gettito, la gente si arrabbia (ma normalmente non si arrabbia se dici che fai più spesa che richiede maggiori tasse. Misteri della percezione). Quindi le proposte per apparire accettabili devono essere tassativamente a gettito costante, oppure devono indicare come viene usato il maggiore gettito. Peccato che questa etichettatura, quando è fatta solo su una parte delle entrate fiscali, abbia scarso valore, perché l’amministrazione può sempre dire che usa i proventi di una tassa per qualcosa di specifico e dirottare altrove altre tasse senza etichettatura.
  3. Le tasse sulla produzione piacciono di più di quelle al consumo. Questo solo perché gli intervistati non considerano che chi sostiene il costo di un’imposta su una transazione non lo stabilisce la definizione, ma la forza sul mercato di produttori e consumatori. Una tassa sulla produzione di un bene verrà comunque pagata in buona parte dai consumatori, se non possono rinunciare a quel bene, oppure se l’industria che lo produce è già molto competitiva e non può che traslare a valle i maggiori costi di produzione dovuti alla tassa. E viceversa: una tassa al consumo obbliga i produttori ad abbassare il prezzo del bene tassato se i clienti possono facilmente rinunciarvi, e quindi viene in questo caso di fatto sostenuta dai produttori anche se si dichiara una tassa sul consumo.

 

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domenica 22 agosto 2021

Trasporto pubblico a Guadalajara (Messico) (Puntata 493 in onda il 24/8/21)

Stazione metro Zapopan centro (linea 3)
Derrick torna con nuove puntate dopo una pausa in cui chi vi parla ha viaggiato, e in particolare ha soggiornato a Guadalajara, la seconda città del Messico, più grande di Roma, dove come al solito si è interessato del sistema locale di trasporto pubblico, di cui questa puntata è un reportage simile ad altri del passato, tutti facili da recuperare in questo blog (link sotto).

Guadalajara, nello stato del Jalisco, Messico centrale, è uno degli esempi di uso di Bus Rapid Transit (BRT), cioè linee di bus ad alta frequenza e portata, segregate dal resto del traffico e con stazioni simili a quelle di una metropolitana, una soluzione di cui qui abbiamo parlato più volte, che ha molti vantaggi di costi rispetto a una metropolitana e che vede applicazioni soprattutto in America Latina e estremo oriente, ma di cui ci sono piccoli esempi anche in Italia (come tra Mestre e Venezia e a Firenze).

Guadalajara però mi ha colpito non tanto per il suo BRT, molto meno vasto per esempio di quelli di Jakarta o Bogotà di cui ho già riportato, quanto per la convivenza di vari esperimenti di trasporto pubblico moderno. Nella città c’è un vastissimo sistema di bike sharing station based, per intenderci quello in cui le bici vanno prese e rimesse in appositi stalli, simile al bike sharing di Milano, con la disponibilità di abbonamenti annuali ma anche di pochi giorni per i turisti. Alcune dorsali di piste ciclabili permettono di spostarsi tra quartieri in bici restando relativamente segregati dal traffico e ho notato – anche da automobilista – un livello generale di rispetto delle regole della strada molto elevato, sicuramente più di quanto i miei pregiudizi potessero farmi attendere.

Ci sono tre linee di metropolitana a Guadalajara, di cui una molto moderna in parte sopraelevata come spesso avviene in America (per esempio a Chicago o a Seattle e, per restare in Messico, a Città del Messico), ci sono aree del centro con limiti di velocità a 30 chilometri/ora e una pianificazione urbanistica che scoraggia il parcheggio in strada. Tutte le domeniche una vasta zona del centro viene pedonalizzata e alcune associazioni distribuiscono bici gratis. Stessa zona che beneficia di un paio di linee di filobus a ridurre inquinamento e rumore.

Brutti invece i bus urbani ordinari: si tratta di rumorosissimi veicoli diesel, perlopiù di produzione Mercedes, con cambio manuale, motore anteriore, privi di sospensioni idrauliche o pneumatiche e in generale con standard decisamente basso rispetto ai bus costruiti per le città europee. (C’è da dire che i bus in Messico, quando non sono previsti per percorsi predefiniti come le vetture BRT citate prima, devono essere in grado di resistere ai terribili dossi artificiali utilizzati in tutto il paese e anche nelle periferie urbane per imporre velocità limitate, e alle buche non sempre frequenti ma certe volte terribili).

In ogni caso, per quanto brutti, questi bus hanno una capillarità e frequenza notevoli. Armato della app Moovit (se non la conoscete installatela, funziona in tutte le grandi città del mondo e guida a una destinazione indicando fermate, linee e direzioni) ho potuto sempre trovare linee di bus per arrivare anche in quartieri molto lontani e senza mai attese superiori ai 10 minuti. A Roma, per esempio, non sarebbe stato possibile.

Una cosa di cui ho notato l’assenza a Guadalajara sono sistemi di mobilità leggera condivisa “free floating”, come auto, bici, monopattini o scooter condivisi parcheggiabili in qualunque luogo compatibile con il codice della strada. Sarebbe interessante capire se si tratti di una scelta dell’amministrazione o delle aziende del settore, o semplicemente un’onda che non ha ancora raggiunto questa affascinante città capoluogo del Jalisco. Saranno graditissimi contatti da parte di esperti in ascolto per provare a rispondere a questo quesito.


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domenica 18 luglio 2021

Infrastrutture a go-go (Puntata 492 in onda il 20/7/21 e in replica il 17/8/21)

Spiaggia di marmo a Thassos
(Copyright Derrick)
I consumi di energia, malgrado il rimbalzo soprattutto nel gas nei mesi post Covid, sono in Italia pressoché stagnanti da anni, ma non lo sono di certo le infrastrutture del settore, su cui gli investimenti non si sono mai fermati in era recente e sembrano ora, anche per il PNRR, sull’orlo di una nuova ondata. Parliamo anche di reti. Nel gas nell’ultimo decennio si sono costruiti due nuovi (e gli unici grandi) porti di attracco di navi metaniere, stoccaggi, metanodotti, ed è anche proposta la metanizzazione della Sardegna attraverso un sistema di ricezione di gas liquido via nave e sua distribuzione con una rete di metanodotti che sostituirebbe quella molto parziale già esistente di distribuzione di GPL.

Costruire ex novo un’infrastruttura gas insulare mentre si va verso la decarbonizzazione, cioè verso la generazione elettrica rinnovabile, lascia molto perplessi, e ha avuto gioco facile l’amministratore dell’Enel Starace nel dire che non ha senso farlo, a maggior ragione visto che Terna – il gestore della rete elettrica – ha appena riproposto un investimento totale di circa 4 miliardi per quasi 1000 km di cavo sottomarino da 1000 MW dalla costa Toscana giù fino a quella siciliana del Nord, per poi staccarsi e raggiungere la Sardegna a Est di Cagliari.

Come dire: nelle reti energetiche si investe senza badare troppo a spese, in una cosa e nel suo contrario. Con soddisfazione di molti, visto che gl’investimenti sono remunerati lautamente (cioè con un ritorno predefinito molto soddisfacente per un’attività quasi senza rischi) nelle bollette energetiche, andando a remunerare gli azionisti di Snam e Terna ma anche le tante aziende coinvolte nella costruzione di cavi e tubi e nella loro posa.

Una sbornia di infrastrutture, utili sì ma forse con qualche rischio di ridondanza e soprattutto di costi fuori controllo in assenza di analisi costi/benefici accurate, e su cui chiedono di vederci meglio (come hanno scritto il 12 luglio 2021 Quotidiano Energia e un livido ma divertente Mauro Pili sull’Unione Sarda) il tavolo della domanda energia di Confindustria ma perfino associazioni di fornitori come AIGET e Energia Libera, consapevoli che se sulla frazione risicata e molto competitiva della componente energia delle bollette si abbatte una parte sempre più pesante per remunerare l’infrastruttura sarà difficile che la bolletta energetica complessiva possa essere competitiva.

Sarebbe la prima volta in Italia – e se non sbaglio una rarità anche altrove – che si usa una dorsale elettrica sottomarina non solo per raggiungere isole o varcare mari attraverso il percorso più breve o più semplice, ma – almeno per gran parte del tracciato – per evitare potenziamenti su terra molto più economici ma anche più difficili da autorizzare.

Una difficoltà che, quando dalle bollette arrivano i miliardi necessari, diventa possibile eludere off-shore.


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domenica 11 luglio 2021

La riforma fiscale. Ecologica? (Puntata 491 in onda il 13/7/21)

Aigues-Mortes (Francia)
Copyright Derrick
L’Italia, presidente di turno del G20, nell’ambito di un simposio sul fisco tenutosi a Venezia il 9 luglio 2021, ha richiesto a OCSE e Fondo Monetario internazionale di preparare un rapporto sull’uso delle politiche fiscali per accompagnare la transizione ecologica.

È ragionevole attendersi che il nostro Governo terrà in conto anche gli studi già disponibili riguardo alle necessità nazionali di adeguamento, in primis il Catalogo dei sussidi dannosi all’ambiente predisposto da quello che è oggi il Ministero della Transizione Energetica, e di cui si attende a breve l’uscita della quarta edizione.

Ma restando sul piano internazionale, come appare il nostro sistema fiscale se lo confrontiamo con quello degli altri Paesi OCSE? Sbilanciato nel colpire i redditi rispetto ai consumi. Con aliquote elevate nella tassazione dei redditi e nei contributi sociali sul lavoro dipendente. Con un ammontare elevatissimo di spesa fiscale (cioè gettito perso in regimi fiscali di favore), pari a circa il 3,5% del PIL nel 2019 secondo la Commissione per le spese fiscali.

Una revisione del fisco che scarichi la pressione sui redditi da lavoro, in particolare sugli scaglioni intermedi, è auspicata anche da un documento licenziato a fine giugno 2021 (link sotto) dalle commissioni finanze del Parlamento italiano, che auspica che la riforma sia anche funzionale alla “transizione ecologica”.

Curiosamente, invece, nel PNRR la riforma del fisco a cui il Governo verrà delegato entro luglio 2021 dal Parlamento con una legge-delega (predisposta dallo stesso Governo) non è connotata rispetto alla finalità ecologica.

Ma è difficile immaginare che senza recuperare il gettito dei sussidi censiti dal Catalogo già citato (qui e in tante altre puntate precedenti di Derrick) un Paese con un rapporto debito PIL al 160% possa abbassare l’imposta sui redditi. Sussidi dannosi che ammontavano nel 2018 a circa 19 miliardi secondo lo stesso Governo, e la cui quasi totalità è relativa a spesa fiscale: sconti o regimi di favore che incentivano attività dannose all’ambiente.


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domenica 4 luglio 2021

Truffatori con tesserino Acea (Puntata 490 in onda il 6/7/21)

Senso unico alternato pedonale
a Praga (copyright Derrick)
Oggi riprendiamo un tema già trattato molte volte qui a Derrick ma che purtroppo continua a essere di
attualità, almeno a Roma dove chi scrive vive.

Si tratta di venditori invariabilmente maschi, giovani e in coppia che lavorano per agenzie mandatarie di società di vendita dell’energia e usano tecniche di vendita sempre – nella mia esperienza – truffaldine.
A Roma da mesi è in corso un’emergenza Acea: senti tutti i citofoni del palazzo suonare insieme, poi campanelli dei portoni uno dopo l’altro e poi una domanda aggressiva tipo: ”Lei lo sa che deve aggiornare il contatore per non pagare di più?” di solito qualificandosi come dipendenti Acea (il che è falso, mentre non è di norma falso – salvo evidenza contraria che non ho - che siano agenti per Acea).

Come al solito la truffa si basa anche sulla confusione tra la società di vendita (in questo caso Acea Energia) e quella di gestione di rete e contatore (in questo caso Areti). Il che rende l’inganno facile da riconoscere: se qualcuno che non abbia un tesserino Areti e non abbia avvisato in anticipo della visita vi parla di contatore è quasi certo che sia un truffatore e fate bene a chiudergli la porta in faccia. Allo stesso modo non vanno mai mostrate bollette né forniti i dati della propria utenza, perché questo facilita eventuali attivazioni di forniture non desiderate.

Ho proposto all’ufficio stampa di Acea di intervistare qui a Derrick l’amministratore delegato, ma l’azienda ha preferito mandarmi un comunicato stampa, pubblicato integralmente qui sotto, che riferisce dei tentativi di controllare la qualità di queste agenzie, di come talvolta si tratti di semplici millantatori che usano il tesserino in modo fraudolento e di come in caso di nuovi contratti l’azienda verifichi che non siano involontari, cosa quest’ultima ottima.

Ma mi chiedo se al marketing di Acea tengano anche in conto il danno rispetto a tutti i potenziali clienti che non cadono nel tranello e semplicemente osservano truffatori con il tesserino aziendale in azione mentre cercano di confondere soprattutto gli anziani e le persone più in difficoltà.

Se io fossi Acea, e fossi intenzionato a mantenere una reputazione commerciale decente, farei l’impossibile per non confondermi con queste pratiche. Per esempio chiudendo il canale door to door, se non su appuntamento e con personale verificabile dal cliente. Cosa impedisce di imporre modus operandi corretti e di mandare propri ispettori? E se l’azienda non ci riesce, cosa aspetta a comunicare pubblicamente a clienti e potenziali clienti come riconoscere i truffatori? (Ripeto: nel mio caso tutte le persone con tesserino Acea che mi hanno suonato nell’ultimo anno usavano metodi truffaldini, e verosimilmente non tutti millantavano il mandato. Per cui, se le agenzie serie esistono, qualcuno deve aver raccomandato loro tassativamente di non suonare mai alla mia porta).

Acea Energia è parte del gruppo energetico del comune di Roma. I sostenitori delle partecipazioni pubbliche ritengono che un servizio essenziale debba essere operato da aziende controllate dal pubblico per garantirne qualità ed equità, e questa è tipicamente la ragione politica per giustificare che con la mia IMU o la mia addizionale comunale il Comune partecipi in un’azienda. Il che fa di me, indirettamente, un’azionista. In questa veste mi arrogo la responsabilità di affermare che il management di Acea e il Comune di Roma hanno una grave responsabilità per non aver ancora stroncato questa vergogna delle truffe porta a porta.

Ma anche gli azionisti privati dovrebbero preoccuparsi di una dissipazione di credibilità di questo tipo.

I microfoni di Derrick restano aperti.


Link e allegato


Allegato: Nota di Acea Energia
(ricevuta da Derrick il 25/6/21 e qui riprodotta integralmente)

Acea Energia gestisce il suo rapporto con i clienti attraverso un servizio di 
assistenza e una rete commerciale che utilizzano differenti canali di 
comunicazione. Tra questi c’è il canale door to door che, secondo i termini di 
uno specifico mandato, regolamentato dal Codice di Condotta Commerciale (di 
cui alla Delibera n. 104/2010 dell’ARERA e successive modifiche, qualora 
applicabili, al Decreto legislativo n. 206 del 6 settembre 2005, anche detto 
“Codice del Consumo”), nonché dal Regolamento UE 2016/679 (“GDPR”) a 
garanzia del rispetto della privacy dei clienti, viene affidato ai suoi Business 
Partner (agenzie) per svolgere l’attività di promozione e commercializzazione di 
prodotti e servizi offerti dall’azienda. 

 Gli agenti incaricati di questo compito sono muniti di un tesserino 
identificativo autorizzato da Acea Energia e la società ha responsabilità 
di controllare che la loro condotta sia perfettamente idonea e adeguata 
al corretto adempimento del loro mandato. È evidente, però, che tale 
responsabilità e tale attività di controllo possono essere applicate solo agli 
agenti effettivamente incaricati dai suoi Business Partner e che l’azienda non 
ha alcun collegamento con le attività svolte in maniera illegittima da persone 
che si qualificano come agenti commerciali dell’azienda senza averne alcun 
titolarità.  

La società ha predisposto una sequenza di azioni per mitigare il rischio di 
potenziali malpratiche: esegue, per esempio, controlli qualità ex-post 
nell’ambito della gestione di eventuali reclami avanzati dai clienti; nelle 
attivazioni contestate, laddove venga accertata una violazione commessa dagli 
agenti incaricati, trovano applicazione meccanismi di ripristino con i precedenti 
fornitori e l’applicazione di tariffe a sconto rispetto a quelle di riferimento nel 
mercato di maggior tutela; nei casi più gravi, viene applicato il c.d. 
art.66 quinquies del Codice del Consumo che dispensa il cliente dal pagamento 
della tariffa nel periodo in cui è stato fornito contro la sua volontà.  Infine, i 
contratti acquisiti dal canale door to door, vengono verificati con una 
“instant call” in cui il cliente, dopo la sottoscrizione della fornitura, viene 
intervistato telefonicamente per accertare l’effettiva volontà di sottoscrizione 
del contratto nonché l’effettiva comprensione ed accettazione delle condizioni 
tecnico-economiche. 

Acea Energia, inoltre, sta implementando un processo di digitalizzazione dei 
servizi per incrementare ulteriormente la qualità dell’assistenza offerta al 
cliente e continuerà a porre in essere tutte le possibili azioni di miglioramento 
delle proprie reti commerciali. 

domenica 20 giugno 2021

Blackout e investimenti (Puntata 489 in onda il 22/6/21)

Pali della luce a Nara
(copyright Derrick)
Recentemente a Milano, con i primi caldi estivi di fine primavera, si è verificata una serie di blackout anche piuttosto lunghi, probabilmente dovuti alla minore efficienza dei consumi per raffrescamento in un contesto in cui molte persone lavorano da casa anziché in uffici con impianti centralizzati.

Questo si verifica all’alba di una lunga stagione in cui per raggiungere gli obiettivi di transizione ecologica i consumi di energia dovranno necessariamente avvenire sempre più in forma di elettricità, con il vantaggio da un lato di non produrre emissioni dannose nel luogo di consumo (e per quote sempre maggiori nemmeno in quello di produzione), dall’altro di facilitare l’uso di fonti rinnovabili. All’alba, in altri termini, di un’era in cui le reti elettriche saranno stressate ben più di quanto possa fare oggi il caldo di una normale giornata pre-estiva.

Il sindaco Sala, in relazione ai blackout, ha dichiarato la necessità di investimenti da parte del gruppo A2A, la ex municipalizzata dell’energia tutt’ora controllata dalle amministrazioni locali di Milano e Brescia, la quale possiede interamente Unareti, il gestore delle reti elettriche locali.

Quasi inevitabilmente le affermazioni di Sala stimolano una domanda: cos’ha impedito fino a oggi a Unareti di fare tutti gli investimenti necessari perché accendere i condizionatori non metta fuori uso più volte la città? Mancanza di fondi proprio no, visto che l’azienda, che svolge in regime di monopolio regolato la gestione della rete, riceve in tariffa quanto basta secondo l’Autorità per l’energia per mantenere e sviluppare la rete stessa, tanto che l’ultimo conto economico della stessa Unareti presenta un risultato netto di 100 milioni, poco meno del 5% dell’intero capitale investito, una remunerazione ottima per un’azienda che in quanto monopolista regolato non corre rischi di mercato.

A Sala andrebbe forse anche chiesto se non sia avvenuto e stia avvenendo che l’azienda energetica di Milano, così come altre ex municipalizzate in giro per l’Italia, sia in effetti usata dall’amministrazione come fonte di cassa più che come veicolo di potenziamento dell’infrastruttura che presidia, mostrando, se così fosse, quanto è incongrua l’affermazione (che pure è evergreen) secondo cui se un servizio è di particolare interesse pubblico allora sia meglio un operatore di proprietà pubblica per garantirne una disponibilità soddisfacente.

A Derrick già abbiamo notato come, basandosi sui dati dell’Autorità di settore, la tendenza di miglioramento dell’affidabilità delle reti locali dell’elettricità, che è stata uno dei successi innegabili della liberalizzazione, si sia da qualche tempo invertita. Tornare a un percorso di miglioramento è fondamentale, visti i cambiamenti che ci aspettano e che accennavamo all’inizio. Le tariffe pagate in bolletta dovrebbero già oggi bastare a tutti gli investimenti nelle reti, che in più potranno contare su oltre 4 miliardi dal PNRR. Che altro serve?


Link:

  

domenica 30 maggio 2021

Chiacchiere sul capitalismo (Puntate 486-7 in onda il 25/5 e 1/6/21 e in replica il 27/7/21 e 3/8/21)

Sentiero nel Glenlivet (Copyright Derrick)
In questo miniciclo appaiono due puntate consecutive di Derrick sul capitalismo.
La prima sulla figura di Elon Musk e dei suoi progetti a dir poco ambiziosi, la seconda (più sotto) sul legame tra capitalismo e libertà d'espressione.

Tutte le puntate di Derrick che toccano direttamente il capitalismo sono raggruppate qui.

Puntata 486

Questa è Derrick e questo è il 200esimo giorno dal decreto del 6/11/2020 che ha chiuso le scuole per la seconda volta senza che quelle superiori, anche nelle regioni più fortunate d’Italia, abbiano da allora mai più riaperto a pieno regime.

Alcuni critici del capitalismo avevano e forse hanno ancora l’abitudine di parlare di schiavitù dei consumi, di legge del profitto antitetica addirittura alla libertà, cose del genere.

Una linea critica forse un po’ più analitica consiste nel mettere in evidenza come questa (tra virgolette) logica del profitto tenda a essere poco lungimirante e incapace di mirare a vantaggi che siano abbastanza diffusi e tengano in conto varie forme di sostenibilità.

Un imprenditore che mette un po’ in crisi questi luoghi comuni, giusti o sbagliati che siano, e che forse proprio per questo è spesso particolarmente detestato dagli anticapitalisti è Elon Musk, il miliardario americano (ma sudafricano di nascita) nemmeno cinquantenne che con i soldi fatti anni fa con PayPal e altre aziende ne ha create varie altre nei settori più disparati e apparentemente con una caratteristica comune: concentrarsi su sfide a lungo termine, proprio del tipo che un capitalista dallo sguardo corto, interessato a profitti probabili e vicini, non dovrebbe prendere in considerazione.

Con SpaceX Musk, che ha lauree in economia e fisica, ha l’obiettivo di introdurre razzi e navette riutilizzabili per ridurre il costo dei viaggi spaziali e permettere così di realizzare l’obiettivo finale: rendere l’uomo una specie multiplanetaria colonizzando Marte, ma anche posizionare e gestire batterie di satelliti per le comunicazioni internet. Un’infrastruttura quest’ultima che ha visto diversi fallimenti dai tempi della rete di telefoni satellitari Iridium. Starlink, così si chiama una delle varie altre aziende fondate da Musk, dovrebbe appunto occuparsi di questi satelliti, in grado per esempio di connettere luoghi remotissimi o che comunque non abbiano una rete preesistente, qualcosa di simile a quello che nell’energia è la prospettiva di elettrificazione lontano dalle grandi reti, sfruttando le nuove tecnologie di generazione e stoccaggio diffusi. Con Starlink, però, la connessione verrebbe dal cielo.

Con la celebre Tesla, Musk non solo ha in qualche modo indotto l’inizio degli investimenti globali sull’auto elettrica, ma lo ha fatto con una strategia a dir poco radicale e apparentemente velleitaria: sviluppare dal nulla un’azienda molto integrata, che fa dalle batterie – anche di dimensioni industriali e utili alle reti elettriche per immagazzinare grandi quantità di elettricità rinnovabile - alle auto vere e proprie fino alla loro rete di ricarica. Il tutto senza che inizialmente nessuno di questi segmenti fosse in grado di fornire margini operativi, cioè di almeno iniziare a ripagare i costi fissi. Per Musk, se un pezzo di filiera che serve a un suo progetto non è maturo, la risposta naturale sembra essere di realizzarlo lui stesso. E attenzione: non può definirsi megalomane chi è capace di trovare le risorse finanziarie per i suoi progetti.

Ora gli utili per Tesla stanno arrivando, quasi vent’anni dopo la fondazione. Nel frattempo sono confluiti fiumi di denaro dagli investitori, rendendola un’azienda con capitalizzazione di varie volte superiore a qualunque altra casa automobilistica.

Non sappiamo ancora se l’investimento nelle aziende di Musk pagherà alla fine per chi ci lascerà i soldi a tempo indeterminato (per ora ha pagato eccome). Ma di certo si può dire che a questo capitalismo, fatto di imprenditori coraggiosi e visionari e di investitori pronti a fidarsi, non manca la capacità di immaginare mondi meravigliosi desiderabili da tanti e di provare a realizzarli.

Puntata 487

Questa è Derrick e questo è il 207esimo giorno dal decreto del 6/11/2020 che ha chiuso le scuole per la seconda volta senza che quelle superiori, anche nelle regioni più fortunate d’Italia, abbiano da allora mai più riaperto a pieno regime. L’anno scolastico è quasi finito e non mi pare di aver nemmeno sentito l’assicurazione che ci sarà una riapertura completa a settembre.

La scorsa settimana (qui sopra per chi legge il blog) abbiamo parlato del capitalismo sognante di Elon Musk, una puntata su cui temevo critiche magari il velleitarismo e inevitabile superficialità del parlare di capitalismo in pochi minuti, invece ho ricevuto diversi incoraggiamenti. Allora riprendiamo il discorso: nel suo “Capitalismo e libertà” Milton Friedman forniva argomenti sull’indissolubilità tra l’uno e l’altra. Lo faceva osservando il mondo degli anni ’60 e la dicotomia tra economie socialiste e capitaliste, e mostrava come l’assenza di libertà economiche comprometta la libertà individuale tout court, visto che tanta dell’autodeterminazione passa da azioni economiche: di investimento, imprenditoriali, di consumo.

Oggi il libro di Friedman sarebbe forse ancora più utile perché l’incompatibilità è meno ovvia, mi pare, rispetto alle economie capitalistiche in regimi autoritari (Friedman cita sì le esperienze fascista, nazista e franchista ma da un lato lo fa solo en passant, dall’altro vorrei augurarmi che quegli esempi si applichino poco al futuro). Un quesito riformulato dunque potrebbe essere: è sostenibile il capitalismo dove i regimi non difendono, bensì reprimono, la libertà di pensiero e di espressione, pur incoraggiando quella imprenditoriale?

La repressione della libertà di espressione nella superpotenza asiatica dei giorni nostri ha recentemente portato all’espulsione di giornalisti, ritorsioni commerciali, messa all’indice improvvisa di imprenditori con crollo del valore di mercato delle loro aziende. Non credo che nel breve periodo sia immaginabile che nemmeno i capitali stranieri se ne ritirino, vista la vastità di quel mercato, anzi aziende multinazionali hanno mostrato in vari episodi la disponibilità a imbavagliarsi pur di operare presso il Dragone (per esempio a Hong Kong). Eppure sarei molto cauto, per almeno un paio di ragioni, a ritenere che il capitalismo possa a lungo funzionare senza la libertà anche solo di espressione.

La prima ragione: in generale gl'investitori preferiscono fare previsioni di un flusso di profitti basati sul potenziale di un’azienda e analisi di mercato, o semmai segnali politici di lungo periodo, che dipendere dalle ritorsioni improvvise di un regime in grado di influenzare le transazioni economiche, soprattutto se in ansia da mantenimento del potere. Si veda, per esempio, l’effetto dell’erratica politica monetaria determinata dal governo turco in barba all’autonomia della banca centrale.

La seconda è in continuità con la scorsa puntata: le avventure imprenditoriali più creative, innovative, dirompenti sono forse scindibili dal desiderio – magari velleitario quanto volete - di cambiare il mondo? Di trovare nuove strade alle nostre aspirazioni? Non credo. E se è così, nessun regime autoritario, obbligato a preservare se stesso e quindi per forza conservatore e repressivo rispetto alle nuove idee dirompenti, può permettersi nel lungo periodo un’economia capitalistica abbastanza libera da alimentare sostenibilmente il proprio successo.


martedì 18 maggio 2021

La bussola dell'inquinamento cittadino (Puntata 485 in onda il 18/5/21)

Da "The Economist", 8/5/2021

Questa è Derrick e questo è il 193esimo giorno dal decreto del 6/11/2020 che chiuse le scuole per la seconda volta senza che quelle superiori, anche nelle regioni più fortunate d’Italia, abbiano da allora mai più riaperto a pieno regime.

Torniamo a parlare a Derrick di qualità dell’aria nelle città, ma lo facciamo prendendola stavolta da lontano. Un articolo dell’Economist della seconda settimana di maggio 2021 mi ha molto colpito, tanto che per un po’ sono rimasto lì a guardarne i grafici esplicativi senza capire dove volessero arrivare.

Questi grafici, che riporto sul blog Derrickenergia.it insieme al link all’articolo (a pagamento e non sono autorizzato ovviamente a riprodurlo), sono a forma di cerchio il cui centro rappresenta il centro di una città. Quale città? Tutte le principali città della Gran Bretagna che sono state analizzate in questo studio recentemente pubblicato nel journal della University of Chicago a firma di tre accademici: Heblich, Trew e Zylberberg.

I tre studiosi hanno confrontato la localizzazione della popolazione residente a più basso reddito delle città considerate con la qualità dell’aria nei singoli quartieri. Per i periodi antecedenti alla disponibilità di rilevazioni, gli studiosi hanno usato modelli di dispersione degli inquinanti a partire dagli opifici con emissioni dannosi registrati nella documentazione disponibile. Lo studio ha coperto un periodo che inizia alla fine del XVIII secolo, cioè con la prima rivoluzione industriale, quando la Gran Bretagna, si può forse dire, ha inventato lo smog.

Ebbene, cosa emerge dallo studio? Che i poveri abitavano e abitano tutt’ora nelle zone più inquinate della città, che sono anche quelle con i prezzi delle case sensibilmente inferiori. Questo in parte si spiega con la prossimità agli opifici ma, secondo gli autori, significativamente di più con quella che potremmo chiamare gentrificazione della salubrità: le zone più inquinate esprimono proprio per questo prezzi delle case più bassi e sono alla portata dei redditi inferiori.

C’è una costante, a prima vista curiosa, che gli autori notano e che avvalora le loro conclusioni: nelle città dell’isola le zone inquinate sono perlopiù a Est e Nordest dei centri urbani (mentre gli opifici sono o erano distribuiti in modo omogeneo nella cintura cittadina). Perché? A causa dei venti prevalenti nella regione considerata (e non, per esempio, delle esalazioni dei fiumi, perché non sempre come avviene a Londra il fiume cittadino fluisce verso Est).

E guarda caso statisticamente più spesso a Est e Nordest sono i quartieri più poveri. E c’è di più: questo trend non si è affatto invertito, almeno non ancora, con la deindustrializzazione almeno parziale.

Si direbbe una conferma (e non ce ne sarebbe bisogno) dell’efficacia dei cosiddetti “prezzi edonici”, una tecnica con cui gli economisti ambientali misurano la disponibilità a pagare un bene ambientale (in questo caso l’aria più pulita) con i prezzi di altri beni che permettono di fruirne (in questo caso le case in determinati quartieri).

Continueremo il tema, ma spostandoci in Italia, nella prossima puntata.


Link:

domenica 9 maggio 2021

Il ritardo dell'intelligenza artificiale (Puntata 484 in onda l'11/5/21)

Finestra a Regensburg
(Copyright Derrick)

Questa è Derrick e questo è il 186esimo giorno dal decreto del 6/11/2020 che chiuse le scuole per la seconda volta senza che le superiori, anche nelle regioni più fortunate d’Italia, abbiano da allora mai più riaperto a pieno regime. Il Governo tre settimane fa ha annunciato la riapertura, ha fatto un decreto in cui invece lascia la decisione alle Regioni che in qualche caso (per esempio in Lombardia) hanno sensibilmente aumentato i giorni in presenza, in altri come nel Lazio no. In generale, la riapertura completa sembra essere l’ultima delle aspirazioni di governo centrale (annunci a parte), regioni, e maggioranza dell’opinione pubblica. Lo stesso Enrico Letta in un tweet del 5 maggio 2021 si preoccupa delle aperture turistiche estive senza menzionare le scuole superiori part time.

Oggi parliamo non per la prima volta qui della cosiddetta intelligenza artificiale. Dopo 484 puntate, sarà pur capitato qualche volta a Derrick di imbroccare una previsione? Una di queste forse è proprio lo scetticismo sull’imminenza dell’arrivo dell’intelligenza artificiale.

Di questi giorni è la notizia che anche Uber ha gettato la spugna sullo sviluppo della sua piattaforma di guida autonoma e venduto il relativo ramo d’azienda. E in generale nelle auto anche più moderne non si sta assistendo all’introduzione della guida autonoma completa che invece molti avevano previsto già per lo scorso decennio. Ciò che si trova nelle auto anche di fascia media è quanto è disponibile già da diversi anni su quelle più costose: sistemi di assistenza alla guida in grado di compiere solo specifiche funzioni come tenere la corsia e la distanza anche in modo attivo (cioè sterzando e frenando opportunamente) o parcheggiare una volta che l’auto sia in prossimità di uno spazio adatto.

Mi pare del resto che anche i più ottimisti sull’intelligenza artificiale ultimamente ammettano che l’automazione per ora può sostituire l’uomo in attività estremamente circoscritte e specializzate, ma non dove è necessario usare la capacità umana di vedere analogie tra ambiti diversi. Tant’è che l’insistenza con l’antropomorfismo dei robot comincia a dare un po' l'idea di fantascienza di modernariato (ma ricorderete che fino a pochi anni fa l’Istituto Italiano di Tecnologia aveva come prototipo di punta un robottino bianco antropomorfo).

Il famoso test di Turing, detto in modo molto semplificato, definisce intelligenza artificiale quella che sia indistinguibile rispetto a quella umana da un umano. Ecco: il fatto che comunemente nell’accesso a siti web ci venga richiesto di riconoscere banali immagini per dimostrare di non essere robot è appunto un test di Turing inverso detto test CAPTCHA.

­Cosa ci indica la diffusione di questo test? Che l’intelligenza artificiale comunemente disponibile non sa riconoscere un semaforo, una casa o altre immagini estremamente banali quando sono confuse con altre e non invece isolate e stilizzate. Che è anche il motivo per cui la guida autonoma di veicoli funziona bene solo in contesti molto infrastrutturati in termini di mappatura dell’area e di connettività, e riesce a fare alcune cose ma non tutte.

Ringrazio per questa puntata Antonio Sileo direttore dell'Osservatorio sull'innovazione energetica I-Com il cui rapporto 2020 si è anche occupato di monitoraggio dello sviluppo di tecnologie di guida autonoma: https://www.i-com.it/wp-content/uploads/2020/07/la-ripresa-sostenibile-l-innovazione-energetica-chiave-dello-sviluppo-report-i-com.pdf 

Un'altra recente puntata di Derrick sulla guida autonoma è qui: http://derrickenergia.blogspot.com/2021/02/i-trasporti-locali-del-futuro-puntata.html

lunedì 3 maggio 2021

PNRR e trasporti (Puntata 483 in onda il 4/5/21)

Il ponte pedonale più lungo del mondo
vicino ad Arouca (Portogallo)
Questa è Derrick e questo è il 179esimo giorno dal decreto del 6/11/2020 che chiuse le scuole per la
seconda volta senza che le superiori, anche nelle regioni più fortunate d’Italia, abbiano da allora mai più riaperto a pieno regime.

Parliamo anche noi di PNRR, in particolare di trasporti. Nel documento sono previsti circa 28 miliardi tra fondi UE e fondo complementare per ferrovie e strade, in buona parte dedicati alle ferrovie ad alta velocità. Come ha scritto Marco Ponti sul Domani il 27 aprile 2021 (link sotto), i progetti del Governo riguardo all’alta velocità ferroviaria richiederanno tra i 22 e i 28 miliardi, solo in parte coperti dai fondi UE, e sono stati deliberati senza alcuna analisi costi-benefici, in particolare senza un’analisi della domanda attesa per questo servizio.

Ecco alcune affermazioni sintetiche sull'alta velocità ferroviaria (alcune sono approfondite in altre puntate - link sotto)

  • L’alta velocità al Sud è una bella metafora, suggerisce integrazione e sviluppo
  • Le linee ferroviarie ad alta velocità costano enormemente di più di quelle normali in termini di denaro e uso di territorio. Costa anche molto di più muoverci sopra i treni (l’attrito dell’aria aumenta con il quadrato della velocità, andare molto forte ha costi enormi, da cui anche il mancato decollo della levitazione magnetica)
  • Non si possono interconnettere quasi per nulla (nemmeno nell’uso delle stazioni già esistenti lungo il tragitto) alle linee normali
  • Perfino nelle aree ad alto traffico riducono l’offerta intercity tra centri non serviti dall’alta velocità e anche per questo riducono la connessione di chi non è vicino a una grande città servita
  • Sono utili a chi è disposto a spendere molto per risparmiare poco tempo, cioè tipicamente a manager con impegni serrati che si alternano in diverse città. Un modo di lavorare che sta semplicemente scomparendo e riducendo la domanda di trasporti veloci perfino nelle aree in cui questo modello era più diffuso (per esempio tra Roma e Milano). Un’idea non moderna quindi, ma di modernariato
  • Pagarle con soldi pubblici significa drenare risorse verso i pochi interessati disposti a spendere per questo tipo di servizio
  • Oltre al primo vantaggio menzionato (la suggestione positiva - ma fallace - dell’integrazione del Sud), l’alta velocità è un metodo relativamente semplice per spendere tantissimi soldi in un solo macroprogetto
Poi, finiti i cantieri, resta un’infrastruttura molto invasiva e utile a pochi. La provincia, i borghi, la bellezza e il potenziale economico diffuso del nostro Paese restano disconnessi e pagano, solo per citarne una, la mancata manutenzione delle strade provinciali o mancati progetti di trasporto pubblico leggero extraurbano.

Se guardiamo al turismo: come si può affermare che serva un treno veloce per Reggio Calabria – che potrebbe fermare nel tragitto da Salerno solo in un paio di stazioni dedicate - più che uno affidabile, frequente e confortevole con soste nei principali centri della costa?

Una via francigena ciclabile avrebbe forse impatti più favorevoli in termini di rapporto costi-benefici, connessione territoriale e sociale, sviluppo, attrattività internazionale del Paese?
Io credo di sì, ma non lo sapremo mai, perché l’analisi non c’è. Ci sono solo 600 milioni in tutto sulla viabilità ciclabile nel PNRR.

Del resto da noi fino a ora le poche vie ciclopedonali extraurbane si sono fatte solo dove qualche amministratore illuminato ha avuto l’idea di sfruttare vecchi tracciati ferroviari o argini percorribili. Perché non pensare oggi a infrastrutture ciclopedonali progettate ex novo, anche con opere civili, nei luoghi dove potrebbero avere il maggior potenziale?


Link

domenica 25 aprile 2021

Riapre quasi tutto, le scuole superiori restano part-time (Puntata 482 in onda il 27/4/21)

Chiesa sommersa nel lago di Mavrovo
(Copyright Derrick)
Questa è Derrick e questo è il 172esimo giorno dal decreto del 6/11/2020 che chiuse le scuole per la seconda volta senza che le superiori, anche nelle regioni più fortunate d’Italia, abbiano da allora mai più riaperto a pieno regime.

In almeno due passaggi la bozza di PNRR scrive che la pandemia ha danneggiato soprattutto i giovani, ma forse andrebbe corretta in: le politiche di risposta alla pandemia hanno danneggiato soprattutto i giovani che invece erano stati meno colpiti dalla virulenza della malattia. Politiche che non hanno mai considerato l’andare a scuola, in particolare per un teenager che tanto anche se sta a casa non impedisce ai suoi genitori di lavorare, come un’esigenza “comprovata” di spostamento.

L’ultimo decreto-legge in materia del Governo (n.52/2021), che ha riaperto quasi tutte le attività pur mantenendo il coprifuoco, è arrivato dopo dichiarazioni di Draghi sulla priorità della scuola nelle riaperture, ma ha lasciato le cose sostanzialmente invariate, reiterando la formula del limite minimo di apertura (leggermente incrementato al 70%).

Dovrebbero essere quindi i singoli dirigenti scolastici a prendersi la responsabilità di aprire di più, esponendosi a rischi legali e impopolarità, se non ritorsioni, rispetto a personale e sindacati massicciamente schierati perché in classe si stia il meno possibile.

Ma non basta, le Regioni stanno eludendo la pur timidissima norma del Governo. Per esempio l’ufficio scolastico regionale del Lazio (link sotto) dispone quanto segue, dopo aver sentito “sua eccellenza il prefetto”, il Comune e l’azienda trasporti: il 70% di scuola in presenza alle superiori può essere ignorato se le condizioni lo richiedono, e invece le scuole che vogliano aprire di più devono chiedere l’autorizzazione.

Un’impostazione intimidatoria: i dirigenti che non ritengono di poter aprire il minimo richiesto devono “comunicarlo”, quelli che invece vorrebbero fare meglio devono essere prima “autorizzati”.

Difficile non essere d’accordo con il comunicato del 22 aprile [2021] del coordinamento dei presidenti dei Consigli di Istituto di Roma e Lazio (link sotto), che inizia dicendo: “restiamo alla scuola degli slogan”. Direi anche che, se quasi tutto apre e la scuola resta sacrificata, si può dedurre che siamo di fronte a un ridimensionamento di lungo periodo dell’istruzione superiore in Italia.

Così han deciso le burocrazie locali, sentita sua eccellenza il prefetto.

Ringrazio per le fonti di questa puntata Daniela Buongiorno.


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martedì 13 aprile 2021

La dieta sostenibile (Puntate 480-1 in onda il 13-20/4/21)

La dieta ideale secondo lo studio Lancet
Puntata 480

Abbiamo già parlato qui della tendenza, a mio avviso insana, di vedere l’attitudine rispetto
all’ecosistema in modo manicheo, gli ambientalisti da una parte, e quelli che invece si sentono mondo produttivo e ritengono l’ambientalismo una cosa da comunisti o fricchettoni.

Un tema in cui questa divisione un po’ a tifo si riproduce è il vegetarianismo, ammesso che si dica così.

In questi giorni, lavorando a un articolo che sto scrivendo, pensavo che se riguardo al settore propriamente energetico ci preoccupiamo di quale sia il mix di fonti d’energia più adatto alla sostenibilità nelle sue varie forme, è utile farlo anche riguardo all’approvvigionamento dell’energia chimica che fa funzionare il nostro corpo. Non c’è dubbio che il cibo sia anche molto altro, ma nella catena energetica e della sostenibilità la filiera del cibo è un elemento-chiave anche rispetto al raggiungimento degli obiettivi climatici di Parigi.

La rivista scientifica del campo medico Lancet sulla base di una serie di studi di terze parti ha redatto nel 2019 un rapporto per indagare se e come un cambio di dieta media mondiale sia utile o addirittura necessario anche in termini di sostenibilità ecologica (e non solo per la salute). Lo studio identifica prima una dieta-obiettivo in termini di benessere e salute umana e poi la confronta con la dieta attuale media e compie un’analisi comparata in termini ecologici proiettata al futuro, considerando non solo le emissioni dannose per il clima e quindi la coerenza con gli obiettivi dell’accordo di Parigi, ma anche gli effetti in termini di fabbisogno di territorio dedicato, uso dell’acqua e di fertilizzanti a base di azoto e fosforo, biodiversità.

Il rapporto arriva a una conclusione? Sì. Lancet argomenta che la dieta ritenuta più salubre dagli scienziati (una più vegetariana, con più proteine vegetali, moltissima frutta secca e molta meno carne rossa) è anche notevolmente vantaggiosa per le emissioni dannose al clima, debolmente vantaggiosa in termini di uso di fertilizzanti dannosi, ma svantaggiosa in termini di biodiversità (non chiedetemi il perché di quest’ultimo punto un po’ anti intuitivo perché non ho letto gli studi-fonte).

Un aspetto ulteriormente interessante è che l’effetto del cambio di dieta sarebbe sostanzialmente neutrale in termini di dimensione di aree coltivate, questo a mostrare come il settore allevamento non sia certo un’alternativa efficiente in termini di uso del territorio (perché i mangimi degli animali allevati derivano in parte rilevante dal regno vegetale, se ho capito bene).

Quindi, tornando alle fazioni: in termini di emissioni-serra sì: i vegetariani possono citare Lancet e dirsi più sostenibili secondo quasi tutti i parametri e in primis in termini climatici. Poi ci sono quelli come me, nella terra di nessuno di chi non mangia la bistecca o gli hamburger ma non disdegna le norcinerie e non può aspirare ad alcuna appartenenza.


Puntata 481

L’avevo detto che la dialettica tra vegetariani e carnivori rasenta il tifo. Infatti ho ricevuto più commenti del solito dopo la puntata qui sopra in cui ho citato uno studio di The Lancet che identifica una dieta sana con poca carne e poi argomenta che essa andrebbe anche a vantaggio del clima e di altri, anche se non tutti, indicatori di sostenibilità ecologica.

Ringrazio in particolare Diego Galli che mi ha mandato articoli in materia, compreso uno molto critico dell’approccio di The Lancet riguardo alla dieta ideale, di Georgia Ede, uscito su Psychology Today (link sotto).

Ede in un modo molto tranchant scrive che in generale le indagini epidemiologiche e non cliniche non sono affidabili e che quindi nemmeno le prescrizioni dietologiche di Lancet, ottenute in seguito a questo tipo di indagini, lo sono.

In realtà la statistica, che nelle indagini epidemiologiche cerca correlazioni tra patologie e esposizione a vari fattori ambientali o di comportamento, viene usata in modo simile anche in altri campi di ricerca e non vedo perché dovrebbe essere esclusa.

Molto più consistente invece mi sembra Ede quando nota che sulla base degli stessi presupposti usati da The Lancet è improbabile che si possa arrivare a una dieta così precisamente definita come fa la rivista, un vero e proprio menù tra classi di cibi. Sarebbe più verosimile, aggiungo io, immaginare panieri (cioè varie opzioni) di diete vantaggiose, per esempio sulla base della disponibilità locale dei vari cibi.

Anche sui danni della pastorizia ci sono naturalmente voci discordanti. Due affermazioni che mi sembrano però incontrovertibili sono che i pascoli sono meno dannosi se il loro sfruttamento viene controllato (questo è un classico esempio usato dagli economisti per illustrare la famosa tragedy of commons), e che gli allevamenti emettono enormi quantità di metano, un gas meno persistente in atmosfera rispetto alla CO2 ma molto più dannoso in termini di effetto-serra fino a che vi permane.

Secondo il Global Methane Budget, un report periodico realizzato in collaborazione da un centinaio di atenei sparsi per il mondo, la pastorizia è responsabile di quasi l’80% delle emissioni di metano dell’intero settore agricolo e quasi un terzo di tutte le emissioni antropogeniche di metano. Gli allevamenti, soprattutto di bovini, non fanno bene al clima insomma. Anche alcune coltivazioni, come il riso, emettono metano, ma se i numeri sono quelli citati poco fa non c’è modo di considerare la bistecca amica del clima.

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martedì 6 aprile 2021

Covid e varianti: si deve tornare a scuola (Puntata 479 in onda il 6/4/21)

Lo scorso 1 aprile si è svolto il seminario “Covid e varianti: si può tornare a scuola?” organizzato da EuResist Network e McCan Health.

Antonella D’Arminio Monforte, ordinario di Malattie Infettive all’Università degli Studi di Milano ha riferito come da numerosi studi scientifici (es. dati OMS fino al 22 marzo) emerga che anche con le nuove varianti il virus resta meno frequente nei bambini e ragazzi sotto i 20 anni che negli adulti e soprattutto che la mortalità è bassissima in questa fascia d’età. Studi inglesi mostrano che la variante inglese non ha portato malattia più severa nei bambini e ragazzi.

E per quanto riguarda la contagiosità?

L’epidemiologa/biostatistica Sara Gandini ha illustrato un suo studio con altri 4 colleghi su dati italiani di 7 milioni di studenti e 700.000 insegnanti dal 14 settembre al 7 dicembre 2020 pubblicato su the Lancet che mostra come l’incidenza di casi nelle scuole sia minore tra gli studenti che tra gli insegnanti, con maggiore probabilità che l’infezione passi da insegnante a studente che viceversa. Lo studio usando analisi comparate tra regioni con diversi calendari di apertura mostra anche che l’andamento dell’indice Rt locale (e altri indicatori) non dipende dall’apertura delle scuole: per esempio Roma ha aperto prima di Napoli ma la curva è salita prima a Napoli che a Roma.

Riguardo alle varianti, ha aggiunto che un rapporto di gennaio della Public Health England ha mostrato che la variante inglese si trasmette in modo simile in tutte le fasce d'età, e che i bambini, specialmente quelli di età inferiore ai dieci anni, hanno circa la metà delle probabilità degli adulti di trasmettere la variante ad altri. I dati dell’Istituto Superiore della Sanità di marzo mostrano un aumento di incidenza nelle fasce d’età scolare in concomitanza con un aumento del numero di campioni, che spiega quindi il dato. La controprova viene dalla Toscana dove ci sono i dati sul numero di campioni per età: il rapporto tra positivi e tamponi effettuati tra gennaio e marzo 2021 non si modifica a fronte di tamponi triplicati e resta minore nei minorenni rispetto agli adulti.

Daniele Novara, pedagogista, fondatore e direttore del Centro PsicoPedagogico, ha sostenuto che la chiusura della scuola provoca danni gravissimi a bambini e adolescenti e ha lamentato che non ci sono pedagogisti né psicologi nel Comitato Tecnico Scientifico.

Antonella Inverno responsabile per le politiche per l’infanzia e adolescenza di Save the Children Italia ha illustrato uno studio della stessa organizzazione da cui risulta una perdita di apprendimento difficilmente colmabile, esito di quasi 75 milioni di ore di lezione perse nel nostro paese solo fino al 3 aprile 2021, solo in parte (10-15 milioni) recuperate tramite la didattica a distanza. Senza contare che uno studente su dieci non ha partecipato alla didattica a distanza e il 20% l’ha fatto solo saltuariamente.

Andrea Morniroli, socio della cooperativa sociale Dedalus di Napoli, coordinatore dello staff del Forum Disuguaglianze Diversità e collaboratore dell’Assessorato alla Scuola e Istruzione del Comune di Napoli, ha raccontato la situazione drammatica di una città dove ormai si perdono uscendo dal circuito scolastico centinaia di bambini e ragazzi non censiti dai servizi sociali. I sindacati della scuola oggi sono di fatto contro la scuola, dice, e non è il solo nel convegno.

Carlo Devillanova, economista, membro della Fondazione Franceschi onlus, ha citato i danni economici in termini di minori stipendi futuri dei ragazzi. Studenti anche loro presenti hanno espresso il loro disagio. Gabriele Toccafondi, parlamentare segretario della Commissione Cultura della Camera dei Deputati, e Claudio Di Berardino Assessore Scuola della Regione Lazio si sono infine impegnati a riportare nelle rispettive sedi le risultanze del convegno.

Ringrazio Francesca Incardona, organizzatrice dell’evento, che mi ha aiutato a sintetizzarlo.


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