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martedì 16 settembre 2025

I sentieri-fantasma di Marettimo (Puntata 686 in onda il 16/9/25)

Il sentiero verso Cala Bianca
lungo la costiera N dell'isola di Marettimo
Questa puntata può essere ascoltata qui.

Questa è una puntata in diretta differita: reportage dall'isola di Marettimo, nelle Egadi, la più distante da Trapani.

La consideriamo nel ciclo camminate impossibili, forse dovrei dire camminate difficili. Sto tornando all'unico villaggio dell'isola dove passerò la notte dopo circa 5 ore di cammino, quasi completamente in solitaria, dove ho cercato, oltre che di raggiungere la sommità dell'isola, abbastanza facile, scarpinando un po', anche di andare nel suo estremo nord-occidentale dove c'è una caletta che si chiama Cala Bianca, che mi è stata consigliata dagli isolani con cui ho chiacchierato, che però mi hanno anche messo in guardia rispetto a tentare di raggiungerla a piedi, perché è pericolosa, perché i turisti non capiscono che l'isola si vede bene solo dalla barca, cose del genere.

Naturalmente mi è venuta curiosità di tentare questo sentiero verso Cala Bianca. Solo raggiungere l'inizio del tratto più spettacolare richiede un'ora e mezza di cammino almeno. Poi inizia la parte chiusa ufficialmente per una frana. Dall'inizio del sentiero ufficialmente chiuso prima di arrivare alla frana si cammina per almeno una mezz'oretta e ci si avvicina molto a questa Cala Bianca in uno scenario davvero spettacolare, di solitudine estrema. (Ho però incontrato un cervo, forse, che se n’è scappato).

Il sentiero è abbandonato non so da quanti anni, ci cresce la vegetazione, ho dovuto mettere i calzoni lunghi per non strisciarmi tutto e a un certo punto, purtroppo, mentre ci si alza, restando comunque a mezza costa a picco sul mare con a sinistra delle guglie bellissime che qui chiamano le Dolomiti isolane, purtroppo sì: si attraversa un calanco con uno smottamento che ha reso un po' pericolosi alcuni metri del sentiero.

Niente che non si possa mettere in sicurezza facilmente anche solo aggiungendo una corda. Nessuno però l'ha fatto, il sentiero è stato abbandonato e sembra quasi definitivamente.

Eppure si tratta di una via che ha evidentemente una lunga storia, fatto originariamente con un certo investimento di fatica. Alcune parti addirittura sono costruite a forma di scale per aiutare i passaggi più aerei ed è di una panoramicità favolosa. Può creare forse qualche problema a chi soffre gravemente di vertigini, ma è un sentiero fatto per essere alla portata di tutti, purché si abbia voglia di camminare.

Qui nell'isola si usa uno smottamento come scusa per abbandonare uno dei suoi sentieri più belli, chiuderlo e diffidare i turisti dall'usarlo. Immagino perché una giornata sui sentieri evita una giornata passata a fare (e pagare) i giri in barca. Ma non credo che questo atteggiamento sia particolarmente utile dal punto di vista degli introiti turistici.

La maggior dei visitatori oggi viene in giornata da Favignana o addirittura da Trapani o Marsala e quindi effettivamente si: deve scegliere tra giro in barca o escursioni a piedi. Ma se io appassionato di camminate so che c'è un sentiero riaperto che va a Cala Bianca, e invece che vederlo cancellato dai cartelli lo vedo promosso, magari vengo a Marettimo per esplorarlo insieme agli altri dell’isola, esplorazione che richiede certo più giorni rispetto alla toccata e fuga del giro in barca diurno.

Marettimesi, barcaioli inclusi: prendetevi cura dei vostri sentieri. Credo vi convenga.

Un minivideo dal sentiero verso Cala Bianca è qui.

Tutte le "Camminate (im)possibili" di Derrick, in ordine anticronologico, sono qui.

giovedì 21 settembre 2023

Reportage di viaggio da Taiwan, Maldive, Australia (puntate da 586 a 589 trasmesse dal 30/8 al 19/9/23)

Taipei, in Taiwan, sarà anche la capitale mondiale dei microchip, ma sia la città sia il paese per quel che ho visto hanno l'aspetto di altri luoghi tropicali del sudest asiatico come la Malesia, con il cibo da strada, gli odori, il traffico, il caldo, la foresta pluviale con suoni di uccelli e animali improbabili. Ma per differenziarsi hanno anche una efficientissima rete ferroviaria sia a bassa sia ad alta velocità. Ma non, purtroppo, la bellezza di Bangkok.

Perth vista dal ponte sullo Swan verso South Perth
(Foto Derrick)
Per rinfrescarmi ho volato da Taiwan a Perth, in Australia Occidentale, dov'era inverno. Un inverno mite, pieno di luce e brezza in una città rilassata moderna e con bellissime infrastrutture per pedoni e bici. Peccato che l'aereo sia stato inizialmente deviato all'aeroporto alternativo, il più vicino. Ma vicino in Australia può voler dire quasi 3 ore di volo di distanza, Port Hedland, nella remota costa nord, dove l'ufficio immigrazione non era pronto a un grande aereo pieno di stranieri, cosicché ci hanno fatto rimanere ore a bordo in attesa di poter ripartire per Perth.

Le Maldive non sono solo i resort. C'è la capitale Malè, una specie di Hong Kong in versione indiana coloratissima e piena di scooter che (come a Delhi) cercano di investirti, con case e vie strette nei confini angusti dell'isola e un pesante ponte di cemento finanziato dalla Cina che collega l'isola dell'aeroporto. Ci sono le isole abitate dai locali negli atolli, quasi tutte disboscate e - quelle che ho visto io - tristi a causa dei rifiuti malgestiti (e bruciati in spiaggia di notte) e un'edilizia banale e irruenta tra terrapieni per rubare spazio al mare. Mentre ragazze calciatrici si allenano di notte interamente coperte di abiti.

Ho raccontato tutto questo in quattro brevi podcast andati in onda in altrettante puntate su Radio Radicale trasmesse dal 30 agosto al 19 settembre '23, riascoltabili qui: https://www.radioradicale.it/rubriche/815/derrick

o per chi preferisce il formato podcast qui: https://podcastaddict.com/podcast/radio-radicale-derrick/2039679

I miei video di viaggio, che includono questo viaggio, sono invece qui: https://www.youtube.com/playlist?list=PL8sgPLBStHqWm3UVno9OSzQkKF2rZhRSg

domenica 5 giugno 2022

Le camminate impossibili: il parco dei monti Cervia e Navegna (RI) (Puntata 531 in onda il 7/6/22)

Tratto di strata franato
poco sopra Ascrea
Il 1° giugno 2022, in una giornata rovente, ho preso la bici verso stazione Termini a Roma per salire su un treno regionale diretto ad Avezzano dopo essermi munito del supplemento bici (che si può comprare sul sito di Trenitalia ma non sulla app).

Il treno era uno di quelli non di ultima generazione, che hanno in coda un amplissimo vano con tre ganci per appendere verticalmente le bici. I passeggeri erano perlopiù turisti e sono scesi quasi tutti a Tivoli.

Io ho proseguito invece fino a Carsoli, già in Abruzzo, ho attraversato la Tiburtina e incrociato l’autostrada per salire al borgo di Poggio Cinolfo per poi rientrare nel Lazio dopo pochi chilometri e proseguire a nord per Collegiove con una decina di chilometri di salita continua.

Collegiove si trova proprio al confine della riserva naturale dei monti Cervia e Navegna, e nella tarda mattinata del giorno feriale sembrava deserto. Un comune di soli 130 abitanti, leggo, peraltro recentemente un po’, ma non abbastanza, rimpinguati dall’arrivo di immigrati come è frequentissimo vedere nei nostri borghi.

Riempita la borraccia proseguo verso nord, sempre salendo, mentre la strada provinciale per Marcetelli ormai ha ai lati i pali misuraneve e raggiunge un massimo di altitudine poco oltre 1100 metri. La abbandono al bivio per Ascrea, ormai immerso in bellissimi boschi, dove inizia il tratto di strada non asfaltato tutto in ombra che scende appunto ad Ascrea, un borgo che domina la costa est del lago artificiale del Turano, sotto al monte Navegna.

In prossimità del paese la strada percorre a mezza costa una stretta valle e sovrasta quella che credo si chiami gola dell’Ovito. Ci sono antichi segnali stradali a cui a un certo punto ne è stato aggiunto uno di divieto al transito a bici e pedoni, e infatti il percorso è in abbandono da anni, e proprio a un chilometro circa da Ascrea la strada è invasa da massi di roccia impressionanti crollati dalla parete sulla destra, che lasciano a malapena lo spazio per passare in bici, e poi chiusa da un masso eloquente messo apposta per fermare chi viene dal paese.

Si tratta di una strada comunale che insiste, come mi ha spiegato Pierina Federici che ringrazio, sui comuni di Varco Sabino ed Ascrea, ed è evidente che la sua messa in sicurezza richiede fondi che trascendono quelli disponibili da due piccoli comuni.

Ad Ascrea alle 2 del pomeriggio in giro non si vede anima viva. Domani arriveranno da Roma le scampagnate del 2 giugno forse, ma oggi nemmeno il baracchino dei giardini panoramici in cui tre anni fa comprai una bibita sembra aperto. Giù in valle, invase dal sole, si vedono le anse e l’isola del lago in corrispondenza di Castel di Tora.

È giusto che una strada che attraversa tra due cime una riserva naturale non sia tenuta in condizioni adatte al transito in sicurezza di veicoli a motore? Forse sì.

Ma che si neghi a ciclisti e camminatori questo passaggio, che lega la valle del Turano al cuore della riserva e permette di raggiungere in breve l’altro grande lago della zona, quello del Salto, mi sembra un peccato.

Questa puntata di Derrick è dedicata un’altra infrastruttura che ha bisogno di essere sottratta all’abbandono e riutilizzata in modo nuovo. Non possiamo pensare solo alla rete delle grandi comunicazioni tra capoluoghi e non salvare il tessuto connettivo dei tanti tesori sparsi tra borghi, riserve, comunità montane.

Se le prime strade nel West americano o la ferrovia in Siberia crearono insediamenti, da noi salvaguardare queste connessioni significa rendere di nuovo frequentabili parti vaste delle nostre bellezze. Non basta ristrutturare le seconde case nei borghi perché qualcuno vada a visitarli.

Se davvero si rimetterà mano al PNRR, spero lo si farà anche in quest’ottica.

Ringrazio per questa puntata la consulenza di Pierina Federici della Locanda Belvedere di Ascrea (link sotto).


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domenica 23 gennaio 2022

Ciclovia adriatica (Puntate 511 e 512 in onda il 18-25/1/22)

Vista da punta Aderci verso nord (copyright Derrick)
Vista da punta Aderci verso nord (copyright Derrick)
C’è una regione d’Italia la cui costa è quasi interamente dotata di piste ciclabili in gran parte direttamente sul mare e lontane dalla strada statale principale. A volte integrate in passeggiate di lungomare turistici ormai sempre più arredati e popolati di “chalet”, come va di moda non so bene da quanto chiamarli, che ospitano innumerevoli ristoranti di pesce, pizzerie e gelaterie d’inverno in buona parte chiusi e che nondimeno scandiscono le pedalate tra vento freddo e odore di salsedine.

Questa regione è l’Abruzzo. Il 30 dicembre 2021 l’autore di Derrick è partito dal centro di San Salvo, poco nell’entroterra rispetto all’estremo meridionale della costa d’Abruzzo, e ha iniziato la pedalata verso nord in un percorso che il marketing del turismo efficacemente ha battezzato costa dei trabocchi (che sono quelle costruzioni a palafitta sul mare per pescare, un po’ a forma di gru e piuttosto comuni nell’Abruzzo meridionale e in Molise). Un nome che se capisco bene si associa al tratto fino a Ortona, forse una cinquantina di chilometri da San Salvo. Ma come vedremo il percorso ciclabile prosegue con minime interruzioni fino al confine con le Marche, e valicato il Tronto – dove ancora manca un ponte ciclopedonale - continua ancora sostanzialmente ininterrotto fino a Cupra Marittima per una distanza totale da Termoli di circa 170 chilometri che tocca 3 regioni.

Ciò che distingue la parte più meridionale del percorso, la costa dei trabocchi appunto, è che sfrutta, come in altri casi fortunati in Italia, ampi tratti di infrastruttura lasciata libera dalla linea ferroviaria adriatica che in passato costeggiava il mare molto in prossimità. Chilometri e chilometri sono quindi dominanti sul mare e scanditi da scogli e tunnel ex ferroviari ora illuminati e dedicati alle bici.

Il tratto naturalisticamente più spettacolare però è anche uno dei pochi sterrati, a nord del porto di Vasto, nel promontorio di punta Aderci dove la vista domina decine di chilometri di costa, oltre che il trabocco d’ordinanza.

Proseguendo, con l’eccezione della sonnacchiosa località di Casalbordino dove la ferrovia ancora oggi è a un isolato dal lungomare che si percorre in bici, fino a Ortona il treno si nasconde perlopiù in galleria, e lo spettacolo della costa è tutto per le bici. A nord della città dominante sul mare la pista prosegue in modo spettacolare per un po’ (con vernice celeste ancora fresca il 30 dicembre a colorare le ruote), ma poi si interrompe prima di un nuovo tratto di costa alta che va superato con una strada asfaltata su alcuni tornanti, che è verosimilmente la vecchia Adriatica, oggi per fortuna decongestionata da quella nuova che evita il promontorio e sta più interna. E di cui bisognerà percorrere un paio di chilometri poco più a nord tra il fiume Arielli e Foro di Ortona, dove inizia l’interminabile lungomare di Francavilla che prosegue senza soluzione di continuità in quello di Pescara e poi ancora di Montesilvano, in una specie di metropoli lineare costiera.

Bici all'hotel Maja di Pescara

La seconda e ultima mezza giornata di viaggio è avvenuta il 31 dicembre 2021, in partenza dall’hotel Maja sul lungomare nord di Pescara, che ringrazio per avermi fatto ricoverare la bici in camera.

La ciclabile dei trabocchi è già terminata e l’ho lasciata alle spalle insieme ai trabocchi stessi e alle coste alte, ma non sono finite le bellezze.

Intanto c’è da completare quella che l’altra volta chiamavo la metropoli lineare che inizia a Francavilla e finisce dopo Montesilvano sul fiume Saline, che valico dall’Adriatica (uno dei pochi casi in cui mi capita di percorrerla) anche se ricontrollando le mappe avrei potuto forse percorrere il ponte di una strada secondaria e poi uno sterrato sul mare per poi attraversare sulla spiaggia il torrente Piomba, cosa forse ardua d’inverno e che potrebbe essere il motivo per cui il software di navigazione Komoot mi ha fatto passare sulla statale.

Pineta tra Silvi e Pineto
Sono ora a Silvi marina, dove la pista segue tranquilla il lungomare fino a un piccolo fiume che si supera con un ponte ciclopedonale dedicato (nella maggior parte dei casi in tutto il percorso ho trovato ponti non automobilistici sui fiumi) che porta a una zona di sottile ma bella pineta litoranea che dopo una breve interruzione riprende lunghissima un paio di chilometri a sud del paese di (non a caso) Pineto, dove il treno è rimasto vicino al mare e costeggia a lungo la pista. Anche a Pineto il torrente si passa con un ponte ciclabile,
e poi si prosegue sul mare, solitari e lontani dal traffico a Scerne di Pineto, dove la sensazione di rarefazione e tranquillità raggiunge forse il culmine. Dopo una zona pratosa, la ciclabile, qui mattonata, purtroppo non ha ancora l’infrastruttura per valicare l’importante fiume Vomano, per cui occorre prendere l’Adriatica per riportarsi poi sulla costa a sud di Roseto degli Abruzzi.

Ancora verde, con la riserva del Borsaccio, e poi ancora un rientro sull’Adriatica perché il cicloponte sul fiume prima di Giulianova è in manutenzione (o ancora in costruzione? Non so). Fa freddo e c’è nebbia, mi fermo per un cappuccino e bombolone alla crema al Caffè grande Italia in località Cologna, lasciando tranquillamente la bici ad attendermi fuori con tanto di borse mentre io mi riscaldo all’interno. C’è un clima di sommessa anticipazione di festeggiamenti di capodanno, e mentre faccio la mia seconda colazione gli altri clienti si dedicano all’aperitivo e alle carte da gioco.

A Giulianova inizia una nuova importante conurbazione costiera, con tanti hotel e ristoranti che attendono l’estate e lungomare turistici ormai riccamente infrastrutturati, e solo i ponti ciclopedonali sul Salinello e sul Vibrata segnalano il passaggio a Tortoreto e poi a Martinsicuro. Sul secondo chiedo a un anziano cosa siano quei grossi roditori che lui osserva sulle rive della foce Vibrata: nutrie.

Dopo tanta sonnacchiosa (e climaticamente fredda, aimè) tranquillità, riprendendo la statale per valicare il Tronto ed entrare nelle Marche dove sull’Adriatica e sulla parallela autostrada confluisce il raccordo autostradale da Ascoli, sembra d’esser finiti di colpo a Los Angeles. Sono intimidito dal ruggire dei TIR e alla prima opzione mi ributto sul lungomare.

A Nord della riserva naturale della Sentina, l’atmosfera a porto d’Ascoli con la sua passeggiata lungomare iperarredata sembra oggi rarefatta. Fa freddo. Guardo gli orari dei treni per tornare giù a San Salvo dove ho lasciato la macchina, sperando di trovare posto sulle rastrelliere delle bici.


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Tutte le "camminate impossibili" di Derrick in ordine anticronologico:
http://derrickenergia.blogspot.com/search/label/Camminate%20%28im%29possibili


domenica 12 settembre 2021

Camminate (im)possibili: il parco della Maremma (Puntata 496 in onda il 14/9/21)

Il mare visto da uno dei sentieri
sui monti dell'Uccellina (foto Derrick)
Chi come me cammina o va in bici sa che purtroppo quasi tutti i percorsi interessanti devono fare i conti con accessi a proprietà private più o meno presidiate da minacce di cani cattivi (che per fortuna di solito non lo sono), cancelli, fili spinati.

In quest’episodio delle camminate impossibili di Derrick parlerò di un’area naturale pubblica anch’essa purtroppo di difficile accesso: il parco regionale della Maremma. In un’assolata mattina di inizio settembre [2021] guidavo pigramente sull’Aurelia in direzione Roma da Grosseto e mi sono fermato a Talamone per una passeggiata. Ho sempre nel bagagliaio scarpe e zaino pronti per camminare, quando non c’è anche la bici, e ho pensato di farmi un giro per il parco della Maremma, che si estende nei monti dell’Uccellina che si alzano tra Talamone a Sud e, credo, un canale poco sotto la Principina nei pressi di Marina di Grosseto, a Nord.
Una zona non vastissima, ma meravigliosa, e con accessi al mare solitari in cui – nella mia piccola esperienza – i pochi bagnanti arrivano perlopiù via mare con barche private. Lasciata l’auto nel parcheggio dell’acquario di Talamone (chiuso, immagino per covid) dove c’è anche la Pro Loco (era chiusa) ho iniziato a salire a piedi verso uno dei sentieri più ovvi che vedevo nelle mie applicazioni di mappe per bici e trekking, che si stacca da una delle tante strade private verso le ville sul mare.

Trovo una barriera per impedire auto e moto, ma anche un inaspettato cartello che indica l’obbligatorietà di prenotare una visita guidata nel periodo estivo.
Io avevo lì per lì deciso di mettermi gli scarponcini, e in generale pianifico molto poco delle mie scorribande. Mentre avrei senza problemi pagato un biglietto sapendo che contribuisce alle spese del parco (anche se ho qualche dubbio che le zone naturali demaniali debbano essere messe a reddito), ho trovato poco ragionevole non potermi muovere in autonomia. I tour guidati richiedono investimenti di tempo, attese, lentezze di cui non avevo e generalmente non ho voglia: camminare o andare in bici nella natura è anche un modo per stare con me, per assecondare i miei ritmi. Voglio poter andare veloce e sudare quando mi va, o fermarmi con l’ebookreader per ore se e dove ne ho voglia.
Capisco dal sito del parco della Maremma, che linko sotto, che il controllo degli accessi – che include quello dell’identità immagino - ha anche la funzione di prevenire incendi dolosi, e va bene. Ma addirittura imporre la scorta mi sembra eccessivo, anche perché i malintenzionati possono comunque accedere, perché difficilmente un recinto molto vasto è inviolabile a chi voglia violarlo. E in generale: un parco naturale non dovrebbe essere troppo difficile da fruire, a mio avviso.

Uno dei motivi per cui ho trovato complessivamente deprimente il mio unico safari africano è proprio l’impossibilità di muovermi in autonomia. Lì c'era il rischio di essere sbranato da un leone, ma in generale (e questo vale anche per i grandi parchi nordamericani dove nemmeno mancano animali pericolosi come l’orso bruno) credo che l’obbligo di pagare un biglietto dovrebbe essere scisso dalla privazione della libertà di fruizione eventualmente solitaria, quand’anche nel rispetto delle regole che sempre i parchi hanno.
Avviso a Talamone

Insomma, lo confesso: ho proseguito il mio giro, anche perché il sentiero di ingresso da Talamone non aveva cancelli chiusi. Ho camminato per un paio d’ore su un crinale di bosco da dove ogni tanto si aprivano splendide viste verso le calette sotto – puntinate da barche di diportisti a bagno – fino a scendere in una zona dove un torrente secco, che in alcune mappe vedo chiamato Fosso della Campana, raggiunge il mare in un’ampia, accogliente, pacifica spiaggia di scogli e vegetazione. Peccato che proprio alla fine della discesa del sentiero si stagli un cancello ermetico che protegge una vasta recinzione: ero, in altri termini, in gabbia.




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lunedì 7 ottobre 2019

A piedi a La Digue (Puntata 411 in onda l'8/10/19)

Rappresentazione dell'isola di La Digue
con indicazione dei sentieri (linee tratteggiate)
tratta dall'app "Maps 3D"
Per la serie “camminate impossibili”, oggi parlo di un luogo tropicale che ho visitato di recente: l’isola La Digue delle Seychelles, l’arcipelago africano nell’Oceano Indiano.

Un’isola così piccola che potrebbe fare a meno di veicoli a combustione, e in effetti ne ha molto pochi, perlopiù camioncini e mezzi per lavori edilizi.
Le strade principali sono strette piste in cemento, si diramano nell’unico centro abitato e si allontanano da lì solo verso tre luoghi: un’aspra altura centrale, la spiaggia grande a Sud-Est (Grand Anse in creolo), e mezzo periplo dell’isola a Nord, fino a un punto in cui la pista in cemento lascia spazio a scogli che è possibile, per proseguire il giro, costeggiare a piedi solo quando il mare è basso.
Se nelle due isole principali i noleggi d’auto si contendono i turisti all’arrivo di traghetti e aerei, qui ci sono quelli di bici. Quasi tutte un po’ massicce, datate e con le catene arrugginite dalla salsedine. Alcune, per i turisti più sedentari, sono elettriche. Tutte fanno su e giù per le vie principali tra gli stralli in corrispondenza della Grand Anse, i ristoranti e le “villas” di residenza per turisti. 

Casa-palafitta
in costruzione sulle rocce
Che si moltiplicano in modo impressionante. Occhio e croce direi che un decimo degli edifici è in fase di edificazione, anche in punti dove sembra impossibile che un’autorità possa aver rilasciato il permesso, come a ridosso di una spiaggia dell’estremo Nord dove un ricco inglese – così riferisce un locale – ha realizzato una struttura in cemento di casa con terrazza su esili aeree palafitte che si appoggiano sugli scogli granitici sottostanti (foto).


Se l’urbanizzazione procede a questo ritmo, La Digue sarà tra poco un residence senza interruzioni.

Ma oggi per trovare il cuore selvaggio dell'isola basta arrancare verso gli speroni centrali di Belle Vue fino alla fine della strada, proseguire su una carrareccia fino a una modesta fattoria da cui una giovane donna si è affacciata per indicarmi, perplessa, il sentiero che attraverso la giungla scende fino a Anse Coco. “Prosegui fino all’albero di cannella (cinnamon tree) e lì inizia” ha detto.
Io che facevo fatica anche a distinguere una dall’altra le piante nel groviglio della foresta, figuriamoci riconoscerle.

Un varco verso il mare
dal sentiero nella giungla
Ma il sentiero c’è. Madido e a tratti cancellato dal fogliame e da nuova vegetazione, pieno di lucertole (o gechi?) diafane e impressionanti come feti prematuri e sempre coperto da chiome di varie altezze. Evita i massi granitici color caffelatte. A volte scende lungo una valle, altre sta a mezza costa. Solo in un caso si apre a una finestra sull’acqua celeste delle spiagge più in basso, alle quali infine conduce con un tratto ancor più equatoriale di felci e alocasie giganti.

Non sarei mai riuscito a orientarmi senza il satellite e un’applicazione sul telefonino che uso in questi casi (foto in alto) e che non capirò mai dove prenda le informazioni sui sentieri di tutto il mondo, precise al metro. E tra liane, fogliame che nasconde interstizi tra rocce scivolose, steli di palma spinosi, anche solo pochi metri fuori strada possono essere complicati.


(Ringrazio Grazia Morea e Caterina Caravaggi per l’aiuto nell’identificazione della flora)


sabato 18 maggio 2019

Amsterdam-Zurigo in bici (Puntate 397-8 in onda il 21-28/05/19)

Il gruppo nei pressi di Wageningen (Olanda)
Questa puntata avrà qualche analogia con quelle del ciclo “le camminate impossibili”, reportage di percorsi fatti inconsuetamente a piedi, ma qui si tratta di un viaggio in bici, piuttosto lungo: da Amsterdam a Zurigo, 870 chilometri in 9 giorni e mezzo, nel quale sono stato coinvolto da Michele Sciuto, fisico di formazione oggi professionista esperto di automazione industriale ad Amsterdam, la cui casa è stata la base di partenza. Con lui altri due amici: Cesare Navarotto, che conosco da 40 anni, già responsabile del canale web di Quotidiano Nazionale a Bologna, e Vittorio Lagomarsino conosciuto invece qui, architetto genovese, tutti più che quarantenni. Per due tappe e mezzo sarà con noi anche il giovanissimo Timothy Baldacci, designer di interni toscano stabilitosi ad Amsterdam.

Per me si è trattato di un esperimento completamente nuovo. Non credo avessi mai percorso prima più di una quarantina di chilometri di fila in bici, e mai in giorni consecutivi.
La bici, ordinata in precedenza da Michele, l’ho ritirata al Decathlon di Amsterdam il giorno prima della partenza, una bici “da corsa” economica, con telaio in alluminio, freni a ganascia, gomme sottili, che ho dovuto subito appesantire con una struttura per borse posteriori laterali. Con l’incoscienza dell’incompetenza, ho tenuto la sella fornita con la bici, piuttosto dura e sottile. Scelta che alla fine non si rivelerà poi cattiva.

Pronti alla partenza
Il 27 aprile 2019 ad Amsterdam il cielo è minaccioso ma verso le 10 di mattina non piove, e si parte. Cesare e Michele sono dotati rispettivamente di navigatore da bici e supporto per telefonino in modo da poterne consultare il display pedalando. Io novellino non ho questi accessori, ma ho comprato un software che permette di pianificare e memorizzare un percorso sul telefono per poi ricevere indicazioni in cuffia mentre si va. Saranno circa 150 i chilometri che farò in solitaria usando la navigazione, perché avanti o indietro rispetto al gruppo o per aver scelto percorsi diversi intanto che ascolto dalla voce sintetica toponimi olandesi, tedeschi e francesi sempre pronunciati all’anglosassone con esiti comici.

Attraversare Amsterdam si rivelerà la parte più pericolosa del viaggio, con ciclisti che vanno come matti e non sono ligi alle corsie come invece sperimenteremo in Germania.
Per fortuna siamo presto fuori città. Il tracciato punta ora a Sud-Est verso Ede, a un’ottantina di chilometri dalla capitale, e prima di arrivarci becchiamo il primo acquazzone. Che ci sia un’area portabici nell’hotel olandese è scontato, e la quasi totalità della tappa l’abbiamo fatta su ciclovie asfaltate.

Il giorno dopo Timothy si aggiunge al gruppo dalla stazione di Ede, e dopo solo due mulini a vento avvistati e molti miasmi bucolici di campi in concimazione lasciamo l’Olanda a Grafwegen, un paesino di campagna che prelude all’attraversamento della bellissima foresta Reichswald in un rettilineo di oltre 5 chilometri di leggero saliscendi.
Più tardi invece il percorso purtroppo si affianca a strade anche trafficate, ma ne è quasi sempre segregato.
Io temevo il dolore al sedere, ma arrivati in hotel mi accorgo di avere un problema peggiore: il tendine d’Achille sinistro è rosso e dolorante. Sono preoccupato e salto la cena.

La terza tappa ci porta ad affiancare per la prima volta il Reno, che poi ci farà a lungo compagnia, a Neuss, una città-satellite di Düsseldorf.
Cattedrale di Colonia
Arriviamo a Colonia nel pomeriggio inoltrato dopo una giornata di sole. Infatti Michele, che per quasi tutta la tappa ha portato sulla sua bici le mie borse per darmi sollievo al tendine (è il duro del gruppo, oltre che il più esperto e l’organizzatore. Ostenterà quasi sempre calzoni corti malgrado il clima spesso rigido, quasi ogni mattina sbraiterà se gli altri - io in primis - non sono pronti) è visibilmente abbronzato. Io invece la sera zoppico vistosamente. Spalmo un antinfiammatorio sul tendine che ha un pessimo aspetto e brucia sfiorandolo o a contatto con l’acqua anche solo tiepida. Su consiglio del mio medico (appassionato di ciclismo) abbasso un po’ la sella per smettere di distendere il tendine a fine pedalata.
L’aspetto nero e striato dell’enorme cattedrale di Colonia la fa sembrare reduce da un incendio.

Nel paesino di Widdig
a S dell'immensa zona industriale di Colonia
inizia un lungo tratto di ciclovia sul Reno
Il giorno dopo attraversiamo nella prima ora zone industriali con tanto di ciminiere a perdita d’occhio. Poi iniziano finalmente lunghi tratti di ciclovia sull'argine del Reno, e ci concediamo una seconda colazione nella graziosa piazza di Bonn. Qui Timothy ci lascia per tornare in treno ad Amsterdam.

Verso la prossima sosta prevista a Coblenza pedaliamo quasi sempre di fianco al Reno, tra tranquille aree verdi, paesi con grandi hotel un po’ andati che mi ricordano sanatori, imbarcaderi e chiatte che risalgono il fiume più lente di noi. Per evitare sfregamenti tendinei pedalo con dei sandali in pelle sopra ai calzini, sembro quasi un locale.

Centrale nucleare in smontaggio di Mülheim-Kärlich,
sul Reno a pochi km a N di Coblenza
Mi fermo ad ammirare la centrale nucleare di Mülheim-Kärlich, che scoprirò avere una stranissima storia, quasi italiana, di anomalie autorizzative che ne hanno impedito l’operatività per gran parte della sua esistenza. Ora stanno proprio smontando la torre di condensazione lavorando apparentemente con una cabina a cavalcioni dell’orlo superiore, senza gru.

Mi sento meglio e stavolta non mi perdo la cena tedesca.

Vigneti e pale eoliche
vicino a Gumbsheim,
in una zona collinare
del Rheinhessen 
Da Coblenza torno a pedalare a pieno carico liberando Michele dalle mie borse. Lasciamo la bella cittadina il primo maggio per la riva sempre sinistra (orografica) del Reno ancora avvolta di foschia. La zona ora è collinare, si alternano castelli nelle alture e villaggi medievali non lontani dalla ciclovia.
Il piano prevede di staccarci dal fiume a Bingen, per evitare una decisa ansa verso Est e proseguire più razionalmente verso Sud, il che implica però per la prima volta dislivelli notevoli e salite dure tra stradine in cemento o sterrate in mezzo a vigneti, parchi eolici e paesini tombalmente quieti nel giorno festivo.
I miei compagni imboccano un tratto particolarmente impervio che io preferisco non fare con le mie ruotine, così devo riprogrammare un percorso più lungo e su strada statale, e resto parecchio staccato dal gruppo.

Assaporo così in pieno la sensazione un po’ inebriante di gestire le mie forze mentre sento che il corpo risponde al nuovo stress e mi sembra che potrei continuare per mesi a fare 100 km al giorno.

Vicino al villaggio storico di Alzey pernottiamo in un motel probabilmente nato per ospitare le squadre di costruzione e manutenzione della selva di rotori eolici. Niente ricovero per le bici stavolta: dormono in stanza con noi.

Al confine tra Germania e Alsazia
Una coppia locale ci rimprovera di bere birra proprio qui nella regione del vino: recuperiamo già il giorno dopo a pranzo io Cesare e Vittorio, approfittando del ritardo di Michele che per una riunione al telefono ci ha dato un paio d’ore di vantaggio. Del resto la Weinstrasse, nella parte meridionale della regione del Rheinhessen, è disseminata di cantine e locali con degustazione.

Da giorni le previsioni minacciano pioggia, e la pioggia arriva a Erxheim. Peccato: avevo voglia di andare ancora, invece pochi chilometri più a sud dobbiamo concludere la tappa.

Il 2 maggio andiamo a riprendere il Reno al confine con l’Alsazia, in una bellissima zona di parchi verdi con canali, chiuse e postazioni per il birdwatching. Per quasi tutto il tratto in Alsazia a sud di Strasburgo affiancheremo un canale parallelo al fiume spesso interrotto da chiuse con tanto di casette d’azionamento e ponticelli. Mentre il gruppo decide di raggiungere il capoluogo via strada automobilistica, io resto fedele al fiume e percorro 20 chilometri ininterrotti di rettilineo di fianco all’argine scalabile solo in alcuni punti di attracco per chiatte, che in questa zona sono collegati a fabbriche con nastri trasportatori sospesi. Qui Francia, di là dal fiume Germania.
“Area di pericolo tecnologico” dice più pomposo che inquietante un cartello prima di ogni insediamento industriale.

Strasburgo
La città del Parlamento europeo mi accoglie con chilometri di parco rigoglioso e cartelli che ricordano che mi trovo sulla ciclovia europea 15 finanziata con fondi strutturali UE.
Attraverso il centro affollato di turisti e colorato fermandomi brevemente: ho voglia di pedalare e riprendo subito per il canale. Ma le nuvole rabbuiano tutto. Ho poca carica nel telefono che tengo spesso offline, finché ricevo un messaggio di Cesare arrabbiato perché si aspettava che il gruppo si ricomponesse a Strasburgo.
Mi faccio perdonare prenotando per la notte al castello (sic) di Werde, dove arrivo bagnato e infreddolito ma abbastanza in anticipo sugli altri da farmi una doccia calda lunga a piacere.
Il proprietario non ha un riparo per le bici da offrirci (il cliente-tipo, del resto, arriva in Porsche).

Il castello di Werde
vicino a Matzenheim 
Il giorno dopo il freddo continua e le nuvole sono minacciose, finché inizia una pioggia violenta che ci costringe a riparare in un ristorante. Poco dopo vediamo dalla finestra che sta nevicando (sic). Non è possibile. Decidiamo dolorosamente di restare al ristorante Chez Pierre (che ha stanze a disposizione) anche per la notte. È un brutto colpo, una cesura di ritmo che non ci voleva. Mentre oziamo a letto ci rendiamo conto che l’unico valico alpino verso Milano che potevamo sperare di percorrere, il Sempione, non sarà quasi certamente praticabile. E io realizzo che un tratto in treno farebbe perdere tutto il senso alla mia piccola impresa. Sono pensieroso.

Basilea
L’indomani il freddo è al suo apice. Dopo poco più di un’ora di viaggio a due gradi centigradi dobbiamo fermarci in un bar per un tè caldo. Michele è costretto a dismettere i pantaloni corti.
Il canale di fianco al Reno continua fino alla bella Basilea (nuovo confine di Stato), ma stavolta la ciclovia è perlopiù sterrata e quindi un po’ più faticosa (e fangosa).

Ci godiamo la grande piazza pedonale dominante di Basilea, dove il Reno curva verso Est e noi con lui. Ho deciso che non voglio prendere il treno sotto le Alpi e che il mio viaggio terminerà a Zurigo. Intanto finiamo l’ultima tappa insieme a Schinznach Bad dopo notevolissimi dislivelli su strada automobilistica e belle colline verdi.
Il paesino offre poche amenità. Mi distraggo contando gli strani lividi che ho sulle gambe. Ci ospita un hotel aperto solo per noi da un tizio che viene a farci entrare e pagare e poi se ne torna via dopo aver purtroppo chiuso a chiave la sala-ristorante.

Gli altri continueranno a Sud in bici, prendendo il treno sotto al passo San Gottardo. Una volta in Italia, Michele e Cesare raggiungeranno Milano in treno: piove, fa freddo.
Vittorio invece resisterà e in altri due giorni raggiungerà la sua Genova.


Il mio viaggio fino a Zurigo è stato di 870 chilometri di cui poco meno di 600 su piste ciclabili, con un dislivello totale di 3500 metri, quasi tutti nella zona dell'Assia Renana e in Svizzera.

sabato 9 settembre 2017

Cherso, l'isola salvata (Puntata 326, in onda il 12/9/2017)

Pendici del bosco nei pressi di Lubenice a Cherso (Lubenizze in Italiano)
La grande isola dalmata di Cherso, nel nord dell’Adriatico, romana nell’antichità insieme alla vicinissima Istria, poi parte della repubblica di Venezia, degli Asburgo, poi insieme all’Istria passata alla Jugoslavia nel ’47, oggi è in territorio croato.


Gli esuli italiani

Anche da Cherso dopo la seconda guerra mondiale molti italiani hanno iniziato a scappare, ancor prima del trattato di Parigi del ’47 che assegnò l’Istria e Cherso alla Jugoslavia, la quale si avvalse del suo diritto di chiedere l’uscita da questi territori di chi scegliesse di mantenere la nazionalità italiana, completando così una diaspora di massa di cui è facile trovare anche sul web immagini drammatiche, come quella della nave Toscana che si appresta a salpare da Pola carica di profughi italiani che attendono l’imbarco con carretti stracarichi e cappotti sotto la neve.

Tra gli esuli italiani da Cherso, lo scrittore e storico Luigi Tomaz, morto nel 2016, che sulla storia dell’isola ha scritto vari libri. Stabilitosi a Chioggia, è stato eletto sindaco della città per due mandati.

Ma anche a Cherso si fanno abusi,
come questo incredibile ampliamento
in cemento di una casa di pietra
a Lubenice, che addirittura copre un lato
dell'arco in pietra retrostante.

La conservazione di Cherso

Oggi Cherso è una delle più incontaminate isole croate, coperta per buona parte di foreste, con uno sviluppo edilizio moderno quasi esclusivamente limitato a un paio di quartieri del comunque piccolo capoluogo omonimo, che ospita circa 3000 residenti.

Più o meno al suo centro, l’isola ha un grande lago artificiale d’acqua dolce gran parte della cui profondità è sotto il livello del mare, e che rifornisce gli acquedotti dell’isola e di quella più a sud, Lussino, separata da Cherso solo da un piccolo canale navigabile realizzato in epoca romana.
I borghi a Cherso, arroccati o pescherecci, sono piccoli e hanno in generale conservato la struttura originaria con case in pietra dalle finestre piccole, separate da viottoli molto stretti. Le proprietà di boschi e pascoli sono delimitate da muretti a secco scavalcati da cervi che è facilissimo incontrare anche all’interno del villaggio di Punta Kriza.

Cosa ha determinato una conservazione così meravigliosa di quest’isola?
Se l’Italia non l’avesse persa con la seconda guerra mondiale, l'isola avrebbe avuto uno sviluppo diverso, sarebbe stata disboscata come quasi tutto il territorio italiano sfruttabile per agricoltura o insediamenti?

Non lo so. Le vicine Veglia (Krk) e Rab, molto più urbanizzate e rovinate, suggeriscono una risposta negativa.
Resta dunque il felice mistero.


Link utili:

martedì 6 giugno 2017

Turismo macabro? (Puntata 315)

I segni rossi rappresentano le barriere al traffico.
HR sta per Hotel Rigopiano.
La situazione risale al 3/6/2017.
L’altopiano di Campo Imperatore e la catena del Gran Sasso sono tra i luoghi più maestosi e affascinanti d’Italia, all’interno del parco nazionale del Gran Sasso e dei monti della Laga.

Pochi giorni fa volevo raggiungere per un’escursione il monte Camicia, la vetta più orientale del gruppo, e mi avvicinavo in auto dal teramano, a nord. Non volevo fare l’autostrada fino ad Assergi ma il per me più razionale passo di Vado di Sole collegato al paese di Cancelli dalla Strada Provinciale 37 (della provincia di Teramo).
Una strada di montagna molto bella, proprio alla base della imponente parete nord del monte Camicia, ma che da quando ho memoria sembra priva o quasi di manutenzione, d’inverno è soggetta a valanghe e frane e purtroppo ho scoperto essere chiusa anche nella data della mia perlustrazione (3 giugno 2017), benché sul sito della provincia nei giorni successivi si trovassero solo ordinanze di vecchie chiusure invernali.

Sperando di poter aggirare una o più frane motivo del blocco, la mia alternativa per raggiungere Vado di Sole a questo punto potevano essere una serie di strade locali, anche sterrate, per intercettare la strada comunale di contrada Rigopiano che da Farindola sale fino a unirsi alla parte più alta della SP 37 in prossimità del valico Vado di Sole.

Arrivato alla strada per Rigopiano, ho trovato alcune auto, perlopiù fuoristrada, ferme in corrispondenza di un blocco con divieto di transito. Da una è scesa una signora che mi ha detto di essere in procinto di fare un’”ispezione” e mi ha chiesto dove andassi. “È chiuso” ha detto. Le ho chiesto perché. Mi ha risposto che era incredibile non lo sapessi: era chiuso per evitare il “turismo macabro” alle rovine dell’hotel Rigopiano, benché la strada fosse in condizioni percorribili.

Il monte Camicia mi aspettava e non ho approfondito, visto che mi sarebbe toccata più di un’ora d’auto di percorso alternativo, quando mi ritenevo già a un quarto d’ora dalla meta.

A casa però ho cercato invano sul web la delibera del sindaco Lacchetta di Farindola, citata da giornali locali tra cui "Il Pescara" (link sotto), che in effetti chiuderebbe il transito di contrada Rigopiano per evitare i problemi di viabilità causati dal “turismo macabro”.
Lo stesso sindaco secondo questa fonte solleciterebbe (giustamente) la provincia a riaprire la SP 37.

Bene, io penso questo:
  • Non sono affari di nessun amministratore i motivi per cui la gente si sposta. Reagire a presunte intenzioni censurabili traendone divieti è anzi a mio avviso un abuso di potere.
  • Sono invece affari degli amministratori assicurare l’uso in sicurezza delle infrastrutture di loro competenza e far rispettare le regole di comportamento nel parco nazionale (cosa che, stando a notizie che riporto sotto, non sempre è avvenuto anche nel comune di Farindola).
  • Impedire a un’area molto vasta del teramano di arrivare velocemente a Campo Imperatore in stagione estiva è una lesione enorme della qualità della vita di chi ci vive o di chi visita una zona che giustamente punta, o dovrebbe puntare, all’attrattività delle sue bellezze naturali.
Consiglio anzi all’amministrazione di Farindola di intercettare i cosiddetti turisti macabri e non solo aiutarli a scoprire la zona con accoglienza e servizi, ma anche raccontargli cosa è successo a Rigopiano, magari con un centro documentazione. Che, certo, dovrà in parte attendere la verità processuale prima di fornire informazioni definitive.

Macabri, in questa storia di divieti, a me sembrano solo il moralismo di maniera, la paura della conoscenza e della trasparenza.
Derrick è a disposizione di esperti e amministratori per ospitarli e approfondire il tema.


Censura per Derrick da "Il Pescara"

Derrick ha proposto alla rubrica di segnalazioni dei lettori del Pescara, citato qui come fonte, il testo di questo articolo. Dopo alcuni giorni, è arrivata una mail - priva di spiegazioni e da un indirizzo a cui non è possibile rispondere - con la quale il giornale comunica che l'articolo non è stato "approvato".


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