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lunedì 4 febbraio 2019

Reddito di cittadinanza e bollette (Puntata 385 in onda il 5/2/19)

Con Elisa Borghese

Grazie anche al lavoro di Elisa Borghese, frequente coautrice di Derrick, facciamo qualche considerazione dalla lettura del decreto sul cosiddetto reddito di cittadinanza (d’ora in poi anche RDC), che come abbiamo già detto “di cittadinanza” non è ma è legato a condizioni di reddito, patrimonio e disponibilità ad accettare lavori o a formarsi.

Riparazione di fortuna su una Peugeot anni '90 a Cuba
Concentriamoci proprio su alcune delle condizioni di accesso.
Quella principale è un ISEE inferiore a 9360 Euro per il nucleo familiare. (L’ISEE è un indice sintetico che tiene conto di aspetti reddituali, patrimoniali e di necessità di potere d’acquisto).

Il decreto sull’RDC pone però anche paletti specifici sul patrimonio e sulla proprietà di beni durevoli. Per esempio, qualsiasi auto acquistata nuova da un familiare fa perdere il diritto per sei mesi, che diventano due anni per le cilindrate medio/alte (questo accanimento sulla cilindrata anziché su potenza o emissioni è davvero anacronistico). Sempre incompatibile è poi la proprietà di imbarcazioni da diporto, e questo deriva forse dalla celebre promessa di Di Maio di non permettere l’uso dell’RDC a fini voluttuari, promessa che se mantenuta davvero implicherebbe, temiamo, l’instaurazione di una dittatura di polizia.

Sui limiti al reddito s’inserisce uno strano collegamento tra RDC e le bollette di luce e gas. Perché?
Perché il decreto stabilisce che chi ha diritto al reddito di cittadinanza acquisisce anche diritto al bonus bollette, che è uno sconto già in essere e pagato nel sistema delle bollette e non dal fisco, volto a combattere la cosiddetta “povertà energetica”, che andrebbe identificata secondo l’UE anche con parametri specifici legati tra l’altro alla zona climatica, alla remotezza e all’efficienza energetica dell’abitazione, ma che in Italia si fa coincidere con un ISEE inferiore a un determinato livello, che, attenzione, è più basso di quello previsto per l’RDC.
Ecco, questa è una questione critica. Perché lega alle condizioni di accesso all’RDC la fruizione di un vantaggio che invece dovrebbe essere connesso ad aspetti di vulnerabilità specifici del settore energia e, inoltre, estende questo vantaggio a fasce di reddito prima escluse. Come dire che un pezzetto dei vantaggi introdotti dall’RDC sarà erogato e pagato dalle bollette.

Siamo quindi di fronte a un nuovo passo in direzione della fiscalizzazione dirigista delle bollette, sempre più usate per finalità – in questo caso di welfare - estranee al loro ambito.

Oltre a Elisa Borghese, ringrazio per questa puntata Francesco Mingiardi e Alessandro Massari per la consulenza.


Link utili:


domenica 9 dicembre 2018

Gilet gialli anche da noi? (Puntata 380 in onda l'11/12/18)

Cosa si può dire a un giovane studente francese che protesta contro le tasse sui carburanti? A lui che forse non possiederà nemmeno mai un’auto a combustibile e che da un maggior contributo al bilancio dello Stato di chi gira in macchinone potrebbe avere solo guadagni? Gli si può dire, credo, che per la sua rabbia ha completamente sbagliato obiettivo.

L’emendamento di maggioranza alla nostra legge di bilancio che [nella sua versione originale, poi mi modificata - nota successiva] introduce un’imposta di immatricolazione di auto private basata sulle emissioni di CO2 medie e un contestuale incentivo all’acquisto di modelli con bassissime emissioni (elettrici o ibridi) ha ricevuto sollevazioni da un sacco di parti, anche da collaboratori saltuari di Derrick che chi scrive stima molto. Il sindacalista Marco Bentivogli per esempio ha scritto che la misura è sbagliata perché avvantaggerebbe produttori di auto non italiani.
Una gloriosa Maserati Biturbo fotografata da Derrick.
Può l'industria automobilistica italiana
trincerarsi sui motori a combustione?

Io stesso con il deputato di Più Europa Riccardo Magi ho firmato una nota (riportata qui sotto) in cui critichiamo alcuni aspetti della norma, pur apprezzando che essa introduce una forma di incentivi/disincentivi virtuosi sul piano ambientale.
Quello che non è piaciuto a Magi e me è che la stessa maggioranza che fa questa proposta ha cassato l’emendamento di Magi per una revisione in chiave ambientale delle imposte indirette (accise e in un secondo momento IVA) per renderle legate proprio alle emissioni dannose (quelle effettive, non quelle potenziali come nel caso della norma di cui parliamo).
Non ci è piaciuto nemmeno che i sussidi all’acquisto previsti nell’emendamento (fino a 6000 euro) siano ottenibili anche da chi non rottama un vecchio veicolo (in un Paese che le auto non sa più dove metterle) e anche per comprare auto costosissime per le quali difficilmente il sussidio è decisivo.

Ma se è vero che dobbiamo mettere in sicurezza l’ambiente perché mai non si dovrebbe favorire chi fa un acquisto “green” rispetto a chi fa una scelta opposta? Il fatto che l’Italia ospiti un produttore di auto che non ha in listino modelli elettrici o ibridi dovrebbe farci assecondare scelte industriali di retroguardia? Se mai, un segnale virtuoso potrebbe accelerare la conversione già prevista nei piani (pur tardivi e blandi) di FCA. Così come una riforma ambientale di tutta la fiscalità prima promessa poi affossata dal M5S aiuterebbe le utilitarie FCA già ora.
Bentivogli cita anche la scarsa quota di mercato delle auto elettriche come motivo per non favorirle. Ma i sussidi, se hanno senso, ce l’hanno quando aiutano scelte d’avanguardia ritenute virtuose, non certo comportamenti già comuni (questa è tra l’altro una regola generale delle linee-guida UE sugli aiuti di Stato ambientali).

Ma se Derrick può concedersi una previsione, è questa: ad affossare o stravolgere la norma saranno gli stessi vertici del Governo. Di Maio del resto ha già dichiarato che saranno escluse dagli aggravi le auto che servono alle famiglie per spostarsi (sic).
Il fatto è che nessun populista può permettersi di scontentare qualcuno, se non una “casta” immaginaria o gente che non vota.

Chiudo ringraziando Elisa Borghese (informazioni sui collaboratori esterni sono al link sotto) per il materiale di questa puntata e con la segnalazione di un evento su clima e ambiente: Terra chiama, più Europa risponde, con scienziati, politici, associazioni, sabato 15 dicembre a Roma (link sotto).


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Il testo del comunicato di Magi e Governatori del 6/12/18:
MANOVRA. +EUROPA: ECOTASSA? SERVE ECORIFORMA DEL FISCO MAGI E GOVERNATORI: MAGGIORANZA RICONSIDERI NOSTRI EMENDAMENTI (DIRE) Roma, 6 dic. - "La norma della maggioranza sulla ecotassa presenta diverse criticità. L'aspetto più discutibile, nella forma per ora circolata, è che si potrebbe fruire dei vantaggi senza rottamare alcun veicolo: un po' come quando gli incentivi ai frigoriferi classe A portarono in molti casi al raddoppio degli apparecchi in possesso delle famiglie e quindi all'aumento dei consumi. Un altro problema è che si incentivano anche auto di lusso, con effetti distributivi molto dubbi. Inoltre non e' previsto un bonus specifico per le elettriche pure che invece hanno bisogno di aiuto, come accade in tanti altri Paesi, per raggiungere una diffusione critica che renda più facile l'investimento anche privato in infrastrutture di ricarica. Ma il problema principale è che né il bonus né il malus previsti si applicano alle emissioni dannose effettive, che dipendono anche dai chilometri percorsi e non solo dal tipo di auto, lo dichiarano Riccardo MAGI, deputato radicale di +Europa, e Michele Governatori, membro della direzione di Radicali Italiani. "Che una norma si ispiri al principio del 'chi inquina paga' lo apprezziamo- continuano- Ma se è questa la volontà, allora occorre farlo con coerenza e radicalmente, iniziando in questa manovra una rimodulazione ecologica del fisco, in primis delle accise. Per disincentivare chi inquina o contribuisce ai danni climatici a vantaggio dei redditi di chi non lo fa. Senza maggiore pressione fiscale. Era l'obiettivo degli 'ecoemendamenti' che avevamo presentato alla Manovra: proposte coerenti con la campagna #menoinquinomenopago di Radicali Italiani supportata in passato anche da esponenti del M5S. Ma sono stati tutti respinti in Commissione bilancio. Chiediamo alla maggioranza di ripensarci, se si vogliono adottare misure serie e concrete su clima e salubrità dell'ambiente", concludono MAGI e Governatori. (Com/Ran/Dire) 18:41 06-12-18 NNNN


martedì 6 novembre 2018

De Romanis su manovra 2019 (Puntata 375 in onda il 6/11/18)

Veronica De Romanis
interviene al
XVII Congresso di Radicali Italiani
Veronica De Romanis, esperta di finanza pubblica, insegna politica economica in vari atenei tra
cui la LUISS.
Ha partecipato a un panel di economisti coordinato da Mario Pietrunti nell’ambito del XVII congresso di Radicali Italiani con un’analisi della congiuntura macroeconomica italiana e della bozza di legge di bilancio 2019.
È con noi in questa puntata di Derrick per una breve intervista sugli stessi temi.

La prima domanda che le ho fatto è se le manovre dei Governi precedenti a quello Conte abbiano effettivamente fatto politiche di bilancio austere, restrittive:




Grazie a Veronica De Romanis

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martedì 2 ottobre 2018

Come farti comprare i BOT: arrivano i CIR? (Puntate 370-1 in onda il 2-9/10/18)

Con Paolo Zanghieri

La gelatina che è in noi
La parola “spread” sembra aver la capacità di trasformare in gelatina (spread vuol dire in effetti anche crema da spalmare) le sinapsi cerebrali anche del più cauto padre di famiglia, che inizia a immaginarsi gl’ircocervi cattivi della finanza internazionale a impedirci di essere ricchi, cosa che forse riteniamo un diritto naturale.
Foto di Michele Governatori
Un banco del liceo Virgilio di Roma.
L'Italia è messa malissimo in termini di educazione finanziaria.

Gli psicologi del resto spiegano che accettare un depauperamento di prospettive fa più male che essere in condizioni peggiori ma con una tendenza al miglioramento. Resta però il fatto che, anche se non lo accettiamo psicologicamente, per essere ricchi in modo sostenibile bisogna saper fare qualcosa di rilevante meglio o in modo più efficiente degli altri. Non ci sono altre vie: prendere i soldi a prestito e spenderli per comprare cose che fanno altri funziona solo per un po’, finché qualcuno quei soldi te li dà.

Quando i finanziatori iniziano a tirarsi indietro, nell’era delle sinapsi-gelatina essi finiscono nel mirino insieme alle agenzie di rating. Ma in un contesto in cui ormai i 2/3 del debito pubblico italiano sono in mano a prestatori nazionali e alla BCE, il gioco delle parti diventa sempre più una scissione psicotica: la gelatina ci fa prendere di mira i creditori, che però per la maggior parte siamo noi stessi.
Ma alla gelatina non interessa: ci suggerisce che potrebbero esserci dei mezzi non coercitivi per convincere il noi-prestatore a continuare a prestare al noi-gelatinoso anche contro il proprio interesse. Si potrebbe cioè convincere con le buone il noi-prestatore a continuare a comprare titoli di Stato e tenerli a lungo. Ma come?

I CIR: un gioco delle tre carte
Il governo, e in particolare le menti economiche della Lega, stanno studiando i Certificati Individuali di Risparmio (CIR). Si tratta di prodotti finanziari, destinati ai residenti in Italia, che investono esclusivamente in nuove emissioni di debito dello Stato o delle altre amministrazioni pubbliche. Se ne incentiverebbe l’acquisto con benefici fiscali simili a quelli dei Piani Individuali di Risparmio (PIR), recentemente introdotti per finanziare le imprese più piccole: niente tasse sui rendimenti e possibilità di un credito di imposta, a condizione che le somme restino vincolate per un periodo abbastanza lungo di tempo. Inoltre i CIR sarebbero impignorabili e non sottoponibili a sequestro.  Nei piani del governo potrebbero partire già dall’anno prossimo.

Secondo noi si tratta di una pessima idea, ecco perché:

  1. Dalle condizioni economiche dell’Italia dipendono già il nostro stipendio e la nostra pensione futura. Il buonsenso consiglierebbe di diversificare il rischio investendo anche all’estero o in altro. Buttarsi sul debito pubblico italiano sa molto più di “oro alla Patria” che di scelta razionale e prudente.
  2. L’idea (o furbata, dipende dal livello di gelatina) dietro ai CIR è quella di sottrarre dal controllo dei mercati il debito pubblico italiano, “ammazzando” lo spread. Sarebbe così garantita un po’ più di disinvoltura nella gestione delle finanze pubbliche.
  3. In questo modo una quota sempre maggiore del debito pubblico passerebbe da gestori professionali in grado (almeno in teoria) di valutare il rischio delle finanze pubbliche italiane ai normali cittadini. Gli italiani sono tra i peggiori al mondo per quanto riguarda l’alfabetizzazione finanziaria. Pensandoci bene è un po’ come quello che hanno fatto in passato le banche, piazzando il loro debito ai clienti sotto forma di prodotti non facilissimi da comprendere e senza fornire tutte le informazioni necessarie. Per qualche risparmiatore, ricorderete, è finita malissimo. Se state pensando che il “CI” di CIR stia per “Circonvenzione d’Incapace” siete i soliti maliziosi.
  4. Anche se i CIR coprissero tutte le nuove emissioni, lo spread si potrebbe eliminare soltanto facendo scomparire del tutto il mercato secondario dei titoli di Stato. “Vaste programme”, direbbero in Francia. Il debito pubblico italiano già emesso (che ricordiamolo, è il terzo più grande al mondo) rimarrebbe comunque in circolazione sui mercati internazionali. Quindi, politiche di bilancio un po’ allegre non passerebbero comunque inosservate.
  5. L’acquisto di debito pubblico da parte dei cittadini dello Stato che lo produce è più o meno una partita di giro. Ma non completamente: il noi-risparmiatore non è esattamente uguale al noi-cittadino: comprerebbe i CIR solo chi ha abbastanza soldi per risparmiare (magari anche grazie alla “pace fiscale” per gli evasori), mentre il costo del maggiore debito lo pagheremmo tutti e specialmente i più poveri in caso di taglio dei servizi pubblici.
  6. Il trattamento fiscale favorirebbe una volta di più chi campa di rendita rispetto a chi lavora. Inoltre chi, coi propri risparmi, vuole investire in attività produttive verrebbe penalizzato rispetto a chi sceglie i CIR.
  7. Un’altra partita di giro: i minori interessi pagati sui titoli di Stato dei CIR corrisponderebbero a maggior spesa fiscale per finanziarne gli incentivi.
  8. Le imprese sarebbero penalizzate due volte: le risorse per i CIR non finirebbero nei PIR e neanche nei depositi bancari, riducendo i prestiti che per molte imprese sono l’unica fonte di finanziamento.

Rimpacchettare il debito e dargli una patina di lucido non ci sembra quindi molto sensato. E non è un’alternativa all’unica soluzione possibile per contenere il problema: ridurre il debito pubblico.
L’operazione dei CIR puzza un po’ di gioco delle tre carte o, se preferite, di strumento di distrazione. Complice la gelatina che è in noi.



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martedì 17 luglio 2018

Energia e ambiente del Governo del Cambiamento: aggiornamento (Puntata 364 in onda il 17/7/18)

Il santuario di Lourdes
fotografato da Derrick nel 2017

Qui a Derrick abbiamo già analizzato le proposte su energia e ambiente del programma del “governo del cambiamento” (link sotto), e qui invece facciamo un’analisi delle dichiarazioni degli uomini di Governo collegate a questi temi, in attesa che arrivino atti formali in materia.
La seconda settimana di luglio 2018 è stata ricca di occasioni in questo senso, soprattutto per un’audizione del ministro dello Sviluppo Economico e del Lavoro alle commissioni riunite Industria e Lavoro in Senato. Vediamo quali riferimenti ha fatto Di Maio in quest’occasione ai temi energia e ambiente:
“Sì alla neutralità tecnologica nelle politiche energetiche”
Punto rilevante anche in vista dell’attesissimo nuovo decreto sulle fonti rinnovabili, i cui investimenti privati sono crollati dal 2014 e cioè da quando gli incentivi nel sistema delle bollette per i nuovi investimenti si sono ridotti (del resto difficilmente potevano rimanere ai valori stellari della precedente fase “d’oro”).

“Prima le politiche a costo zero”
Affermazione da un lato condivisibile, dall’altro preoccupante: qualsiasi politica che introduce nuove regole o distorsioni ha effetti distributivi, e se impone restrizioni o obblighi costa in ogni caso al cliente finale anche se non introduce sussidi espliciti pagati con tasse e bollette.

“Usiamo anzitutto le partecipate dell'energia per realizzare le politiche energetiche e ambientali”.
Qui Di Maio sembra pensare a una gestione esplicitamente politica delle aziende partecipate dell’energia, che si poteva fare quando si trattava di enti pubblici monopolisti, mentre oggi in mercati liberalizzati le politiche pubbliche dovrebbero arrivare attraverso regole che valgono per tutti i competitori. Altrimenti si generano opacità e incertezza sia per le altre aziende del settore sia per gli stessi azionisti privati e conferitori di capitale delle partecipate, che non sanno più se la governance è industriale o politica.

Di Maio come in altri casi ha lodato la tecnologia “vehicle to grid”, che sta sviluppando Enel e che prevede l’uso degli accumulatori di auto elettriche come supporto alla rete quando le auto vi sono collegate. (Qui il ministro sembra dimenticare la sua stessa affermazione sulla neutralità tecnologica, e contraddice anche una sua stessa frase in cui ha citato l’auto elettrica come esempio di applicazione di cui non ci si dovrebbe innamorare).

Forse invece dell'auto elettrica faremmo bene a innamorarcene un po’: se andiamo a vedere i dati di penetrazione e politiche in Italia rispetto al resto del mondo sviluppato, per esempio nell’ottima rivista “Onda verde” dell’ACI (link sotto), scopriamo quanto da noi la mobilità elettrica sia enormemente indietro in termini di diffusione di auto e di colonnine di ricarica. Siamo, per esempio, più di un ordine di grandezza indietro rispetto alla Francia e con una dinamica che tarda ad avviarsi.

Rispetto alla Strategia Energetica Nazionale si può fare di più, ha dichiarato Di Maio. Ma purtroppo non si è più riferito alla strategia energetica del M5S, per molti versi ambiziosa e analizzata in passato qui su Derrick (link sotto).
Infine, trovo positivo l’accenno di Di Maio alla necessità di disincentivi alle aziende che inquinano. Proprio il superamento degli incentivi dannosi all’ambiente faceva parte del programma elettorale pentastellato ma, aimé, non di quello del Governo.


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domenica 27 maggio 2018

Risparmio e governi del disavanzo (Puntata 358 in onda il 29/5/18)


Non ricordo chi ha scritto che una novità positiva nel “Governo del cambiamento” è il fatto di aver pubblicato una proposta di programma. Programma che a mio avviso ha esposto inevitabilmente il presidente del Consiglio incaricato, già prima della formazione del Governo, a una dialettica con il capo dello Stato riguardo agli obiettivi politici, nel caso in cui alcuni di questi fossero considerabili incostituzionali.
Per esempio: la mancanza di coperture per le enormi misure di maggior spesa proposte (riforma della legge Fornero, l’impropriamente detto reddito di cittadinanza, riduzione delle accise).

Ma lasciamo per un attimo da parte l’obiettivo costituzionale del pareggio di bilancio e anche le regole europee sul disavanzo, e chiediamoci: chi finanzierebbe il passivo di una politica basata su nuovo disavanzo?
È utilissima un’analisi del Financial Times del 23 maggio 2018 sulla struttura del debito pubblico italiano.

In rapporto al PIL si tratta del debito più alto dell’UE, circa 132%, secondo solo a quello greco, e che si è stabilizzato negli ultimi anni dopo un incremento drammatico successivo alla crisi del 2008, che a sua volta era seguito a un periodo di riduzione dal 1994.
La stabilizzazione recente è dovuta soprattutto al calo del costo degli interessi sul debito pubblico, reso possibile dal programma di acquisti di titoli del debito da parte della Banca Centrale Europea (BCE), che riduce il ricorso al mercato – e quindi l’esposizione a tassi di interesse potenzialmente alti – per il collocamento del nuovo debito.

E chi sono oggi i creditori dello Stato italiano per un debito complessivo di circa 2700 miliardi di Euro? Più o meno il 70% sono soggetti residenti in Italia e la BCE.
Secondo i fan del ricorso a nuovo debito, questo dato significa che una politica di spesa dissennata – in attesa di sperati effetti espansivi sull’economia – potrebbe trovare creditori benevolenti.
Si fa spesso l’esempio del Giappone: se il debito lo comprano risparmiatori interni, perché questi dovrebbero far fallire il Paese rifiutandosi di firmare nuove cambiali?
In altri termini: i fan del debito danno per scontato che soggetti italiani saranno disposti a finanziare uno Stato la politica del cui Governo è disinteressata a restituirgli i soldi. E che la BCE continuerebbe a comprare titoli anche di governi che ipotizzano di non restituirli, magari uscendo dall'area Euro.

Un altro dato importante per capire quanto in fretta un debitore può fallire è la scadenza dei suoi debiti. Anche su questo fronte l’Italia ha migliorato la propria posizione negli ultimi anni: i titoli di Stato oggi sul mercato hanno una durata media che cresce dal 2014 e ora è di circa 7 anni. Una buona notizia per chi voglia rimandare il problema, a patto che ci siano nuovi creditori per coprire le scadenze più a breve.
Ma la durata residua relativamente lunga non impedisce a chi ha BTP o BOT in portafoglio di subire perdite immediate nel valore del proprio patrimonio a causa dell’aumento dei tassi di interesse di mercato sul debito italiano: in pochi giorni successivi alla diffusione del programma del “governo del cambiamento”, lo “spread”, cioè il differenziale tra il tasso di interesse di un titolo di debito italiano rispetto a uno tedesco che i mercati ritengono sufficiente a compensare il maggior rischio, è aumentato notevolmente.
Questo riduce subito il valore di mercato di BOT e di BTP a cedola fissa, perché essi diventano meno appetibili sul mercato secondario a causa del fatto che rendono meno di quanto i mercati sono disposti a ricevere nel nuovo scenario politico. In altri termini: chi ha titoli di Stato in banca già ora riceverebbe meno soldi se fosse nella necessità di venderli. E la parte di attività delle banche costituita da titoli di Stato vale anch'essa meno, con potenziali effetti in termini di minore capacità di erogare nuovi prestiti.

Siamo sicuri che tutto ciò sia indifferente ai creditori italiani dello Stato?


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domenica 20 maggio 2018

Energia e ambiente nel "contratto per il governo del cambiamento" (Puntata 357 in onda il 22/5/18)

La genericità delle parole spesso tradisce confusione nei concetti. Ma può anche succedere – quando ci si deve mettere a tutti i costi d’accordo su un testo – che scriverlo vago sia l’unico modo di renderlo compatibile con opinioni diverse.

Vista dalla ruota panoramica di Tokyo fotografata da Derrick
Probabilmente è successo questo con il “Contratto per il Governo del cambiamento” esito del lavoro degli sherpa programmatici del Movimento Cinquestelle e della Lega, che qui analizzo come pubblicato da Quotidiano.net il 19 maggio 2018 mattina e il cui link riporto sotto. Lo stesso giorno non ho trovato il testo (ma solo una sua sintesi) nel “blog delle stelle” e non essendo io iscritto alla piattaforma Rousseau non sono in grado di dire se e quale versione vi fosse pubblicata per il voto. Sulla stessa piattaforma, navigando come ospite, sempre lo stesso giorno non sono riuscito a trovare il testo.

Vediamo quali sono i contenuti per i settori energia e ambiente del documento in questa versione (che nulla impedisce venga modificata):
  • Mobilità elettrica: il programma prevede sviluppo dell’infrastruttura di ricarica delle auto elettriche e ibride con incentivi a chi le compra disfacendosi di un’auto con motore endotermico. (Motore di cui, per inciso, sono dotate anche le auto ibride, per cui scritto così l’incentivo varrebbe anche per la sostituzione di un’auto ibrida con un’altra ibrida).
  • Efficienza energetica e fonti rinnovabili sono richiamate come strumenti fondamentali per la lotta al cambiamento climatico, ma il contratto non fa riferimento a obiettivi quantitativi e temporali, né quelli contenuti nella Strategia Energetica Nazionale né in quella alternativa del Movimento 5 Stelle (entrambe già analizzate da Derrick - link sotto).
  • “Indispensabile”, scrive il contratto, è fermare il “consumo (spreco)” di suolo. Qui non so se una delle due parole, evidentemente non coincidenti, sia un refuso. Se non lo è, la frase è sibillina e aperta a scelte molto diverse: un conto è zero nuovo consumo di suolo, un conto è limitarne lo spreco, cosa che l’ordinamento già oggi è pensato per fare.
  • C’è anche la lotta all’inquinamento, con particolare riferimento alla pianura Padana, e con una chiosa estremamente fumosa che preconizza “misure volte all’adeguamento degli standard di contrasto all’inquinamento atmosferico secondo le norme in vigore”. Anche al fine, dice il testo, di prevenire sanzioni europee. E questa è una corretta per quanto implicita ammissione che se oggi ci sono leggi e controlli a tutela della salute dei cittadini rispetto all’inquinamento, è perlopiù grazie all’Unione Europea.
  • Del completamento della liberalizzazione dei mercati dell’energia, già previsto dalla Legge Concorrenza, il contratto non fa parola, a differenza di quanto ci si poteva attendere da dichiarazioni contrarie di autorevoli esponenti del M5S.
  • Il concetto di conversione ecologica e “circolarità” dell’economia c’è in più punti nel documento, che parla di “innescare e favorire processi di sviluppo economico sostenibile” ma anche di “decarbonizzare e defossilizzare economia e finanza” (ammetto di essere intrigato dal concetto di finanza “defossilizzata”).
    Manca però, e ritengo sia un vero peccato e anche un vulnus notevole alla possibilità di finanziare almeno in parte le costosissime proposte del programma, l’idea di eliminare i circa 16 miliardi annui di sussidi dannosi all’ambiente già identificati dal Governo.

    Sospetto che quest'ultimo punto sia caduto sotto la scure della Lega, il cui leader ha affermato davanti alle telecamere, nei giorni della negoziazione, l’obiettivo di abbassare accise sui carburanti e aiutare l’agricoltura, che sono proprio due dei settori in cui i sussidi antiecologici allignano in maggior misura. E la riduzione delle accise e i più soldi all’agricoltura (che già ne riceve enormi quantità dal bilancio UE e dello Stato), a differenza dell’eliminazione dei sussidi antiecologici, nel programma ci sono.
    Sulle accise, in particolare, ci si impegna a eliminare quelle “anacronistiche”. Cosa che non vuol dire nulla, ma che probabilmente si riferisce alla storia dell’inserimento delle accise sui carburanti in risposta a bisogni contingenti dello Stato. In realtà tale stratificazione è già stata superata: oggi l’accisa non è più composta per obiettivi, e se la si tocca occorrerebbe anche dire perché e in che misura.


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