mercoledì 28 gennaio 2026

Costo dell'energia negli USA (Puntata 705 in onda il 27/1/26)

Questa puntata si può ascoltare qui.

Illustrazione di Paolo Ghelfi

Benvenuti alla puntata 705 di Derrick. Sulla scia dell’ultima volta, in cui avevamo parlato della moda dell’”affordability”, vorrei declinare la questione sull’energia e sugli Stati Uniti, alla luce di due articoli interessanti, uno di José Roca su El periodico de la energia, un altro da un recente rapporto Reuters.

Il primo affronta una questione sempre più discussa anche da noi: la prospettiva che i nuovi consumi dei datacenter possano contribuire con il loro accaparramento di energia ad aumentarne il prezzo. L’amministrazione USA sta correndo ai ripari prevedendo norme che impongano a questi consumatori di procurarsi in qualche modo da sé l’energia finanziando impianti ad hoc e contrattualizzandone la produzione nel lungo periodo. Una cosa sempre più comune tra i grandi consumatori anche da noi, sebbene in forma spontanea, con contratti di lungo periodo che nel settore si chiamano PPA, power purchase agreement.

Contratti di questo tipo sono importanti perché danno una visibilità anticipata del costo dell’energia e, per imprese per le quali esso è decisivo, permettono di impostare un business su binari di sostenibilità economica fin dall’inizio, e quindi facilitarne il finanziamento.

Tuttavia mi sembra un po’ ingenuo pensare che imporre ai datacenter di approvvigionare energia così possa isolare l’effetto della loro domanda dal mercato energetico complessivo. Se infatti l’energia è un bene – come quasi tutti – scarso è perché sono scarse (cioè richiedono la rinuncia a usi alternativi) le risorse che servono a produrla. Le fonti fossili lo sono certamente, ma nemmeno le fonti rinnovabili sono illimitate nel momento in cui servono luoghi, materiali specifici o hardware per realizzarle. Se davvero andiamo (e sottolineo il se) verso una richiesta elettrica molto più alta nel mondo dell’intelligenza artificiale e del nuovo boom informatico, non sarà mantenendo separati i binari di approvvigionamento che si eviterà maggiore concorrenza per la risorsa.

Nel caso americano, altre politiche in corso potrebbero peggiorare le cose riguardo al costo dell’energia. Il protezionismo in generale, che aumenta i costi di quasi tutte le filiere per i clienti americani, ma anche la strategia trumpiana di imporre all’estero l’acquisto di gas statunitense, gas che diventa quindi più scarso e costoso per il mercato interno riflettendosi, come succede in Italia, anche sul prezzo dell’elettricità. Infine gli attacchi all’indipendenza della banca centrale che minano la credibilità di un’inflazione contenuta.

Nello stesso tempo è interessante vedere come negli USA la retorica trumpiana non sembra per ora mutare le tendenze di dieta energetica del Paese: Reuters riporta anche nel 2025 una crescita vigorosa delle fonti rinnovabili, con il fotovoltaico più che quintuplicato in dieci anni benché ancora indietro rispetto all’Europa. Vedremo se l’effetto-Trump si osserverà nel 2026.

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martedì 20 gennaio 2026

Affordability (Puntata 704 in onda il 20/1/26)

Illustrazione di Paolo Ghelfi
Questa puntata si può ascoltare qui.

Succede anche a voi di realizzare che c’è una nuova moda espressiva, e quindi culturale, o ideologica, troppo tardi per identificare il momento in cui è iniziata? Come un rumore di fondo che cresce, un fastidio latente che diventa esplicito solo dopo un po’.

Uno di questi rumori è quello dell”affordability”, scusate il termine inglese ma viene usato spesso anche quando se ne parla da noi. Del resto non credo ci sia una parola nostra che traduca esattamente. Direi che l’affordability è la caratteristica di un bene (di solito un bene considerato primario) di avere un prezzo per cui è ragionevole che una persona di reddito normale, o magari modesto, riesca ad acquistarne quanto le basta.

Un articolo del Wall Street Journal del 16 gennaio 2026 (apprezzerete spero che non cito per una volta l’Economist, ma devo anche ammettere che l’Economist ha già coperto il tema in modo estensivo e intelligente) dà conto dell’esperimento dei tre autori (Jared Mitovich, Rachel Wolfe e Patrick Thomas) nel testare il consiglio della ministra USA dell’agricoltura, Brooke Rollins, che dopo un’operazione di ricerca e ottimizzazione affidata ai suoi collaboratori ha indicato ai cittadini che si può fare un pasto nutrizionalmente completo per soli 3$. La razione comprende pollo, tortilla di mais e broccoli. Sul Journal c’è la foto del piatto. Ebbene, i tre giornalisti in diversi luoghi degli Stati Uniti sono effettivamente riusciti con un po’ d’impegno a fare la spesa per mettere insieme le razioni a quel prezzo (ma a patto di approvvigionarne più di una alla volta, perché i tagli minimi delle confezioni di cibo USA sono difficilmente monoporzione, e sostituendo in un caso il mais con il grano). E temo a patto di ignorare i costi di preparazione.

Ma non dilunghiamoci su questo. Il mio punto è: c’è qualcosa di più paternalista di un ministro che ti dice cosa devi mettere nel carrello per risparmiare? Qualcosa di più lontano dal mito americano di permettere l’emancipazione grazie a libertà, opportunità e autodeterminazione?

La butto lì: il passo tra i consigli della Rollins e le tessere annonarie è più breve di quel che sembri di primo acchito.

Ma nemmeno noi europei siamo lontani da questo atteggiamento, anzi. La moda di declinare la povertà in modo merceologico va a parare proprio lì. La carta anziani per fare la spesa (c’è ancora? Si chiama così?) idem. Io mi occupo di energia da trent’anni, ma è solo relativamente recente il concetto di “povertà energetica”, concetto ormai sistematizzato fin dalle norme UE.

Prima c’era la povertà e basta. Adesso ci sono quelle specifiche, il che implica che qualcuno abbia misurato per noi quanto di un certo bene dovremmo poter consumare.

Ma sì, certo, è a fin di bene, almeno dichiaratamente. Eppure io vorrei che i Governi e il legislatore su questo si facessero gli affari loro. Letteralmente dico, vorrei che si occupassero di gestire in modo efficace le istituzioni, compresa la giustizia e la vigilanza antitrust, il controllo della qualità dell’ambiente e delle merci, l’evasione fiscale, che facessero col gettito fiscale spese e investimenti intelligenti in modo da aumentare le chance dell’economia nel suo complesso di essere ricca e sana, e le mie di avere un buon potere d’acquisto. Poi come lo spendo, saranno anche cavoli miei o no? Tra l’altro il concetto complessivo di povertà già c’è, condiviso credo internazionalmente, perché declinarlo ulteriormente?

Io per esempio energeticamente sono non deprivato: peggio, sono monacalmente frugale. A casa mia ho tolto il gas e consumo anche poca elettricità, fa un freddo cane e infatti d’inverno non mi viene a trovare più nessuno. Amen, se il mio potere d’acquisto lo voglio spendere così saranno fatti miei?

Lo ridico in modo forse leggermente meno cialtrone: se tu politica fai provvedimenti per assicurarmi determinati consumi per singolo comparto, è banale dimostrare che mi rendi meno felice che assicurandomi complessivamente il reddito che ritieni sufficiente a evitare tutte le singole povertà che declini. Detto in altro modo ancora: se mi devi fare un regalo non darmi un voucher di questo o di quello, dammi i soldi, ché sono ancora capace di decidere io la mia dieta di consumo.


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domenica 11 gennaio 2026

Green deal e protezionismo (Puntata 703 in onda il 13/1/26)

Illustrazione di Paolo Ghelfi

Questa puntata si può ascoltare qui.

Un articolo di Quotidiano Energia del 2 gennaio 2026 riporta una nota ufficiale del ministero del commercio cinese contro l’attivazione, peraltro prevista da tempo, del CBAM, la carbon tax di frontiera stabilita dall’UE per impedire che i beni importati eludano il sistema di disincentivo alle emissioni-serra che vige all’interno dell’Unione (ETS).

L’idea del CBAM è togliere alle merci in arrivo da fuori il vantaggio di non essere state soggette all’ETS, e questo avviene applicando loro un dazio che dovrebbe compensare la minor carbon tax pagata nel luogo di produzione rispetto all’ETS. A meno che gli esportatori possano dimostrare che le misure prese per disincentivare le emissioni dannose nel paese di origine siano altrettanto efficaci di quelle europee.

Da anni studi legali internazionali si interrogano se la CBAM sia compatibile con le regole globali del commercio. La risposta europea è che sì, lo è, perché lo stesso trattato WTO prevede eccezioni alla regola di non applicare dazi ai beni importati, per esempio per tutelare la sicurezza, di cui quella climatica è una declinazione.

E però le rimostranze cinesi riguardano proprio la presunta anticompetitività del dazio ambientale europeo, in un periodo peraltro in cui il WTO non se la passa bene e in cui i dazi si sprecano senza che ci si preoccupi di mostrarne la compatibilità con le regole del commercio.

Tuttavia, la protesta cinese tocca un punto, purtroppo per noi europei, rilevante. Scrive il Governo del dragone che l’UE è iniqua nel considerare la catena produttiva cinese meno attenta al clima di quella europea tanto da fargliene pagare il costo alla frontiera, e che il CBAM è semplicemente una scusa per attuare indebito protezionismo. Pechino ha gioco facile a questo proposito nel rinfacciarci la retromarcia sul divieto di vendita di automobili a combustione nell’UE nel 2035, dettata dal tentativo di proteggere la nostra industria dell’auto. (La vera protezione arriverebbe al contrario da un’accelerazione dell'evoluzione del settore per portarlo al passo proprio della Cina nell'elettrificazione).

La stessa argomentazione si applica riguardo ai sussidi europei alle energie rinnovabili (adottati anche in Italia) che escludono i soggetti che usano materiale cinese. Qui il fine protezionista è dichiarato, mentre se l'unico obiettivo fosse la transizione energetica non dovremmo porre limiti all'uso degli apparecchi più economici disponibili per realizzarla.

L’Europa dunque mette con il CBAM un dazio alla Cina (e al resto del mondo) perché considera i prodotti importati meno sostenibili, ma lo fa proprio mentre non riesce a stare al passo della stessa Cina in termini di tecnologie "green". Una contraddizione.

Sicché la Cina, i cui investimenti industriali hanno creato un'indutria che sta fornendo al mondo le tecnologie per decarbonizzarsi, ha qualche buon motivo nella sua protesta. L’Europa che si rimangia anche solo parzialmente il Green Deal rischia di pagarlo caro. Come argomentavo qualche puntata fa, l’applicazione incerta o incoerente di una strategia è spesso il modo più sicuro per farla fallire o nel migliore dei casi per non beneficiarne quanto si potrebbe.

Ringrazio Mariagrazia Midulla per le osservazioni che hanno portato a questa versione del testo.


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martedì 6 gennaio 2026

Viaggio in Arabia Saudita, Giordania, Jakarta (Puntate 699-702 in onda tra il 16/12/25 e il 6/1/26)

 Arabia Saudita, con Paolo Ghelfi e Silvia Folco.

Al Ula

Da Jeddah verso nord attraverso il deserto con tappe a Medina, Al Ula, il sito nabateo antico di Hegra, Tabuk e il difficile tentativo pedonale di attraversamento notturno della frontiera di Durra, sul mar di Aqaba verso la Giordania:

Hegra



Podcast: Derrick del 16/12/25: https://youtu.be/t3zAarN2jD8

Podcast: Derrick del 23/12/25: https://youtu.be/YFiu9vfedM0






Giordania e Jakarta

Amman


Petra






Aqaba, Petra, Amman, Madaba e un'altra avventura pedonale verso l'aeroporto di Amman. E poi per finire, incongruamente, Jakarta:

Podcast: Derrick del 30/12/25: https://youtu.be/0xyzclpTjP8?si=_5iS4gkoCic32q3E

Podcast: Derrick del 6/1/26: https://youtu.be/ppjee_IXMGk


Brevi video dei miei viaggi qui.