Visualizzazione post con etichetta Petrolio. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Petrolio. Mostra tutti i post

domenica 4 ottobre 2026

Energia al costo delle rinnovabili (Puntata 739 in onda il 4/10/26)

Illustrazione di Paolo Ghelfi
Questa puntata si può ascoltare qui.

Questa puntata in audio inizia con la voce di Claudio Catalano che chiede perché forniture domestiche di elettricità vendute come “100% rinnovabile” abbiano un prezzo che dipende da quello all’ingrosso generico, che a sua volta dipende in Italia ancora molto dal gas.

Ne abbiamo parlato più volte, ma visto che siamo nell’ennesima crisi energetica per problemi di approvvigionamento di energie fossili (cioè gas, petrolio e derivati) il tema torna popolare.

Quasi tutte le offerte “100% rinnovabile” prevedono che il fornitore acquisti una pari quantità di certificati di origine da fonti rinnovabili, venduti da produttori di energia rinnovabile separatamente all’energia, la quale potrebbe essere per esempio venduta sui mercati all’ingrosso. L’effetto è che il cliente finale con questa opzione sta sì supportando le fonti pulite, ma non modificando la formazione del proprio prezzo.

Per pagare effettivamente i costi delle rinnovabili (che sono perlopiù fissi, cioè legati a costruzione, manutenzione, canoni eccetera) servono contratti più complessi che rendano possibile in qualche forma quanto segue:

Il cliente diventa socio o comunque finanziatore di determinati impianti da fonti rinnovabili e riceve come dividendo una quota-parte di energia prodotta da quegli stessi impianti a un prezzo che ne rifletta i costi.

Un problema è che questa quota-parte potrebbe nei vari momenti essere insufficiente o eccedentaria rispetto al consumo effettivo del cliente. Il fornitore dovrà quindi ricorrere al mercato per le differenze e quindi tornare a esporsi al prezzo all’ingrosso e quindi a quello del gas, oppure dovrà rendere disponibili fisicamente o virtualmente degli accumuli (batterie o altro) per bilanciare la fornitura.

Un altro problema è che il venditore deve poter contare sul cliente a lungo. Il costo di un kilowattora di energia verde infatti dipende da tutte le spese fisse divise per l’energia prodotta. Se il venditore non può ragionevolmente prevedere il denominatore, cioè la quantità (e il momento) dell’energia che venderà nell’ambito del contratto, a causa per esempio del fatto che il cliente potrebbe andarsene quando vuole e potrebbe non essere facilmente rimpiazzabile, dovrà aggiungere questo rischio al prezzo, o semplicemente – come succede di norma – riferirsi al prezzo di mercato all’ingrosso, di nuovo influenzato dal gas.

In altri termini: se io voglio pagare l’anergia ai costi bassi, per esempio, di un grande impianto fotovoltaico, devo comprarla anche quando capita (e può capitare, e capiterà) che il prezzo di mercato all’ingrosso sia più basso di questi costi, cosa che succede nei momenti in cui complessivamente produciamo più energia di quella che serve.

Più di una volta, intervenendo in contesti ufficiali in rappresentanza del think tank Ecco con cui collaboro, ho proposto che contratti di fornitura basati sui costi effettivi delle fonti rinnovabili e dello stoccaggio necessario a modularle siano resi disponibili in modo standardizzato e diffuso anche ai clienti domestici, magari tramite l’intervento dell’Autorità (ARERA) che potrebbe prevederne l’inserimento nei menù dei fornitori.

Simili contratti già esistono per clienti di grandi dimensioni e trader, che hanno le strutture per negoziarli e gestirne i rischi. Per farli arrivare a tutti occorre verosimilmente un lavoro di intermediazione – magari con obiettivi di natura pubblicistica – per stipulare contratti all’ingrosso poi frazionabili per ogni singolo consumatore.

Domanda: esistono offerte che già riproducono qualcosa di simile anche per le forniture di casa? Sì, me ne risultano alcune e proverò a farne un elenco anche sulla base delle segnalazioni che riceverò e per cui ringrazio in anticipo lettori e ascoltatori.

Quindi, se siete stanchi di pagare le crisi delle energie fossili in bolletta e non potete autoprodurre e stoccare l’energia, datevi da fare coi vostri attuali o potenziali futuri fornitori, e chiedete di essere serviti da un portafoglio che non richieda fonti fossili, e di pagarne solo i costi relativi.


Link


domenica 27 settembre 2026

Il monopolio del petrolio (Puntata 738 in onda il 27/9/26)

Illustrazione di Paolo Ghelfi
Questa puntata si può ascoltare qui.

A cosa serve che lo Stato controlli delle aziende? Sono semplici partecipazioni finanziarie o il Governo esercita un indirizzo di natura, diciamo così, pubblicistica?

Ce lo siamo chiesti varie volte qui, e la mossa di Meloni di indurre Eni a moderare i prezzi dei carburanti – con il probabile effetto di trascinare anche i concorrenti - ha il pregio di rendere per una volta esplicito questo indirizzo. Del resto, se il Governo sospetta che le aziende petrolifere facciano extraprofitti durante le crisi (“extra” non so cosa voglia dire – di sicuro guadagnano di più in questi frangenti) perché non ridurli alla fonte nelle aziende controllate?

Che i Governi da un lato facciano le regole del gioco e nel contempo abbiano interessi in aziende di mercato e quotate introduce opacità d’ogni tipo, ma almeno in questo caso un esercizio di potere dell’esecutivo su una controllata è palese e magari grazie a questo potrà essere discusso.

L’effetto alla pompa però potrebbe essere vanificato dal paventato divieto negli USA di esportare diesel, al fine di calmierarne il prezzo interno. Dopo aver usato le esportazioni di gas come arma negoziale geopolitica, ora gli USA mettono a rischio quelle di carburanti. Non male per un fornitore che vorrebbe consolidare il suo ruolo di leader di energie fossili, e una buona notizia per chi come me pensa che da quelle energie prima ce ne emancipiamo, meglio è.

Nello stesso tempo Trump ha messo le mani sul petrolio venezuelano, paese la cui partecipazione all’OPEC a questo punto sembra piuttosto insensata. Ce ne parla Stefano Fisco, di nuovo ai microfoni di Derrick, che ringrazio:

"Il più grande accordo petrolifero della storia mondiale" lo ha definito Trump a fine agosto, annunciando su Truth l'accordo con cui gli Stati Uniti otterrebbero il controllo di 65 miliardi di barili di petrolio venezuelano.

Per quanto emerso finora l’accordo prevede lo sfruttamento di 17 giacimenti petroliferi nella regione dell’Orinoco, con una produzione di picco di 1,5 milioni di barili al giorno e un obiettivo di investimento di 100 miliardi di dollari.

Tra le controversie emerse a seguito dell’annuncio, la principale riguarda l’effettiva durata. La Casa Bianca ha parlato di una concessione di 100 anni. L’annuncio della presidente venezuelana ad interim, Delcy Rodríguez, invece, parla di un accordo di 25 anni.

In effetti la normativa attualmente vigente in Venezuela non prevede nemmeno la concessione dei giacimenti, tantomeno per un secolo. Prevede invece altre forme di contratti di sfruttamento, per una durata massima di 25 anni, estendibili per altri 15.

Previsto inoltre che i giacimenti siano operati da NABEP, una società partecipata dagli Stati Uniti, i quali potranno godere del 20% della produzione a prezzo di costo e del diritto di prelazione sul restante 80%, escludendo di fatto altri potenziali concorrenti.

Annunciando l’accordo, Rodríguez promette al popolo venezuelano lavoro e prosperità e Trump dichiara di voler aiutare il Venezuela a raggiungere un grande successo. Ma cento anni o venticinque non è affatto un dettaglio: fa tutta la differenza tra una manovra temporanea per rilanciare l’economia oggi e un vincolo imposto a quattro generazioni di venezuelani. E se nemmeno chi ha firmato l’accordo sa dire con certezza quanto durerà, è difficile credere che sia stato pensato davvero per lo sviluppo del paese.

lunedì 18 maggio 2026

In viaggio con Armando Costantino (Puntata 721 in onda il 19/5/26)

Armando Costantino
visto da Paolo Ghelfi

L'intervista ad Armando Costantino è qui.

L’aumento del prezzo dei combustibili sta colpendo i paesi del mondo in modo diverso a seconda che i prezzi al consumatore siano sussidiati o no. Dove sì, come in Indonesia, si configurano crisi di bilancio pubblico che avranno effetti di deficit eccessivo o prosciugamento di risorse ai danni di altre voci di spesa. Qui il problema insiste in una situazione già critica dopo che l’attuale presidente Prabowo, genero del dittatore Suharto, ha ipotecato una parte consistente della spesa pubblica con un piano di pasti gratis nelle scuole primarie dell’immenso paese, impiegando anche l’esercito per occuparsene.

Altre nazioni dell’estremo oriente con meno capacità di spesa e scarse riserve di petrolio, come il Laos (che però come abbiamo visto in un reportage di Derrick - link sotto - è ricco di energia idroelettrica), stanno lasciando invece volare alle stelle il prezzo dei carburanti, come emerge da un rapporto dell’Economist (link sotto).

C’è qualcuno però che pur macinando in questi giorni un sacco di chilometri in Laos non sta subendo il problema del prezzo del gasolio, e anzi forse se ne sta avvantaggiando in termini di minor traffico di camion sulla strada. Quel qualcuno è Armando Costantino, un italo-svizzero partito all’inizio del 2025 dal Ticino in bici e tenda e che sta ora attraversando il Laos centrale dal confine con il Vietnam verso quello con la Thailandia presso Thakhek.

Uno zio alpinista che già da ragazzino lo portava in alta montagna (e oggi lo aiuta a distanza a risolvere qualche inghippo di visto alla frontiera), la passione per il downhill in mountain bike, anni di risparmio per prepararsi, e finalmente la partenza. Ha già fatto oltre 17 mila chilometri in 26 paesi in condizioni climatiche estreme e opposte, e ne ha molti di più davanti a sé.

In uno dei suoi rari momenti stanziali ha concesso un’intervista a Derrick disponibile integralmente su Radio Radicale e al link sotto (e sopra).

Link

domenica 30 novembre 2025

COP 30 (Puntata 697 in onda il 2/12/25)

Illustrazione di Paolo Ghelfi
Questa puntata si può ascoltare qui:

È capitato anche a voi di lamentarvi con qualcuno di un errore o un cattivo servizio, e sentirvi dire “abbia pazienza, non vede che sto lavorando”?

Al che a me viene da rispondere che proprio perché stai lavorando ti ritengo responsabile di quel che fai e penso di avere il diritto, anzi in un certo senso il dovere, di lamentarmi. Il professionismo dovrebbe essere proprio questo, prendersi la responsabilità di ciò che si fa a prescindere dai drammi personali che ognuno di noi ha, presumo, e che possono apparire coinvolgenti o noiosi a seconda della nostra empatia del momento.

Non a caso le organizzazioni più serie sono quelle che sanno ascoltare i reclami. Ho già citato qui una volta il lavoro dell’economista un po‘ eterodosso Albert Hirshmann che nel 1970 notò come i consumatori possano esercitare il loro potere non solo abbandonando un fornitore, ma anche facendosi caparbiamente sentire da lui.

Ma torniamo a noi. L’incapacità durante il summit climatico di Belem di trattare la questione dei combustibili fossili mi ricorda un atteggiamento che ho sempre visto nei discorsi sulla politica del clima. L’atteggiamento dell’industria delle energie fossili appunto, che è lì, rappresenta interessi enormi e procede più o meno con il business as usual perché in fondo sta lavorando, non fa mica filosofia, deve pur mandare avanti la baracca rispetto all’”ideologia” di preoccuparsi del futuro.

Io in realtà motivi anche puramente economici di preoccupazione ne avrei. Tutti gli investimenti chiaramente ridondanti per esempio sullo sviluppo di nuova capacità di estrazione di idrocarburi come petrolio rischiano di rivelarsi insostenibili una volta che i consumi calino, sia che ciò avvenga perché le politiche del clima diventano stringenti (forse uno scenario ottimistico) sia perché qualche blocco economico rilevante (un tempo avremmo detto l’Europa, oggi vediamo che è la Cina) decide di investire in quella direzione con una nettezza di non ritorno.

La stessa Cina però a Belem si è confusa con i BRICS a difendere gli interessi dei produttori di energia, cosa che ha avuto come conseguenza l’assenza del tema dell’uscita dalle fonti fossili nell’accordo delle Parti.

Mi arrischio a prevedere che tra pochi anni invece, quando l’irrecuperabilità degli investimenti nelle energie convenzionali sarà evidente, saranno proprio i Paesi o investitori più esposti nel settore a chiedere che il tema sia incluso negli accordi in modo da prevedere compensazioni economiche a fronte dei tanti soldi buttati. La risposta a quel punto difficilmente potrà essere “potevi pensarci prima” (come mi piacerebbe) se il settore sarà ancora rilevante abbastanza da poter generare default a catena nell’economia.

A proposito di BRICS, trovo anche deprimente (per quanto legittimo immagino rispetto alle regole d’ingaggio della convenzione-quadro sui cambiamenti climatici) che la Russia, paria sanzionato nei mercati energetici di mezzo mondo, sia stata attiva a Belem proprio per cercare unità di vedute tra i Paesi forti produttori di energie fossili.

E com’è dunque l’accordo raggiunto? Pessimo, come notato da quasi tutti i commentatori. Privo di avanzamenti. Certo, sì, si menzionano gli impegni della COP di Parigi a dieci anni di distanza. Il punto 6 “riafferma l'obiettivo di contenimento del riscaldamento” e il 27 “riconosce la necessità di azioni urgenti per tornare in linea con il limite di 1,5°” in più rispetto all’era preindustriale.

Dopodiché cosa volete? Lasciateci in pace, noi qui stiamo lavorando, mica facciamo filosofia.

sabato 22 febbraio 2025

Non bastano le nuove tecnologie (Puntata 659 in onda il 18/2/25)

Meno di due mesi fa guidavo uno scooter nella fiumana del traffico lento e impressionante di Ho Chi Min city, Vietnam meridionale, e passavo dalla sensazione d’insicurezza in mezzo a tutto quel casino al fatalismo sul fatto che seguire il flusso non fosse poi così difficile malgrado l’orda di clacson provenienti da ogni direzione.

Mi godevo l’aria calda e relativamente secca del dicembre vietnamita ma purtroppo respiravo anche chissà quanto inquinamento. Già, perché quei milioni di scooter strombazzanti e occupati perlopiù da giovani in maglietta erano pressoché tutti a combustione, manco fossimo a Roma. Non troppi giorni prima invece ero in Cina, dove i motorini con motore tradizionale sono ormai una rarità e credo proprio del tutto banditi dalle principali metropoli.

Ma torniamo a oggi. È sabato (mi riduco sempre al weekend per fare Derrick, mannaggia a me) e ho letto poco fa sull’ultimo Economist un articolo su come i produttori di auto cinesi si preparino in risposta ai dazi statunitensi a esportare ancora di più tra l’altro in Russia, Europa (altri dazi permettendo) e resto del SudEst asiatico. Ma quante delle auto cinesi complessivamente esportate sono elettriche? Circa un quarto, scrive l’Economist.

Insomma, quel che avevo notato con gli scooter, vale anche con le auto: il leader mondiale dell’auto elettrica (che intende rimanerlo e ha massicciamente investito per questo) esporta per ora soprattutto auto a combustione anche poco fuori dai propri confini. Così com’è vero che la Cina, che installa recentemente ogni anno sul suo territorio la maggioranza assoluta della capacità di produrre elettricità verde del mondo intero, mantiene la stessa leadership con le centrali a carbone.

La disponibilità di tecnologie avanzate – in questo caso rispetto alla sostenibilità ambientale – come si vede non comporta automaticamente la dismissione accelerata di quelle arretrate. Troviamo esempi anche da noi: anche a causa di folli sussidi di retroguardia, oggi in Italia gli stessi produttori di pompe di calore elettriche, più efficienti e pulite, vendono e promuovono ancora le caldaie a gas.

Un paper dell’economista Hans Verner Sinn una quindicina d’anni fa mostrò come la consapevolezza di norme future più stringenti in termini di tassazione delle emissioni di CO2 renda razionale per le imprese petrolifere accelerare, anticipandola, l’estrazione di idrocarburi.

Comportamenti economicamente sensati: fare soldi finché si può con prodotti già sviluppati, in attesa che quelli nuovi coprano tutto il mercato.

Le strategie intertemporali (razionali) dei soggetti economici dunque possono portare a risultati indesiderabili rispetto alle politiche, se queste ultime non sono abbastanza furbe da anticiparle. Restando sulla tassazione delle emissioni dannose, economisti come la star dell’MIT Daron Acemouglu sostengono che essa non basti a innescare una transizione rapida ed efficiente senza la compresenza di altre norme più impositive, per esempio standard tecnologici ambientali.

Il messaggio al legislatore è: se stai incentivando tecnologie future perché ne ritieni urgente l’adozione, forse dovresti anche pianificare l’uscita da quelle vecchie. Il perseverare anche in Italia di incentivi alle fonti fossili di energia, stabilmente più alti che a quelle verdi, non va in questa direzione.

Questa puntata si può ascoltare qui.

lunedì 4 maggio 2020

La ripresa dei trasporti (Puntata 436 in onda il 5/5/20)


Ben il 44% del petrolio è consumato nei trasporti terrestri e un altro 12% in navi e aerei. Dati della Energy Information Administration americana riportati in un vastissimo reportage di Laura Hurst su Bloomberg del 25 aprile mostrano negli USA il dimezzamento dei consumi di benzina nella prima parte di aprile 2020 in seguito alla riduzione degli spostamenti privati, mentre il calo del gasolio, più legato in America ai trasporti commerciali, è meno marcato.

Previsioni a breve di andamento dei consumi di prodotti petroliferi per mobilità sono difficili da fare, visto che ci sono due effetti contrastanti. Uno è il probabile consolidamento strutturale dell’uso delle piattaforme di telelavoro per ridurre gli spostamenti fisici dopo che abbiamo provato l’effetto che fa (come dicevamo nell’ultimo Derrick). L’altro, di segno opposto, è che ci saranno probabilmente restrizioni o anche solo remore nell’uso di mezzi pubblici di trasporto. Se guardiamo alle città, è però improbabile che ci siano spazi per un incremento del traffico a motore, perlomeno quello a quattroruote: quasi ovunque nei paesi sviluppati le metropoli si stanno attrezzando per affrancarsene e non credo proprio che sarebbe saggia una battuta d’arresto ora. Fuori città è invece forse più probabile che una parte degli spostamenti fatti in treno e in bus passi all’auto privata in attesa del vaccino. Dati dalla Cina sono abbastanza impressionanti in questo senso e hanno visto nella prima metà di aprile 2020 un incremento notevole e stabile del traffico privato a motore rispetto all’anno precedente.

Quello del traffico aereo, per quanto come abbiamo visto meno decisivo per quota di consumi, è forse il settore dei trasporti in cui è più evidente il gap tra blocco forzato di passeggeri e capacità produttiva, quest’ultima molto poco flessibile e basata sui costi fissi. Gli aerei a terra e gli aeroporti vuoti in tutto il mondo sono una situazione finanziariamente molto critica che sta già richiedendo massicci interventi pubblici (perfino l’australiano Richard Branson di Virgin, normalmente così tracotante, ha dovuto chiedere un prestito al governo britannico e anche impegnare, se ho letto bene, un’isola caraibica (sic) di sua proprietà). Di mezzo ci sono non solo le compagnie aeree, ma le banche che danno loro in leasing gli aeromobili e la stessa industria aeronautica, un duopolio globale Europa-Usa ormai completo che spazia dai grandi jet intercontinentali wide body a quelli di corto raggio dopo le recenti annessioni di Bombardier a Airbus e Embraer a Boeing e il fallimento commerciale del velleitario progetto italo-russo del “Sukhoi superjet”. Un’industria, quella dei due giganti dei jet, con stabilimenti produttivi in mezzo mondo e molto legata alla protezione e ai sussidi dei due macroblocchi UE e Usa, mentre la grande Cina non sembra attrezzata a competere in questo campo.
Forse è proprio il settore aereo, che veniva da uno stabile trend di crescita, il candidato più credibile a riprendere i suoi consumi appena si potrà volare (e del resto chiudere le frontiere per combattere un virus ormai globale ha ben poco senso, casomai aveva senso prima). Anche perché, in attesa di una diffusione di biocarburanti e carburanti di sintesi, di cui parleremo presto, gli aerei sono l’unico mezzo di trasporto che difficilmente potrà andare a elettricità a breve.


Link:


domenica 5 aprile 2020

Il lunedì nero del petrolio (Puntate 430 e 433 in onda il 17/3 e 7/4 2020)


Puntata 430

Il 9 marzo 2020, il prezzo del petrolio Brent (che è uno di quelli standard di riferimento) è crollato da circa 50 a circa 30 $ al barile. Un movimento tanto repentino non si vedeva dalla crisi del 2008. Una differenza rispetto ad allora salta all’occhio: in questo caso il petrolio fa solo le spese, se così si può dire, della crisi da covid19, mentre allora l’aumento enorme dei prezzi del greggio prima del crollo aveva esso stesso contribuito alla contrazione dell’economia.
Il prezzo del petrolio è piuttosto volatile perché l’offerta fa fatica ad adattarsi alle fluttuazioni della domanda, che dipende dall’andamento dell’economia e dalle attese di breve periodo di questo andamento. L’offerta infatti nel breve periodo è rigida in aumento (pur con differenze tra tecnologie) perché è costoso o impossibile incrementare in poco tempo la capacità produttiva fisica (come avviene del resto perfino con beni semplici come le mascherine chirurgiche, lo stiamo vedendo), mentre per chiudere i rubinetti occorrono azioni dei produttori che avvengono solo in presenza di un incentivo individuale in tal senso o di un coordinamento efficace tra produttori (cioè un cartello che funzioni).
E quest’ultimo aspetto, come qui a Derrick ci siamo detti varie volte, è molto mutato nell’ultimo decennio. In particolare da quando, con incrementi soprattutto tra il 2012 e il 2014 e poi di nuovo dopo il 2017, la capacità produttiva dei campi di shale oil americani ha prima raggiunto e poi superato la produzione sia dell’Arabia Saudita sia della Russia viste singolarmente.

Oggi l’Opec, che include i produttori del Golfo, molti di quelli africani e il Venezuela, da sola non è in grado di sostenere il prezzo mondiale del greggio riducendo la propria produzione. Può certamente contribuire a farlo, purché ci sia la collaborazione di altri big come la Russia. La quale, invece, non si è prestata per ora a un accordo, innescando quella che molti giornali hanno definito una guerra commerciale. Dal canto loro i produttori nordamericani, come ha scritto Massimo Nicolazzi (docente a Torino su questi temi e più volte ospitato su queste frequenze) sul Foglio del 12 marzo 2020 (link sotto) sono una moltitudine con scarso coordinamento tra loro.
La vita più breve dei pozzi shale, inoltre, fa sì che da un lato questi produttori debbano remunerare nel breve periodo anche i costi fissi di perforazione, e dall’altro che essi siano relativamente reattivi nel ridurre la capacità se il prezzo non permette questa remunerazione.
Per questo credo si possa dire che il limite a quanto il greggio può scendere è probabilmente proprio il livello dei costi dello shale oil nordamericano. Sotto tale limite questa fonte realizzerebbe una stretta dell’offerta relativamente rapida in grado di fermare la discesa dei prezzi.
Qui però entra in gioco la politica, visto che Trump il 13 marzo ha dichiarato che considererà di approfittare dei prezzi bassi per chiedere al suo “secretary of Energy” di comprare petrolio per riempire le riserve strategiche del Paese. Questo renderebbe addirittura istituzionale il ruolo degli USA come freno a ribassi ulteriori. Una sorta di calmiere da banca centrale rispetto alla grandissima incertezza sul lato della domanda. Come scrive Nicolazzi, che ringrazio anche per la consulenza a questa puntata - che non toglie che ogni eventuale errore sia mio -, il ciclo epidemico è più difficile da prevedere di quello economico.


Puntata 430

Al crollo-shock del prezzo del petrolio del 9 marzo 2020 di cui abbiamo parlato sopra è seguito un ulteriore ribasso fino a toccare per il brent i 20 $/barile, e solo a quel punto un rimbalzo con risalita oltre 30.
Cosa sta succedendo? Che l'improvviso e globale shock di domanda ha reso ridondante la capacità produttiva e sta rapidamente riempiendo gli stoccaggi, con casi di pozzi non vicini al mare o a oleodotti che in attesa di ridurre la produzione cedono petrolio anche a prezzi quasi nulli, mentre la scarsità crescente di stoccaggi rende l'accantonamento via via più costoso e si ripercuote anche sui costi di trasporto via mare del greggio, perché - come riporta Bloomberg - alcune grandi petroliere vengono usate come stoccaggi.
Una crisi di questo tipo avrà effetti permanenti? Secondo alcuni osservatori sì. Negli USA, dove come sappiamo i costi di breve periodo dei pozzi shale sono più alti che in giacimenti tradizionali, stanno arrivando i primi fallimenti. E la chiusura di pozzi, in generale, può comportare il loro danneggiamento.
È possibile, in altri termini, che prezzi così bassi a lungo causino una riduzione della capacità produttiva con l'allocazione in altri settori delle risorse finanziarie tecniche e umane oggi allocate in quello petrolifero, che Michael Liebreich, citato da Forbes lo scorso 1 aprile [2020], prevede destinato a ridimensionarsi in modo permanente.

L'inizio della fine dell'era del petrolio per il club di Roma e suoi seguaci fino a una decina di anni fa era destinato ad arrivare in forma di una crescente scarsità dei volumi di idrocarburi disponibili, che avrebbe dovuto causare un picco di capacità produttiva. Più recentemente, come sappiamo qui a Derrick, ci si è interrogati sul picco - se mai - della domanda, che però fino alla crisi di questi giorni non si è mai strutturalmente realizzato, pur potendosi prevedere come conseguenza di medio periodo dei grandi investimenti attesi nelle energie rinnovabili. Ora uno shock globale della domanda di petrolio, se abbastanza persistente, potrebbe causare una contrazione improvvisa della capacità di estrazione, riestendere successivamente la quale richiederebbe una nuova stagione di investimenti i cui capitali il petrolio dovrebbe contendersi con i settori dell'energia decarbonizzata. E se è vero che la politica di buona parte dell'Occidente, ma anche di grandi fondi di investimento, ha scelto la strada delle fonti rinnovabili, l'inizio della nuova stagione potrebbe essere proprio lo shock che stiamo vivendo. O perlomeno potrebbe trattarsi di una fortissima avvisaglia.

Link:

martedì 4 febbraio 2020

Bus Rapid Transit: i casi Giacarta, Bogotà e Firenze (Puntate 382 e 424 in onda l'8/1/19 e il 4/2/20)

Ultimo aggiornamento: 13 gennaio 2025

Puntata del 8/1/19 - Reportage da Giacarta

A Giacarta (una megalopoli con enormi problemi di traffico, in un Paese con un passato da esportatore di petrolio e con una lunga storia di sussidi al consumo di combustibili fossili) ho provato il più grande esempio mondiale di sistema di “Bus Rapid Transit” (BRT), un’alternativa “povera” ma molto interessante per efficienza economica ai sistemi di metropolitane cittadine interrate e su ferro. Sistemi di BRT sono diffusi soprattutto nelle grandi città dell’estremo oriente e d’America.

Di che si tratta? Di un insieme di infrastrutture che permettono a flotte di autobus appositamente concepite di funzionare in modo affidabile e del tutto o quasi del tutto segregato dal resto del traffico. La rete del sistema “Transjakarta” è organizzata in modo simile a quella di una metropolitana e i viaggiatori usano le stazioni anche come punti di interconnessione.
Il sistema prevede una quindicina di linee con stazioni leggermente sopraelevate rispetto al livello stradale, collegate ai marciapiedi da passerelle.
Come in stazioni della metro, si accede con tornelli vidimando il biglietto, che resta valido finché non si esce da una qualunque stazione. I bus hanno porte sopraelevate e – salvo alcuni casi di linee chiamate “di alimentazione” – non sono adatti all’ingresso o uscita dei passeggeri se non in corrispondenza delle stazioni, le quali – come nei moderni sistemi di metropolitane senza guidatore – hanno varchi che si accoppiano esattamente alle porte dei bus (ma con un gap di calpestio inevitabile tra bus e passerella che difficilmente sarebbe considerato sicuro da noi).
Una stazione del BRT Transjakarta

Le corsie dei bus del Transjakarta non solo sono riservate, ma si trovano al centro della carreggiata e non in corrispondenza della corsia più lenta e del marciapiede. Questo è reso possibile dalla rete di stazioni e passerelle rialzate che talvolta fungono anche da attraversamenti pedonali.

Qual è l’aspetto interessante dei BRT? Il fatto che mostrano come per ottenere un sistema di trasporto pubblico ad alta portata e affidabile non conti solo e tanto il tipo di mezzo mobile che viene usato, quanto il contesto d’infrastruttura e di gestione del traffico in cui esso funziona.
A fare della metropolitana una metropolitana, pensandoci bene, non è tanto che si tratti di un treno, ma che, appunto, sia un sistema segregato e autonomo rispetto al traffico stradale, affidabile e ad alta portata.

Passerella di accesso ai bus Transjakarta
C’è un’interessante proposta italiana (link sotto a un articolo in materia) per l’applicazione di sistemi BRT nelle valli trentine di Fiemme e Fassa, soggette a gravi congestioni nei periodi di afflusso turistico, che spero di poter approfondire in prossime puntate con ospiti esperti.







Puntata del 4/2/20 - Il caso Bogotà e i progetti a Firenze


Circa un anno fa abbiamo parlato del sistema di Bus Rapid Transit di Jakarta, un’alternativa più economica e flessibile rispetto alle metropolitane interrate o sopraelevate su binario per fornire trasporto pubblico urbano ad alta capacità e velocità. Un altro caso di successo, per certi versi eccessivo rispetto alla disponibilità della locale amministrazione a potenziarlo, è quello di Bogotá, di cui parla un numero di inizio 2020 dell’Economist.
Un bus Transmilenio fotografato da Derrick
nel gennaio 2024 a Bogotà

Il sistema TransMilenio, così si chiama, come tutti i BRT si basa su una rete di corsie esclusive su cui bus ad alta capienza fanno la spola tra stazioni segregate come quelle della metropolitana: in cui cioè si entra con tornelli per accedere ai bus in corrispondenza di varchi di accoppiamento tra le porte del bus e della stazione, esattamente come nelle metropolitane di ultima generazione. L’Economist racconta che il successo iniziale di TransMilenio (veloce quanto la metro di New York) è stato tale da creare poi problemi di sovraffollamento cui l’amministrazione ha tardato a rimediare, anche a causa delle proteste dei gestori di bus cittadini privati e di fatti di corruzione che hanno rallentato il potenziamento dell’infrastruttura, ripreso solo di recente.

Anche a Vientiane,
nel Laos, sembra prepararsi
una linea di BRT
(foto Derrick, dic 2024)
Anche in Italia sistemi di BRT sono molto sensati in città non abbastanza grandi da giustificare metropolitane (cioè tutte le nostre città che non ne abbiano già), tra cui Firenze, dove è di poche settimane fa la notizia del progetto di una nuova linea di “jumbo bus” dal centro a bagno a Ripoli e un’altra addirittura fino a Greve in Chianti. Si tratterebbe di bus elettrici, da quel che capisco leggendo i vari articoli sulla stampa, privi di una linea aerea di alimentazione e quindi alimentati a batteria (solo in questo diversi dalla recente infrastruttura che collega Mestre e Venezia).

Come abbiamo già visto l’altra volta che ne parlammo, quel che conta in termini di livello di servizio non è tanto il tipo di veicolo, quanto l’infrastruttura di strade dedicate e stazioni, mentre riguardo all’aspetto ambientale l’alimentazione elettrica ha il vantaggio di eliminare l’inquinamento da combustione e ridurre quello acustico.

Un servizio dunque paragonabile alla metropolitana, ma con costi di molte volte inferiori. A Bogotá, scrive l’Economist, uno dei fattori di successo di TransMilenio è che un biglietto di una nuova metropolitana tradizionale costerebbe, per ripagarsi, il 2% del reddito medio mensile pro-capite locale. Se nella vecchia Europa è normale che gran parte dei costi di una metro si paghino con le tasse, non per questo l’efficienza economica dell’investimento è meno importante da noi.


Ringrazio per questa puntata Claudio Gherardini


Link:



lunedì 9 dicembre 2019

Petrolio e sussidi ai carburanti in Iran (Puntata 420 in onda il 10/12/19)


Con Giovanni Mitrotta

Per il fondo monetario internazionale, i sussidi al consumo di fonti fossili d’energia, intesi come il gap tra il prezzo effettivamente pagato e il prezzo efficiente (cioè quello di mercato corretto con le esternalità ambientali) valgono nel mondo il 6,5% del prodotto interno lordo. Un valore impressionante. Molti Paesi, compresa l’Italia nell’ambito di un programma G20 di disintossicazione da questi sussidi, si sono impegnati a ridurli, e alcuni anche grandi, come il Messico, lo hanno fatto davvero. È d’attualità il caso dell’Iran, il cui regime sta duramente contrastando proteste contro l’aumento del prezzo dei carburanti per autotrazione.
Autobotte petrolifera iraniana prima della nazionalizzazione
(Immagine da Pinterest)

La storia del petrolio iraniano inizia nel 1909 con la fondazione della Anglo-Persian Oil Company, che aveva il governo inglese come azionista di maggioranza, e cui l’Iran aveva dato una concessione di 60 anni su buona parte dei giacimenti del Paese in cambio una royalty del 16%, poi elevata nel 1933 sotto il regime di Rezha Shah Palhavi, fautore di una prima modernizzazione e laicizzazione del Paese. Questi lasciò il potere al figlio dopo la Seconda Guerra Mondiale, quando il Paese venne occupato dagli alleati proprio per controllare i pozzi petroliferi.
La reazione nazionalista fu violenta con l’uccisione nel 1951 del Primo Ministro Ali Razmara, filo-occidentale e contrario alla nazionalizzazione del settore petrolifero che il parlamento invece successivamente approvò, almeno in una versione parziale che comunque non fu accettata dai soci inglesi, che reagirono prima con un embargo e poi appoggiarono un colpo di Stato che si risolse con il ritorno del re.
Da allora l’azienda petrolifera di Stato ha attribuito ad aziende occidentali concessioni di coltivazione petrolifera, finché con la rivoluzione khomeneista del 1979 iniziò un nuovo periodo di petrolio di Stato. Gli iraniani, scrive l’Economist nel numero di fine novembre 2019, sembrano considerare un diritto innato quello di avere la benzina quasi regalata, diritto considerato intrinseco anche alla politica di Khomenei.
Inutile dire che i carburanti sussidiati hanno creato un mercato nero di contrabbando all’estero, in modo simile a come perfino dalle nostre parti si scambiano in nero prodotti per lucrare sulla diversa tassazione tra Paesi.

La strana associazione tra prezzi dei carburanti e welfare, in generale, è una questione su cui riflettere, e sembra legare proteste in Paesi in via di sviluppo con quelle degli strati popolari di stati avanzati (i gilet jaunes in Francia, per esempio, che in Italia non vediamo probabilmente solo perché nessun Governo, men che meno quello attuale che pure l’aveva annunciato, ha il nerbo per intervenire sulle imposte ambientali).
Mi sembra che si possa identificare una sorta di proletariato extraurbano perlopiù non giovane, visto che i giovani l’auto privata spesso non l’hanno proprio, composto di fasce sociali rimaste indietro rispetto all’urbanizzazione e alla digitalizzazione dell’economia, che si sente più che altri stati sociali colpito dall’aumento dei prezzi dei carburanti. Naturalmente questa mia affermazione è avventata e richiede più analisi, che proverò se ne avrò gli elementi a portare avanti in altre puntate. Intanto ringrazio per questa il coautore Giovanni Mitrotta.

Link:


lunedì 22 maggio 2017

La strategia energetica 5 stelle (Puntata 314 e speciale del 26/6/2017)

Abbiamo visto poche puntate fa che il governo sta aggiornando il piano energetico nazionale. Ne ha presentate delle slide riassuntive in parlamento, ma per farne un’analisi affidabile dobbiamo aspettare il documento completo, mentre al momento girano versioni non ufficiali che potrebbero essere passibili di modifiche.
Nel frattempo, il 22 maggio 2017 è stato presentato in una conferenza stampa in parlamento il programma energia del movimento cinque stelle.

Si tratta di un documento ponderoso quasi quanto quello del governo, e anch’esso con un’ampia introduzione di scenari tratti dai soggetti istituzionali come Terna, Eurostat e IEA, in quest’ultimo caso però con riferimento a un outlook sull’Italia decisamente troppo vecchio. Non manca nemmeno una ricapitolazione delle politiche energetiche già incardinate da Europa e Italia. Un documento, lo dico subito, ben fatto, anche se – a mio avviso - con alcune contraddizioni e lacune (però non più di quelle del corrispondente governativo, almeno come visto sino a ora).
Vediamo i principali obiettivi di lungo periodo del piano 5 stelle, il cui anno-obiettivo è il 2050:
  • Efficienza energetica: riduzione dei consumi finali di energia del 37%, tranne consumi navali, rispetto al 2014
  • Utilizzo delle sole fonti rinnovabili per tutti gli usi energetici
  • Forte elettrificazione dei consumi, cioè utilizzo finale di energia in forma elettrica, da portare al 65%, sempre escluse le navi.

Riguardo alla transizione alle rinnovabili e alla decarbonizzazione, il piano prevede obiettivi intermedi ambiziosi: l’eliminazione del carbone per produrre elettricità entro il 2020 (secondo Derrick condivisibile) e tre anni dopo la fine dell’uso di combustibile derivato da rifiuti. Quest’ultima una posizione piuttosto estrema e difficile da conciliare con il mancato uso di discariche che credo sia anch’esso un punto del programma 5 stelle.
Il "bocchettone" di un'auto ibrida plugin
Previsto per il 2030 anche l’abbandono di petrolio e suoi derivati, ma non per trasporti e agricoltura. Che è come dire che l’abbandono non c’è.
Qui mi sembra che i 5S manchino di coraggio: in realtà il mix di gas naturale e elettricità potrebbe permettere tra 13 anni trasporti senza o con poco uso di prodotti petroliferi, e sicuramente sarebbe possibile escluderli nei centri urbani con enormi ricadute positive per la salute del paese. Perché no, dunque? L’apprezzabile proiezione verso il futuro del Movimento in tema energia sembra infrangersi contro l’industria del petrolio o forse dell’auto tradizionale. E contro il settore navale, come abbiamo visto negli obiettivi al 2050.

L’esenzione all’agricoltura dall’abbandono di petrolio e derivati è ancora meno comprensibile. Nel senso che non c’è una ragione per un trattamento di favore del settore. Uno di quelli che, insieme ai trasporti, già più vive di sussidi, e che, per esempio secondo uno studio di Andrea Molocchi (che ringrazio per avermelo segnalato) recentemente pubblicato su Nuova Energia, è più in debito comparando le esternalità negative che dà all'ambiente con le imposte ambientali che paga.
Vogliamo un’agricoltura sostenibile e pulita sì o no? L’agricoltura è buona in sé, perché ci ricorda l’origine bucolica della civiltà, o è buona se competitiva, efficiente, sostenibile, come qualunque altra attività?

Altro punto su cui non mi trovo d'accordo è il mito (non solo in questo programma) dell'autonomia energetica, che nel documento è preconizzata. Qual è il motivo di ritenere negativo l'import di energia e non quello di microprocessori, altre materie prime, automobili e non so cos'altro? Per quale motivo dovremmo autoinfliggerci i costi dell'autarchia energetica?


Intervista a Davide Crippa deputato M5S sul programma energia

Abbiamo approfondito il 26/6/2017 il tema con uno speciale Derrick negli studi di Radio Radicale con Davide Crippa, deputato del M5S membro della Commissione Attività Produttive della Camera. Qui l'audio integrale:

https://www.radioradicale.it/scheda/513062/speciale-derrick

lunedì 2 gennaio 2017

La parabola del diesel per autotrazione - D298

Buon anno da Derrick.
È scioccante, lo so, ma ne sono passati già 7 dall’inizio di questa rubrica.

Andando molto più indietro, tra i miei ricordi d’infanzia c’è quello di una famiglia di amici che qualche volta negli anni Ottanta si univa alle escursioni sulle Dolomiti a cui i miei genitori mi obbligavano (qualche anno dopo raggiunsi l’età per evitarle, e qualche anno dopo ancora ricominciai a farle da solo).


Chi ricorda la Citroen BX?

Ho già confessato qui che a quei tempi non mi perdevo un numero di Quattroruote (oggi nei momenti di maggior coraggio lo nascondo dentro al Financial Times, ma perlopiù lo leggo dal barbiere) e rimasi colpito vedendo la fiammante Citroen BX diesel con cui questa famiglia di amici si presentò all’appuntamento a Malga Ciapela per un giro nel gruppo della Marmolada. Allora i motori a gasolio erano riservati quasi solo ai mezzi pesanti: era una primizia.
Ricordo ancora le parole del nostro amico, di cui ho dimenticato il nome, che raccontava fiero e indulgente di come il suo nuovo “trattore” arrancasse lento ma inarrestabile per i ripidissimi tornanti del passo Fedaia.

Allora i produttori d’auto francesi erano pionieri nei motori a gasolio. Il 29 dicembre [2016] invece su La Tribune Robert Jules racconta come proprio in Francia la quota di mercato delle auto diesel in soli 4 anni sia scesa dal 65 al 38%. Hanno avuto un ruolo il dieselgate (di cui qui a Derrick abbiamo parlato con esperti) e le norme ambientali, che si sono sempre più spesso concentrate sui danni in particolare delle polveri e degli ossidi di azoto emessi in maggior quantità dai motori a gasolio. Città come Londra, Madrid, Atene e Parigi si apprestano a lasciare i diesel fuori dai loro centri e la Francia ha iniziato a ridurre i vantaggi fiscali del gasolio rispetto alla benzina (vantaggi che hanno contribuito al successo del diesel anche in Italia, dove il gasolio per trasporto pesante continua a ricevere oltre un miliardo di sconti d’accisa a spese dei contribuenti).
In parziale controtendenza rispetto alla decrescita del diesel vanno i consumi di gasolio per automobili in Italia, saliti secondo i dati dell'Unione Petrolifera nel 2015, seppur di poco, rispetto all’anno prima e dopo anni di calo, e comunque sempre ancora inferiori ai livelli del 2006, e con una quota rilevante ma ormai stagnante da qualche anno di biogasolio.


Auto ibride e poi elettriche

Marco Garbero accompagna Derrick
in una prova di una BMW ibrida plug-in
Come ha più volte scritto Antonio Sileo, qualche volta anche collaboratore di Derrick, sembra invece arrivato il momento delle auto ibride, auto con 
Bocchettone di ricarica elettrica
doppio motore: elettrico e a benzina, che usano il secondo per ricaricare le batterie e per contribuire ai picchi di potenza di trazione. Una tecnologia-ponte tra il motore tradizionale e quello elettrico, ponte reso necessario dall’indisponibilità (che però pare abbia gli anni contati) di batterie che possano economicamente permettere di rinunciare al motore termico. Le stesse ibride plug-in (cioè quelle con la spina di ricarica), d’altra parte permettono già oggi a chi fa non più di 20-30 chilometri più ritorno per andare al lavoro di viaggiare solo con l’elettricità ricaricata nottetempo dalla presa in garage (oppure di ricaricare nel parcheggio dell’ufficio).
Perfino FCA, dopo che Marchionne per anni ha minimizzato la prospettiva dell’auto-elettrica, sta presentando negli USA il suo primo van ibrido plug-in.


I bus a Roma: non ci sono soprattutto per chi non li prende

Per quanto riguarda chi vi parla, il percorso casa-ufficio lo faccio in autobus, proprio a Roma dove pur con tanti problemi, di cui quelli davvero scandalosi riguardano la gestione economica dell’Atac, a dire che i bus non passano mai sono soprattutto quelli che non ne hanno mai preso uno, cioè tipicamente, nella mia esperienza, i romani maschi tra i 30 e i 50 anni che devono difendere i loro zigzag testosteronici a bordo di scooter ormai più ingombranti e fastidiosi delle utilitarie a quattroruote.


Ringrazio Fausto Panunzi per la correzione di un errore nell’ultima puntata.

domenica 3 aprile 2016

Referendum "trivelle": cosa votare? - D271

Votare sì o no al referendum impropriamente detto "trivelle" del 17 aprile 2016?

Farsi un’idea non è facile, perché le risorse informative che si trovano sono tipicamente a tesi. Anche quelle con dati affidabili. Ma uno che cerca di farsi un’idea tende a diffidare di chi vuole convincerlo ancor prima di informarlo. Io per distinguermi mi limiterò a invitare ad andare a votare, e a fornire alcune informazioni e considerazioni che mi sembrano rilevanti per decidere se sì o no.


Le concessioni all'attività di sfruttamento degli idrocarburi

In Italia le concessioni per estrarre idrocarburi le dà un’unità del ministero per lo Sviluppo Economico (ne abbiamo già parlato per esempio qui). La norma principale che le regola è del ’91 ed è stata modificata varie volte, tra cui con il DL 83/12, lo “Sbloccaitalia” del 2014 e la legge di Stabilità 2016 (al comma 239).

Le concessioni hanno di norma una durata di 30 anni prorogabile più volte attraverso apposita istanza, e prevedono impegni anche di ripristino ambientale a fine concessione stabiliti dal MiSE caso per caso, all'interno di norme generali tra cui propri decreti direttoriali. Stando a quanto Derrick ha trovato, le norme non prevedono tassativamente bonifiche in tempi perentori.

Recentemente il divieto di nuove concessioni in mare in aree protette è stato esteso a tutta la zona entro le 12 miglia dalla costa e dalle aree protette, con l'eccezione delle concessioni in corso. Questa eccezione, per com'è scritta (in modo purtroppo sibillino) nella Stabilità 2016, introduce anche, secondo l'Ufficio centrale del referendum, una proroga per tutta la vita produttiva delle concessioni a cui si applica. Proprio le parole che introducono tale proroga sono oggetto del quesito abrogativo.

Vari altri quesiti cosiddetti sulle trivelle erano stati presentati prima della legge di Stabilità, che li ha resi secondo l’ufficio centrale del Referendum e la Corte Costituzionale superati, a differenza di quello per cui si vota il 17 aprile.


Cosa succede se vince il sì

Secondo l'Ufficio centrale del referendum la vittoria del sì comporterebbe due effetti:
  1. la cancellazione dell’esenzione per le concessioni già rilasciate dal divieto di attività entro le 12 miglia (con effetto alla scadenza)
  2. la cancellazione della proroga automatica delle concessioni.

Dunque se passa il sì i giacimenti in mare entro le 12 miglia potranno essere coltivati solo fino alla scadenza della concessione in corso.

E poi?
La piattaforma "Luna B", a 8 Km dalla costa di Crotone,
collegata a 12 dei pozzi del giacimento con la maggiore
produzione di gas tra quelli che non potrebbero

continuare la produzione a fine licenza (in questo
caso 2017) se vince il sì. (Copyright Ionica Gas)
  • Si lascerebbero il gas (in gran parte dei casi) e il petrolio dei giacimenti sotto costa inutilizzati a fine concessioni? Sì.
  • È irrazionale bloccare la produzione di giacimenti già sviluppati? Sì, decisamente. A peggiorare le cose c'è che, una volta chiusi i pozzi attivi a fine concessione, lo sfruttamento delle risorse residue del giacimento richiede nuovi pozzi (e quindi: trivelle).
  • Si tratta di tanto gas? No: una volta scadute tutte le concessioni sotto costa perderemmo una produzione che oggi vale meno del 3% del fabbisogno nazionale (e che a fine licenze sarà ulteriormente scemata).
  • Il sì aumenterebbe le navi per far arrivare da fuori il gas e il petrolio? Verosimilmente no, checché ne dicano in molti: il gas è oggi di norma più economico importarlo via metanodotti, dove c’è un sacco di capacità disponibile. Riguardo al petrolio e ai suoi prodotti, non solo l’importazione ma anche l’esportazione e i transiti di semilavorati alimentano il traffico via nave. Per esempio il progetto petrolifero lucano di Tempa Rossa prevede elevato traffico navale in uscita dai depositi portuali di Taranto (dove arriverebbe via oleodotto).
  • Importare di più ci farebbe pagare un prezzo più alto per gas e petrolio? No, salvo la componente del costo di trasporto. Il prezzo del gas e del petrolio di un medesimo tipo in sé sono quelli dei mercati internazionali e non dipendono dalla loro origine. Ci sarebbe però un effetto negativo sulla bilancia commerciale nazionale (e quindi su quella che impropriamente molti chiamano "bolletta energetica" nazionale. Che però non corrisponde alla spesa per l'energia dei consumatori nazionali, visto che quest'ultima include anche la spesa per l'energia non importata).


Inconvenienti della norma così com'è e considerazioni di strategia energetica

  • Il prolungamento "a vita" delle concessioni previsto con la Stabilità è preoccupante? Sì, perché potrebbe ledere il principio generale della determinatezza e della congruità della loro durata (articolo 4 della direttiva UE 22/1994) e ridurre le possibilità del Governo di porre nuove condizioni ai concessionari al momento dei rinnovi, e di valutare l'opportunità stessa dei rinnovi.
  • In generale, ha senso in termini di patrimonio nazionale accelerare l’estrazione di idrocarburi? Ai prezzi molto bassi attuali no. Probabile che queste stesse risorse, che finché sono sotto terra sono un patrimonio pubblico, varranno di più in futuro. Comprese le royalty, che in Italia già sono piuttosto basse in termini di aliquota e il cui gettito è proporzionale al prezzo dell’idrocarburo. (È irrazionale che il bilancio dello Stato non includa un vero stato patrimoniale delle risorse ambientali da approvare con le sue variazioni ogni anno dal Parlamento con la legge di bilancio).

E ancora più in generale: ci conviene puntare a uno sviluppo basato su petrolio e gas? In Derrick ne abbiamo parlato varie volte.
Se la risposta è no, come io credo, non è però automatico che convenga votare sì a questo quesito. E quindi?


Una possibile conclusione

Credo che una ragione solida per il sì sia contrastare la durata "a vita" delle concessioni (punto 1 sopra, peraltro controverso). Credo anche che una vittoria del sì sarebbe compatibile con una successiva modifica alle norme che permetta l’estrazione delle risorse dai giacimenti già sviluppati. Cioè che riqualifichi l'eccezione al divieto delle 12 miglia ormai consolidato, ma in modo più restrittivo, con maggiori tutele, tempi certi per le bonifiche e non certo concessioni ad libitum, in modo simile a come già era nel DL 83/2012 (link sopra).


Altri riferimenti (oltre ai link sul testo)

Anagrafe di concessioni, giacimenti, piattaforme e pozzi di petrolio e gas in Italia (UNMIG - Ministero dello Sviluppo Economico): http://unmig.sviluppoeconomico.gov.it/unmig/pozzi/pozzi.asp

Dati di produzione oil e gas off shore entro le dodici miglia (di Dario Faccini per Aspo): http://aspoitalia.wordpress.com/2016/03/07/le-bufale-sul-referendum-del-17-aprile/

Sentenza 17/2016 della Corte Costituzionale che sancisce l’ammissibilità del quesito come riformulato dall’Ufficio centrale per il Referendum della Corte di Cassazione:
http://www.cortecostituzionale.it/actionSchedaPronuncia.do?anno=2016&numero=17

martedì 17 novembre 2015

Il petrolio non torna ancora su - D257

Ci siamo occupati mesi fa del calo violento dei prezzi di petrolio e gas, delle cause e di alcune possibili e già sperimentate conseguenze. La crisi dei prezzi ha coinvolto anche molte altre commodity, cioè materie prime come i metalli, che dopo essere stati beni-rifugio di liquidità hanno anch’esse cominciato a deprezzarsi a causa della diminuita domanda mettendo in crisi anche grandi gruppi minerari internazionali come Glencore, che avrebbe dovuto rilevare lo stabilimento Alcoa di Portovesme in Sardegna, altro tema di cui abbiamo parlato qui.

Ora è uscito il nuovo outlook dell’International EnergyAgency di Parigi, che dà spunti per ragionare su cosa possiamo aspettarci, e che è commentato per esempio in un articolo dell’Economist di pochi giorni fa.

Sul lato dell’offerta sappiamo che la nuova disponibilità di petrolio e gas è arrivata negli ultimi anni soprattutto negli Stati Uniti, dove i costi variabili di estrazione sono più alti che nei paesi OPEC. Per questo per capire se i prezzi torneranno a salire per movimenti dell’offerta occorre chiedersi quanta della capacità estrattiva USA verrà meno a causa degli attuali prezzi poco remunerativi. Una riduzione della capacità sarebbe la molla – a parità di domanda – in grado di alzare di nuovo i prezzi.
Ebbene, i dati IEA mostrano che solo nella primavera 2015 la capacità produttiva USA di petrolio ha iniziato a scemare. E tenendo conto che gli stoccaggi mondiali sono pieni, questo spiega perché i prezzi siano restati fino ad ora ai minimi dell’era recente (da fine 2014 il WTI americano è sotto i 60 $/bbl con punte di 40 nell’estate 2015).

Una cosa importante che è cambiata con il boom americano di idrocarburi è la capacità dell’OPEC, la cui quota è diventata meno importante rispetto alla domanda, di controllare l’offerta. Mancando questa capacità, scrive l’Economist, quello del petrolio è diventato un mercato “anormalmente normale”, cioè che si comporta – insolitamente nel caso del petrolio - sulla base della disponibilità effettiva di domanda e offerta.

Prezzi giù oggi quindi, ma la domanda mondiale di petrolio secondo l’IEA riprenderà già quest’anno con un più 1,9%, oltre il doppio che nella media degli ultimi dieci anni. Se sarà sufficiente per un rimbalzo dei prezzi, e quanto rapido, mi pare che nessuno sappia prevederlo.

martedì 3 novembre 2015

Ambientalismo e ideologia - D255

Com’è difficile avere delle opinioni senza che queste si trasformino nel fare il tifo per una parte o per l’altra perdendo in realtà la capacità di discernere e di cambiare idea. Questo incarnirsi dei giudizi per me rallenta il progresso intellettuale.

Ma c’è di peggio, fateci caso: le posizioni precostituite spesso vengono a gruppi: se sei uno che la pensa in un modo su una cosa, ci si aspetta che la pensi in un determinato modo anche su questioni apparentemente contigue.

Tra un po’ mi consacrerò al mutismo come il personaggio di “La vergine Anna” nelle Novelle della Pescara di D’annunzio pur di non dover più spiegare ai conoscenti che sì: credo nell’iniziativa economica privata e nelle virtù sociali della ricerca individuale del profitto, e che però anche – pensa un po’ - credo che i mercati funzionino solo dove lo Stato è tanto forte da garantire affidabilità delle transazioni, trasparenza delle informazioni, tutela dalle posizioni di dominanza.

Poi, penso che un lavoratore che il suo datore di lavoro ritenga improduttivo debba poter essere licenziato, ma anche che abbia diritto a un reddito minimo a spese della società se non trova un'altra occupazione.

Ma sei liberista o socialista? Deciditi, mi chiedono. E io ripenso alla vergine Anna.
Un'illustrazione di Andrea Gatti per Derrick

Un articolo di Maria Rita D'Orsogna sul Fatto Quotidiano del 29 ottobre 2015 (poi modificato nella versione online) parla di terremoti causati da attività di estrazione del gas nella regione di Groningen in Olanda, e racconta come in più casi le società d’estrazione abbiano accettato di rimborsare i danni e di come gli abitanti della zona abbiano vinto una class action che comporterà rimborsi enormi. Non ho studiato i fatti di cui parla la D’Orsogna, ma non ho motivo di ritenere che le cose non stiano così. Abbiamo già visto a Derrick (parlandone per esempio qui e qui) che gli scienziati in alcuni casi rilevanti hanno riconosciuto interazioni tra attività sismica e estrattiva.
Però mi dispiace che la D’Orsogna nello stesso articolo si autoghettizzasse chiarendo da che parte sta ideologicamente, quando sintetizzava (non più nella versione online successiva a questo post) che il (o un) problema dei petrolieri è che pensano solo a “massimizzare gli introiti”.
Ma che vuol dire? Sarebbero più gradevoli i terremoti con dei petrolieri che guadagnassero un po’ meno o trivellassero per passione? Ma dove sta scritto che se vuoi la tutela dell’ambiente devi anche avercela col profitto?

E se io pensassi che i petrolieri fanno benissimo a cercare di massimizzare gli introiti ma che i Governi e le agenzie di controllo debbano lottare per porre tutti i vincoli che lo stato dell’arte delle conoscenze gli suggeriscano come appropriati? Il problema non è la ricerca del profitto dei petrolieri, ma la capacità degli attori istituzionali di far emergere e quantificare correttamente gli interessi opposti, senza commistioni nello stesso soggetto. Il problema è la forza delle istituzioni e la trasparenza della loro dialettica.
Se non si fosse capito non ce l’ho con la D’Orsogna che si documenta molto e continuerò a leggere. Anzi mi ha fatto ulteriormente riflettere, e mi chiedo, in conclusione:

Se uno stigmatizza il profitto, come pensa di migliorare il mondo, facendo l’elettroshock alla gente che naturalmente lo persegue? Se uno invece accetta e incoraggia il profitto può aspirare a uno Stato forte, ma non paternalista, che non fa un’inutile morale alla gente, ma ne difende i diritti massimizzando nel contempo le risorse per farlo.

mercoledì 1 aprile 2015

Intervista per Nuova Energia 2/2015

Intervista a Michele Governatori apparsa su Nuova Energia 2/2015

Tempo fa in Italia, nell’energia si parlava di colli di bottiglia che ne frenavano una vera liberalizzazione. A che punto stiamo?
Se parliamo di colli di bottiglia fisici, e in particolare di vincoli alle interconnessioni con l’estero di gas ed elettricità, direi che la situazione per quanto riguarda l’Italia continua a migliorare non solo per il trend di aumento, anche in prospettiva, della capacità fisica, ma anche perché i prezzi italiani all’ingrosso, oggi più vicini a quelli europei, hanno reso più bassa la perdita di benessere economico dovuta ai vincoli residui. Inoltre, nell’elettricità il market coupling partito quest’anno permette uso più efficiente della capacità disponibile.
Le cose vanno meno bene internamente, dove è sempre complicato fare nuove linee elettriche e dorsali gas. Se guardiamo alla nuova interconnessione elettrica Calabria-Sicilia, ancora bloccata, è triste dover constatare che i prezzi dell’isola e del continente si sono sì avvicinati molto rispetto al passato (e questo è un bene per i consumatori), ma attraverso un intervento dirigistico che ha reso sostanzialmente amministrata la remunerazione delle centrali siciliane.
E poi ci sono i colli di bottiglia nel disegno di mercato, ancora più gravi, ma ne parliamo dopo.

È davvero iniziata una ripresa dei consumi energetici nel nostro Paese? E questo significa che possiamo stare tutti più tranquilli, oppure...
I dati recentissimi di ripresa nell’elettrico sembrano mostrare aumenti di consumi simili a quelli del PIL. Quindi probabilmente siamo di fronte a un effetto fisiologico di ripresa indotta da quella dell’economia. Quest’ultima però è una ripresa debole, soprattutto se confrontata con l’eccezionalità delle misure di politica monetaria per stimolarla (il QE) e del contesto favorevole (petrolio a buon mercato, Euro deprezzato).
Dubito poi che vedremo un aumento dell’intensità energetica del sistema (cioè del rapporto tra consumi di energia e PIL), credo anzi che gli effetti permanenti della crisi, che corrisponde a un’evoluzione dolorosa ma per certi versi anche sana dell’economia, stabilizzeranno al ribasso l’intensità energetica a causa della selezione di aziende a maggior valore aggiunto e quindi con minore incidenza degli acquisti energetici in rapporto al valore della produzione. A questo si aggiungono gli effetti delle politiche di efficienza che credo soprattutto nei consumi domestici e del terziario stiano dando risultati strutturali. Io stesso consumo in modo molto diverso rispetto a quando avevo lampade a incandescenza, una caldaia senza condensazione dei fumi e finestre a maggiore trasmittanza, e non tornerò indietro.
C’è, per l’altro verso, una prospettiva rilevante di concorrenza tra fonti di energia, che potrebbe avvantaggiare l’elettrico (soprattutto grazie a pompe di calore e auto elettriche) a meno che non prendano piede tecnologie di microgenerazione diffusa a gas.
Per finire la risposta: un’azienda di mercato credo non possa stare mai tranquilla. O “imbrocca” la sua visione del futuro e vi trova uno spazio coerente, o non guadagnerà.

L’Europa dell’energia non sembra procedere a passo spedito…
Siamo abituati a sentirci dire che il mercato unico non è completo e che tanti Paesi sono in ritardo nell’applicazione delle direttive mercato. Che è per molti versi vero. Ma è anche vero che l’UE, pur in una fase di debolezza della Commissione rispetto ai Governi e che spero si superi con la gestione Juncker, è ancora il motore principale delle istanze pro mercato. Basta vedere la procedura d’infrazione in corso nei confronti dell’Italia riguardo all’applicazione del terzo round di direttive mercato, che tocca aspetti decisivi come l’unbundling tra gestione delle reti e vendita di energia anche a livello locale e l’autonomia dell’Autorità di settore.
E ancora: il coupling dei mercati del giorno prima ormai compiuto in gran parte dell’Europa occidentale (e non solo) è un risultato importante di integrazione. Certo ci sono incognite riguardo all’integrazione dei mercati del bilanciamento e di quelli – nascenti – della capacità, e c’è stata la resa molto grave proprio di Juncker riguardo all’armonizzazione della fiscalità energetica.
Ma nel complesso ho l’impressione che sia ancora l’UE a dare il “la” ai mercati liberalizzati.

Il crollo del prezzo del barile sta mettendo in difficoltà il settore shale. Che cosa sta cambiando?
Credo stia avvenendo, in modo particolarmente repentino, una cosa fisiologica nel settore oil&gas: l’alternanza di momenti in cui il prezzo della commodity giustifica investimenti massicci con altri in cui accade il contrario. A questo si aggiunge il cambio del trend della domanda dovuto credo in parte a cambi tecnologici nell’uso dell’energia e, soprattutto, al rallentamento della crescita globale, dovuta all’andamento dei Paesi che ci avevano abituati a uno sviluppo più rapido. È un sistema che si autoregola ma che richiede spalle larghe da parte degli investitori. Le risorse minerarie sono destinate a diventare scarse e scarsissime nel lungo periodo, ma questo ha poco a che fare con la loro scarsità di breve che dipende dalla capacità produttiva installata in un determinato momento (una cosa che incredibilmente i fan della teoria del picco del petrolio non afferrano). Mi aspetto che la produzione di shale per qualche tempo resterà alta, perché il boom di investimenti (eccessivo secondo i critici che parlano di “bolla shale”) ha portato a una capacità estrattiva che conviene far funzionare finché i prezzi della commodity sono superiori ai soli costi operativi di estrazione. Per questo ci potrebbe volere del tempo prima che i prezzi oil&gas inizino a fornire di nuovo un segnale di scarsità.

Torniamo nel nostro Paese. Il settore dell'energia, almeno in Italia, sembra essere piuttosto conflittuale. Qualsiasi provvedimento, delibera, decisione, venga annunciato... c'è sempre qualcuno che si sente danneggiato. Ma è davvero così difficile mettere d'accordo le varie componenti?
Non credo che la conflittualità sia necessariamente un problema. Che ci siano interessi contrastanti è normale, il punto discriminante piuttosto è con quanta efficacia e trasparenza un sistema riesce a contemperarli. La definizione diritti acquisiti l’ho sempre trovata poco utile, e qualche volta viene usata a sproposito intendendo la più vasta categoria delle aspettative acquisite. Tecnicamente un contratto o una convenzione a tempo determinato sono sì diritti acquisiti, ma non lo è per esempio l’aver confidato nell’immutabilità delle norme. Uno che investe deve avere un’idea del futuro, e se questa gli potesse essere garantita non chiameremmo “di rischio” il capitale che lui ci mette: gli investimenti possono andare male.
Se mi consenti di allargarmi un po’ nella risposta, io credo che in Italia noi abbiamo un concetto di politica industriale fatta di stampelle alle aziende in crisi anziché di idee strategiche di futuro e aiuto alle imprese che devono nascere per realizzare quel futuro. Einaudi diceva che un’economia di mercato ha bisogno della sanzione (il fallimento) per le imprese “male gerite”. Io aggiungerei anche per quelle che hanno sbagliato le scommesse. Solo così le loro risorse (persone, capitali) possono liberarsi e rientrare nel circolo dell’economia.
Tornando all’energia: il legislatore e l’Autorità hanno il dovere di cambiare le regole quando ritengono sia necessario, condividendo quando è possibile in anticipo le direttrici strategiche con cui lo fanno. Condivisione che l’Autorità dell’energia fa nei documenti di consultazione, ma con un piglio che trovo troppo burocratico, e che il Governo ha fatto con un documento importante ma poi apparentemente snobbato e quasi abbandonato: la strategia energetica nazionale. Infine: probabilmente non ha molto senso che norme di settore vengano sfidate da tribunali amministrativi e con esiti che derivano da ragioni spesso formali. Un altro sistema, una sorta di arbitrato istituzionale di settore, magari sarebbe meglio, ma come?

Oggi sembra che tutto ciò che ruota attorno al mondo dell'energia debba essere preceduto dal prefisso smart, altrimenti è da buttare. Ha davvero senso parlare di smart energy?
È vero! Non se ne può più. Se io avessi il coraggio di fare l’imprenditore in questo settore (uno dei sogni irrealizzati della mia vita, come quello di diventare un bravo jazzista) sceglierei una ragione sociale, tanto per distinguermi, del tipo Energia Gonza. Scherzi a parte: se una cosa è davvero intelligente non dovrebbe servire autodichiararla tale perché ce ne si accorga.
Poi, lo scrive anche l’Autorità in una sua recente consultazione: se li dobbiamo pagare in tariffa, bisogna valutare analiticamente dove stanno i vantaggi dei progetti “smart”. Se sono progetti di mercato, invece, dovrebbe valere quella sana selezione naturale di cui dicevo prima.
Una cosa che si sente di continuo preconizzare è l’opportunità di stoccare energia di fonte rinnovabile verde per superare i vincoli di dispacciamento. Magari facendone idrogeno, o addirittura nei casi più fantasiosi molecole di sintesi in grado poi di ri-liberare energia. Peccato che a volte si consideri l’obiettivo di produrre tutto il producibile come un postulato indipendente dai costi. Ricordo l’analisi costi-benefici che fece Terna anni fa per giustificare l’investimento in batterie sulla rete di trasmissione elettrica: partiva dal presupposto che si dovesse azzerare subito l’energia verde non dispacciata (che oltretutto era già poca). Una dichiarazione di missione costi quel che costi, più che un’analisi costi-benefici. Per fortuna l’Autorità poi si è attivata per correggere almeno in parte l’impostazione.

Questo è anche l'anno dell'EXPO. Qualcuno ha detto che il tema energia – salvo soprese – è stato considerato solo di sponda e senza lo spazio che avrebbe meritato. Dunque, un'occasione persa? Cosa ne pensi?
Io credo che il tema cibo sia un bel tema, non concordo con i detrattori che lo vedono come un settore troppo tradizionale o “arretrato”. Ho l’impressione che stiamo assistendo a un cambio economico-culturale, per cui gli strumenti di frontiera oggi percepiti come più utili ad aumentare il nostro benessere siano da un lato più immateriali, e dall’altro più legati alla salute e alla sostenibilità in generale, e il cibo di qualità richiama questo concetto. Anche l’energia è influenzata da questo trend e il “consumare meglio”, almeno in alcune fasce di clienti, sta diventando un’esigenza sempre più percepita. È una moda? In parte forse sì, ma non per questo è meno rilevante. Una moda è pur sempre il segno di un desiderio da soddisfare e per cui si è disposti a pagare. Io, per esempio, pagherei per un sistema di domotica energetica, e pagherei probabilmente più soldi rispetto ai risparmi che mi comporterebbe. Sono sciocco? Può darsi, embè? Sono un consumatore libero: il portafogli è mio e me lo gestisco io…

Lo scorso 13 aprile si è svolto a Milano il convegno annuale di AIGET. Quali sono gli spunti più interessanti che sono emersi? C'è stata qualche proposta, qualche idea o qualche intervento che ti hanno colpito in particolare?
In Aiget stiamo facendo uno sforzo pazzesco per portare avanti le istanze del mercato, in un contesto di arroccamento (comprensibile ma dannoso al sistema) degli operatori con business regolati e di quelli con posizioni di dominanza. Noi crediamo che se vogliamo tenere basse le bollette e alta la qualità del servizio al cliente l’unica risposta che funziona è la concorrenza efficace. Al convegno, che è corrisposto al lancio del position paper 2015 disponibile sul sito dell’Aiget, abbiamo posto l’accento soprattutto sulla necessità di far funzionare i mercati organizzati a pronti e a termine del gas e di realizzare un unbundling efficace tra distribuzione e vendita di elettricità e gas. Quest’ultima è una condizione indispensabile a garantire una concorrenza equa tra tutti i venditori, e deve passare attraverso una terziarizzazione delle informazioni utili all’acquisizione dei clienti (tramite il Sistema Informativo Integrato di Acquirente Unico) e attraverso un network code che regoli in modo corretto il livello di servizio dei distributori in modo che ne aumenti la qualità e soprattutto che sia omogenea rispetto a tutti i venditori e senza vantaggi impropri per gl’integrati. Oggi, paradossalmente, per alcuni versi i venditori, che fanno un business libero, sono più regolati dei gestori di rete che fanno un business regolato. Per esempio: le bollette di un venditore ad alcune categorie di clienti sono dettate dalle norme, mentre non lo sono i sistemi informatici con cui i distributori forniscono i dati di consumo.
Tra le cose più interessanti uscite nel convegno mi sembra ci siano la convergenza tra i presidenti dell’Autorità Energia e di quella Antitrust riguardo alla necessità dell’unbundling funzionale e di brand a livello retail, e le rassicurazioni da parte di GME e Snam Rete Gas riguardo allo stato di avanzamento del nuovo mercato del bilanciamento gas.

Il tema dell'incontro è stato: “clienti, concorrenza e regole”. Prova a dare un voto ai primi, come ai tempi della scuola. Li promuoveresti?
Ai clienti di sicuro do 10, perché senza di loro non ha senso nulla del nostro lavoro in questa e altre filiere. Però, lo ammetto, è un voto con una componente di adulazione. Magari direi anche loro, benevolmente, che devono accettare un po’ di impegno in più nella difesa attiva, e non passiva e troppo delegata, dei propri interessi. Nello stesso tempo noi fornitori dobbiamo imparare a non abusare della loro disponibilità e dobbiamo cooperare perché ci siano regole del gioco che rendano i più difficili possibile i comportamenti commerciali scorretti.
Senti questa: qualche settimana fa a colle Oppio a Roma ero a una festa in una bella casa tra intellettuali del mondo della scrittura narrativa (un mondo in cui ho avuto la fortuna di affacciarmi in una fase precedente della mia vita) e mi trovavo in un poggiolo dove alcuni si erano assiepati per fumare. Lì chiacchieravo tra gli altri con lo scrittore modenese Ugo Cornia (Sellerio, Feltrinelli) che si ricordava vagamente di me come narratore di scarso successo e mi chiedeva come mi pagassi oggi da vivere. Quando gliel’ho detto, lui mi ha raccontato subito il fastidio con cui rifugge i venditori di energia e telefonia che lo ammorbano di continuo per fargli cambiare contratto. La sua reazione mi ha colpito e fatto riflettere: ai clienti dobbiamo chiedere sì più attenzione e consapevolezza, ma nemmeno possiamo pensare di bombardarli, men che meno se con scarsa qualità informativa.

La soluzione non saranno mica le tariffe di tutela?
Giammai! Quelle ritardano la maturazione del mercato, perché producono sussidi incrociati e deresponsabilizzano i clienti. È il mercato stesso – con le regole giuste certo – che può fornire forme di intermediazione tali da rendere comunque semplice l’accesso a un prodotto/servizio complesso da parte di clienti senza ricorrere a nessuna forma di tariffa amministrata (quand’anche basata su indicatori di mercato). Pensiamo ai mutui o alle assicurazioni. È facile sceglierli? No, sono prodotti relativamente complessi la cui valutazione richiede informazioni riguardo alle quali il cliente patisce uno svantaggio rispetto a fornitore. Però esistono servizi di confronto nati spontaneamente proprio per colmare la necessità informativa e di semplificazione. Simili strumenti, uniti all’eventuale aggregazione non forzosa dei clienti e a obblighi informativi efficaci da parte dei fornitori, anche basati su benchmark o indicatori obbligatori, possono essere la risposta per rendere facile e sicura la scelta di un prodotto complesso come quello dell’energia.
Certo, il mercato sottostante deve essere competitivo, altrimenti il cliente non risparmia. Stando al decreto Competitività, abbiamo quasi tre anni per sistemare le cose che non vanno, e fare in modo che i clienti dell’energia, tutti sul mercato libero, guadagnino ulteriormente dal mercato.

Una domanda di carattere più aziendale, legata al tuo ruolo di direttore affari istituzionali e regolatori in Axpo Italia. La vostra è una delle poche realtà straniere che sembra non essersi pentita della scelta di investire sul mercato italiano. Quale il segreto?
Le multinazionali sono entità complesse e non certo costituite da una sola anima tra Paese e Paese. Hanno all’interno culture diverse e il loro successo dipende anche dalla capacità di farle dialogare, cosa in cui la mia casa madre credo abbia in generale fatto bene grazie a un atteggiamento poco “coloniale” come in altri casi invece capita, e anzi puntando sull’autonomia dei manager dei vari Paesi e mercati. E anche in Italia i risultati in termini di redditività sono arrivati, anche se poi messi a dura prova dalle perdite sulla generazione elettrica. Io credo che il segreto, che naturalmente non è tale, è assumere e far crescere gente bravissima. Punto. Nessun investimento paga quanto essere selettivi nella scelta dei collaboratori (e di conseguenza dei capi, se il sistema di carriere interne è agile come è stato in Axpo Italia dove l’attuale direttore generale mercato è arrivato a questa posizione dall’interno grazie alle sue capacità). Io stesso, nel mio piccolo team, se ho ottenuto dei risultati di cui essere contento è perché ho avuto con me persone piene di qualità, e quando ho a che fare con i colleghi del business (quasi tutti a Genova nel caso di Axpo Italia), di norma giovanissimi e con CV di studi di eccellente livello, capisco perché siamo una bella azienda. Quindi per me la prima capacità che serve a un manager è promuovere la meritocrazia tra i suoi collaboratori, assumendosene la responsabilità. Non è affatto una cosa facile e scontata: bisogna scontrarsi con una mentalità diffusa del “vogliamoci bene” che inevitabilmente diventa anche protezione della mediocrità.
Il che si lega, in riferimento alla discussione politica, a quello che per me è un fraintendimento della nostra stessa Costituzione: diritto al lavoro non può voler dire diritto al posto di lavoro indipendentemente dalle proprie capacità. Certo che dobbiamo realizzare la solidarietà a livello sociale e aiutare chi non ce la fa, ma per progredire come economia e avere un futuro di benessere non possiamo fare sconti alla concorrenza tra professionisti, così come tra aziende.