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domenica 24 maggio 2026

Alpi Apuane in polvere (Puntate 722-3 in onda il 26/5/26 e 2/6/26)

Illustrazione di Paolo Ghelfi
Qui a Derrick abbiamo parlato spesso delle forme con cui le regole, fiscali e non, possono avvantaggiare le attività dannose all’ambiente.

L'attuale disciplina del bilancio pubblico per fortuna obbliga il nostro Governo a tenerne traccia, e sancisce valori di sussidi pubblici dannosi all’ambiente per circa 20 miliardi di euro all’anno.

Uno dei settori dove in Italia facciamo particolarmente male è il trattamento economico dei concessionari di aree demaniali. Molti sanno che quasi regaliamo l’uso delle spiagge ai lidi privati, che perlomeno non le distruggono permanentemente, in meno forse sanno che l’estrazione di petrolio e gas o di materiali vergini di cave sono in generale troppo economici in Italia quando non addirittura gratuiti, e che le cose sono rese peggiori nel caso delle cave per scarsa vigilanza sulle concessioni.

Regalare o quasi risorse naturali pubbliche ai concessionari significa dar via un patrimonio non rinnovabile a condizioni che da un lato non ne incentivano la giusta valorizzazione e quindi maggiore conservazione, né l’uso di materiali alternativi riciclati, dall’altro impoveriscono tutti noi, che di quel patrimonio eravamo comproprietari.

Alcuni casi sono più impressionanti di altri. Ho avuto modo di confrontarmi con Marco Giudici, attuale presidente dell’associazione Apuane Libere fondata da Gianluca Briccolani, che mi ha raccontato come il parco delle Alpi Apuane, un circo carsico e naturalistico di eccezionale importanza, nonché fonte idrica decisiva per la zona, sia devastato dalle cave di marmo gestite sulla base di norme locali più lasche di quelle di riferimento nazionale, quando non nella completa illegalità.

L’intervista a Marco Giudici di Apuane Libere è qui.

Link

  • L'associoazione Apuane Libere su Facebook e sul web.
  • Una videolocandina della camminata pubblica organizzata da Apuane Libere per visitare alcuni dei luoghi il 7 giugno 2026

martedì 21 aprile 2026

La cosa giusta (Puntata 717 in onda il 21/4/26)

Illustrazione di Paolo Ghelfi
Questa puntata si può ascoltare qui.

Una prima versione del testo erroneamente affermava che Descalzi si avvia al terzo mandato di guida dell'Eni. In realtà è il quinto. Il podcast non è aggiornabile, mi scuso coi lettori e gli ascoltatori. MG

Dopo l’esito del referendum giustizia, temevo che la presidente del Consiglio avrebbe adottato un atteggiamento ancor più cauto contro ogni possibile impopolarità, che è ciò che rende a mio avviso uno dei Governi più popolari della Repubblica incapace di fare riforme utili.

Invece, almeno rispetto ai fatti che seguono, devo ricredermi.

Fatto numero uno. Quando il capo dell’Eni, già confermato per il quinto mandato, se n’è uscito a un evento della Lega con l’auspicio di ricominciare a comprare gas dalla Russia, sia il ministro Fratin sia Meloni lo hanno, pur cortesemente, isolato, spiegando che la questione riguarda la strategia UE di sostegno all’Ucraina e che – ha detto Meloni – indebolire la Russia economicamente è la linea da tenere.
Non male per un Paese dove vale il triste detto che l’AD dell’Eni è il ministro degli esteri di fatto.

Peraltro Descalzi deve sentirsi veramente intoccabile per fare un’affermazione del genere dopo che la sua azienda ha puntato sullo sviluppo di fonti di gas che in caso di normalizzazione dei rapporti commerciali con la Russia potrebbero dimostrarsi poco competitive. Se fossi un’azionista sarei ulteriormente sconcertato dalla sua affermazione, in aggiunta a come lo sono già da cittadino.

Ma veniamo al fatto numero due.

Sia Pichetto sia Meloni, di nuovo, hanno messo in discussione la proroga dell’infausto sconto sulle accise dei carburanti deciso per mitigare gli effetti della crisi sui prezzi, riprendendo argomentazioni che già prima dell’adozione della norma aveva diffuso il ministro Urso, poi smentito purtroppo dalla decisione del Governo.

La misura, torna ora a dire il Governo, è inefficace e soprattutto iniqua. Non c’è infatti il minimo motivo per cui un contribuente debba pagare parte del pieno di benzina a chiunque senza limite di reddito e di consumi. Non solo: più il prezzo viene calmierato meno scattano quelle riduzioni di consumo che servono a evitare ben più problematici razionamenti forzosi.

Mi fa piacere che Meloni si adegui per una volta, almeno a parole, non solo alla teoria economica e alla posizione per esempio dell’OCSE, ma anche alla più assertiva affermazione del commissario UE all’energia Jorgensen, che ha definito una sciocchezza il taglio di accise alle energie fossili. A maggior ragione in una fase in cui la Commissione tenterà di nuovo di far passare una modifica alla fiscalità di tutti i Paesi membri per sgravare i consumi elettrici ai danni di quelli di combustibili fossili, nell’ambito della strategia di elettrificazione.

Tutto bene quindi in questa parzialissima e contingente pagella di Derrick al Governo? Beh, aspetterei di vedere se effettivamente il taglio delle accise viene terminato e se la posizione italiana contro la carbon tax ETS – peraltro già in buona parte rinviata al mittente dal Consiglio Europeo come dicevamo qualche puntata fa – viene abbandonata.

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martedì 24 ottobre 2023

I consumi energetici dopo la crisi (con Leonardo Santi) (Puntata 594 in onda il 24/10/23)

Chiesa di Spormaggiore (TN)
Ai microfoni di Derrick Leonardo Santi presidente di AIGET, associazione dei grossisti e trader di energia italiani, che ci dice come sono cambiati i consumatori di energia dopo lo shock della crisi e dei superprezzi. [Spoiler: sono diventati più attenti al prezzo e pronti al risparmio energetico]:

 https://youtu.be/e3503PHVfS8?si=zm9h1_IlHDq6LnPH

Se Leonardo Santi di AIGET auspica incentivi per le pompe di calore, immagino tra gli ascoltatori di Derrick serpeggiare l’obiezione che è insostenibile diffondere le innovazioni con debito pubblico. E in effetti io inizierei, come lo stesso ministro Pichetto Fratin ha auspicato, con il tagliare gli incentivi alle fonti fossili di energia, più alti di quelli alle fonti sostenibili a detta dello stesso Governo, incentivi alle fonti fossili che oltre a caricare bollette e conti pubblici riducono la competitività delle altre fonti rendendo necessario incentivarle di più, in un circolo vizioso. Un esempio recente per tutti: l’IVA ridotta e l’annullamento degli oneri in bolletta sul gas, entrambi prorogati indipendentemente dalla povertà energetica di chi ne fruisce, costano e remano contro efficienza e pompe di calore.


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martedì 10 ottobre 2023

Permanenza dei sussidi alle bollette (Puntata 592 in onda il 10/10/23)

Dispenser-caricatore di batterie
per veicoli elettrici leggeri
fotografato da Derrick a Taiwan 
Non abbiamo ancora commentato qui la quinta edizione del Catalogo dei sussidi dannosi e favorevoli all’ambiente (link sotto) che il Governo ha diffuso qualche tempo fa sulla base dei dati fino al 2021. Non lo abbiamo fatto anche perché i numeri che emergono (oltre 21 miliardi/a di sussidi dannosi contro oltre 18 di favorevoli) non sono molto diversi da quelli degli anni subito precedenti e soprattutto perché saranno i numeri 2022 a essere ancora più significativi, perché ci diranno quanto gli aiuti alle bollette di famiglie e aziende avranno peggiorato la situazione (prevedere il peggioramento è facile visto che per ora la maggior parte dell’energia che consumiamo è o deriva da fonti fossili e che gli aiuti alle fossili sono generalmente considerabili dannosi all’ambiente).

In questo contesto, e in quello delle tensioni sullo spread che rendono certo critica la necessità di non sperperare soldi pubblici, si inserisce la valutazione in parlamento della conversione del decreto-legge (link sotto) che a fine settembre, proprio giusto in tempo per la scadenza di alcune delle misure, ha proseguito una serie di strumenti economici di supporto ai clienti di energia in termini di sconti in tariffa, sconti fiscali e sussidi.

Alcune delle estensioni sono a mio avviso imperdonabili, come l’IVA al solo 5% sul gas e la fiscalizzazione della componente di oneri generali delle bollette. Imperdonabili perché non legate a un effettivo stato di bisogno e nemmeno a prezzi di mercato eccezionalmente alti com’erano nelle fasi più acute della crisi, e disincentivanti rispetto al risparmio d’energia. Un esempio che faccio spesso è questo: perché mai i contribuenti dovrebbero rinunciare alla mia IVA sul gas se io non sono indigente, pagando tanto più in termini di mancato gettito IVA quanto più gas io consumo?

Altre estensioni del decreto le trovo invece ragionevoli, come quella del bonus bollette che va alle famiglie con una situazione di patrimonio e reddito critica anche in misura della loro numerosità e, per il gas, del clima in cui vivono. Benissimo. Ma a maggior ragione che senso hanno gli sconti di cui sopra su IVA e oneri?

Apprezzabile poi che i sussidi alle aziende energivore siano corretti per non essere più a pioggia ma legati ad azioni delle aziende beneficiarie in termini di efficientamento energetico e transizione verso l’uso di fonti energetiche senza danno al clima. Quella della vittimizzazione generalizzata delle aziende energivore in un contesto di prezzi alti dell’energia è un errore in cui tende a cadere la politica, laddove in molti casi le stesse aziende possono traslare (sebbene con possibili ritardi) il maggior costo sui prodotti finali.


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domenica 13 febbraio 2022

Catalogo dei sussidi dannosi all'ambiente, IV edizione (dati 2019-20) (Puntata 515 in onda il 15/2/22)

Ciclabile Assisi-Spoleto
(Un riferimento all'edizione successiva del Catalogo è qui.)

È finalmente uscita la quarta edizione di un documento particolarmente caro a Derrick, di una rilevanza economica tanto alta quanto il sistematico oscuramento dei suoi dati nel dibattito politico e nella conoscenza del pubblico: il Catalogo dei sussidi dannosi e favorevoli all’ambiente del Ministero della Transizione Ecologica.

I dati son presto riassunti: ancora nel 2020 l’Italia usava i sistemi fiscale e parafiscale (bollette) per dare oltre 20 miliardi di euro di soldi pubblici ad attività dannose all’ambiente, una cifra di quasi 3 miliardi maggiore di quella dei
sussidi vantaggiosi e inferiore solo al dato del 2019, inversione di tendenza questa dovuta purtroppo alla congiuntura e non a un cambio di politiche.

Il Catalogo è ormai anche un compendio di teoria economica e di analisi internazionale in materia, eppure son certo che di nuovo non basterà a prevenire nemmeno le più disinformate delle controdeduzioni che a ogni edizione tocca sentire. Tipo che uno sconto fiscale non è un sussidio.

Si arricchisce in questa edizione di approfondimenti, tra le altre cose, su:

  • uno dei suoi punti più controversi: la valutazione del sussidio costituito dalle minori accise sul gasolio per autotrazione rispetto alla benzina;
  • il regime delle royalty su energie minerarie (a dir poco d’attualità, visto che è tornato in auge il sogno autarchico del gas nazionale, come se fosse quasi gratis e abbondante);
  • le norme internazionali su navigazione aerea e in mare (laddove nella prima finalmente si vede una riduzione dei sussidi grazie alle politiche europee in materia);
  • le tariffe idriche e dei rifiuti;
  • l’economia circolare.

Da notare tra i sussidi dannosi l’opportuno inserimento del “capacity market”, il sistema che usa la parafiscalità delle bollette per ripagare interamente costi di capitale di nuove centrali perlopiù termoelettriche.

Sempre impressionanti i numeri sulle aliquote agevolate dell’IVA. (Un caso tra gli altri: che senso ha l’IVA al 4% per la cessione di fabbricati residenziali da parte dei costruttori? Serviva per rilanciare il settore, ma poi si è aggiunto il superbonus per l’efficientamento del patrimonio esistente. Si tratta di oltre due miliardi che il MiTE classifica come sussidio dannoso contro il parere della commissione sulle spese fiscali la quale lapalissianamente lo considera una semplice “aliquota differenziata”).

Della cifra totale dei sussidi dannosi, poco meno di 10 miliardi (la metà) riguardano l’energia. Ne consegue che il deficit tra sussidi buoni e cattivi in seguito alle varie norme salvabollette (che addirittura hanno aggiunto una tassa sulle rinnovabili) è destinato ad aumentare di molto, a meno di non correggere la logica e le condizionalità con cui gli aiuti vengono attribuiti.

Smetterebbero di essere dannosi all’ambiente, credo, se non dipendessero dai consumi effettivi ma da quelli standard basati su tecnologie efficienti, oppure se fossero subordinati ad azioni di efficientamento o all’adozione di tecnologie meno dannose per la salute e il clima.

Il comitato interministeriale per la transizione ecologica si è impegnato a una proposta di programma di superamento dei sussidi dannosi all’ambiente da presentare entro metà 2022. Visto il rischio di esplosione di cui sopra, forse intervenire non è mai stato così urgente.


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domenica 28 novembre 2021

Economia e Stati (Puntata 505 in onda il 30/11/21)

L'immagine di copertina dell'Economist
del 20/11/2021
L’editoriale dell’Economist del 20/11/2021 è dedicato al peso crescente degli Stati nelle rispettive economie. Una tendenza globale con pochissime eccezioni. Perfino negli USA ormai la quota di spesa pubblica rispetto al Pil veleggia verso il 50% mentre in Francia e Italia è attorno al 60%, superando perfino Paesi come la Svezia che siamo abituati a considerare forti esempi di welfare.

In India, lo abbiamo già visto in passato qui su Derrick, lo Stato deborda in termini di controllo delle aziende principali e, leggiamo sullo stesso Economist, anche di sussidi per alterare il prezzo di mercato di beni di consumo, con il 9% della spesa pubblica dedicata a quelli sul cibo, e qui la buona notizia è che in parallelo c’è stata nel paese una riduzione dei sussidi ai combustibili fossili.

In passato mi sono avventurato a chiedermi quanto possa durare, in Cina, un’economia basata su investimenti, anche in tecnologia, in cui c’è sempre meno spazio per l’autodeterminazione rispetto all’ingerenza delle holding controllate dal regime. L’economista Arthur Kroeber ha definito la Cina uno Stato venture capitalist, termine con cui in finanza si definiscono i fondi che investono in aziende con forti prospettive di crescita all’inizio del proprio ciclo di vita. Ma dubito che qualsivoglia regime, il cui principale obiettivo è perpetuare se stesso, possa avere intuizioni brillanti su quali innovazioni potranno interessare di più i consumatori di domani. E non è detto che la consapevolezza di questa contraddizione tardi molto a ridurre il flusso di investimenti verso la Cina.

L’Europa, dal canto suo, con la cosiddetta “tassonomia” dei settori economici in termini di sostenibilità ambientale, si sta preparando a guidare in questo senso gli investimenti privati, con alcuni rischi di eludibilità della tassonomia e soprattutto di sua incoerenza, e con la palese contraddizione dell’occuparsi della sostenibilità degli investimenti privati senza che la stessa comunità di Stati abbia interrotto i sussidi pubblici dannosi all’ambiente. Un problema globale laddove, calcola un recente studio Lancet, la carbon tax netta è addirittura negativa, cioè più che compensata dai sussidi agli stessi beni dannosi per il clima.

L’Italia su questo purtroppo contribuisce in negativo, e assistiamo a una riforma del fisco in arrivo che nel migliore dei casi sfiorerà la questione, mentre il ministro della transizione ecologica, mentre scrivo questa puntata il 27 novembre 2021, sta ancora bloccando alla sua firma, provocando un ritardo rispetto alla prescrizione normativa, l’edizione aggiornata del catalogo dei sussidi dannosi all’ambiente.

Forse perché conterrebbe numeri tali da mostrare tutta l’inadeguatezza della riforma in lavorazione?


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domenica 11 luglio 2021

La riforma fiscale. Ecologica? (Puntata 491 in onda il 13/7/21)

Aigues-Mortes (Francia)
Copyright Derrick
L’Italia, presidente di turno del G20, nell’ambito di un simposio sul fisco tenutosi a Venezia il 9 luglio 2021, ha richiesto a OCSE e Fondo Monetario internazionale di preparare un rapporto sull’uso delle politiche fiscali per accompagnare la transizione ecologica.

È ragionevole attendersi che il nostro Governo terrà in conto anche gli studi già disponibili riguardo alle necessità nazionali di adeguamento, in primis il Catalogo dei sussidi dannosi all’ambiente predisposto da quello che è oggi il Ministero della Transizione Energetica, e di cui si attende a breve l’uscita della quarta edizione.

Ma restando sul piano internazionale, come appare il nostro sistema fiscale se lo confrontiamo con quello degli altri Paesi OCSE? Sbilanciato nel colpire i redditi rispetto ai consumi. Con aliquote elevate nella tassazione dei redditi e nei contributi sociali sul lavoro dipendente. Con un ammontare elevatissimo di spesa fiscale (cioè gettito perso in regimi fiscali di favore), pari a circa il 3,5% del PIL nel 2019 secondo la Commissione per le spese fiscali.

Una revisione del fisco che scarichi la pressione sui redditi da lavoro, in particolare sugli scaglioni intermedi, è auspicata anche da un documento licenziato a fine giugno 2021 (link sotto) dalle commissioni finanze del Parlamento italiano, che auspica che la riforma sia anche funzionale alla “transizione ecologica”.

Curiosamente, invece, nel PNRR la riforma del fisco a cui il Governo verrà delegato entro luglio 2021 dal Parlamento con una legge-delega (predisposta dallo stesso Governo) non è connotata rispetto alla finalità ecologica.

Ma è difficile immaginare che senza recuperare il gettito dei sussidi censiti dal Catalogo già citato (qui e in tante altre puntate precedenti di Derrick) un Paese con un rapporto debito PIL al 160% possa abbassare l’imposta sui redditi. Sussidi dannosi che ammontavano nel 2018 a circa 19 miliardi secondo lo stesso Governo, e la cui quasi totalità è relativa a spesa fiscale: sconti o regimi di favore che incentivano attività dannose all’ambiente.


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domenica 23 agosto 2020

Consultazione Minambiente su riduzione sussidi dannosi (Puntata 449 in onda il 25/8/20)

In una fase in cui i sussidi a debito stanno invadendo l’economia e ci sembra ormai normale che siano i bonus a suggerirci cosa comprare, va in controtendenza una consultazione del Ministero dell’ambiente che propone di eliminare una (purtroppo piccola) parte dei sussidi dannosi all’ambiente che lo stesso ministero aveva individuato (tutto coperto da precedenti puntate di Derrick al link qui sotto).

Cosa propone il ministero con questa consultazione? Di eliminare, in quasi tutti i casi in modo graduale, alcuni sconti di accisa identificati come dannosi dal ministero stesso. Si tratta di accise su prodotti energetici su alcuni consumi industriali e a beneficio delle forze armate, per un valore a regime dell’ordine di grandezza del centinaio di milioni/anno a fronte di 19 miliardi di € di sussidi dannosi individuati, cui si aggiunge una misura questa sì invece pesante, da 2,7 miliardi a regime, che correggerebbe la voce forse più controversa del catalogo dei sussidi dannosi: la minor accisa su gasolio autotrazione rispetto alla benzina.

Per alcune proposte della consultazione Minambiente non servono nemmeno commenti, tanto sono pacifiche. Per esempio: che le forze armate paghino meno accisa è ovviamente una partita di giro per il bilancio pubblico e disincentiva l’amministrazione a consumare in modo oculato e investire in mezzi più efficienti.

Invece, che la minore accisa autotrazione gasolio rispetto a benzina sia interamente da considerare sussidio, come abbiamo già visto, è meno ovvio. Tra i critici c’è Francesco Ramella, docente di trasporti all’Università di Torino e direttore esecutivo di Bridges Research, che ha scritto un paper prezioso per entrare nei dettagli della valutazione delle esternalità ambientali legate all’uso di carburanti per autotrazione, disponibile al link sotto.

Sentiamo proprio Ramella:

Più in generale, a mia volta commenterei la consultazione Minambiente così: va nella direzione giusta perché prevede la diminuzione di sconti d’imposta dannosi compensandoli con crediti di imposta per investimenti in efficienza per i soggetti coinvolti. È esattamente l’impostazione che può funzionare. Ma la dimensione delle proposte è limitatissima rispetto al problema, e non interviene su alcune delle categorie attraverso cui i danni si esplicano di più (per esempio autotrasporto pesante), né la pubblicazione ad agosto della consultazione è un modo per metterla in cima all’agenda politica.

Grazie a Francesco Ramella


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domenica 26 luglio 2020

Le rinnovabili avanzano? (Puntata 447 in onda il 28/7/20)

Un rotore minieolico visto da Derrick
nei dintorni di Camugnano (BO)
Un utile articolo di Luca Pagni su Repubblica del 23 luglio 2020 evidenzia i risultati record delle fonti rinnovabili per la produzione elettrica in Europa nel primo semestre dell’anno, che attestano sia l’Italia sia l’Unione (naturalmente con molte differenze tra Paesi) a una penetrazione di circa il 40%.
Si tratta di numeri in parte aiutati dalla crisi, perché quando i consumi ristagnano o si abbassano la quota di produzione rinnovabile cresce (solare e eolico funzionano ogni volta che c’è disponibilità, mentre le centrali fossili quando non servono a coprire la domanda o a stabilizzare la rete vengono spente).
Ma qual è il trend più in generale? Se guardiamo all’Italia, gli investimenti in rinnovabili oggi sono nettamente inferiori a quelli necessari per gli obiettivi nazionali nell’ambito del quadro UE, che prevedono al 2030 per il nostro Paese una produzione elettrica rinnovabile di oltre il 50% e una riduzione di emissioni-serra di un terzo rispetto al 1990. Il rischio è quindi che quando l’economia e i consumi ripartiranno – e per gli stessi obiettivi citati i consumi elettrici dovranno aumentare la propria quota rispetto a quelli di altre forme di energia – la penetrazione delle rinnovabili si riduca sensibilmente, anche a causa della senescenza degli impianti oggi in funzione (anche le rinnovabili invecchiano).

Perché gli investimenti in Italia non stanno dietro agli obiettivi? La risposta è soprattutto nella governance complessa e restrittiva delle autorizzazioni e nell’inefficienza della burocrazia. Sotto l’aspetto dei costi, invece, i segnali sono incerti: da un lato fotovoltaico eolico e geotermico sono sempre più economici ed efficienti, dall’altro i costi dei combustibili fossili si sono anch’essi abbassati rendendo più competitive le fonti convenzionali, che in più – in Italia e nel mondo – si avvantaggiano di un sistema di incentivi fiscali che come sappiamo qui a Derrick superano per l’Italia quelli vantaggiosi.
La conclusione? La penetrazione delle rinnovabili in era Covid è un dato significativo ma effimero se gli investimenti in nuova capacità di generazione rinnovabile non ripartono con la forza necessaria. Il potenziale per queste fonti esiste (vd. link sotto con le valutazioni di quello dell’eolico secondo l’analisi di ANEV – associazione energia del vento) ma servono riforme della governance autorizzativa e della pubblica amministrazione per sfruttarlo, e anche una riforma fiscale “green” che approfitti dei prezzi bassi delle fonti fossili e delle risorse disponibili dal piano di aiuti UE per disintossicarci dai sussidi alle fossili garantendo nel contempo una prospettiva ai settori che ne saranno colpiti, per esempio con piani di riconversione dei cicli produttivi. È una sfida enorme, che ha bisogno di tutti gli strumenti disponibili, e da cui dipende la capacità di Italia e Europa di restare leader di innovazione e di bellezza.

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lunedì 29 giugno 2020

Catalogo sussidi dannosi all'ambiente - terza edizione (Puntata 443 in onda il 30/6/20)

Altopiano islandese
(Diritti riservati Derrick)
(La puntata sull'edizione successiva del Catalogo è qui).

C’è un filone di attenzione di questa rubrica che probabilmente batterebbe tutti gli altri in una classifica del rapporto tra sua importanza e interesse che riscuote presso la generalità dell’opinione pubblica e l’agenda degli amministratori pubblici. È quello della spesa fiscale e dei sussidi pubblici, diretti, indiretti o impliciti, dannosi all’ambiente.

Ne riparlo oggi perché è uscita a fine maggio [2020], in ritardo rispetto a quanto previsto dalle norme, la terza edizione del catalogo dei sussidi dannosi e favorevoli all’ambiente del ministero dell’ambiente (link sotto), con un’introduzione del ministro Costa. Aggiornamento di un documento che è anche, che io sappia, la più completa rassegna della spesa fiscale italiana (cioè dei regimi fiscali e tariffari di favore), scorrere la quale è estremamente istruttivo anche solo per avere la sensazione di quanti sono i rivoli di questa spesa, nei settori più disparati ma soprattutto in agricoltura, energia, trasporti, spesa in molti casi in forma di sconti sul prezzo di approvvigionamento di forme di energia di origine fossile. Regimi in alcuni casi probabilmente dimenticati dallo stesso Parlamento, e toccare i quali farebbe sicuramente imbestialire qualcuno e trovare una ragione per i quali è spesso difficile.

Vale la pena ricordare che ai fini del Catalogo si usa la definizione OCSE di sussidio, cioè qualunque intervento pubblico atto a modificare il costo o il ricavo di un’attività economica rispetto a quanto avverrebbe in sua assenza.

Tra i sussidi indiretti, è interessante una delle tante schede di approfondimento del Catalogo che confronta per diversi materiali le tariffe di estrazione da cave e mostra come addirittura alcune regioni (Basilicata, Val d’Aosta e Sardegna) non impongano alcun costo al concessionario d’estrazione. In altri termini, il depauperamento di una risorsa vergine demaniale non viene in nessun modo associato a una restituzione di valore alla comunità. Quando parliamo di economia circolare dovremmo sempre tenere a mente come i sussidi di vario tipo all’uso di risorse vergini rendano in partenza difficile lo sviluppo di una filiera del riciclo. A ben vedere una caratteristica comune ai sussidi censiti nel Catalogo come dannosi all’ambiente è che essi danneggiano non solo l’ambiente, ma in generale rischiano di soffocare in culla i settori dell’economia più funzionali a operare quella transizione ecologica tanto invocata.

I numeri complessivi del Catalogo sono ancora una volta sconfortanti: quasi 20 miliardi di Euro era nel 2018 (anno di riferimento) il valore dei sussidi pubblici dannosi all’ambiente in Italia, contro i 15,3 miliardi di sussidi favorevoli all’ambiente. Insomma, nel 2018 l’amministrazione pubblica continuava complessivamente a remare contro l’ambiente, pur tenendo conto delle tante somme trasferite, per esempio, alle fonti energetiche rinnovabili, sussidi che in gran parte non sono più disponibili gli impianti di nuova costruzione. Ciò, unito al fatto che nessuna riforma rilevante alla spesa fiscale è stata nel frattempo lanciata, implica che la tendenza – e qui è Derrick a parlare – è in sicuro grave peggioramento: i sussidi alle rinnovabili caleranno di certo, quelli dannosi all’ambiente a legislazione vigente no.



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sabato 31 agosto 2019

La "sterilizzazione" dell'IVA (Puntata 407 in onda il 3/9/19 e in replica il 1/10/19)

Cave di marmo in cima al passo del Vestito (MS)
Un politico con aspirazioni di amministrazione pubblica, che non affronti la questione di dove pensa di trovare le risorse per le sue promesse, a logica dovrebbe essere ritenuto inadatto al ruolo. Non da noi, apparentemente, dove quasi tutti i partiti e i leader da mesi stanno ripetendo il mantra del “dobbiamo sterilizzare l’aumento IVA”, come se si trattasse di arrivare in tempo a premere un bottone prima dell’innesco, e come se la parte rilevante della questione non fosse piuttosto da dove dovrebbero venire le risorse per evitare gli aumenti altrimenti già previsti.
Del resto buona parte di quegli stessi politici sembra confondere le regole di finanza pubblica UE con l’effettiva disponibilità di creditori per finanziare il debito e con le conseguenze distributive di doverne ripagare una quantità ancora più mostruosa di quella che già si abbatte sulle prossime generazioni di contribuenti.

La notizia buona, però, sull’IVA, è che proprio all’interno di questa imposta ci sono gli spazi per fare una messa a punto che permetterebbe di avere più gettito senza aumentare l’aliquota ordinaria.
Vediamo perché: oggi l’IVA vale oltre 130 miliardi (parlo sempre di numeri annuali), meno del 7% del PIL. Oltre a quella ordinaria del 22%, ha 2 aliquote agevolate (4, e 10%) applicate a beni e servizi specifici.
Uno studio della Corte dei Conti del 2016 attribuisce ai regimi agevolati oltre il 40% del gettito IVA, contro una media UE27 di poco più della metà. L’Italia, dunque, ha un’enorme spesa fiscale in agevolazioni IVA (senza contare le esenzioni pure). In parte questi regimi agevolati hanno il fine di proteggere l’approvvigionamento di beni primari (per esempio alimentari), ma perlopiù si tratta di discriminazioni incomprensibili, alcune con effetti negativi sull’ambiente.

Esempi di IVA agevolata dannosi all’ambiente secondo il Catalogo Minambiente dei sussidi dannosi (dove non specificato, il Catalogo non riporta gli ammontari) sono questi:
  • Sull’energia consumata per le attività estrattive agricole e manifatturiere: 1,4 miliardi/a (disincentiva il risparmio energetico e riduce la competitività delle aziende energicamente efficienti)
  • Sull’energia elettrica domestica (indipendentemente dal reddito): 1,7 miliardi (disincentiva efficienza e ha effetti distributivi regressivi) (simile esenzione c’è sul gas naturale)
  • Sugli olii minerali usati nella produzione di energia
  • Sui prodotti petroliferi usati in agricoltura (circa 200 milioni)
  • Sulla cessione di nuove costruzioni abitative (introdotta nel 1972). Oggi che occorre ridurre il consumo di suolo e che i vani vuoti a fronte della popolazione stagnante sono troppi, che senso ha regalare soldi alle nuove costruzioni anziché mettere in sicurezza quelle vecchie e non antisismiche?
  • Sulle acque minerali (800 milioni che si aggiungono a bassi oneri concessori per l’estrazione)
  • Sui servizi di smaltimento in discarica (alla faccia dell’economia circolare).


Esempi di regimi agevolati incomprensibili invece sul piano distributivo sono questi:
  • Parcheggi (sussidio all’uso dell’auto privata) (aliquota del 4%)
  • Hotel e ristoranti (indipendentemente dalla fascia di prezzo) (10%) (le mense scolastiche e di lavoro, qui in modo più sensato, hanno il 4%)
  • Fiori recisi (sic) (10%)
  • Tabacchi (alla faccia delle campagne antifumo) (10%)
  • Tra i beni alimentari: crostacei, molluschi, cacao amaro e birra hanno IVA al 10%, funghi, mandorle e meloni addirittura al 4%.


Allora: siamo sicuri che convenga sterilizzare l’IVA così com’è e trovare soldi altrove, magari come al solito con nuovo debito e quindi più tasse e meno investimenti futuri? In realtà anche dentro all’IVA, come in generale nel sistema fiscale (l’abbiamo visto qui anche in puntate recenti) ci sono distorsioni chiaramente dannose, superare le quali porterebbe nuovo gettito, che a seconda della radicalità degli interventi potrebbe da solo evitare l’aumento dell’aliquota ordinaria del 22% o addirittura permettere di limarla senza nuovo debito o nuove tasse alternative.


Link utili:


martedì 23 luglio 2019

Seconda edizione Catalogo Minambiente dei sussidi ambientalmente rilevanti (Puntate 404-6 in onda il 23-30/7 e 6/8/2019)

Piazzetta a Castel di Tora (RI)
(La puntata sull'edizione successiva del Catalogo è qui).

Quali sono alcune rilevanti, se non le principali sfide sociali ed economiche con cui dobbiamo confrontarci? Per quanto riguarda l’Italia direi:
  • La necessità di investimenti pubblici, soprattutto in istruzione, giustizia, ambiente
  • L’emergenza sanitaria delle circa 80 mila morti premature all’anno per inquinamento soprattutto da polveri sottili e ossidi d’azoto, in primis nei centri urbani della val Padana (solo Italia e Polonia in Europa hanno numeri così spaventosi)
    (La questione ambientale, naturalmente, si colloca nell’ambito della lotta globale ai cambiamenti climatici riguardo a cui l’Italia è impegnata per la sua parte in base agli accordi internazionali nell’ambito delle Nazioni Unite).
  • La povertà e la stagnazione economica.


Sarebbe favoloso se ci fosse una famiglia di interventi alla portata di agenda politica in grado di avere effetti positivi su tutte le questioni che ho elencato, no?

Bene, uno strumento promettente c'è: si tratta di una revisione della fiscalità con le seguenti caratteristiche di massima:

Colpire meno la produzione di reddito e più i consumi (l’Italia – che ha tasse generalmente alte per chi le paga – è piuttosto sbilanciata sui redditi)
e disincentivare consumi o attività dannosi all’ambiente, e cioè che contribuiscono:
  • Al depauperamento della qualità dell’ambiente il cui degrado genera anche costi sanitari
  • Al consumo irrazionale di capitale ambientale pubblico (alla cui disponibilità anche le prossime generazioni hanno diritto)
  • Ai cambiamenti climatici (tramite emissione di gas a effetto-serra)

Una simile trasformazione non riguarderebbe solo una modifica alle aliquote esistenti delle varie imposte, ma anche una revisione della spesa fiscale, cioè del sistema delle esenzioni, che in Italia è così vasto che una riduzione shock delle imposte sui redditi per tutti potrebbe finanziarsi esclusivamente con tagli a regimi di favore per alcuni.

(Piccolo commento utile ai non economisti: quando si parla di tasse al consumo, le stesse valutazioni e ricette si possono applicare quasi indifferentemente alle tasse alla produzione. Esempio: se io metto un’accisa sul gas utilizzato per produrre elettricità posso chiamarla tassa sulla produzione di elettricità ma gli effetti si spostano comunque su chi l’elettricità la consuma. Entrambe sono imposte indirette, cioè che si applicano a transazioni e non alla generazione di reddito in sé).

Se una revisione organica del fisco nelle modalità di cui sopra ha potenzialmente così tanti vantaggi, perché viene auspicata in tanti accordi intergovernativi e risoluzioni parlamentari (anche in Italia) ma poi non attuata?

Una delle ragioni è che mettere le mani sul fisco significa produrre effetti distributivi anche importanti. Infatti lo si fa proprio per modificare gli incentivi economici di persone e imprese, e quindi soprattutto nel breve periodo c’è chi ci perde. E le categorie, anche piccole, che vengono immediatamente danneggiate sono tipicamente più interessate a farsi sentire e competenti sulla questione che le tocca di quanto lo sia l’opinione pubblica nel suo complesso. E per ridurre le rendite servono politici bravi, di lunghe vedute e capaci di ottenere consenso comunicando il senso del progetto e utilizzando sistemi di salvaguardia temporanei.

Una riforma del genere è tanto più urgente quanto più inadeguato è il sistema fiscale e parafiscale attuale rispetto agli obiettivi. Ce lo ricorda la nuova edizione del Catalogo dei sussidi rilevanti per l’ambiente del Ministero dell’Ambiente, recentemente diffuso e disponibile al link sotto. Un documento fondamentale e direi drammatico, che ci dice che sulla base di dati 2017 il sistema di sussidi pubblici diretti (trasferimenti), delle imposte e delle tariffe regolate in settori energia, acqua, rifiuti, ambiente sussidia attività dannose all’ambiente per oltre 19 miliardi/anno, mentre le aiuta per 15.

In altri termini: una revisione del sistema del fisco, delle tariffe e dei trasferimenti pubblici è urgente anche perché esso oggi ha un effetto netto dannoso all’ambiente e quindi a tutti gl’investimenti correlati alla sua salvaguardia e al progresso tecnologico relativo.
È come se noi pedalassimo verso la sostenibilità e l’innovazione ambientale, e qualcuno, sempre all’interno dello Stato, frenasse con più forza di quella esercitata sui pedali.


Entriamo nel merito della seconda edizione del Catalogo.

Premessa importante: cos’è un sussidio? Nella definizione OCSE, usata dal team di economisti in servizio al Ministero dell’Ambiente che hanno lavorato al documento, un sussidio è un trasferimento pubblico diretto o uno sconto fiscale o in tariffe regolate, che abbia l’obiettivo di garantire un vantaggio economico a chi lo riceve rispetto ai prezzi di mercato per la transazione a cui si riferisce. Quindi, per esempio, in questa definizione, se la pubblica amministrazione compra un bene o un servizio, questo non è un sussidio a chi lo vende, a meno che esso non sia pagato più del valore di mercato.

L’attuale edizione del catalogo è la seconda (anche la prima è stata considerata qui, e sotto c’è il link alle vecchie puntate) e comporta alcune novità, tra cui:
  • Analizza solo sussidi potenzialmente rilevanti per l’ambiente (comprensibile, anche se in parte è un peccato perché la precedente edizione era interessante anche come mera analisi complessiva della spesa fiscale in Italia, analisi che oggi è portata avanti, a mio avviso con parecchie lacune, da una apposita commissione MEF che produce un allegato al documento di economia e finanza - Vd. link sotto su spesa fiscale)
  • Include un’analisi di finanziamenti istituzionali italiani a progetti internazionali
  • Considera nuovi sussidi dannosi all’ambiente, i più interessanti dei quali mi sembrano:
    • vantaggi fiscali alle auto aziendali a uso promiscuo (questo è un tema clamoroso cui dedicheremo una puntata specifica per la quale ho già chiesto aiuto all’economista italiano che più se n’è occupato stando alla bibliografia dello stesso Catalogo)
    • sconti nelle tariffe del servizio idrico
    • sconti a clienti energivori nelle bollette elettriche

Questi ultimi due punti meritano una piccola digressione: anche nell’impostazione recente della legislazione UE si prevede che alcune forme di welfare su beni essenziali come l’acqua e l’energia debbano passare attraverso prezzi politici nell’accesso a tali beni. Questo comporta gravi effetti collaterali sull’uso razionale delle risorse stesse, ed è spesso anche dannoso sul piano redistributivo. Per esempio: io che consumo meno acqua ed elettricità in casa rispetto alle quantità considerate normali ricevo una riduzione fiscale del prezzo di questi beni. Il che mi rende meno interessato a consumarli razionalmente. Inoltre, il mio reddito non è così basso da poter considerarmi in condizioni di povertà energetica e idrica, e questi sconti sono pagati anche da contribuenti che nell’ambito del sistema fiscale progressivo non dovrebbero trasferire risorse a me. Diciamo che la retorica dell’”acqua pubblica” (definizione che di per sé è molto ambigua) sta facendo danni legislativi, rendendo l’acqua più “pubblica” sì, ma nel senso che i suoi sprechi sono pagati con risorse pubbliche.
  

Quanto sono davvero ambientali le imposte ambientali attuali?

Lo studio European Implementation Review delle politiche ambientali della Commissione UE, citato nel Catalogo, ci dice che le imposte ambientali nell’UE 28 sono solo il 6,3% circa di entrate fiscali e contributi previdenziali e meno del 2,5% del PIL (il valore più alto è in Danimarca e il più basso in Slovacchia). 

L’Italia si colloca in fascia alta, il che porta a dire che le imposte ambientali in Italia ci sono (in termini di loro classificazione formale) ma – alla luce del Catalogo e di altri studi - apprendiamo che esse sono sia inadeguate a disincentivare le attività effettivamente dannose all’ambiente, sia largamente insufficienti a contrastare i sussidi dannosi.
In effetti una parte importante delle imposte classificabili come ambientali si applica alla produzione o consumo di energia e ai trasporti che solo approssimativamente – anche se negli anni ci sono stati miglioramenti per esempio sulla tassa di possesso auto e con il recente ecobonus - si legano a danni ambientali (per esempio: le accise sui carburanti non sono legate alle emissioni dannose, e su questo nel Catalogo c’è un ampio focus sulla disparità di trattamento di accise tra benzina e gasolio per autotrazione, dove quest’ultimo continua a essere irrazionalmente avvantaggiato).

Veniamo finalmente a una sintesi dei numeri principali del Catalogo:

Sussidi Ambientalmente Dannosi (SAD) indiretti – cioè erogati tramite facilitazioni d’imposta o di parafiscalità in bolletta: (dove non specificato stime 2018 – arrotondamento ai 50 milioni più vicini) (in milioni di Euro)
  • Esenzione accisa energia elettrica a consumatori domestici residenti con potenza installata bassa e solo su una prima fascia di consumi: circa 600 (destinati peraltro a ridursi)
  • Esenzione accisa carburanti aerei: 1.600 (2017)
  • Riduzione accisa carburante navigazione marittima: 500 (2017)
  • Riduzione accisa carburante autotrasporto pesante: 1.250
  • Sussidi indiretti a impiego prodotti energetici in agricoltura: 850
  • Differente accisa gasolio-benzina: 4.900
  • Agevolazioni a grandi consumatori di energia: 1.250 (la tabella del Catalogo considera queste esenzioni assenti due anni prima, ma in realtà venivano comunque erogate in altre forme, alcune delle quali tutt’ora esistenti)
  • Vantaggi fiscali a auto aziendali: 1.250 (2017)


Il tutto a fronte di sussidi diretti favorevoli di circa 15 miliardi, di cui 12 di sussidi alle fonti d’energia rinnovabili, attraverso le bollette elettriche.


Gli autori del documento

Chi c’è dietro la redazione di un testo così vasto, accurato e importante? Un team di economisti ambientali di un’agenzia esterna al Ministero dell’Ambiente, chiamata Sogesid, i cui servizi la legge di bilancio 2019 prevede saranno progressivamente non più acquistati dal Ministero con stop totale nel 2024. Non sappiamo quindi con quali risorse umane e di competenza potrà continuare questo lavoro fondamentale di supporto alle politiche di transizione ambientale.


Link utili:


martedì 28 febbraio 2017

Catalogo Minambiente dei sussidi sfavorevoli e favorevoli all'ambiente (Puntata 304)

(La puntata sull'edizione successiva del Catalogo è qui).

C’è un insieme vastissimo di voci di spesa dello Stato centrale e degli enti locali che non sempre rientra nelle pur diverse definizioni di welfare e che serve a facilitare la vita di miriadi di beneficiari. È il mondo dei sussidi alla produzione o al consumo di beni, nella forma di trasferimenti diretti oppure di facilitazioni d’imposta, inclusa la parafiscalità delle bollette dell’energia che da sola vale un ordine di grandezza di 10 miliardi di Euro all’anno.
Un mondo misconosciuto, forse anche a causa della eterogeneità delle voci che lo compongono, e che pure vale circa il 10% dell’intera spesa pubblica, se si include l’erosione fiscale (cioè i sussidi nella forma di facilitazioni d’imposta).

Il misterioso lago artificiale di Occhito, in Molise,
fotografato da Derrick nel 2013
È stato pubblicato a febbraio 2017 dal ministero dell’ambiente (link sotto) un catalogo dei sussidi pubblici classificati rispetto alla loro interazione favorevole o dannosa con l’ambiente. Un documento estremamente importante sia in termini di conoscenza della nostra politica economica, sia di quella ambientale. Dal primo punto di vista, questo catalogo si aggiunge al lavoro dello stu
dio della commissione Ceriani del 2011 e di Giavazzi del 2012.
Studi peraltro non sovrapponibili perché con ambiti di analisi almeno in parte diversi. Nel caso del catalogo del ministero dell’Ambiente, ciò che vi è incluso sono i trasferimenti del Governo centrale, esclusi quelli di competenza diretta del ministero dello sviluppo economico, e il sistema, o almeno la sua gran parte, della parafiscalità delle bollette energetiche. Non sono inclusi invece i trasferimenti degli enti locali (stesso ordine di grandezza di quelli centrali secondo altri studi) e i Piani Operativi Nazionali e Regionali finanziati dai fondi strutturali UE.

Ecco un numero di estrema sintesi del catalogo: i sussidi dannosi all’ambiente, all’interno degli ambiti oggetto dello studio, ammontano secondo il MATTM a oltre 16 miliardi di Euro all’anno, quasi tutti spese fiscali. Una cifra superiore, anche se di non molto, a quella dei sussidi ambientalmente favorevoli.

Ci sono casi, e qui è Derrick che esprime un’opinione, in cui l’indifendibilità di alcuni sussidi emerge dalla palese contraddizione rispetto a obiettivi di altri sussidi. I sussidi alle fonti energetiche fossili, per esempio, servono a rafforzare produzioni ridurre le quali è obiettivo dei sussidi alle fonti rinnovabili. Ora, è facile dimostrare che la penetrazione delle rinnovabili è resa più difficile dagli aiuti alle fonti fossili, i quali quindi rendono di fatto necessari maggiori sussidi alle fonti rinnovabili, generando un assurdo circolo vizioso.

Eliminare i sussidi alle fossili peraltro è quanto l’Italia si è già impegnata a fare entro il 2025 in occasione del G7 del 2016, e quanto auspicano OCSE, Banca Mondiale e Fondo Monetario Internazionale. E da fare ce n’è, visto che il MATTM quantifica in oltre 11 mld/a i sussidi dannosi all’ambiente su prodotti energetici – sostanzialmente agevolazioni fiscali al consumo di fonti fossili.


Link utili:

Questo articolo è anche apparso su LabParlamento, che ringrazio, qui: http://www.labparlamento.it/thinknet/sussidi-allenergia-se-il-circolo-diventa-vizioso/