martedì 12 dicembre 2017

Credere disobbedire combattere (Puntata 339 in onda il 12/12/17)

Ho letto il libro di Marco Cappato, Credere disobbedire combattere, uscito con Rizzoli a ottobre 2017.

Per qualche motivo mi aspettavo di imbattermi in un’autobiografia, genere che mi piace. In realtà ho trovato una cosa diversa: un libro su un metodo, la disobbedienza civile, che si accompagna - non tanto paradossalmente - al rispetto del diritto, e su temi ai quali questo metodo è stato applicato da Cappato e dai suoi compagni politici.
Temi che hanno il filo conduttore direi della libertà, una libertà “concreta” come la definisce lo stesso Cappato raccontando il suo impegno a favore dell’autodeterminazione dei malati terminali sull’interruzione delle cure. Chi nega questa libertà, scrive Cappato, lo fa in nome di una molto ideale libertà assoluta, quella di affrancarsi da scelte dovute a una contingenza dolorosa, e “in nome della libertà assoluta nega il diritto a esercitare una libertà concreta, inevitabilmente condizionata dagli accidenti della vita. Ma la libertà non è mai assoluta”.

Cappato e i Radicali hanno lottato e lottano contro ingerenze incomprensibili o eccessive da parte dello Stato. È la cultura liberale, l’obiettivo di “smontare lo Stato dove non serve (le leggi proibizioniste, con i loro apparati per applicarle) e rimontarlo dove serve (conoscenza, democrazia)”.

Proprio il proibizionismo è un capitolo importante del libro. Il 43% dei detenuti in Italia è in cella per violazione delle leggi sulle droghe, scrive Cappato, comprese sostanze psicotrope non più pericolose di altre legali come alcool e sigarette. E racconta di quando nel 2012, in seguito a una restrizione della libertà degli stranieri di frequentare i coffee shop olandesi, lui con altri si fece bloccare all’ingresso di uno di questi per poi denunciare la natura discriminatoria della norma, fino a farla annullare un anno dopo da una sentenza della corte di giustizia europea.

Un capitolo particolarmente impressionante è quello sulle tecniche di riproduzione assistita e di interventi anche solo diagnostici sugli embrioni, perché è impressionante il livello di arbitrio e insensatezza delle limitazioni della norma che lo riguarda: la legge 40 del 2004. Che tra le altre cose obbligava (prima di una serie di interventi delle corti) alla crioconservazione a tempo indeterminato di embrioni inutilizzati vietandone l’uso a scopi di ricerca.

C’è qualcosa di più stupido che impedire la ricerca scientifica?
Quasi tutti i grandi salti in avanti della scienza comportano problemi di regolamentazione anche profondi e inediti, ma il proibizionismo probabilmente è il modo più autolesionista di affrontarli.

Sul finire il libro tocca uno dei più recenti tra questi problemi, legato alla possibilità dei principali social network, soprattutto Facebook, di gestire grandi masse di informazioni sui loro utenti, e di poterle elaborare tanto da prevedere anche le decisioni di voto. Uno strumento potente per campagne elettorali.
Cappato cita Simon Kuper che dice che nell’era degli algoritmi di elaborazione dati il voto non è più segreto. Un’affermazione a mio parere inutile quanto quella di uno che si lamenti con un amico che lo conosce bene, e lo sa interpretare, che per lui i suoi pensieri non sono più un segreto. Un conto è diventare prevedibili, un conto perdere la possibilità di determinare la propria scelta in modo diverso dalle previsioni (certo: scelta condizionata, e qui torniamo al discorso sopra sulla libertà inevitabilmente, antropologicamente incompleta).
Pensare di limitare l’uso di tecnologie nell’elaborazione dei dati sarebbe simile al pensarlo riguardo alla ricerca sugli embrioni. Qui il problema, se mai, è di nuovo una questione di regole liberali: la necessità di impedire a qualcuno di sfruttare un monopolio danneggiando la società.


Credere disobbedire combattere, di Marco Cappato, Rizzoli, è un libro appassionante e limpido su perché hanno senso le idee radicali e liberali del suo autore e dei suoi compagni di politica. Un libro per me molto utile, che consiglio a tutti e regalerò a molti.

sabato 2 dicembre 2017

Le camminate (im)possibili IV - Aeroporto di Zurigo (Puntata 338 in radio il 5/11/17)

Per la serie “Camminate (im)possibili” qualche tempo fa ho sperimentato e raccontato qui (link sotto) un percorso a piedi dall’aeroporto internazionale di Fiumicino a un centro commerciale a pochi chilometri di distanza, e constatato quanto le infrastrutture stradali non fossero concepite per permettere un simile spostamento in sicurezza, né in uscita dall’aeroporto né tra il centro commerciale Da Vinci e la pur vicinissima stazione ferroviaria di Parco Leonardo.
Percorso a piedi da Nord (aeroporto di Zurigo) verso Sud

Il 30 novembre 2017 approfittando di una trasferta di lavoro ho ripetuto l’esperimento di uscita pedonale da un aeroporto verso la città. Stavolta dall’aeroporto di Zurigo. Volevo vedere se i luoghi comuni sulla Svizzera ben organizzata e attenta all’ambiente – e quindi si presume ai pedoni – fossero almeno in questo caso confermabili.

Lo dico subito: purtroppo per noi, sì.

Vediamo i dettagli: il mio obiettivo era lasciare il terminal dell’aeroporto e raggiungere Glattpark, una zona residenziale e amministrativa in direzione del centro città, nell’area della cittadina-satellite di Opfikon, con destinazione un hotel a circa 5 chilometri dall’aeroporto.

Dunque esco dal terminal e con l’aiuto di Google maps vado verso Sud-Est costeggiando la zona dove si prendono i taxi. Inizialmente sono un po’ spaesato: non vedo indicazioni pedonali, temo di finire in qualche accesso ad aree tecniche senza transito.
Invece il marciapiede prosegue e dopo un centinaio di metri sono a un incrocio di piste ciclabili e pedonali con indicazioni specifiche per varie destinazioni.
Da lì in poi non faccio che percorrere piste ciclopedonali, inizialmente lungo la carreggiata verde di un tram (alternativo al treno) che collega l’aeroporto con il centro di Zurigo, carreggiata che poi attraverso tramite un passaggio a livello specifico per cicli e pedoni (è il primo che vedo in vita mia).

Passo quindi davanti a un edificio industriale con grandi vetrate che ha tutta l’aria di essere la centrale termico-energetica dell’aeroporto. Proseguo su pista lungo un’arteria stradale, dove un sottopasso permette di superare l’incrocio con una superstrada nei pressi dell’hotel Hilton, ma proprio qui – orrore – trovo in una scarpata piccole tracce di rifiuti gettati forse da ciclisti in corsa, che mi affretto a documentare con foto. Ormai il tramonto è passato (ma il disco solare già prima era dietro alle nubi). Fa un po’ freddo ed è prevista neve a breve: allungo il passo fino al mio hotel.

Trovare i rifiuti (ci sono!)
Dunque. L’esperimento dice che non è così impensabile combinare lo spostamento a piedi o in bici con un viaggio aereo. Pur di trovarsi nel posto giusto.

Gli altri episodi delle camminate (im)possibili sono qui.

domenica 26 novembre 2017

Le camminate (im)possibili III (Puntata 337 in onda il 28/11/17)

Ho ricevuto segnali di interesse verso un paio di vecchie puntate di Derrick in cui facevo il reportage di miei spostamenti a piedi tra luoghi molto frequentati della periferia romana. Percorsi che moltissimi pedoni suppongo avrebbero interesse a fare ma che la città non sembra progettata per assecondare, oppure che per pigrizia o cultura non vengono tentati.

In rosso, con partenza dal basso, il percorso a piedi.
Bene, questa è una nuova puntata della serie, e stavolta la sfida è particolarmente semplice: andare a piedi a Roma dalla fermata della metro B di Ponte Mammolo alla sede degli uffici di Terna, il gestore della rete elettrica d’alta tensione in via Galbani 70.

Un chilometro scarso in linea d’aria nella periferia nordest della città, vicino a dove la via Tiburtina incrocia il fiume Aniene.


Affronto il tragitto il 23 novembre 2017 approfittando del sole e di una riunione di lavoro a Terna, e vi dico subito l’esito: a differenza dei casi precedenti, stavolta non trovo mancanza di infrastrutture pedonali. Nessuno svincolo automobilistico non protetto da percorrere o attraversare, nessun cul de sac, nessun guardrail da scavalcare. Solo rifiuti e stato d’abbandono dei percorsi pedonali esistenti, e la sensazione d’essere l’unico in chissà quanto tempo ad avventurarmi col semplice fine di transito e non per trovare rifugio o gettare rifiuti.

Dunque esco dalla fermata ponte Mammolo, con le sue bancarelle, e verso Nord raggiungo l’arteria viale Togliatti che da queste parti fa un evidente tornante per connettersi
         La Chevrolet Corvette dell'86         
alla Tiburtina, tornante che come vedremo è reso meno utile dalla chiusura di uno svincolo, tanto che il tratto appare trasformato più che altro in parcheggio per chi prende la metro. Il marciapiede c’è e costeggia una scarpata piena di rifiuti. Lo percorro fino al tornante, nei pressi di un piazzale con un carrozziere dove ammiro una Chevrolet Corvette del 1986 in vendita, bianca con strisce blu. Peccato il parabrezza incrinato.
Mi tornano ricordi di quando ventenne mi aggiravo in piazzali vagamente western di sfasciacarrozze, temendone i cani da guardia, per cercare ricambi d’occasione per la mia Fiat Ritmo rossa dell’84.

Foto di Derrick, 2017
Un bus e auto in vendita fermi sullo svincolo chiuso
in uscita dalla Tiburtina

Torno in me e lascio il carrozziere verso lo svincolo in uscita dalla Tiburtina che pur apparentemente integro è chiuso al traffico, tanto che il suo tratto finale sembra usucapito dall’autocarrozzeria, con addirittura un bus gran turismo in sosta forse in attesa di cure. Mi sembra un caso evidente di infrastruttura pesante fatta e poi abbandonata.

     Il fiume Aniene e, a destra, gli orti     
Risalgo lo svincolo fin dove si stacca dalla Tiburtina (punto in cui è chiuso con blocchi di cemento) nei pressi del ponte sull’Aniene, fiume che là sotto scorre tra detriti e vegetazione rigogliosa, con una discarica di rifiuti gettati dal viadotto da un lato, e orti dall’altra parte.

Rifiuti sulla riva destra dell'Aniene
sotto lo svincolo chiuso
Sempre in percorso pedonale abbandonato e pieno di rifiuti, ma esistente, raggiungo la vasta via Furio Cicogna, poco attraente seppur costeggiata da verde e marciapiedi da entrambi i lati, e la percorro lungamente verso Nord-Ovest.

Dal lato dell’Aniene tra la vegetazione incolta dev’esserci un sentiero, disperatamente segnalato come “ciclabile” da due grandi cartelli in legno il cui artefice, se ci fosse un paradiso, lo meriterebbe. Dall’altro lato c’è invece un vero e proprio parco pubblico recintato, dall’aria ben tenuta e delimitato sulla strada perfino da qualche palma, per quanto malaticcia.
Via Cicogna incrocia via Galbani a poche centinaia di metri dalla mia destinazione.
"SENTIERO CICLABILE" recita il cartello
Ma il percorso ha ancora in serbo qualcosa per me: il museo archeologico comunale di Casal de’ Pazzi, dotato credo di percorsi interattivi per giovani, che se non fossi atteso alla mia riunione visiterei.

“Come sei venuto?” chiede una collega quando sono già nei corridoi di Terna.
“A piedi dalla fermata di Ponte Mammolo” rispondo.
“Solo a te vengono in mente certe idee” fa lei.
Già, ma mi chiedo perché siano idee così poco comuni.


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