domenica 4 dicembre 2022

Aiuti alle bollette: Germania batte Italia, anche in intelligenza (Puntata 553 in onda il 6/12/22)

Tempio a Soi Dao (foto Derrick)
La scorsa puntata di Derrick è stata una di quelle che suscitano reazioni. Sono grato a chi si è fatto vivo con commenti e critiche, tra cui l’esperto del settore Luigi De Francisci che mi fa notare che se è vero che la tecnologia più costosa necessaria finisce per influenzare il prezzo di tutta l’energia, è anche necessario soprattutto con prezzi così alti prevedere sistemi di redistribuzione ai danni dei produttori con costi più bassi per finanziare gli aiuti.

De Francisci ha certamente ragione, come abbiamo anche visto in questa rubrica, ed è un approccio generale europeo che in Italia chiamiamo recupero degli “extraprofitti” ma che stando a dati consuntivi e previsioni è in grado di coprire solo una frazione dei costi degli aiuti alle bollette.

Costi che con circa 60 miliardi più i 20 della legge di bilancio per il primo trimestre 2023 in Italia hanno già superato l’intero valore delle misure di transizione ecologica del PNRR. E se fa impressione (e a me ne fa) questo confronto, che dire dei 200 miliardi totali preannunciati dalla Germania contro il carovita di cui circa 100 andranno sulle bollette?

Beh, una cosa rilevante da dire c’è, e riporta il discorso proprio a quel prezzo marginale da cui siamo partiti. La Germania è sì generosissima nel suo intervento (che del resto si applica a un mercato dell’energia che è proporzionalmente più grande del nostro), ma lo fa stando ben attenta a non cancellare proprio il segnale di prezzo marginale in capo ai consumatori. Gli sconti tedeschi infatti si applicheranno solo su una quota tra il 70 e l’80% dei consumi storici dei beneficiari. Sopra tale soglia, il prezzo applicato sarà quello pieno di mercato.

Cosa significa? Significa che gli aiuti alla tedesca non disincentivano in nessun modo il risparmio energetico, perché lasciano inalterata la botta sulle tasche di ogni metro cubo di gas o megawattora di elettricità consumati in più rispetto a quantità di moderazione.

La proposta di legge di bilancio del governo Meloni invece, in continuità con il precedente, rifinanzia e in parte allarga gli aiuti, che in tutti i casi tranne il bonus energia famiglie prevedono trasferimenti crescenti al crescere dei consumi futuri.

I tedeschi, in altre parole, fanno di necessità virtù, obbligando il sistema economico a diventare energeticamente più efficiente, noi no, almeno stando alle norme.

Per fortuna poi gli agenti economici e le persone sono spesso più razionali delle norme, e, come ha scritto Caterina Maconi su Repubblica citando un sondaggio Nielsen, e come abbiamo visto dai consuntivi gas di ottobre, la maggioranza di noi sta cercando di risparmiare energia. Da un grafico pubblicato sull’Economist su dati Bruegel, tuttavia, emerge che nei primi dieci mesi del 2022 la Germania ha ridotto i suoi consumi di gas del 13,4% contro il nostro 4,3%. Dato che peraltro va letto tenendo conto del maggior uso del gas termoelettrico in Italia, che ha dovuto sostituire l’idroelettrico a causa della siccità.

Siccità che, in questo weekend di acquazzoni in cui scrivo Derrick in casa al freddo mentre dovrei essere fuori in bici, sembra temporaneamente risolta, il che potrebbe preludere a migliori performance di risparmio di gas in Italia, mentre non mi sembra migliorare la sensatezza della politica degli aiuti alle bollette.


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venerdì 2 dicembre 2022

Il prezzo marginale (Puntata 552 in onda il 29/11/22)

Il più alto influenza tutti
(Foto di Perla Lisset Medina)
Quando un mercato esprime prezzi molto alti di solito si aprono quesiti o polemiche che finiscono per
investire aspetti anche esistenziali dei mercati stessi. La tentazione, forse un po’ inevitabilmente, è sempre la stessa: pensare che addomesticare un prezzo con una sospensione del mercato renda più economico l’approvvigionamento di una risorsa scarsa.

Una domanda che più volte è arrivata a Derrick è: perché sulla borsa elettrica tutta l’energia acquisisce il prezzo della sola ultima unità scambiata, cioè quello che gli economisti chiamano prezzo marginale?

Il ragionamento che spinge alla domanda è che non ha senso remunerare tutto al prezzo più alto tra quelli richiesti dai fornitori, perché questo dà una remunerazione non richiesta a quelli che avevano offerto di vendere a meno. Stessa cosa che avviene anche nelle aste del debito pubblico: il rendimento che viene stabilito è quello del prestatore più esoso necessario a piazzare tutti i titoli.

Come mai?

Una prima risposta è leggermente impropria ma credo comunque utile: immaginiamo non un’asta – com’è quella della borsa elettrica o quella dei titoli di Stato – bensì un banale mercato rionale, per esempio delle uova. Ipotizziamo che le uova siano tutte uguali e che ci siano vari fornitori potenzialmente disposti a venderle a prezzi diversi che corrispondono ai loro costi. È credibile che effettivamente il prezzo a cui vendono sia diverso all’interno dello stesso mercato?

No. Perché se così fosse i venditori a prezzo più basso che vedono un concorrente riuscire a vendere a più proporrebbero essi stessi un prezzo modificato in modo da essere solo leggermente più basso del concorrente esoso. E così via. Inevitabilmente il prezzo finisce per essere pari al valore da cui il venditore più esoso – ma necessario a soddisfare la domanda – non può scendere, magari perché corrisponde ai suoi costi di produzione relativamente alti.

Uno potrebbe ribattere che però un’asta come quella della borsa elettrica o dei titoli di Stato è diversa dal mercato rionale, perché i vari fornitori nell’asta non si vedono l’un l’altro e non possono fare arbitraggio. È vero. Ma mettiamoci di nuovo nei loro panni: Offrirebbero sempre il loro miglior prezzo – basato sui propri costi – se sapessero che poi gli viene pagato quello, e non il prezzo più alto offerto del fornitore meno efficiente? No: con le nuove regole farebbero offerte più elevate, attraverso un processo di tentativi e osservazioni in modo da apprendere qual è il massimo che possono ragionevolmente ottenere, che di nuovo tenderà a essere legato al prezzo del competitore meno efficiente ma necessario a servire la domanda.

Provo a prevenire anche la prossima obiezione:

Quand’anche il mercato a pronti, quello che nel caso della borsa elettrica si svolge per ogni ora con un'asta il giorno prima, debba funzionare in modo che tutti paghino lo stesso prezzo del fornitore necessario meno efficiente, chi impedisce che chi ha costi più bassi si accordi per periodi più lunghi a un prezzo svincolato da quello marginale? Nessuno. E infatti una buona parte dell’energia viene scambiata con accordi bilaterali che non necessariamente considerano il prezzo a pronti. Ma il mercato a pronti influenzerà il prezzo degli accordi, perché le parti hanno l’alternativa di usare quel mercato rispetto a siglare un contratto fuori dal mercato.

mercoledì 23 novembre 2022

Sanzioni antitrust per abusi sul mercato elettrico (Puntate 383 e 551 in onda il 15/1/19 e 23/11/22)

Puntata 551 in onda il 23/11/22 (Sanzioni a Enel)

Non è un periodo facile per il mercato al dettaglio dell’energia, tra retorica di prezzi politici europei sostanzialmente inattuabili, un mare di sussidi fiscali sulle bollette la cui insostenibilità è solo in attesa di manifestarsi in modo esplosivo e interventi populisti introdotti dal governo Draghi e confermati dall’attuale che limitano la libertà dei venditori di modificare le condizioni di prezzo anche nell’ambito delle loro prerogative contrattuali (ne ha scritto lo scorso 9 novembre l’ex presidente dell’Autorità dell’Energia Guido Bortoni – oggi presidente del CESI - su Milano Finanza).

A questo si aggiunge l’eterna retorica della politica contro la fine del cosiddetto mercato “tutelato”, che con il picco di prezzi all’ingrosso, cui le tariffe di tutela sono agganciate ha in realtà esposto i clienti a fluttuazioni maggiori rispetto a gran parte dei contratti – fissi – sul mercato libero. Fine che per il gas è stata rinviata per le famiglie al 10 gennaio 2024, data già fissata per l’elettricità. Si tratta solo dell’ultima di una serie di rinvii ormai rituali.

Rinvii che non ci hanno risparmiato di ricevere visite e telefonate scorrette da agenzie di venditori di energia che invece millantano una imminente fine delle tariffe di tutela e la presunta necessità immediata di firmare un nuovo contratto con il fornitore di turno. Necessità in realtà falsa perché i sistemi di transizione al mercato libero dei clienti ancora in tutela prevederanno – se mai ci si arriverà – un passaggio automatico gestito con presidi antitrust a protezione dei clienti.

E proprio Enel, il fornitore di gran lunga più importante in termini di numero di clienti finali, si è beccata una nuova multa dall’Antitrust per aver fatto telefonate ai clienti in tutela del tenore che ho appena descritto. L’aspetto grave a mio avviso riguarda non tanto la fornitura di informazioni distorte sulla fine della tutela, quanto il fatto di usare – stando all’indagine dell’antitrust – informazioni sull’anagrafica dei clienti in tutela che dovrebbero essere prerogativa del ramo d’azienda che svolge specificamente – e con logiche del tutto regolate – questo servizio. Società che dove Enel è gestore delle reti locali appartiene sempre al gruppo (e lo stesso vale per le ex municipalizzate in altre zone urbane d’Italia) ma che non dovrebbe avvantaggiarsi di questa contiguità.

Si tratta di un tipo di violazione simile a quella che portò pochi anni fa a una multa a Enel e Acea ancora più pesante e di cui Derrick scrisse, e su cui è possibile recuperare le informazioni, come sull’infrazione recente, sul blog Derrick Energia.

Puntata 383 in onda il 15/1/19 (Sanzioni antitrust a Enel e Acea per abusi sul mercato elettrico)

La befana 2019 ha portato a Enel più carbone di quel che brucia nella centrale di Civitavecchia (lo so: è una battutaccia) e non ha fatto bene nemmeno ad Acea. L’Antitrust ha infatti sanzionato la prima per circa 93 milioni e la seconda per circa 16 per “condotte abusive ed escludenti” nel mercato di vendita al dettaglio di energia elettrica a clienti domestici e piccoli non domestici. Concentriamoci sul procedimento contro Enel e vediamo com’è possibile riassumere le circa 90 pagine di motivazione della delibera (con alcuni omissis nella versione pubblica) sul procedimento classificato come A511.

Federico Faruffini, Lettrice
Galleria d'Arte Moderna, Milano
L’antitrust ha accertato che in un periodo recente di oltre 5 anni il gruppo Enel ha utilizzato i propri vantaggi informativi riguardo alla fornitura ai clienti elettrici della “maggior tutela” (cioè la tariffa a maggior tasso di regolazione da parte dall’Autorità dell’Energia) per svolgere campagne mirate alla transizione di quegli stessi clienti sul mercato libero (dove si trovano offerte comunque soggette a regole e vigilanza dall’Autorità, ma con un maggior grado di libertà competitiva degli operatori), campagne sempre operate nell’ambito del gruppo Enel, ancorché da parte di una società legalmente separata.

Secondo l’Antitrust, il fatto che non siano previste dalla regolazione di settore (e questo è evidentemente un limite della regolazione stessa) forme di separazione rilevanti tra il fornitore di maggior tutela e quello di mercato libero di uno stesso gruppo non toglie che approfittare per campagne sul mercato libero, in modo esclusivo o comunque discriminatorio, delle informazioni legate alla fornitura dei clienti in maggior tutela sia un abuso, visto che la disponibilità di tali informazioni deriva da un’attività in monopolio da cui non devono derivare vantaggi in attività di mercato.
A nulla è valso che Enel abbia fatto notare che la separazione tra i due filoni commerciali nel proprio gruppo fosse nel periodo considerato più intensa di quanto la regolazione di settore imponga.
L’Antitrust sulla base delle evidenze ha ritenuto che Enel abusando della propria posizione intendesse (e i risultati dimostrano un buon successo dell’operazione) esercitare una “preemption” del mercato della tutela, cioè una sorta di prelazione su quei clienti, svuotandone il bacino prima che ciò avvenisse con la legge concorrenza, che in una sua prima bozza prevedeva già a metà di quest’anno la fine delle tariffe di “maggior tutela” e qualche forma (non ancora definita peraltro) di transizione regolata di quei clienti sul mercato libero.

In che modo il set di regole del mercato elettrico al dettaglio ha reso possibile l’abuso contestato? A mio parere, attribuendo in modo non contendibile ai gestori di reti locali di distribuzione la fornitura del servizio di maggior tutela, senza prevedere adeguate segregazioni all’interno dei gruppi interessati rispetto alle attività sul mercato libero. O senza prevedere, in alternativa, la terziarizzazione delle informazioni commerciali riguardanti i clienti in tutela, in modo che l’accesso a queste informazioni possa essere non discriminatorio per tutti i fornitori sul mercato.
Terziarizzazione che potrebbe avvenire grazie al cosiddetto “Sistema Informativo Integrato”, un database dell’Acquirente Unico, la società pubblica che fornisce all’ingrosso l’energia per i clienti del mercato "tutelato". Ma se le azioni di “preemption” stanno funzionando, c’è il rischio che quando una simile terziarizzazione ci sarà sarà già troppo tardi.


Link utili:

martedì 15 novembre 2022

Il gas nazionale (Puntata 550 in onda il 15/11/22)

Vigne nei pressi di Biassa (SP)
L’uso di gas nazionale per i clienti energivori previsto nel decreto sostegni quater recentemente
licenziato dal governo è una fotocopia dell’impostazione del governo Draghi.

Se è vero che lo sfruttamento del gas nazionale è stato in parte limitato da un irrigidimento delle norme sulle concessioni, è più vero che la riduzione della produzione si deve soprattutto al progressivo esaurimento delle riserve. Meno ne rimangono, più si tratta di giacimenti costosi e marginali spesso non competitivi con quelli dei grandi esportatori (come i paesi del Golfo o gli USA) nemmeno tenendo conto dei minori costi di trasporto.

Il Governo ha parlato di un miliardo e mezzo addizionale all’anno di metri cubi di produzione possibili su un consumo italiano di oltre 70, una quantità che non modificherebbe il prezzo di mercato e che arriverebbe – per le nuove concessioni – in ritardo rispetto ai prossimi (pochi) inverni critici a fronte di previsioni di consumo in calo evidente.

Riguardo al rapporto tra gas nazionale e sconti alle aziende gasivore, si tratta di una connessione solo apparente. Infatti il decreto non prevede alcuna relazione fisica tra nuova produzione e aziende beneficiarie, bensì contratti finanziari che il Gestore dei Servizi Energetici stipulerebbe con i nuovi concessionari e che impegnerebbero le parti a compensare il prezzo della quantità di gas contrattualizzata rispetto al suo valore di mercato. Funzionerà così: se il prezzo di mercato supera quello pattuito nel contratto, il produttore (che il gas lo vende comunque sul mercato) paga la differenza al GSE, mentre se il prezzo è più basso la riceve. Quindi il GSE si troverebbe in mano un diritto/obbligo di pagare il gas una certa cifra prestabilita indipendentemente dal suo valore sul mercato. Dopodiché farebbe simili contratti (per la stessa quantità di gas sotteso) con i clienti aventi diritto, rovesciando a loro lo stesso diritto/obbligo.

La norma non prevede maggiori oneri per il GSE (se non l’impegno di occuparsi della cosa, immagino) e quindi nemmeno rischi in capo a lui, voglio sperare. Se è così, i clienti gasivori che si impegnano nel lungo termine a pagare il gas un prezzo minimo di almeno 50 €/MWh previsto nel decreto si prendono un bel rischio, visto che la storia del mercato vede prezzi in genere più bassi.

Se invece i clienti finali possono sfilarsi dal contratto quando vedono prezzi di mercato più bassi e lasciare il cerino acceso in mano al GSE, allora c'è un rischio di danno erariale per i contribuenti, che si ritroverebbero a trasferire tanto più denaro ai concessionari della produzione di gas quanto più se ne abbassano i prezzi.

Se quindi l’idea del Governo è recuperare risorse per abbassare le bollette (speriamo in modo selettivo), contratti come questi avrebbero un effetto controproducente in uno scenario di normalizzazione dei prezzi. Prolungherebbero infatti gli “extraprofitti” delle aziende del gas anche molto dopo la crisi.

Piuttosto che questo, sarebbe una buona idea allineare l’Italia agli altri paesi occidentali ed eliminare le franchigie che oggi rendono le royalty in capo ai concessionari di gas in Italia molto più basse.

Che poi parlare di royalty eque suonerebbe anche meglio rispetto a “tassare gli extraprofitti”, no? 

sabato 5 novembre 2022

Impennata dei prezzi energia 2021-2022

Testi delle puntate sul caro-energia 2021-22 in ordine anticronologico 

Prezzo del contratto future dic22 sul gas nella borsa europea TTF














Prezzi di vari beni energetici/zone durante la crisi (IEA, WEO2022)












Puntata 549 (in onda il 8/11/22)

I dati di ottobre [2022] dei consumi di gas in Italia sono impressionanti. Quelli domestici si sono quasi dimezzati rispetto allo stesso mese di un anno prima, quelli industriali sono scesi del 23%. Le temperature assurdamente alte hanno certamente avuto un ruolo, ma è altrettanto verosimile che anche i prezzi l’abbiano avuto. Molte famiglie hanno realizzato la dimensione degli aumenti di primavera ed estate dei mercati all’ingrosso con un certo ritardo dovuto all’aggiornamento non immediato delle bollette al dettaglio, molte delle quali stanno lentamente uscendo dai prezzi fissi che arrivano gradualmente a scadenza.

Ma una parte di questi cali può anche essere definita strutturale? Secondo Andrea Ripa di Meana, l’amministratore delegato del Gestore dei Servizi Energetici, sì. Durante la presentazione di un nuovo rapporto dell’agenzia, Ripa Di Meana si è detto convinto che una parte di questi cali nell’uso di gas saranno strutturali.

Io sono d’accordo con lui, visto che stiamo anche assistendo a un boom di installazioni di impianti di produzione d’energia da fonti rinnovabili che in parte sostituiscono i consumi da combustibili fossili e che con questi prezzi anche gli investimenti in efficienza energetica aumentano.

Uno studio del Leibniz Information Centre for Economics, un centro di ricerche tedesco che si occupa di energia, indaga come invece le politiche di riduzione delle bollette con sussidi pubblici riducano l’effetto-risparmio, cosa del resto piuttosto intuitiva.

Mentre il nuovo Governo si sta apprestando a preparare la legge di bilancio 2023, io sono preoccupato di sentire Meloni promettere continuità riguardo agli aiuti alle bollette (perfino quelli sulle accise di benzina e gasolio che sono sì aumentati ma non più di quanto già in passato era già successo senza che si decidesse di socializzare una parte del prezzo). Sono preoccupato perché – a meno che i prezzi non continuino a scendere fino a normalizzarsi senza nuove fiammate – cosa per ora improbabile – da un lato continuare a mettere decine di miliardi nelle bollette è un modo molto discutibile di spendere i soldi pubblici, dall’altro non è affatto necessario disincentivare dal risparmio per aiutare aziende e famiglie in difficoltà per le bollette. Un modo semplice per non dare un incentivo perverso a sprecare l’energia sarebbe fornire solo sussidi basati sui consumi storici, magari ridotti ai livelli effettivamente necessari, anziché riduzioni di prezzo per consumi a piacere.


Puntata 547 (in onda il 25/10/22)

Un report recente dell’Ufficio Parlamentare di Bilancio quantifica in oltre 60 miliardi di Euro gli aiuti contro il caro-vita spesi dal fisco italiano per il biennio 2021-2022, la stragrande maggioranza in fiscalizzazione di parte delle bollette di famiglie e imprese.

Benché ci siano senza alcun dubbio casi di aziende e famiglie che senza protezione potrebbero con prezzi alti (ma si stanno molto abbassando) andare in crisi, che vanno quindi aiutate, il fatto che gli aiuti siano illimitati rispetto al volume dei consumi evidentemente non incentiva a ulteriori risparmi e quindi contribuisce a mantenere alti i prezzi (perché maggiore domanda porta a prezzi di equilibrio più alti).

Un articolo sul Guardian del 20 ottobre [2022] racconta di un’iniziativa per molti versi naturale, ma purtroppo per ora lungi da essere applicata da noi, da parte del gestore della rete elettrica inglese, che sta iniziando un programma che remunererà i consumatori di elettricità per limitare i consumi nelle ore in cui la produzione elettrica è più scarsa e si fa con il gas naturale, per spostarli nelle ore in cui la produzione di centrali più efficienti e pulite è disponibile, per esempio l’eolico, anche in mare, che di notte non si ferma anche se molti dei consumi invece si riducono.

Perché ho definito questa iniziativa naturale? Perché sempre più, con l’avvento delle fonti rinnovabili nella produzione elettrica, il quando consumiamo sarà decisivo nello stabilirne i costi. Le fonti rinnovabili non hanno costi di combustibile, solo costi fissi di costruzione, capitale, mantenimento, e quindi usarle quando sono disponibili e sufficienti non comporta oneri aggiuntivi rispetto a quelli che comunque sono già stati sostenuti.

In altri termini: consumare quando serve accendere una centrale termoelettrica ha conseguenze molto diverse rispetto a consumare quando bastano le rinnovabili o il nucleare che, per motivi diversi, sono scarsamente programmabili.

Questo significa che dobbiamo rinunciare a usare i servizi quando li vogliamo? No. Significa piuttosto che ci conviene attrezzarci per spostare nel tempo i consumi per quei servizi il cui momento esatto di attivazione ci è indifferente. Come la lavatrice, la lavastoviglie, e, entro certi intervalli, il riscaldamento dell’acqua sanitaria e dell’ambiente. Questi ultimi due possono essere anticipati un po’ senza perdite rilevanti di efficienza e con profitto se in cambio paghiamo meno l’energia o addirittura veniamo pagati per il disturbo. Come ora avverrà nel Regno Unito.

Dovremo passare la giornata a programmare elettrodomestici? Certo che no: sono già stra-mature le tecnologie per controllare automaticamente gli apparecchi che ho citato, e altri. Serve solo un segnale economico e di regolamentazione per attivare questi meccanismi. Un segnale come quello del gestore di rete britannico.

Puntata 544 (in onda il 4/10/22)

Centrale nella settimana è stato il consiglio energia a Bruxelles con un tentativo di accordo su un tetto al prezzo continentale del gas, con una proposta di ingresso della Commissione che rilanciava l’ipotesi di limitare solo il prezzo al gas importato dalla Russia ma che invece lascerà posto a un sistema di redistribuzione dei margini economici dei produttori di energia che non usano il gas per abbassare le bollette. (Da notare però che lo stesso studio di Goldman Sachs che citavo nella scorsa puntata ritiene che dalle norme sui cosiddetti extraprofitti non ci sia modo di estrarre abbastanza soldi per tenere rilevantemente basse le bollette).

È anche vero che l’Europa invita ad aggiungere a una nuova forma di prelievo specifica sulle aziende che sfruttano energie fossili. Non mi sembra un’idea peregrina visto che secondo i dati dell’osservatorio Terna di agosto le nostre centrali a carbone fanno un margine di oltre 300 €/MWh su una produzione che ne vale in questa fase 400-500. Un margine a dir poco stellare.

Se è vero che le carbon tax sono in generale difficili da proporre quando l’energia costa tanto, mi sembrerebbe molto sensato proporla in modo intensivo ma selettivo (cioè esentando il gas in questa fase) nell’ambito delle norme sui cosiddetti extraprofitti.

L’Autorità per l’energia ha da un lato annunciato il nuovo aggiornamento delle tariffe di “tutela” dicendo di aver deciso di evitare aumenti peggiori, dall’altro con il suo direttore mercati ha condiviso alcune delle misure del regolamento sui risparmi in lavorazione a Bruxelles. Qui mi permetto di ricordare che non è un mancato aggiornamento delle tariffe della tutela (che oltretutto si applica a sempre meno clienti) a evitare gli aumenti. Semplicemente, li rimanda. Piuttosto aiuterebbe adottare politiche appropriate come quelle che la stessa Autorità auspica, tra cui la sensibilizzazione al risparmio, e per le quali non sta scritto da nessuna parte che dobbiamo aspettare questo o altri regolamenti UE.

A volte l’effetto dell’Europa per le nostre istituzioni mi sembra come quello di capi o genitori troppo pressanti: alla fine le cose finisci per farle solo quando te lo dicono loro, e ciò che dovrebbe essere uno sprone diventa paradossalmente la scusa per non usare la propria iniziativa.


Puntata 540 (in onda il 23/8/22)

Il prossimo possibile governo sovranista non avrà vita facile riguardo alle bollette dell’energia, perché difficilmente potrà introdurre misure di sostegno più estese di quelle del Governo Draghi, che non ha badato né a spese né si è molto preoccupato della sostenibilità anche giuridica delle misure.

Le varie decine di miliardi pubblici buttate un po’ a pioggia sulle bollette non ne hanno peraltro impedito l’aumento, e nello stesso tempo aver rifuggito fino all’ultimo ogni ipotesi di politica di moderazione dei consumi ci condanna a una botta di aumenti violentissimi proprio quando le cartucce per limitarli, almeno a livello nazionale, sono in esaurimento.

L’ultima mossa del Governo è di quelle che ci si aspetterebbe da un’amministrazione populista. Ne abbiamo accennato due settimane fa: un decreto impedisce ai venditori di energia che non lo abbiano già fatto di rinegoziare i prezzi. In pratica, come ha notato Alessandro Codegoni su QualEnergia, proprio i fornitori che hanno mantenuto più a lungo i prezzi al dettaglio pre-crisi ora si troveranno costretti a continuare a vendere anche pesantemente sottocosto. Se è vero che ci sono aziende integrate nella filiera che in effetti hanno profitti aumentati dai prezzi (in primis le partecipate pubbliche, che come nota lo stesso Draghi non li stanno restituendo malgrado le norme ad hoc), i semplici intermediari commerciali, che comprano energia sul mercato all’ingrosso per rivenderla al dettaglio, difficilmente possono sopravvivere al decreto in questione. Tanto che forse l’Antitrust dovrebbe occuparsi della materia.

Ma secondo me c’è una malizia ulteriore in questa mossa di Draghi. Una norma del genere, palesemente insostenibile e nello stesso tempo populista per eccellenza (perché blocca i prezzi intervenendo su decisioni commerciali di soggetti di mercato) non metterà in una bella situazione il prossimo premier, che dovrà gestirne il superamento (e l’illegittimità che mi aspetto qualche corte accerterà) facendosi quindi battere, in populismo, proprio da Draghi.

Non è un po’ paradossale se ci ritroviamo Meloni che deve sistemare i buffi di Draghi sulle bollette? (“Buffi” almeno in molte aree dell’Italia centrale vuol dire debiti).

Nello stesso tempo, l’Autorità per l’energia ha reso ora più tempestivo l’aggiornamento dei prezzi delle tariffe di tutela ai mercati all’ingrosso, il che renderà ancora più esplosiva la detonazione della bomba-bollette insieme ai primi consigli dei ministri del nuovo governo subito alle prese con la finanziaria.

Con questa congiuntura, non mi stupirei se spianare la strada ai sovranisti al governo, per poi attenderne a breve le spoglie, fosse la tattica inconfessata di buona parte della compagine politica…

Puntata 539 (in onda il 9/8/22)

L’effetto dei prezzi all’ingrosso dell’energia altissimi sulle bollette domestiche non è ancora arrivato del tutto. Una serie di elementi mitiganti sta infatti esaurendosi. Uno sono i prezzi fissi pre-crisi dei fornitori d’energia, molti prossimi alla loro fine contrattuale, altri da quel che leggo terminati anzitempo con modifiche unilaterali dei contratti. Contro le quali un decreto in preparazione mentre scrivo questa puntata (il cosiddetto “Aiuti-bis”) potrebbe imporre una sorta di moratoria su cui le associazioni dei venditori stanno mettendo in guardia, perché è difficile e iniquo immaginare che siano gli intermediari commerciali a farsi carico di calmierare i prezzi.

Se è vero, come ha tuonato Draghi in una conferenza-stampa il 5 agosto 2022, che le norme sui cosiddetti extraprofitti delle aziende di produzione d’energia non stanno portando le risorse sperate, forse sarebbe il caso di disegnare meglio quelle, anziché cercare i soldi dove non sono.

Ma tornando al rischio di aumenti ulteriori delle bollette, non c’è solo il problema delle rinegoziazioni dei venditori. L’ARERA, l’Autorità dell’energia, verosimilmente in accordo con il Governo, all’inizio della crisi ha ritardato artificialmente l’aggiornamento ai prezzi all’ingrosso che viene usato per calcolare le tariffe di maggior tutela dell’elettricità (e quindi anche di eventuali altre tariffe del mercato libero che ne siano indicizzate).

Operazioni di questo tipo sono già avvenute in passato: in pratica lo Stato altera il meccanismo di rispecchiamento del prezzo di acquisto dell’energia di Acquirente Unico per la tutela sfruttando la liquidità delle casse di compensazione pubbliche delle bollette per rimandare l’aggiornamento. Ma è evidente che è un trucco che può durare poco, perché i costi di acquisto di Acquirente Unico – il broker pubblico di energia per la tariffa di tutela – devono essere ripagati. E se i prezzi di mercato resteranno alti l’aumento necessario a recuperare questo debito vi si aggiungerà, con il risultato di portare a incrementi rispetto a prezzi già altissimi.

Claudio Zocca, consulente del settore e autore del blog “Altrabolletta”, in un articolo il cui link riporto sotto nella sezione "link", mette dettagliatamente in guardia rispetto al fatto che la tariffa di tutela elettrica dovrà recuperare lo squilibrio di cui ho appena detto con incrementi nel prossimo trimestre tali da più che raddoppiare la bolletta, a meno che interventi di nuova fiscalizzazione vengano messi in campo.

Difficile immaginare quali, visto che già il Governo ha fiscalizzato tutta la parte di oneri generali elettrici che prima della crisi valeva circa un terzo di una bolletta domestica-tipo, e che sul gas ha abbassato per tutti al 5% l’IVA. Se è già un problema proseguire – come si sta facendo – queste misure molto onerose, figuriamoci ampliarle.

In tutto questo, perlomeno finalmente è arrivata (almeno alla radio io l’ho sentita) una prima campagna pubblica per il risparmio energetico. Stiamo forse passando – era ora - dalla retorica dell’andrà tutto bene a quella sul fatto che è indispensabile tirare per un po’ la cinghia sui consumi evitabili di gas e elettricità, se non vogliamo tirarla drammaticamente in termini di bollette o tasse.

Ringrazio per questa puntata Claudio Zocca.


Puntata 537 (in onda il 26/7/22)

Il giorno in cui questa puntata di Derrick andrà in onda, il Consiglio Europeo potrebbe approvare una proposta di regolamento della Commissione con cui l’UE impegna gli stati membri a iniziative di vario tipo per risparmiare gas. Iniziative che potrebbero diventare obbligatorie in caso di effettiva interruzione dell’export russo.

Si tratta di una politica che condivido, anche perché il risparmio è l’unica risorsa subito disponibile e quindi in grado di dare i suoi frutti entro il prossimo temuto inverno.

La questione però si complica quando c’è da decidere chi razionare in caso di imposizione di minori consumi.

In tempi normali, avremmo dato per scontato che questa funzione di selezione sia svolta dal prezzo, che è appunto l’esito di una procedura competitiva (il mercato) che fa sì che i beni vadano a chi è disposto a pagarli di più. Invece, in questi tempi eccezionali (ma davvero resterà un’eccezione?) in cui i prezzi dell’energia sono mantenuti artificiosamente più bassi per varie o tutte le categorie di consumatori rispetto a quanto sarebbero in assenza di interventi pubblici, serve un secondo artificio per annullare il primo artificio dei sussidi e reintrodurre un segnale economico di incentivo al risparmio. (E c’è il rischio che i due artifici contrapposti diventino un doppio sussidio, scommettiamo?).

Malgrado tutto, però, i prezzi comunque alti stanno funzionando nell’indurre al risparmio. Basta guardare i dati dei consumi gas in Italia a giugno 2022, che si presentano per residenziale e industriale in discesa di circa il 10% rispetto a un anno prima. La conseguenza – e ci tornerò sotto citando una fonte ben più autorevole di Derrick – è che una politica di sostituzione a qualunque costo dell’intera fornitura russa è un errore, perché non di tutti quei volumi avremo ancora bisogno finché questi sono i prezzi, nel senso che non tutti i consumatori reputano razionale pagare l’energia cinque o anche dieci volte più del suo prezzo pre-crisi.

E anche quando i prezzi si saranno normalizzati, parte delle riduzioni dei consumi di gas si rivelerà permanente (perché dovuta a fonti rinnovabili, efficienza, cambio di abitudini).

Si è però purtroppo mosso in senso contrario a giugno l’uso del gas termoelettrico (in forte aumento a causa della drammaticamente minore disponibilità dell’idroelettrico quest’anno).

Anche CEER e ACER, due organizzazioni partecipate dalle Autorità dell’energia degli stati membri dell’UE, in un recente rapporto sul mercato all’ingrosso del gas (link sotto) notano come sia errato non tener conto, nelle politiche nazionali di gestione dell’emergenza – in particolare, aggiungo io, in quelle infrastrutturali - che una parte dell’import di gas russo non necessita di essere sostituita, semplicemente perché ai nuovi prezzi non verrebbe (verrà) comunque consumata.

Occhio quindi a gioire per rigassificatori pagati a qualunque prezzo con tasse o tariffe.


Puntata 535 (in onda il 5/7/22)

Mi perdoneranno i lettori, spero, se mi autocito riportando stralci di un articolo di Lorenzo Vallecchi su QualeEnergia che ospita tra le altre cose una mia intervista. Ne metto il link sotto così come di un altro articolo di Michele Polo su Lavoce.info che anch’esso consiglio.

Entrambi parlano del tema del momento (o meglio: della fine di giugno 2022) nell’ambito del macrotema della crisi energetica: quello dell’eventuale tetto al prezzo dell’energia. Se ne parla da un po’ a livello europeo, e il G7 di Madrid lo ha discusso col risultato però solo di un impegno a una valutazione successiva.

Di come funzionino i prezzi politici ha scritto molto efficacemente Manzoni nell’episodio della guerra dei forni nei Promessi Sposi: se tu in un mercato imponi un prezzo massimo, il risultato è che la domanda e l’offerta non si incontrano più, perché al prezzo imposto la domanda è maggiore dell’offerta. Ci si ritrova quindi a dover razionare la domanda e decidere a chi ridurre (in questo caso il gas) e a chi no, cosa che invece in un mercato lasciato funzionare fanno i prezzi stessi selezionando i consumatori.

Per evitare il razionamento, si può pagare con soldi pubblici la differenza ai produttori tra il prezzo di mercato e quello imposto. In tal caso i problemi sono le distorsioni, tra cui quella degli scambi tra dentro e fuori l’area dove si applica il cap. Lo vediamo in Spagna, Paese che ha messo un tetto al prezzo del gas per cui l’energia elettrica (il cui prezzo di mercato è influenzato da quello del gas) lì costa meno che in Francia, con la conseguenza che la Francia sta importando più energia elettrica della Spagna di quanto farebbe normalmente e quindi le tasse degli spagnoli stanno sussidiando una riduzione dei prezzi anche in Francia.

In generale, se si finanzia con le tasse un prezzo politico di cui tutti possono beneficiare, si avvantaggiano anche soggetti che non ne avrebbero bisogno. Meglio aiutare selettivamente le categorie di clienti più in difficoltà, però non fissando un prezzo massimo bensì dando loro soldi per mitigare gli effetti negativi degli alti prezzi dell’energia senza alterare il segnale di prezzo. Così funziona tra l’altro il bonus energia in Italia per gli utenti domestici in povertà energetica. Questo lascia intatto il loro interesse a ridurre i consumi.

In modo diverso da un tetto ai prezzi di mercato pagato con le tasse, si potrebbe decidere unilateralmente una riduzione del prezzo pagato per l’import di gas russo. Visto il ruolo della Russia nel determinare il prezzo europeo dell’energia, vista la dipendenza dell’economia russa da queste esportazioni e visto che la Russia ha ormai rotto il tabù del rispetto dei contratti, avrebbe senso un cap selettivo rispetto agli acquisti europei da Gazprom, eventualmente attraverso l’imposizione di un dazio ad hoc come teorizzato da Ricardo Hausman dell’Università di Harvard.

È evidente che questo potrebbe portare a ritorsioni, ma è anche da notare che fino a oggi le scelte di export di gas della Russia sembrano aver mirato alla conservazione del fatturato – con riduzioni parziali a sostegno del prezzo – e mai alla rinuncia al business. Se questo continuasse a valere, i flussi di gas dalla Russia in caso di autoriduzione del prezzo potrebbero addirittura aumentare. Del resto anche i teorici del tetto al prezzo dell’intero mercato europeo si aspettano lo stesso: che Mosca continui a fornire ma con meno margini economici unitari.


Puntata 533 (in onda il 21/6/22)

Inevitabile tornare a parlare qui a Derrick di approvvigionamenti energetici. Dopo una fase in cui le azioni di massimizzazione europee e inglesi del gas importato via nave avevano iniziato a dare risultati, con un prezzo europeo del gas che nel contratto future di agosto 2022 si era riportato sotto i 90 €/MWh contro i picchi di oltre 200 di contratti di simile durata nel periodo di inizio dell’invasione dell’Ucraina, ora c’è un fatto nuovo.

Dopo che i principali importatori d’Europa come Germania e Italia non solo non hanno spinto per sanzioni contro il gas russo ma anzi hanno accettato il ricatto del pagamento in rubli, è proprio la Russia che per la prima volta, nel corso della terza settimana di giugno 2022 ha ridotto le vendite a Germania e Italia, non rispettando le “nomination”, cioè le richieste di volume giornaliero dei clienti nell’ambito dei contratti in vigore, come per la prima volta Eni ha comunicato.

Se quindi le riduzioni di maggio 2022 del gas russo in Italia erano dovute a concorrenza di altre fonti, stavolta sembra che Mosca sia passata a un nuovo livello di esercizio di potere di mercato, che ha subito funzionato impennando di nuovo i prezzi del gas fin sopra i 120 €/MWh con conseguenze notevoli anche per quelli elettrici in Italia, che sono tornati a punte sopra 300 €/MWh.

Questa clamorosa novità coincide con alcuni preoccupanti blackout elettrici a Milano, che se da un lato non c’entrano nulla col gas e dipendono dal caldo eccezionale e da un uso di condizionatori che la rete locale evidentemente non riesce a gestire, dall’altro danno un’idea di cosa possano essere i razionamenti incontrollati d’energia.

Il rischio di blackout per carenza di gas in realtà non c’è ora e non ci sarà nemmeno il prossimo inverno (che sarà il più critico dall’inizio della crisi), e questo vale anche se non potremo più contare sul gas russo da oggi, purché il Governo passi da un atteggiamento in cui considera tabù la sola idea di intervenire almeno con campagne informative di sensibilizzazione a uno in cui si assume la responsabilità di gestire la scarsità, meglio se con meccanismi di razionalità economica e assecondando le disponibilità dei clienti.

Seppure con una modalità solo dirigistica, sembra finalmente che qualcosa stia per succedere in questo senso. Il presidente dell’Enea Gilberto Dialuce, già direttore dell’area gas del Ministero dello Sviluppo Economico (dove il suo nome dalla porta dell’ufficio non è mai stato tolto, come Derrick è in grado di testimoniare) ha anticipato a organi di stampa la predisposizione di un piano di risparmio che limiterebbe tempi e intensità di uso del gas per riscaldamento il prossimo inverno.

Comprenderete che Derrick non può che rinverdire ora una sua opinione vecchia di mesi: con questi prezzi non ha senso sussidiare l’energia a chi non ne ha davvero bisogno. Ci stiamo svenando senz’alcuna lungimiranza (basta guardare l’esperienza sulla benzina, di cui sono stati socializzati 20 centesimi ma che è tornata a costare quasi come prima).

Se ci chiedessero 50 euro per una pizza (cioè 5 volte il normale) continueremmo a mangiare pizze come prima? Io credo di no. Con l’energia, faremmo bene a ragionare nello stesso modo.

Io dico che se mettiamo un maglione in più a casa il prossimo inverno sopravviviamo meglio rispetto a fare debito e investimenti folli in infrastrutture e sussidi pur di non modificare i consumi. Se è giusto tassare i cosiddetti extraprofitti delle aziende energetiche (fossili in primis), è folle usarne i proventi per nascondere il vero prezzo dell’energia alle categorie di clienti che da un lato non ne hanno bisogno, dall’altro è meglio che prendano atto interamente del segnale economico che questa crisi delle energie fossili ci sta dando.


Batteria nei pressi di Playa Divisidero
Una batteria nel bosco
nei pressi di Chacala
(Stato di Nayarit - Messico)
(Foto Derrick, 2021)

Puntata 513 (online il 29/1/22, in onda il 1/2/22)

La novità di questi giorni sul caro-energia è una certa stabilizzazione dei prezzi dei contratti a termine del gas nella piattaforma europea di riferimento. Prezzi oggi circa la metà rispetto al picco prenatalizio, ma con la tendenza alla discesa per la prossima primavera ora quasi annullata, forse a significare che da un lato i timori che gli stoccaggi di gas non bastino per l’inverno si stanno affievolendo (non si sta rivelando un inverno particolarmente rigido), dall’altro che altre incertezze non vedono prospettive di miglioramento (la minaccia russa all’Ucraina).

Osservatori internazionali si sono esercitati a calcolare cosa succederebbe se all’attacco all’Ucraina conseguisse uno stop ai flussi del gas russo: la capacità di ricezione di navi metaniere in Europa potrebbe sopperire per una buona parte dell’ammanco, ma razionamenti sarebbero necessari. È chiaro, comunque, che una volta passato l’inverno il problema sarà rimandato di un anno. Ma non risolto se le voci di chi ritiene che per liberarci dalla dipendenza dal gas occorra aumentarla avranno la meglio in termini di politiche dell’energia.

A proposito di politici: ovunque temono enormemente le conseguenze di prezzi alti dell’energia sulla loro popolarità, ed è da poco legge (e lo sarà almeno per due mesi) un nuovo decreto che da un lato prolunga e ridefinisce misure di fiscalizzazione dei costi delle bollette soprattutto per aziende energivore (pagate coi proventi della carbon tax europea che in realtà dovrebbe scoraggiare consumi di energie fossili), dall’altro si occupa di dove trovare il resto delle risorse necessarie.

Vediamo quest’ultimo punto. Il governo introduce l’obbligo di molti produttori di elettricità da fonti rinnovabili, anche quelli che non godono di alcun sussidio, di girare all’agenzia che fa i conguagli delle bollette, fino a fine 2022, la quota di ricavo unitario sull’elettricità prodotta che supera la media precedente alla crisi. Simmetricamente, la norma prevede che se i prezzi scendessero sotto questa media sarebbe la cassa conguaglio a rifondere la differenza, ma che ciò si verifichi nel 2022 è estremamente improbabile.

Si tratta di un intervento a dir poco invasivo, perché si applica a ricavi e non a utili, e lo fa anche su impianti fatti a proprio rischio e senza sussidi. E un intervento di dubbia equità perché tocca solo le fonti rinnovabili e non altre che stanno comunque guadagnando di più grazie ai prezzi alti. Per esempio le centrali termoelettriche, come mostra un accurato articolo di Stefano Clò apparso su Staffetta Quotidiana il 21 gennaio [2022], o la filiera di fornitura del gas. Gli investimenti in rinnovabili, poi, l’abbiamo visto varie volte, sono proprio quelli che servono a emanciparci dai picchi di prezzo delle fonti fossili come il gas.

Prendere di mira ora le fonti rinnovabili per certi versi è come se in California per pagare i costi degli incendi si mettesse una tassa aggiuntiva sui pompieri perché fanno gli straordinari.

Ci sono precedenti di imposte tipo “Robin Hood tax” come questa? Sì. Uno si applicò qualche anno fa all’imposta sui redditi di aziende di alcuni settori considerati ricchi, tra cui se ricordo bene energia e finanza. Una soluzione però meno eversiva di quella attuale in termini di economia di mercato, perché almeno si applicava agli utili e non ai ricavi. Fu comunque cassata dalla corte Costituzionale nel giro di qualche anno, ma con una sentenza non retroattiva che quindi non previde alcuna restituzione.

Probabilmente il Governo da un lato sa benissimo che la trovata di oggi è giuridicamente irricevibile, dall’altro forse conta, a ragione, sul fatto che quando sarà stata smontata dalle Corti l’emergenza potrebbe essere già finita.

Non finiranno però i danni in termini di incertezza degli investimenti e di contraddizione alle politiche di decarbonizzazione.


Puntata 506 (in onda il 7/12/2021)

Mentre preparo questa puntata il 4 dicembre 2021, i prezzi europei del gas naturale sono ancora elevati (anche se il contratto a termine di gennaio 2022 sulla piazza olandese, il riferimento principale in Europa, non ha più raggiunto i picchi di inizio ottobre 2021).

Si è perfino parlato di rischio blackout da parte del ministro Giorgetti, rischio però smentito dall’associazione dei gestori europei delle reti elettriche, che vede invece la situazione migliore rispetto a un anno fa. Alcuni Governi europei tra cui quello italiano hanno già adottato misure di riduzione delle bollette a spese del fisco e si preparano a farlo nuovamente. In un consiglio energia i principali paesi UE si sono spaccati tra chi (tra cui l’Italia) ritiene necessarie modifiche alle regole dei mercati energia e chi (tra cui Germania) ritiene invece utile proseguire la transizione energetica senza cambiare il mercato. Mercato che, del resto, ha portato prezzi a lungo bassi nel passato recente, verosimilmente più bassi di quanto sarebbero stati in un perdurante regime di monopolio pubblico. Oggi qui ci chiediamo: è giusto aiutare in caso di prezzi eccezionalmente alti oltre ai clienti domestici anche le imprese, in particolare quelle energivore?

Iniziamo chiedendoci quale effetto hanno i prezzi dell’energia sul conto economico di un’azienda manifatturiera energivora.

Anzitutto un aumento del costo operativo della produzione. E in termini di prezzo e quindi valore del prodotto finale? Se ipotizziamo che la tecnologia produttiva usata dalla nostra azienda sia simile in tutto il suo mercato di riferimento e che il prezzo dell’energia sia aumentato anche per i concorrenti, i maggiori costi tenderanno a rispecchiarsi nel valore della produzione. Il che implica che la riduzione dei margini in realtà dipende da quanto i clienti possano o meno sostituire il prodotto della nostra azienda con un altro o farne semplicemente a meno. Se questa sostituzione o rinuncia non è possibile, sarà il consumatore a pagare di fatto i maggiori costi di produzione dovuti all’energia, non l’azienda manifatturiera.

Se poi l’azienda in questione è più efficiente nell’uso dell’energia rispetto ad almeno uno dei suoi concorrenti attivi, un aumento dei prezzi dell’energia conduce tendenzialmente a un aumento dei margini e delle quote di mercato, con un effetto di cosiddetto windfall profit, lo stesso meccanismo per cui le aziende di produzione elettrica che non usano le fossili guadagnano di più grazie agli alti prezzi delle fossili e dei permessi a emettere CO2.

A livello europeo, e in buona parte anche eurasiatico, l’aumento dei prezzi energetici non ha colpito solo l’Italia, che anzi ha visto di recente un miglioramento relativo rispetto alla Francia con un prezzo italiano dell’elettricità in media più basso di quello transalpino, quindi si può (in termini grossolani) escludere che un’azienda manifatturiera italiana il cui mercato di riferimento sia l’Europa rischi di perdere competitività rispetto ai concorrenti a parità di politiche italiane e degli altri stati europei.

Ma nel breve periodo anche per un’azienda energicamente efficiente un aumento violento dei prezzi energetici può causare problemi finanziari, per esempio se l’azienda non è in grado di aggiornare i prezzi di una commessa ancora da produrre ma già negoziata prima degli aumenti. In questo caso il problema è serio, ed è dovuto a una mancata copertura del rischio di fluttuazione dei prezzi energetici.

In conclusione: in teoria è sbagliato almeno nel medio periodo socializzare il caro energia per le aziende energivore il cui mercato di riferimento sia esposto agli stessi prezzi. Peccato che, con politiche energetiche diverse tra i vari paesi europei, è sufficiente che uno introduca aiuti per rendere inevitabile la loro generalizzazione. Perché in presenza di aiuti locali in un paese, per le imprese di altri paesi ci sarebbe un effetto di perdita di competitività a meno che anche quegli altri paesi adottino misure simili.

La conseguenza, mi sembra, è che probabilmente una politica europea sensata per il caro-energia sarebbe anzitutto la creazione di un ministero europeo dell’energia, che omogeneizzi queste politiche.


Puntata 500 (in onda il 17/10/21)

Siamo arrivati, stento io stesso a crederci, alla puntata 500. Che purtroppo non posso dedicare ad alcun tema speciale, visto che l’attualità mi costringe a tornare sulla questione del caro-energia, se non altro per un compendio delle riflessioni uscite sugli organi di informazione nell’ultima decina di giorni, per esempio l’articolo su lavoce.info a firma di Polo, Pontoni e Sileo, quest’ultimo una vecchia conoscenza e spesso collaboratore di questo blog.

I politici sembrano molto in ansia, e alcuni Governi europei, tra cui quello spagnolo italiano e greco, hanno sollecitato la Commissione UE a misure di contrasto al caro-gas. Un recente documento UE risponde con moderata freddezza, dopo che il vicepresidente Timmermans e la capa dell’energia Simson avevano già difeso l’impianto dell’organizzazione europea dei mercati energia e di quello che dà un prezzo alle emissioni di CO2 (che peraltro ha contribuito come sappiamo molto limitatamente al recente aumento delle bollette). I Governi possono usare la leva fiscale per calmierare temporaneamente i prezzi, dice l’UE, purché lo facciano con chi ne ha effettivamente bisogno e senza alterare la concorrenza nell’energia.

Trovo anch’io che sarebbe un controsenso soffocare il segnale di prezzo e impedire che esso faccia scattare sane reazioni dei consumatori. Infatti questo caro-energia ci ricorda che le fonti fossili hanno un prezzo volatile, e probabilmente lo avranno anche di più nella loro fase di ridimensionamento e infine pensionamento, perché la capacità produttiva potrebbe ridursi in anticipo rispetto alla domanda. Un segnale di scarsità è sicuramente coerente col fatto che dobbiamo affrancarci in fretta da petrolio e gas. Non a caso è stato proprio il ministro dell’energia del Qatar – uno dei principali esportatori di gas via nave – a dirsi scontento dei prezzi troppo alti, consapevole che essi portano i clienti e ridurre la propria dipendenza non appena possibile.

Infatti i consumatori, domestici e industriali che siano, si attrezzano rispetto ai rischi di scarsità, investendo per esempio in efficienza energetica e uso di fonti alternative. Una volta che le famiglie in difficoltà siano messe al sicuro, come la stessa UE chiede, non si capisce perché gli altri soggetti non dovrebbero prendersi la responsabilità delle proprie scelte di approvvigionamento energetico.

Del resto, chi ha energia comprata a prezzo fisso non vedrà l’incremento se non al rinnovo del contratto – sempre che i prezzi a termine saranno allora ancora alti – e chi si è dotato direttamente o contrattualmente di propria capacità di generazione da fonte rinnovabile è già meno soggetto alle fluttuazioni del gas.

La situazione di scarsità del gas stoccato in Europa, che preoccupa in vista di un eventuale inverno rigido, non è però la stessa in tutti i paesi. Quelli che oltre a essere dotati di capacità di stoccaggio adeguata l’hanno anche riempita di più nella scorsa primavera-estate avranno ora la giusta remunerazione grazie alla possibilità di esportare gas a buon prezzo. Cosa che dall’Italia sta già avvenendo con una certa frequenza attraverso entrambi i metanodotti transalpini. Una situazione che ci vede ormai esordire nel ruolo di paese di passaggio – e non solo di arrivo - del gas, viste le ben tre interconnessioni extraeuropee a sud, e ora anche potenzialmente nel ruolo di polmone rispetto ai picchi di domanda europea.


Puntata 498 (in onda il 28/9/21)

Nella puntata 497 abbiamo cercato di fare chiarezza sulla causa degli aumenti recenti dell’elettricità, dovuti in gran parte a una carenza momentanea di gas a livello mondiale non dissimile da altri settori che coinvolgono per esempio materie prime alimentari, della manifattura pesante, dell’elettronica.

Scorte ridotte e investimenti rimandati in molti settori durante il Covid per limitare il capitale immobilizzato dalle aziende in difficoltà, uniti alla ripartenza dei consumi, stanno causando un’insufficienza temporanea di capacità produttive che era stata ampiamente anticipata da osservatori come l’Economist. Conseguenza di questo è l’inflazione, che infatti si sta risvegliando rapidamente e di cui, certo, l’energia è una componente importante. (Solo io sto notando che da noi un primo piatto in trattoria ora non costa meno di 12 euro mentre la norma fino a poco fa era 10 o meno?).

Il Governo sta predisponendo mentre scrivo questa trasmissione un decreto per contenere gli aumenti del prezzo dell’energia con l’utilizzo di risorse fiscali per alcuni miliardi nell’ultimo trimestre del 2021. Con tutele più forti per i clienti a basso reddito, ma con effetti su tutti, anche su chi ha un contratto a prezzo fisso e non sta subendo alcun aumento di bolletta. Ha scritto sul tema Carlo Cottarelli su Repubblica il 24 settembre [2021]:

Per anni le istituzioni internazionali e tutti coloro che hanno a cuore il futuro del pianeta hanno sottolineato le conseguenze negative di sussidi generalizzati (all’energia e non). Qui, per giunta, si sussidia l’energia “sporca”. L’incoerenza con le politiche di transizione ecologica è evidente. Questo vale soprattutto per la parte dell’aumento dovuta al maggiore costo dei permessi di emissione, il cui scopo è quello di scoraggiare i consumi. Ma l’incoerenza è presente qualunque sia la causa dell’aumento dei prezzi.

Aggiungerei che fenomeni simili, come accennavo, li stiamo vedendo in altre materie prime. Fiscalizzeremo l’aumento delle farine, dei minerali ferrosi e no, dei chip, magari riducendone l’IVA?

Per un paese con livelli di spesa fiscale e di imposte sui redditi molto alti, aumentare ancora la spesa fiscale e quindi le future nuove imposte a me sembra folle. Nel caso dell’energia, poi, la capacità dei consumatori di reagire a segnali di prezzo è fondamentale perché le politiche ecologiche del “chi inquina paga” siano efficaci. Se gli aumenti di prezzo vengono contrastati con le tasse anche a spese di chi non consuma, e indipendentemente dal mix di fonti energetiche scelte da un cliente, buona parte delle politiche di responsabilizzazione dei consumatori va a ramengo.


Puntata 497 (in onda il 21/9/21)

Il prezzo dell’elettricità, i lettori di Derrick lo sanno ma temo siano tra i pochi vista la qualità del dibattito in corso, è determinato da fattori sia regolati sia di mercato. I primi sono un insieme di oneri che coprono soprattutto i costi delle politiche ambientali – in particolare i sussidi alle fonti rinnovabili - e i costi delle reti, i secondi sono soprattutto i costi di combustibile della produzione termoelettrica che determinano, quando le centrali termoelettriche sono necessarie a soddisfare la domanda, il prezzo all’ingrosso momentaneo dell’energia.

Anche se ormai la maggior parte dell’energia al dettaglio è venduta a condizioni liberamente proposte (e scelte) sul mercato, ha ancora molto seguito mediatico l’aggiornamento periodico che l’Autorità dell’energia fa delle tariffe regolate dedicate ai clienti soprattutto domestici che non hanno mai scelto un fornitore sul mercato.

L’imminente aggiornamento molto al rialzo di questa tariffa ha scatenato un dibattito pubblico in cui, come spesso capita, alcune delle posizioni che hanno fatto più rumore sono quelle più infondate.

Sperando di contribuire in modo utile, ecco qui alcune affermazioni facili da verificare:

  • L’aumento repentino del prezzo all’ingrosso dell’elettricità (che a settembre [2021] si è mosso ampiamente oltre i 100 €/MWh e negli ultimi giorni attorno ai 150 € - mentre un anno fa nello stesso periodo era sui 50) è determinato perlopiù da un aumento violento del prezzo del gas che nel nostro paese è ancora determinante per coprire la punta di domanda elettrica. Infatti, le centrali a gas offrono energia nella borsa elettrica a un prezzo non inferiore a quello necessario a coprire i costi di combustibile (e i permessi a emettere CO2, si veda poco sotto), e non potrebbero fare altrimenti. L’aumento del prezzo del gas a sua volta è causato dalla ripresa globale dei consumi che ha colto gli stoccaggi meno pieni di quanto normalmente siano in questa stagione, anche a causa della scorsa primavera più rigida del previsto.
    Il prezzo all'ingrosso dell'elettricità dipende però non solo dal gas, ma anche dai permessi a emettere CO2 che le centrali termoelettriche devono acquistare. Il prezzo di questi permessi è aumentato a inizio settembre [2021] rispetto a metà agosto di una decina di €/t (con un impatto sui costi di un Megawattora a gas di meno della metà), ma è comunque rimasto in un'area tra 50 e poco più di 60 €/t da maggio [2021] alla data di questo post (link sotto), e quindi ha un impatto minimo rispetto agli aumenti recenti del prezzo all'ingrosso dell'elettricità.

  • Anche le politiche ambientali costano, certo, al momento una decina di miliardi all’anno nelle bollette, cioè una trentina di € per ogni MWh che consumiamo, ma questo conto non solo non si muove in modo repentino, ma è in fase di calo strutturale da anni, perché da anni le convenzioni inizialmente troppo generose per sostenere gli impianti rinnovabili sono state sostituite da altre che lo sono molto meno (tanto che gli obiettivi di nuova capacità rinnovabile che il Governo si propone non vengono al momento raggiunti).

  • Più rinnovabili non programmabili comportano anche più costi di bilanciamento della rete, ma si tratta di una voce per ora relativamente modesta rispetto al prezzo complessivo (una decina di € a MWh) e le cui fluttuazioni quindi non hanno al momento un effetto paragonabile a quelle determinate dalla volatilità dei prezzi dei combustibili fossili.

Conclusione: l’impennata di prezzo elettrico di questo periodo non c’entra quasi per nulla con le politiche ambientali.

Nello stesso tempo, politiche incoerenti con la decarbonizzazione (per esempio nuovi investimenti sulle stesse fossili che dovranno essere abbandonate, si pensi alla metanizzazione della Sardegna) molto verosimilmente aumenteranno il costo della decarbonizzazione stessa, perché dovranno essere ripagate anche se si riveleranno presto – o addirittura subito – inutili.


Link:

 

 

Mattei torna qui! (Puntata 548 in onda il 1/11/22)

Enrico Mattei
Questo articolo è apparso su Il Tempo il 5/11/22 a pag. 12 con il titolo "Andiamo in Africa come partner industriali" 

Come lui sono nato nell’entroterra pesarese e dopo la laurea mi sono formato alla scuola di energia che porta il suo nome a San Donato Milanese: figuriamoci se non ammiro la figura di Enrico Mattei, di cui il 27 ottobre è ricorso l’anniversario della morte.

In Eni girava uno scherzo secondo cui l’acronimo SNAM, nome della società che è stata anche il monopolista della commercializzazione del gas in Italia, significasse in realtà Siamo Nati A Matelica, cittadina non lontana da dove Mattei nacque e da dove il gruppo Eni in effetti aveva aperto sedi forse motivate dalla sua attenzione a quel territorio.

Mattei fu incaricato di liquidare l’Agip e invece le procurò spazi prima inimmaginabili grazie all’innovazione con cui ruppe il cartello delle major petrolifere concedendo nuove prerogative ai paesi produttori che si affacciavano sul mercato. In Italia “inventò” il gas naturale, che avrebbe permesso al sistema energetico nazionale di non ricorrere troppo al carbone nell'industria e nella produzione di elettricità, anche se per abbandonare l’olio combustibile ci vollero la privatizzazione dell’Enel e l’introduzione della concorrenza con una nuova stagione di investimenti.

La presidente Meloni lo ha citato come innovatore riguardo ai suoi rapporti con l’Africa, un innovatore capace di leggere le tendenze economiche e tecnologiche globali e di fare nello stesso tempo gli interessi dell’industria energetica nazionale.

Cosa farebbe Enrico Mattei oggi? Dove accompagnerebbe i politici (che lui si vantava di usare “come si usa un taxi” – chissà se anche questo piace a Meloni) a farsi patrocinare accordi e investimenti? Su quali energie e tecnologie punterebbe?

Immagino che guarderebbe al futuro come fece allora. Il “suo” gas era uno strumento di emancipazione tecnologica, ecologica ed economica, mentre parlare oggi di “gas di transizione” in un paese che quella transizione l’ha fatta tra i primi al mondo suona quantomeno intempestivo, così come averlo promosso all’interno della tassonomia UE degli investimenti verdi da parte italiana è masochistico, visto che da noi quegli investimenti sono già stati fatti.

E magari, come suggerisce Meloni, Mattei guarderebbe come allora all’Africa, ma non per proporre lì un ulteriore sviluppo delle energie fossili (peraltro in piena contraddizione con accordi siglati dall’Italia a margine della COP26), bensì per arrivare in anticipo come partner industriale nelle tecnologie della nuova energia.

Tecnologie che nella parte più rurale dell’Africa, che deve ancora sviluppare un sistema elettrico moderno, potrebbero passare per percorsi innovativi anche in confronto all’Europa, fatti di reti locali intelligenti, di gestione flessibile della domanda, di accumuli e produzione elettrica distribuita da fonti rinnovabili. O, nel Mediterraneo, fatta di quegli elettrodotti sottomarini tra Italia e Nord Africa di cui chissà perché si parlava vent’anni fa più di quanto si faccia oggi. Ne uscirebbe un’Italia hub non del gas, bensì delle energie rinnovabili e delle loro tecnologie, facilitando anche il collegamento del futuro eolico offshore mediterraneo.

L’esempio di Enrico Mattei, la sua capacità di guardare lontano e rovesciare i tavoli delle convenzioni e del business as usual, sono necessari oggi quanto e più di allora. Ne hanno bisogno l’industria italiana dell’energia e i suoi clienti, ne hanno bisogno le politiche del clima.

lunedì 17 ottobre 2022

Il paradosso dell'export italiano di gas (Puntata 546 in onda il 18/10/22)

Questa puntata è tratta da un articolo più lungo scritto per ECCO Think Tank e leggibile integralmente al link sotto.

Una 500 esportata molto lontano
(Foto Derrick)
I mercati europei all’ingrosso di elettricità e gas sono interconnessi (non per niente si parla di mercato unico). Questo significa che gli interventi amministrativi sul mercato di un Paese hanno effetti anche su altri, effetti a volte contraddittori con obiettivi con cui gli stessi interventi sono stati proposti all’opinione pubblica.

Per esempio: il meccanismo con cui la Spagna ha fiscalizzato una parte del costo del gas per abbassare il prezzo dell’energia elettrica l’ha resa artificialmente competitiva rispetto a quella francese, e quindi la Spagna ha iniziato a esportare al massimo verso la Francia limitando il calo del prezzo interno.

In altri termini, le tasse degli spagnoli hanno sussidiato anche i clienti di elettricità di altri paesi.

Nel caso della Spagna, la scarsa interconnessione con il resto d’Europa rende questo problema limitato e proprio per questo l’UE ha dato comunque il via libera al meccanismo.

In un sistema elettrico più interconnesso, si arriverebbe invece all’apparente paradosso che il prezzo di mercato interno scenderebbe pochissimo e gran parte del vantaggio si trasferirebbe all’estero.

Nel sistema italiano di recupero dei cosiddetti extraprofitti dell’energia, questo problema non c’è, perché tale recupero è operato sui produttori in forma di tassa e non altera il prezzo di mercato all’ingrosso dell’elettricità. Una tassa che serve a finanziare (in modo molto parziale) gli sconti generalizzati oggi in vigore sulle bollette di famiglie e imprese.

C’è una distorsione che si sta però verificando anche in Italia. In forma, di nuovo, di export, in questo caso di gas. Export che non è mai stato così elevato come nei mesi a partire dalla crisi.

Perché l’Italia esporta gas in Europa? Perché è più interconnessa di altri paesi via tubo con fonti non legate alla Russia, il che frequentemente fa sì che il prezzo italiano del gas sia più economico di quello del mercato nordeuropeo.

E dove sta la distorsione?

Sta nel fatto che lo Stato italiano ha sussidiato l’acquisto di gas da immettere in stoccaggio, che è avvenuto in momenti di prezzi altissimi ai quali nessun operatore di mercato avrebbe messo fieno in cascina.

Se è vero che non è svuotando gli stoccaggi che stiamo esportando ora, bensì semplicemente sfruttando maggiore capacità di import rispetto alla richiesta nazionale, è anche vero che questo surplus sarebbe più basso se gli stoccaggi non fossero già pieni. In altri termini, quindi, l’export di oggi è anche una conseguenza dell’acquisto socializzato di gas durante l’estate.

La questione sarà ben più palese quando nell’inverno 23-24 avremo almeno uno dei nuovi rigassificatori pagati con garanzia dello Stato a sostenere tale export: export (e profitti) privati grazie a infrastrutture pagate con le tasse, e riduzione dei prezzi limitata proprio dall’export che collega i mercati facendo arbitraggio tra di loro.

Una discreta fregatura per il cliente di gas italiano che paga le tasse: il prezzo cala poco, le tasse o il debito aumentano tanto.

L’implicazione in termini di buone politiche è che sia gli investimenti in infrastrutture per la sicurezza energetica sia i meccanismi di controllo eccezionale del prezzo dovrebbero applicarsi a livello europeo. Oltre che essere coerenti con le politiche di decarbonizzazione. I rigassificatori tanto amati dalla politica mainstream, anche dalle aree che si professano attente alla sostenibilità economica, non vanno in questa direzione.


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domenica 9 ottobre 2022

Contratti gas e minaccia nucleare (Puntata 545 in onda l'11/10/22)

Francis Gavin dell’Università Johns Hopkins ritiene che quando si parla di conflitti nucleari non è tanto la superiorità negli armamenti a essere determinante, quanto la disponibilità a usarli davvero. E pochi soggetti sono più pericolosi di un despota ormai entrato in una fase molto oltre ogni possibilità di recupero.

Una cosa che mi sembra ci stia insegnando l’orribile aggressione russa è che il celebre assioma di Bastiat “dove passano le merci non passano gli eserciti” sembra non applicarsi più.

Né Putin né l’Europa hanno infatti finora chiuso del tutto i rubinetti del gas. Il primo, piuttosto, li modula già da prima dell’invasione per controllare il prezzo e il livello di minaccia verso l’occidente, e purtroppo trova terreno fertile in paesi europei disuniti dove la proposta della Commissione (e di autorevoli economisti) di mettere un dazio straordinario sul gas russo resta minoritaria.

Noi europei preferiamo tenere aperto un canale di vessazione del regime russo pur di non perdere il gas (sempre meno) che ci dà quando ne ha voglia, mentre avremmo la capacità di accelerarne il collasso economico estendendo al gas le sanzioni. Da un lato abbiamo messo in campo costosissime azioni per porci in grado di rinunciare al gas russo, dall’altro non ce ne avvantaggiamo in termini tattici e non abbiamo il coraggio di applicare nemmeno una tariffa selettiva. Estraiamo i cosiddetti extraprofitti dalle fonti rinnovabili, ma non dal gas di Putin.

E anche il governo ucraino si guarda bene dal compromettere questo filo commerciale: gli unici tubi di esportazione dalla Siberia oggi passano sul suo territorio (disturbati solo da incidenti tecnici quando la Russia decide di causarli o inscenarli), e verosimilmente l’Ucraina viene regolarmente remunerata dalla Russia per il transito (in gas? Può darsi).

Vedete che più contraddittoria dell’assioma di Bastiat di così questa situazione non potrebbe essere.

A parziale discolpa delle nazioni europee (non dico dell’UE, perché come abbiamo visto la posizione della Commissione non è quella immobile del Consiglio) potrebbe essere il fatto che se Gazprom non ha ancora contravvenuto ai minimi commerciali di esportazione (anche grazie alle finte cause di forza maggiore addotte quando gli è utile) se fossero i clienti a violare per primi i contratti questo li metterebbe in una condizione di svantaggio nella sede di un arbitrato internazionale.

Ma veramente si pensa questo? Di salvaguardare un contratto con una controparte che minaccia un attacco nucleare?

Altro problema da considerare è che in caso di chiusura dei rubinetti dovrebbe essere l’Europa a esportare gas all’Ucraina questo inverno, ma non si tratta di numeri preoccupanti se prima della guerra l’import Ucraino di gas (che ne è un discreto produttore) era di meno di 13 miliardi di m3/anno secondo worlddata.info.

La deterrenza nucleare serve a poco contro un uomo che sa di essere ormai destinato o a cadere lui da solo o a portare al disastro la sua nazione (o anche tutte le altre). Anzi potrebbe aizzare una comunità di guerrafondai patriottici.

Mettere sul lastrico l’economia pubblica russa chiudendo noi i rubinetti forse invece accelererebbe una sollevazione del paese.

E a me darebbe l’impressione che quel pochissimo gas che ancora uso in casa (solo per la doccia) non è più macchiato di sangue.


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martedì 27 settembre 2022

Ci scalderà il prete (Puntata 543)

Un prete fotografato da Paolo Ghelfi
Secondo un report di Goldman Sachs di inizio settembre (link sotto), quest’inverno ci sarà il picco dei prezzi energia, e in Italia la famiglia media spenderà su base annua 6000 Euro all’anno tra luce e gas, 500 al mese. Il Think Tank ECCO è più pessimista e ipotizza punte di 37€ al giorno di gas per riscaldare una casa nelle regioni più fredde (link sotto).

Quanto dobbiamo aspettarci che i consumatori reagiscano a simili prezzi, ora che la maggior parte di loro dovrebbe aver avuto l’impatto con almeno una prima tranche di aumenti nelle bollette nel frattempo ricevute?

Il bilancio italiano del gas naturale mostra a luglio un calo dei consumi del 3,2% rispetto a un anno prima, malgrado il fabbisogno elettrico dei condizionatori e l’uso eccezionalmente alto della generazione elettrica a gas a causa della minor produzione idroelettrica causata dalla siccità.

In Svizzera nel periodo estivo 2022 i consumi di gas sono diminuiti di circa 1/5, una cifra impressionante.

Io personalmente non potrò contribuire molto alla riduzione dei consumi diretti di gas, perché ho già smantellato la caldaia a gas del riscaldamento da anni e oggi climatizzo l’appartamento con pompe di calore. Che comunque userò con molta parsimonia perché non ho alcuna voglia di lavorare per la bolletta, che sia dell’elettricità o del gas, e quindi alla fine sì, certamente farò la mia parte.

Se guardiamo all’indietro, non dovrebbe essere così remoto il ricordo di tempi in cui una climatizzazione confortevole non era affatto la norma. Perfino nelle ville nobiliari e nei castelli fino ad almeno l’inizio del Novecento dubito si stesse molto confortevoli in inverno se non vicino al camino. Anzi, immagino il personale in cucina più caldo del povero nobile in pesanti vestaglie che si aggira in gelide sale dai soffitti sinistramente alti e finestre piene di spifferi.

Anche nelle case dove vivevano i miei nonni quando io ero piccolo l’unico ambiente ben riscaldato era la cucina, dove il cuore energetico pulsante era la “cucina economica” a legna – ve la ricordate? – quella stufa-piano di cottura e forno con un sistema geniale di cerchi concentrici in ghisa che permetteva al piano cottura superiore di aprirsi per dare accesso alla zona di combustione e caricarla di grossi ciocchi di legna ad ardere. Che meraviglia.

Le camere da letto in quelle case non erano riscaldate, se non all’interno dei letti con il cosiddetto “prete”: un telaio di legno simile a uno slittino affusolato che teneva alte le lenzuola e custodiva all’interno un braciere ardente.

Ora che viviamo in case meglio coibentate, non foss’altro grazie alle finestre moderne installate con gli sconti fiscali, forse possiamo affermare che tagliare drasticamente i consumi da riscaldamento è fattibile senza rischiare la vita? Chi vuole. Certo l’assenza di cucina economica non aiuta (ma qualche giorno fa in trasferta in Trentino ho visto negozi di stufe a pellet agghindati come gioiellerie).

Chi non vuole risparmiare luce e gas può sempre pagare le bollette e consolarsi pensando che scherzi del genere le energie fossili li hanno già fatti in passato e che forse conviene investire per emanciparsene il prima possibile.

Questo testo è stato scritto per la rubrica Sparks di Duferco Energia che ringrazio di permetterne l’uso anche su Derrick.

Ringrazio anche Fulvio Fontini per le conversazione che l’ha ispirato e Paolo Ghelfi per la foto.


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