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domenica 6 aprile 2025

Dazi al gas di Trump? (Puntata 666 in onda l'8/4/25)

Illustrazione di Copilot
(che spiega la scritta "tatirri"
come un errore)
 

Questa puntata si può ascoltare qui.

Facciamo il punto sul mercato europeo e italiano del gas naturale approfittando di un eccellente articolo di Bruegel a firma Keliauskaité, Tagliapietra, Zachmann uscito il 2 aprile 2024 il cui link metto qui sotto.

Nel 2024 rispetto all’inizio della guerra l’Europa ha ridotto a 1/3 le importazioni di gas russo, malgrado l’aumento notevole di quelle via nave. Queste ultime peraltro sono le uniche in cui l’UE abbia introdotto un qualche tipo di sanzione, vietando da qualche tempo il transhipping di questo gas, cioè la possibilità di reinstradarlo verso mercati terzi. Questa limitazione riduce le possibilità della russa Gazprom di raggiungere mercati dell’Est non sufficientemente interconnessi da gasdotti in partenza dalla Siberia, e quindi dovrebbe essere un altro colpo ai bilanci già devastati di Gazprom.

Un’altra azione europea è stata all’inizio di quest’anno il non rinnovo dell’accordo di transito di gas russo sui gasdotti ucraini.

Tutto sommato un atteggiamento molto cauto da parte dell’Europa, sebbene (ma col senno di poi è facile dirlo) i numeri mostrino che l’abbondanza di infrastrutture e il calo dei consumi rispetto all’inizio della guerra avrebbero permesso di essere più duri con il gas russo senza aspettare, come di fatto è avvenuto, che fosse Mosca a chiudere perlopiù i rubinetti.

L’introduzione di sanzioni sul gas russo via tubo, tra l‘altro, come scrive Bruegel, aiuterebbe gli importatori europei a terminare unilateralmente contratti d’importazione di lungo termine con meno rischi di penali negli arbitrati che ne gestiscono le controversie.

Ma secondo Bruegel c’è un’alternativa più furba al bandire il gas russo o al limitarne le quantità con quote. E sono i dazi, un tema parecchio di moda recentemente.

I dazi non colpiscono solo l’esportatore, ma anche il consumatore del Paese che li impone, che perde una fonte competitiva di un bene. E il bilanciamento tra i due dipende dalle alternative di chi compra e di chi vende, e dai costi di chi vende. Se un esportatore non ha margini per abbassare il suo prezzo o ha alternative altrettanto remunerative per piazzare la merce, l’importatore del Paese che ha messo i dazi, se vuole ancora consumare quel bene importato, dovrà pagare un prezzo aggravato di gran parte del dazio. Ma se l’esportatore non ha validi mercati alternativi e ha ampi margini sui costi vivi di produzione, allora verosimilmente abbasserà lui il suo prezzo per difendere la quota di mercato. Secondo Bruegel, la Russia è in questa condizione per l’export di gas – soprattutto via tubo – in Europa, e quindi imporre tariffe potrebbe essere un’ottima sanzione, producendo un gettito per l’Europa senza rinunciare subito a gran parte della fornitura e senza aumentarne troppo il prezzo.

La riflessione che aggiungo io è: potremmo fare lo stesso con il gas liquefatto americano per rispondere ai dazi di Trump? Vediamo: negli USA il prezzo interno del gas è una frazione di quello eurasiatico, e il principale mercato alternativo, la Cina, ha addirittura rinunciato ad approvvigionarsi dagli USA.

Quindi ci sono margini per abbassare il prezzo e criticità nel trovare mercati alternativi. Di conseguenza sì: dazi sul gas di Trump potrebbero essere un’ottima idea. O almeno una minaccia efficace e credibile che l’imbarazzata Meloni - a nome dell'Europa - potrebbe usare per ritrovare un po’ della sua sicurezza nei rapporti con gli USA.

Link:

domenica 9 febbraio 2025

Il gas nell'era del protezionismo (Puntata 658 in onda l'11/2/25)

Torniamo a parlare di gas, perché nella prima settimana di febbraio 2025 sono state scritte e fatte cose rilevanti in materia. Intanto c’è Trump, che minaccia il mondo di dazi e nello stesso tempo si prepara a esportare più gas e petrolio, evidentemente senza considerare serio il rischio di contromosse a loro volta protezioniste dai Paesi colpiti (oppure solo per sondarne le reazioni e poi effettivamente decidere il da farsi). Nel caso della Cina una prima tranche di dazi è stata introdotta, e la reazione di Pechino ha visto nei giorni precedenti, saggi consigli da Xi Jinping a Trump in cui lo si invitava a tenere conto che i dazi fanno male a tutti, inclusi (anzi, spesso: soprattutto) coloro che li iniziano. Poi, a dazi introdotti, una reazione proprio sull’import cinese di idrocarburi statunitensi. Una mossa che probabilmente Pechino si può permettere perché non aderendo alle sanzioni al petrolio russo beneficia di prezzi scontati su questa fonte.

Il nostro ministro Urso in tutto questo ha dichiarato che “dovremmo guardare con attenzione al gas americano” e direi che stiamo già facendo di più: lo stiamo acquistando per alimentare i nuovi porti per le navi metaniere. In uno scenario però apparentemente contraddittorio in cui da un lato questi porti in Europa così come la capacità di trasporto via nave sono sottoutilizzati, dall’altro i prezzi del gas salgono. Un eccesso di capacità infrastrutturale a fronte invece di una relativa scarsità di gas.

Questo eccesso di capacità riguarda l’Europa in generale, malgrado nel 2024 si sia interrotta la tendenza di riduzione dei consumi. Anche in Germania solo una frazione minima del gas, rispetto al potenziale, è arrivata attraverso i nuovi rigassificatori galleggianti nel 2024. I contribuenti o pagatori di bollette tedeschi almeno possono consolarsi per il fatto che quelle navi-rigassificatrici sono state noleggiate, mentre la nostra attraccata a Piombino e l’altra di Ravenna le abbiamo, ahinoi, comprate.

Tra le analisi sull’eccesso di capacità di trasporto e ricezione di gas liquefatto segnalo rispettivamente Sissi Bellomo sul Sole 24 Ore del 1/2/25 e lo studio IEEFA pubblicato pochi giorni prima (link sotto).

Ma la situazione potrebbe diventare ancora più estrema se si avverasse uno scenario che di colpo sembra meno remoto rispetto a solo poche settimane fa: una riapertura dei flussi via tubo dalla Russia via Ucraina dopo la chiusura totale a inizio anno. Un’ipotesi considerata non da autori di fantapolitica ma dall’executive vice president di Equinor, la società petrolifera norvegese, in un’intervista a Laurence Walker di Montel del 5/2/25. Se si arrivasse a un armistizio, dice Irene Rummelhoff, è ragionevole che riprenderemmo a usare i tubi via Ucraina per 27 miliardi di metri cubi all’anno di gas russo verso l’Europa, il che spiazzerebbe ancor più quello liquefatto.

Si tratta di una prospettiva verosimile? Non lo so. Quel che, forse acrobaticamente, osservo è che con un Trump che si disimpegna nell’aiuto militare all’Ucraina e colpisce l’Europa coi dazi usare la leva del gas con Putin da parte dell’Europa potrebbe da un lato compensare la minor forza militare senza gli USA, dall’altro reagire ai dazi americani colpendo il gas del golfo del Messico, pardon: d’America.


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lunedì 6 gennaio 2025

Aumento del prezzo del gas a inizio 2025 (Puntata 653 in onda il 7/1/25)

Veduta di Xishuangbanna, Yunan, Cina
Un aumento dei prezzi del gas successivo alla chiusura del transito di gas russo in Ucraina ha riacceso le discussioni in materia.

Come al solito, le soluzioni invocate tendono a guardare inutilmente lontano (un nucleare che in italia non vedremmo prima di 15 anni e a costi proibitivi) oppure alla sindrome di Stoccolma (legarci ancora di più al gas ed esporci così ai danni anche delle prossime crisi) anziché guardare alle tendenze positive già in atto e da incoraggiare (boom delle rinnovabili anche senza incentivi e delle batterie per la sicurezza di fornitura elettrica). Ringrazio Duccio Facchini, direttore di Altreconomia, per aver ospitato il contributo che segue. Sul sito di Altreconomia e di Derrick Energia link al testo.

Ho sempre trovato inquietante che i due paesi in guerra commerciassero in servizi di transito del gas come niente fosse, e credo che la chiusura del transito del gas russo in Ucraina sia opportuna, come lo sarebbe estendere al gas le sanzioni europee applicate al petrolio russo.

L’effettiva fine del transito è stata confermata relativamente all’ultimo, e quindi non mi stupisce che stia avendo effetto sui prezzi (ma i 50 € al MWh attuali sono ben lontani dai picchi di oltre 300 del 2022). Già in tempi non sospetti con il Think Tank ECCO abbiamo evidenziato il rischio che questo inverno portasse di nuovo a bollette elevate (così come avevamo previsto la repentina discesa dopo i momenti più aspri della crisi, trainata dal calo dei consumi di gas). È comunque vero quel che ha detto il ministro Fratin: con gli stoccaggi quasi pieni, è verosimile che in assenza di altri eventi avversi il prezzo attuale sia già il picco più alto dell’inverno in corso.

Riguardo alle soluzioni per abbassare la bolletta, non credo sia utile stigmatizzare la speculazione dei mercati futures (che sono naturalmente volatili e servono proprio ad anticipare potenziali scarsità o eccedenze future del prodotto contrattualizzato) anche se, certo, è importante vigilare contro abusi. Nemmeno credo che un price cap sarebbe una soluzione efficiente, perché a seconda di come lo si realizza può semplicemente spostare il costo su qualcun altro rispetto al consumatore, o produrre rendite indesiderate, o ancora portare a forme di razionamento più indesiderabili rispetto a un prezzo temporaneamente alto. È quest’ultimo l’effetto descritto da Manzoni nei Promessi Sposi sulla farina: se si impone un prezzo politico del pane che ignora una scarsità oggettiva della materia prima, i forni restano vuoti. Ma anche senza scomodare Manzoni, abbiamo visto come il price cap spagnolo, per esempio, abbia portato i contribuenti iberici a pagare per esportare in Francia elettricità da gas a prezzo politico durante periodi di scarsa disponibilità del nucleare francese. Un effetto non desiderabile per gli spagnoli.

Quel che credo invece serva è mettere urgentemente i consumatori di elettricità nelle condizioni di non pagare il costo del gas se accedono a offerte 100% rinnovabili, cosa che purtroppo non è ancora possibile. Come ECCO ha proposto durante l’ultima audizione ARERA, è urgente che i consumatori elettrici possano approvvigionarsi con contratti che escludano l’uso del gas anche per bilanciare i propri consumi, per esempio con accumuli dedicati alla propria fornitura. In altri termini: se a un cliente va bene continuare a esporsi alle crisi del gas – per esempio perché installa di nuovo una caldaia a gas in fase di ristrutturazione o perché compra elettricità generica – se ne assume le conseguenze. Ma chi vuole proteggersi dalla prossima crisi del gas e ha elettrificato ed efficientato i propri consumi e desidera accedere a contratti di fornitura elettrica da sole rinnovabili è incomprensibile che non sia messo nelle condizioni di emanciparsi completamente dal prezzo del gas a meno di staccarsi dalla rete (che è una soluzione irrazionale perché troppo costosa).

Riguardo al prezzo futuro: tornerà a scendere rispetto all’attuale, ma non ai livelli precedenti la crisi, perché il gas liquefatto che arriva da nave costa di più del gas da tubo. Inoltre, il prezzo continuerà a essere volatile e quindi pericoloso e avrà una componente di costi fissi sempre più alta per ripagare l’inutile infrastruttura che abbiamo costruito malgrado la riduzione strutturale dei consumi.

In termini di fonti, dalla dipendenza dalla Russia siamo passati almeno in parte a quella dagli Stati Uniti, ormai principale esportatore mondiale, che di fatto hanno un ruolo crescente di price maker grazie alle decisioni unilaterali riguardo alla capacità di liquefazione che renderanno (o non renderanno) disponibile nel mar dei Caraibi. Abbiamo visto questo effetto già con la presidenza Biden, e non c’è da aspettarsi miglioramenti con le politiche protezionistiche annunciate da Trump.

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martedì 14 maggio 2024

Sanzioni all'energia russa - Aggiornamento (Puntata 622 in onda il 14/5/24)

Trasporto di GPL a Fez
L’Europa importa oggi circa un terzo in meno di gas via tubo dalla Russia rispetto a prima della guerra, l’Italia meno di un quinto, e di certo i ricavi stellari che la Russia ne traeva poco dopo l’invasione dell’Ucraina sono ormai solo un ricordo grazie ai volumi ridotti e soprattutto ai prezzi tornati a livelli oltre 10 volte più bassi del massimo storico dell’estate 2022.

Secondo un articolo dell’Economist di inizio maggio 2024 (link sotto) sono incerte anche le prospettive future delle esportazioni russe di gas via tubo verso l’Asia. Sarebbe in stallo infatti la cooperazione tra Cina e Russia per il finanziamento e la costruzione del gasdotto “Power of Siberia 2” che dovrebbe collegare con la Cina  i giacimenti siberiani occidentali che ora servono l’Europa. L’Economist fa notare che se le previsioni a breve di consumo di gas in Asia sono in netto aumento, è difficile prevedere flussi sufficienti nel più lungo termine necessario ad ammortizzare qualsiasi metanodotto.

Resta florido però complessivamente il business dell’energia russa oggi. Compreso quello del gas via nave, che arriva anche in Europa in parte vanificando il ridotto transito via tubo (varie fonti parlano di oltre 20 miliardi di m3 nel 2023, oltre un terzo in più dell’anno prima). Gas di cui peraltro solo una parte viene consumato nel nostro continente, partendo la restante verso l’Asia con altre navi. Secondo un articolo di Politico del 6 maggio 2024 questo ruolo dell’Europa (in particolare la Spagna) nel transhipping di gas russo verso l’Est è cruciale per la Russia perché l’alternativa sarebbe usare gasiere rompighiaccio sulle rotte artiche, navi di cui per ora non ci sarebbe sufficiente disponibilità. Per interrompere questo ruolo dell’Europa hub del GNL russo, scrive sempre Politico, l’UE sarebbe in procinto di introdurre finalmente sanzioni sulla riesportazione ma non sul consumo europeo di gas liquefatto.

Riuscirà questo a ridurre il valore delle esportazioni energetiche russe complessive? Per ora, come abbiamo visto in precedenti puntate, le sanzioni in forma di price cap al petrolio russo hanno funzionato solo parzialmente, anche perché da Paesi che non le applicano, tra cui India, Cina e Singapore, l’Europa compra prodotti petroliferi raffinati quindi di nuovo usufruendo, seppure indirettamente, di energia russa.

Come altre volte ho notato in questa rubrica, mi sembra triste che l’Europa non usi tutte le possibilità di limitare il finanziamento all’invasione dell’Ucraina tramite acquisti di energia. Vedremo se almeno verrà deciso di evitare il mero transito di gas liquefatto. 

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lunedì 25 marzo 2024

Transito di gas russo in Ucraina (Puntata 616 in onda il 26/3/24)

Gasdotti ucraini (da ICIS)
Nel 2023 l’Italia ha importato un decimo del gas russo via tubo di quanto facesse fino al 2021. Siamo a
meno di 3 miliardi di metri cubi all’anno rispetto ai circa 30 di partenza. Sono come sappiamo anche calati molto i consumi in Italia ed Europa (il continente li ha ridotti di circa un terzo in due anni, un numero stratosferico di cui sarà interessante vedere qual è la quota strutturale).

Molto più gas arriva via nave in porti anche appena costruiti, altro dal gasdotto TAP concluso giusto in tempo per la crisi, ma il corridoio del gas russo che transita in Ucraina è ancora commercialmente aperto e regolato da un accordo tra società dei due paesi in scadenza alla fine del 2024.

La Commissione e il Consiglio Europeo si sono già espressi nel senso di un non rinnovo dell’accordo, che impedirebbe almeno in prima istanza ai venditori russi di arrivare con il proprio gas nei Paesi dell’Unione Europea.

Un interessante e dettagliato articolo di Aura Sabadus di ICIS del 18 marzo elenca alcuni degli effetti che avrebbe il non rinnovo dell’accordo di passaggio.

L’Ucraina perderebbe introiti per quasi lo 0,5% del suo prodotto interno lordo dall’accordo, ma non è detto che non possa recuperarli se alcuni paesi UE vorranno ancora importare del gas via tubo dalla Russia, che non è al momento stato oggetto di un embargo. L’operatore della rete del gas ucraina potrebbe infatti vendere agli importatori, anziché al fornitore russo, il servizio di trasporto sul proprio territorio, il che significherebbe il venir meno del rapporto commerciale tra aziende dei due paesi in conflitto.

Ma cosa sarebbe delle forniture all’Ucraina stessa? Potrebbe il suo sistema di gasdotti funzionare in direzione opposta a quella attuale, importando gas dai giacimenti o dai porti del mare del Nord o addirittura da paesi mediterranei aspiranti esportatori come Italia, Spagna e Grecia? (Dell’affollamento degli aspiranti esportatori abbiamo già parlato e visto quanto esso riduca la credibilità del successo dei singoli contendenti, perdipiù in un contesto di consumi calati così tanto in modo generalizzato).

La risposta che dà la giornalista è sì: la rete ucraina del gas è stata originariamente concepita proprio per portare il gas da occidente quando evidentemente la produzione o il trasporto dalla Siberia non si erano ancora sviluppati o non sufficientemente.

Dunque tutto bene per la sicurezza di fornitura? Si direbbe di sì, anche troppo: essendo i transiti dalla Russia già scesi così tanto senza razionamenti e con prezzi normalizzatisi e con l’arrivo di ulteriori siti europei di attracco di navi metaniere che complessivamente secondo la IEEFA avranno una capacità superiore a tutti i consumi continentali – anche quelli importati via tubo - già prima del ’29.

Ma non tutti gli importatori potrebbero essere disponibili a perdere il valore d’opzione dell’import russo. Per esempio non la Slovacchia, che secondo Sabadus ha contratti ancora con molti anni davanti in cui si è impegnata a pagare determinate quantità di gas anche se non dovessero essere consumate. In situazioni del genere, verosimilmente sarebbero arbitrati internazionali a stabilire se la mancata possibilità di trasferire il gas, esito di una decisione anche europea, sia o meno considerabile un motivo valido di forza maggiore per non pagare quanto pattuito da parte dell’importatore.

Insomma: non abbiamo avuto il coraggio di chiudere i rubinetti russi quando ancora ne dipendevamo molto. Lo faremo almeno ora che ci siamo emancipati? Basterà per farlo il non rinnovo dell’accordo di transito – se confermato – o invece gli importatori vorranno e potranno tenere il corridoio aperto?

domenica 9 ottobre 2022

Contratti gas e minaccia nucleare (Puntata 545 in onda l'11/10/22)

Francis Gavin dell’Università Johns Hopkins ritiene che quando si parla di conflitti nucleari non è tanto la superiorità negli armamenti a essere determinante, quanto la disponibilità a usarli davvero. E pochi soggetti sono più pericolosi di un despota ormai entrato in una fase molto oltre ogni possibilità di recupero.

Una cosa che mi sembra ci stia insegnando l’orribile aggressione russa è che il celebre assioma di Bastiat “dove passano le merci non passano gli eserciti” sembra non applicarsi più.

Né Putin né l’Europa hanno infatti finora chiuso del tutto i rubinetti del gas. Il primo, piuttosto, li modula già da prima dell’invasione per controllare il prezzo e il livello di minaccia verso l’occidente, e purtroppo trova terreno fertile in paesi europei disuniti dove la proposta della Commissione (e di autorevoli economisti) di mettere un dazio straordinario sul gas russo resta minoritaria.

Noi europei preferiamo tenere aperto un canale di vessazione del regime russo pur di non perdere il gas (sempre meno) che ci dà quando ne ha voglia, mentre avremmo la capacità di accelerarne il collasso economico estendendo al gas le sanzioni. Da un lato abbiamo messo in campo costosissime azioni per porci in grado di rinunciare al gas russo, dall’altro non ce ne avvantaggiamo in termini tattici e non abbiamo il coraggio di applicare nemmeno una tariffa selettiva. Estraiamo i cosiddetti extraprofitti dalle fonti rinnovabili, ma non dal gas di Putin.

E anche il governo ucraino si guarda bene dal compromettere questo filo commerciale: gli unici tubi di esportazione dalla Siberia oggi passano sul suo territorio (disturbati solo da incidenti tecnici quando la Russia decide di causarli o inscenarli), e verosimilmente l’Ucraina viene regolarmente remunerata dalla Russia per il transito (in gas? Può darsi).

Vedete che più contraddittoria dell’assioma di Bastiat di così questa situazione non potrebbe essere.

A parziale discolpa delle nazioni europee (non dico dell’UE, perché come abbiamo visto la posizione della Commissione non è quella immobile del Consiglio) potrebbe essere il fatto che se Gazprom non ha ancora contravvenuto ai minimi commerciali di esportazione (anche grazie alle finte cause di forza maggiore addotte quando gli è utile) se fossero i clienti a violare per primi i contratti questo li metterebbe in una condizione di svantaggio nella sede di un arbitrato internazionale.

Ma veramente si pensa questo? Di salvaguardare un contratto con una controparte che minaccia un attacco nucleare?

Altro problema da considerare è che in caso di chiusura dei rubinetti dovrebbe essere l’Europa a esportare gas all’Ucraina questo inverno, ma non si tratta di numeri preoccupanti se prima della guerra l’import Ucraino di gas (che ne è un discreto produttore) era di meno di 13 miliardi di m3/anno secondo worlddata.info.

La deterrenza nucleare serve a poco contro un uomo che sa di essere ormai destinato o a cadere lui da solo o a portare al disastro la sua nazione (o anche tutte le altre). Anzi potrebbe aizzare una comunità di guerrafondai patriottici.

Mettere sul lastrico l’economia pubblica russa chiudendo noi i rubinetti forse invece accelererebbe una sollevazione del paese.

E a me darebbe l’impressione che quel pochissimo gas che ancora uso in casa (solo per la doccia) non è più macchiato di sangue.


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domenica 24 aprile 2022

Possiamo sanzionare la Russia consumando meno energia a casa? (Puntate 517-9 in onda il 28/2 e il 8-15/3/22; 522 e 525 in onda il 5 e 26/4/22)



Di seguito le puntate su questo tema. (La più recente è in fondo)

Puntata 517

Fino a ora ci siamo comprensibilmente preoccupati del prezzo alto dell’energia.

Adesso che la Russia ha invaso l’Ucraina credo che più importante della mia bolletta sia la mia reazione civile.

L'eventuale esclusione della Russia dal sistema Swift di interconnessione bancaria, mentre scrivo questo testo, sembra non arriverà a impedire di pagare le forniture di gas russo e quindi a comprometterne il flusso anche finanziario.

Io però non desidero più contribuire alle casse di Mosca con i miei consumi energetici.

Sarei pronto a fare la doccia fredda, ad abbassare drasticamente la temperatura di casa e i miei consumi elettrici (devo includerli visto che l’Italia produce da gas più della metà dell’elettricità).

Allora vediamo: cosa succederebbe se io mettessi in atto questa autoriduzione?

Il gas viene importato in Italia in buona parte con contratti di lungo termine che impegnano le aziende che li hanno sottoscritti a pagare determinate quantità minime anche se non le consumano. E questo vale al momento per tutto il gas russo. Questi contratti hanno il prezzo d'acquisto indicizzato o al petrolio o al prezzo del gas nelle borse europee, che a loro volta salgono ad ogni minaccia del regime russo: un sistema diabolico per cui maggiori sono le aggressioni più noi trasferiamo denaro a Mosca.  Per un’altra parte, invece, il gas arriva sulla base di transazioni su singole forniture cosiddette “spot”. (Una videointervista che ho avuto l’opportunità di fare anche su questo a Massimo Nicolazzi, professore di economia delle fonti di energia, è linkata sotto).

La conseguenza di questo tipo di approvvigionamenti è che se io chiudo il mio gas a casa non sarà solo per questo il flusso dalla Russia a essere ridotto, perché i contratti attraverso cui arriva appartengono alla categoria dei meno flessibili.

Sono quindi costretto a rinunciare a un’azione da consumatore attivo? No. Però le cose sono più complesse, e da solo non posso ottenere il risultato voluto.

Cosa posso fare dunque?

Posso chiedere al mio fornitore di gas qual è il suo portafoglio di approvvigionamenti internazionali. Non è detto che lui ne abbia contezza a meno che non sia anche un importatore. Chiederlo, in ogni caso, farebbe sapere al fornitore che io sento questa esigenza, e non sarebbe poco.

Soprattutto, posso chiedere alle istituzioni, Governo e Autorità per l’Energia, che colleghino la mia disponibilità a ridurre i consumi a un’azione unilaterale nazionale di riduzione o azzeramento dell’import (e del pagamento) di gas russo. Questo permetterebbe al sistema energetico di non collassare grazie alla disponibilità mia e di altri ad autoridurci. Ci sarebbero complessità tecniche? Sì, ma non insormontabili se ci fosse la seria volontà politica.

Una possibile comunicazione a info@arera.it (l'Autorità per l'energia) è la seguente:

 

Oggetto: Autoriduzione gas russo  

Spett.le Autorità,

mi chiamo [nome, cognome], titolare di fornitura [elettricità/gas] [residenziale/per azienda] presso [indirizzo di fornitura (opzionale)], e sono ricontattabile alla mail [mail].

Con la presente dichiaro la volontà di ridurre i miei consumi di energia per non contribuire al finanziamento dell'attacco bellico all'Ucraina.

Perché questo sia efficace, occorre che la mia riduzione venga usata in modo selettivo per diminuire le quantità di gas acquistate (e pagate) dalla Russia e non da altri esportatori. È quindi necessario un coordinamento da parte di codesta Autorità.

Sicura/o che comprendiate l'importanza e l'urgenza di questa mia richiesta, attendo un riscontro.

Cordialmente,

[firma]

        

Evidentemente non importare le quantità minime contrattuali e non pagarle si configurerebbe come un mancato rispetto del contratto. La stessa cosa che avverrebbe, però, se non si fossero protette le transazioni dell'energia dalla generalizzata esclusione dei sistemi di pagamento SWIFT: mancato pagamento e conseguente verosimile interruzione delle forniture. 

Aggiornamento (Puntata 518)

Tra le novità mentre preparo questa nuova luttuosa puntata di Derrick ci sono azioni del Governo per aumentare fonti alternative di gas, con una missione di Di Maio e De Scalzi di ENI in Algeria. Dal tubo algerino in effetti, così come da quello libico, non sta arrivando tutto il gas che potrebbe. Come abbiamo detto più volte, è il gas che manca da mesi, non la capacità dei tubi. Anche la linea sotto il monte Rosa non sta importando ma anzi sempre più spesso esportando verso nord, visto che noi siamo un passaggio verso l’Europa del gas nordafricano e azero.

Il Governo si sta anche preparando a richiamare in funzione centrali a carbone di cui si era iniziata la dismissione. Una scelta molto dolorosa in un paese che vede oltre 70 mila morti all’anno di inquinamento secondo l’agenzia europea per l’ambiente, ma che diventa anche incomprensibile se non corrisponde a una riduzione unilaterale dell’import di gas dalla Russia.

Bloomberg stimava a prezzi pre-crisi in 700 milioni di dollari al giorno gl’introiti russi da vendita di idrocarburi. Per come funzionano molti dei contratti del gas, gli attuali prezzi hanno fatto moltiplicare questa cifra. In pratica, più Putin ci minaccia più aumentano i suoi guadagni, perché il prezzo di acquisto per i Paesi importatori di gas come noi è legato a quelli spot (cioè di breve termine) di gas o petrolio, entrambi in continua crescita in seguito all’incertezza e alla paura.

Mi sembra quindi evidente che le sanzioni alla Russia siano contraddette e in parte cospicua vanificate dal fatto che il nostro e altri Governi restino apoditticamente legati al tabù che i flussi di gas non possano essere ridotti da parte nostra, cosa che avrebbe probabilmente molta più efficacia (e sarebbe meno pericolosa) dell’invio di armi in un Paese invaso.

Derrick continua a ricevere messaggi di ascoltatori che si dicono pronti a stare al freddo pur di accelerare un cambio di regime in Russia e la fine dell’aggressione in Ucraina, e più in alto in questa pagina ci sono consigli su come attivarsi compresa una mail già pronta da spedire all’Autorità per l’energia, perché è anche indispensabile un’azione istituzionale per tradurre questa disponibilità dei consumatori in effettiva chiusura dei rubinetti russi.

I consigli dell’Agenzia Internazionale dell’Energia su come affrancarci dal gas russo (link sotto) rasentano l’ovvio buon senso quando auspicano una riduzione dell’uso del riscaldamento. Il Think Tank ECCO è ancora più netto in materia (link sotto), ma non mi dilungo perché ci collaboro e sono quindi in conflitto di interessi.

Che in Italia il Governo, a inverno ormai agli sgoccioli, non abbia valutato di imporre lo stop al riscaldamento in almeno tutto il centro-sud non montano del Paese lo ritenevo strano quando la guerra era solo una minaccia. Ora lo ritengo imperdonabile e segno di una sottovalutazione offensiva del potenziale civico dei nostri concittadini.

Mi ha colpito un tweet di Massimo Maraziti qualche giorno fa: “Meglio tremare di freddo che di paura”.

Aggiornamento (puntata 519)

Mi solleva che almeno due autorevoli pareri diffusi negli scorsi giorni abbiano confermato che chiudere i rubinetti russi subito e del tutto non significherebbe alcun collasso per il sistema energetico, né comporterebbe un blackout, purché il razionamento si gestisca in modo selettivo e con misure eccezionali, proprio come proposto da Derrick. Uno di questi studi è della Fondazione Eni Enrico Mattei. L’altro è un articolo su Formiche di Diego Gavagnin (già ospite qui a Derrick) e Vittorio D’Ermo che arriva anche a prevedere che l’Italia potrebbe sostituire il gas russo già per il prossimo inverno, tra le altre cose usando al massimo le infrastrutture di interconnessione (compreso il tubo dalla Libia che evidentemente richiederebbe di risolvere altri problemi) e affittando un rigassificatore galleggiante aggiuntivo.

L’Europa, che in media è più dipendente dalla Russia rispetto all’Italia, in una comunicazione della Commissione poi sostanzialmente confermata dalle dichiarazioni del Consiglio tenutosi a Versailles, ha anch’essa annunciato un piano per emanciparsi dalle importazioni di gas russo, ribadendo che il principale degli strumenti è l’attuazione del pacchetto “fit for 55”, cioè delle misure già messe in campo per centrare nel 2030 l’obiettivo di riduzione delle emissioni dannose per il clima del 55%.

La cosa comune e impressionante è che la prospettiva di una fine del nostro rapporto commerciale energetico con la Russia sia ormai generalmente considerata desiderabile e ineluttabile.

Ringrazio i tanti che hanno raccolto l’invito di Derrick di scrivere all’Autorità per l’Energia perché attivi un sistema per tradurre le disponibilità all’autoriduzione in effettiva limitazione dell’import di gas russo.

Alcuni mi tengono aggiornato e mi raccontano che, così com’è avvenuto con la mail che ho mandato io, l’Autorità, tristemente, non sta rispondendo. Tra loro c’è Marco da Udine, che non rassegnandosi al silenzio dell’Autorità ha scritto anche al presidente della Repubblica una lettera di cui mi ha mandato copia e di cui leggo qui alcuni passaggi:

Per me e la mia famiglia è ormai diventata insopportabile l'idea che i nostri consumi di gas, complice anche l'aumento vertiginoso dei prezzi, stiano contribuendo in modo consistente ad alimentare l'aggressione militare all'Ucraina. Per questo, da ieri abbiamo deciso di spegnere definitivamente il riscaldamento, anche se l'inverno non è ancora concluso e ora in casa ci sono 13-14 gradi. Si tratta per noi di un minuscolo sacrificio di fronte all'enorme pericolo che corre la libertà del popolo ucraino, la vita della sua gente, e la libertà di noi tutti. […]

Si dice che le sanzioni siano spesso inefficaci perché danneggiano il popolo del paese colpito e non i suoi governi: ecco, invece la chiusura dell'afflusso di gas avrebbe un valore moralmente molto più elevato delle normali sanzioni, perché dimostreremmo che siamo pronti ad affrontare un sacrificio anche noi, accanto e assieme al popolo russo.

Grazie a Marco e a tutti coloro che, facendomelo o meno sapere, hanno raccolto e raccoglieranno l’appello di Derrick. Basta tornare all'inizio di questa pagina per trovare ciò che serve per farlo.

Aggiornamento (dalla puntata 520)

Sono felice di segnalare che i deputati PD Andrea Casu e Chiara Braga hanno fatto propria la proposta di Derrick in un loro emendamento al DL energia. Una bellissima notizia per chi crede nell’iniziativa, e di cui io sono molto riconoscente ai due parlamentari e di cui faccio mio l'hashtag proposto da Casu: #nogasrusso.

Un’intervista proprio ad Andrea Casu di Alessio Falconio, direttore di Radio Radicale, è sul sito della Radio e linkata qui sotto.

Puntata 522

Un articolo uscito sull’ultimo numero di marzo 2022 dell’Economist (link sotto) si chiede dove sia finito lo spirito europeo di inizio anni ’70, quando diversi paesi risposero allo shock petrolifero con azioni di responsabilizzazione come riduzione della velocità massima delle auto per risparmiare, o restrizioni alla loro circolazione in città, o valori massimi alla temperatura degli edifici. Si chiede l’Economist se siano 50 anni di pace e benessere ad averci come effetto collaterale resi dei rammolliti incapaci di ridurre i consumi di energia in risposta alla crisi in atto. Ma un’ipotesi alternativa che l’articolo si dà, su cui io concordo forse perché influenzato dalle mail e dalle testimonianze che questa rubrica riceve, è che siano i decisori, cioè i Governi, a dare oggi erroneamente per scontato che i cittadini siano incapaci anche di minimi sacrifici, e che per questo si sono tenuti ben lontani dal chiederne alcuno.

In Italia in effetti è stato così: in quasi tutte le frequenti apparizioni di Cingolani o Draghi in Parlamento per parlare di energia li sentiamo assicurare che per ora non c’è nessun problema di approvvigionamento e che se ci sarà un’emergenza la gestiremo. Draghi ha recentemente sì ammesso che col gas paghiamo l’aggressione in Ucraina, ma ha auspicato misure di autoriduzione del prezzo, non della quantità. Autoriduzione che peraltro non risulta abbia imposto all’Eni, bensì che auspica vengano in qualche modo coordinate in Europa.

Ma proprio il giorno in cui preparo questo testo il commissario europeo per l’Economia Gentiloni a Cernobbio ha escluso un’estensione all’energia delle sanzioni alla Russia, pur ammettendo implicitamente ciò che molti osservatori hanno notato, e cioè che le esenzioni ai blocchi dei flussi finanziari con la Russia finalizzate a permettere i pagamenti dell’energia consentono anche l’elusione di sanzioni negli altri settori.

E chi pensa che la fine dell’inverno (che speriamo arrivi davvero dopo la coda anomala di freddo di inizio aprile) ridurrà l’assurda bolletta energetica probellica si sbaglia, perché sono in arrivo meccanismi per socializzare il costo del riempimento degli stoccaggi di gas italiani a qualunque prezzo. È una questione leggermente tecnica ma vale la pena descriverla. Oggi in Europa e in Italia la capacità negli stoccaggi di gas è venduta all’asta. I trader che la comprano acquisiscono da un lato la possibilità di arbitrare sulla differenza di prezzo del gas tra quando lo estrarranno dallo stoccaggio e quando ce lo mettono, dall’altro hanno l’obbligo di usare in buona parte la capacità acquisita entro una certa data.

Il problema è che pochi comprerebbero gas da stoccare ora, visto che rispetto a questi picchi di prezzo una discesa è verosimile (o per una conclusione della guerra o semplicemente per la recessione in cui stiamo entrando). Infatti le prime aste della capacità di stoccaggio sono andate quasi deserte.

Per incentivare la partecipazione, il Governo si appresta a garantire che le eventuali perdite di chi immette gas oggi per estrarlo il prossimo inverno quand’anche a prezzo inferiore siano pagate da tutti noi. Chissà se in base ai consumi o addirittura con le tasse. In quest’ultimo caso, chi come me sta reagendo all’emergenza risparmiando energia ne uscirebbe cornuto e mazziato, e quel finanziamento della guerra di Putin che voleva evitare in bolletta se lo ritroverebbe nel conguaglio delle tasse.

Puntata 525

Derrick è stato un paio di settimane di vacanza sentendosi in colpa per essersi estraniato da tutto. Poi è tornato e si è reso conto che nel settore energia non è successo granché: ancora si sta discutendo di come fare a meno del gas russo senza che, come già prevedevamo, né Putin né l’Europa abbiano chiuso i rubinetti. In altre parole, continuiamo a far salire la tensione sostanzialmente per nulla, con il risultato di sostenere i prezzi e farci del male (e del bene all’invasore dell’Ucraina). Prezzi del gas che in Europa sono rimasti molto alti rispetto a prima della crisi, anche se per fortuna recentemente a livelli inferiori a 100 €/MWh e quindi ampiamente sotto ai picchi di dicembre e quelli poi successivi all’inizio della guerra.

Prezzo di mercato del future maggio 2022 del gas nella borsa olandese TTF


Ora, fatti i commenti tranchant, vediamo qualche dettaglio recente:

Uno studio di Bruegel (link sotto) ha calcolato che rinunciare del tutto al gas russo si può, ma serve ridurre del 10-15% i consumi, cosa possibile secondo lo studio purché ci sia una gestione selettiva e intelligente delle azioni. (Avrebbe senso a mio parere iniziare con chi è pronto da tempo a ridurre i consumi per sanzionare il regime russo).

Un emendamento del nostro Parlamento ha introdotto nella conversione in legge di uno dei mille decreti energia una norma che limiterà negli edifici pubblici il riscaldamento (massimo 21 gradi) e il raffrescamento (minimo 25) – sforzi non sovrumani, diciamo così - per un anno da maggio 2022. Una buona notizia. Ha fatto bene il capogruppo M5S alla Camera Davide Crippa con il suo emendamento a ricondurre il Governo a quanto lo stesso Draghi aveva ipotizzato parlando di alternativa tra guerra e aria condizionata.

Il prossimo passo sarà, speriamo, intervenire almeno con campagne sui risparmi anche nel settore privato, includendo uno strumento che in questa rubrica abbiamo lanciato tempo fa e che è stato ripreso da altri organi di informazione che ringrazio, cioè un sistema per legare un’estensione delle sanzioni alla Russia sul gas alla disponibilità dei consumatori ad autoridurne i consumi (vd. puntata 517 del 28 febbraio in cima a questa pagina).

Proprio su questo, se l’emendamento degli onorevoli Braga e Casu già citato nelle puntate precedenti non è passato in parlamento, gli stessi deputati PD hanno però depositato un ordine del giorno analogo, visibile in allegato all'articolo di Staffetta Quotidiana in materia (link sotto).

Se la Germania in Europa continua a essere contraria a un’estensione al gas delle sanzioni, il vicecapo del governo tedesco Habeck ha evidenziato in sue dichiarazioni come i comportamenti di risparmio (compreso il telelavoro per i suoi effetti sui consumi di carburanti) possono portare a riduzioni di consumo rilevanti, che lui stima in linea con le quantità che secondo Bruegel ci permetterebbero, insieme alle altre misure già avviate, di chiudere i rubinetti del gas russo senza interrompere nessuna attività indispensabile né i cicli manifatturieri.

 

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