martedì 13 aprile 2021

La dieta sostenibile (Puntate 480-1 in onda il 13-20/4/21)

La dieta ideale secondo lo studio Lancet
Puntata 480

Abbiamo già parlato qui della tendenza, a mio avviso insana, di vedere l’attitudine rispetto
all’ecosistema in modo manicheo, gli ambientalisti da una parte, e quelli che invece si sentono mondo produttivo e ritengono l’ambientalismo una cosa da comunisti o fricchettoni.

Un tema in cui questa divisione un po’ a tifo si riproduce è il vegetarianismo, ammesso che si dica così.

In questi giorni, lavorando a un articolo che sto scrivendo, pensavo che se riguardo al settore propriamente energetico ci preoccupiamo di quale sia il mix di fonti d’energia più adatto alla sostenibilità nelle sue varie forme, è utile farlo anche riguardo all’approvvigionamento dell’energia chimica che fa funzionare il nostro corpo. Non c’è dubbio che il cibo sia anche molto altro, ma nella catena energetica e della sostenibilità la filiera del cibo è un elemento-chiave anche rispetto al raggiungimento degli obiettivi climatici di Parigi.

La rivista scientifica del campo medico Lancet sulla base di una serie di studi di terze parti ha redatto nel 2019 un rapporto per indagare se e come un cambio di dieta media mondiale sia utile o addirittura necessario anche in termini di sostenibilità ecologica (e non solo per la salute). Lo studio identifica prima una dieta-obiettivo in termini di benessere e salute umana e poi la confronta con la dieta attuale media e compie un’analisi comparata in termini ecologici proiettata al futuro, considerando non solo le emissioni dannose per il clima e quindi la coerenza con gli obiettivi dell’accordo di Parigi, ma anche gli effetti in termini di fabbisogno di territorio dedicato, uso dell’acqua e di fertilizzanti a base di azoto e fosforo, biodiversità.

Il rapporto arriva a una conclusione? Sì. Lancet argomenta che la dieta ritenuta più salubre dagli scienziati (una più vegetariana, con più proteine vegetali, moltissima frutta secca e molta meno carne rossa) è anche notevolmente vantaggiosa per le emissioni dannose al clima, debolmente vantaggiosa in termini di uso di fertilizzanti dannosi, ma svantaggiosa in termini di biodiversità (non chiedetemi il perché di quest’ultimo punto un po’ anti intuitivo perché non ho letto gli studi-fonte).

Un aspetto ulteriormente interessante è che l’effetto del cambio di dieta sarebbe sostanzialmente neutrale in termini di dimensione di aree coltivate, questo a mostrare come il settore allevamento non sia certo un’alternativa efficiente in termini di uso del territorio (perché i mangimi degli animali allevati derivano in parte rilevante dal regno vegetale, se ho capito bene).

Quindi, tornando alle fazioni: in termini di emissioni-serra sì: i vegetariani possono citare Lancet e dirsi più sostenibili secondo quasi tutti i parametri e in primis in termini climatici. Poi ci sono quelli come me, nella terra di nessuno di chi non mangia la bistecca o gli hamburger ma non disdegna le norcinerie e non può aspirare ad alcuna appartenenza.


Puntata 481

L’avevo detto che la dialettica tra vegetariani e carnivori rasenta il tifo. Infatti ho ricevuto più commenti del solito dopo la puntata qui sopra in cui ho citato uno studio di The Lancet che identifica una dieta sana con poca carne e poi argomenta che essa andrebbe anche a vantaggio del clima e di altri, anche se non tutti, indicatori di sostenibilità ecologica.

Ringrazio in particolare Diego Galli che mi ha mandato articoli in materia, compreso uno molto critico dell’approccio di The Lancet riguardo alla dieta ideale, di Georgia Ede, uscito su Psychology Today (link sotto).

Ede in un modo molto tranchant scrive che in generale le indagini epidemiologiche e non cliniche non sono affidabili e che quindi nemmeno le prescrizioni dietologiche di Lancet, ottenute in seguito a questo tipo di indagini, lo sono.

In realtà la statistica, che nelle indagini epidemiologiche cerca correlazioni tra patologie e esposizione a vari fattori ambientali o di comportamento, viene usata in modo simile anche in altri campi di ricerca e non vedo perché dovrebbe essere esclusa.

Molto più consistente invece mi sembra Ede quando nota che sulla base degli stessi presupposti usati da The Lancet è improbabile che si possa arrivare a una dieta così precisamente definita come fa la rivista, un vero e proprio menù tra classi di cibi. Sarebbe più verosimile, aggiungo io, immaginare panieri (cioè varie opzioni) di diete vantaggiose, per esempio sulla base della disponibilità locale dei vari cibi.

Anche sui danni della pastorizia ci sono naturalmente voci discordanti. Due affermazioni che mi sembrano però incontrovertibili sono che i pascoli sono meno dannosi se il loro sfruttamento viene controllato (questo è un classico esempio usato dagli economisti per illustrare la famosa tragedy of commons), e che gli allevamenti emettono enormi quantità di metano, un gas meno persistente in atmosfera rispetto alla CO2 ma molto più dannoso in termini di effetto-serra fino a che vi permane.

Secondo il Global Methane Budget, un report periodico realizzato in collaborazione da un centinaio di atenei sparsi per il mondo, la pastorizia è responsabile di quasi l’80% delle emissioni di metano dell’intero settore agricolo e quasi un terzo di tutte le emissioni antropogeniche di metano. Gli allevamenti, soprattutto di bovini, non fanno bene al clima insomma. Anche alcune coltivazioni, come il riso, emettono metano, ma se i numeri sono quelli citati poco fa non c’è modo di considerare la bistecca amica del clima.

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martedì 6 aprile 2021

Covid e varianti: si deve tornare a scuola (Puntata 479 in onda il 6/4/21)

Lo scorso 1 aprile si è svolto il seminario “Covid e varianti: si può tornare a scuola?” organizzato da EuResist Network e McCan Health.

Antonella D’Arminio Monforte, ordinario di Malattie Infettive all’Università degli Studi di Milano ha riferito come da numerosi studi scientifici (es. dati OMS fino al 22 marzo) emerga che anche con le nuove varianti il virus resta meno frequente nei bambini e ragazzi sotto i 20 anni che negli adulti e soprattutto che la mortalità è bassissima in questa fascia d’età. Studi inglesi mostrano che la variante inglese non ha portato malattia più severa nei bambini e ragazzi.

E per quanto riguarda la contagiosità?

L’epidemiologa/biostatistica Sara Gandini ha illustrato un suo studio con altri 4 colleghi su dati italiani di 7 milioni di studenti e 700.000 insegnanti dal 14 settembre al 7 dicembre 2020 pubblicato su the Lancet che mostra come l’incidenza di casi nelle scuole sia minore tra gli studenti che tra gli insegnanti, con maggiore probabilità che l’infezione passi da insegnante a studente che viceversa. Lo studio usando analisi comparate tra regioni con diversi calendari di apertura mostra anche che l’andamento dell’indice Rt locale (e altri indicatori) non dipende dall’apertura delle scuole: per esempio Roma ha aperto prima di Napoli ma la curva è salita prima a Napoli che a Roma.

Riguardo alle varianti, ha aggiunto che un rapporto di gennaio della Public Health England ha mostrato che la variante inglese si trasmette in modo simile in tutte le fasce d'età, e che i bambini, specialmente quelli di età inferiore ai dieci anni, hanno circa la metà delle probabilità degli adulti di trasmettere la variante ad altri. I dati dell’Istituto Superiore della Sanità di marzo mostrano un aumento di incidenza nelle fasce d’età scolare in concomitanza con un aumento del numero di campioni, che spiega quindi il dato. La controprova viene dalla Toscana dove ci sono i dati sul numero di campioni per età: il rapporto tra positivi e tamponi effettuati tra gennaio e marzo 2021 non si modifica a fronte di tamponi triplicati e resta minore nei minorenni rispetto agli adulti.

Daniele Novara, pedagogista, fondatore e direttore del Centro PsicoPedagogico, ha sostenuto che la chiusura della scuola provoca danni gravissimi a bambini e adolescenti e ha lamentato che non ci sono pedagogisti né psicologi nel Comitato Tecnico Scientifico.

Antonella Inverno responsabile per le politiche per l’infanzia e adolescenza di Save the Children Italia ha illustrato uno studio della stessa organizzazione da cui risulta una perdita di apprendimento difficilmente colmabile, esito di quasi 75 milioni di ore di lezione perse nel nostro paese solo fino al 3 aprile 2021, solo in parte (10-15 milioni) recuperate tramite la didattica a distanza. Senza contare che uno studente su dieci non ha partecipato alla didattica a distanza e il 20% l’ha fatto solo saltuariamente.

Andrea Morniroli, socio della cooperativa sociale Dedalus di Napoli, coordinatore dello staff del Forum Disuguaglianze Diversità e collaboratore dell’Assessorato alla Scuola e Istruzione del Comune di Napoli, ha raccontato la situazione drammatica di una città dove ormai si perdono uscendo dal circuito scolastico centinaia di bambini e ragazzi non censiti dai servizi sociali. I sindacati della scuola oggi sono di fatto contro la scuola, dice, e non è il solo nel convegno.

Carlo Devillanova, economista, membro della Fondazione Franceschi onlus, ha citato i danni economici in termini di minori stipendi futuri dei ragazzi. Studenti anche loro presenti hanno espresso il loro disagio. Gabriele Toccafondi, parlamentare segretario della Commissione Cultura della Camera dei Deputati, e Claudio Di Berardino Assessore Scuola della Regione Lazio si sono infine impegnati a riportare nelle rispettive sedi le risultanze del convegno.

Ringrazio Francesca Incardona, organizzatrice dell’evento, che mi ha aiutato a sintetizzarlo.


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