Questa puntata si può ascoltare qui.
Secondo il Fondo Monetario Internazionale, far pagare i
combustibili fossili il loro intero costo, industriale e ambientale, smettendo
di sussidiarli e applicando loro una carbon tax pari al danno ambientale, darebbe
ai Governi entrate pari a circa il 3,5% del PIL che potrebbero essere usate per
abbassare le tasse sui redditi. Eviterebbe da qui al 2030 1,6 milioni di morti
premature per inquinamento, senza contare quelle dovute ai cambiamenti
climatici che potrebbero essere mitigati dal disincentivo alle energie fossili.
La politica mondiale, però, è lastricata di Governi che rischiano la pelle se anche
solo accennano a smettere di sussidiare le fossili e ancor più di quelli che preferiscono
non provarci neanche.
Se Roma in questo si sta timidissimamente attivando, grazie soprattutto
al PNRR che pone una revisione ecologica della fiscalità tra le condizioni del Piano,
la sfida è più difficile per Paesi più poveri e con produzione locale di
idrocarburi che tradizionalmente vengono ceduti a prezzo politico (a volte
addirittura simbolico per quanto basso) trasformandoli in un improprio strumento
di welfare, difficilmente rinunciabile se di altro welfare c’è poco o nulla.
Per esempio in Bolivia, Paese in perenne attesa di diventare più ricco come le
sue risorse potrebbero consentirgli (sindrome olandese permettendo), dove il
recentemente insediato Governo sembra riuscito a ridurre dopo anni il sussidio pubblico
ai carburanti. Ma a fronte di sconfitte massicce su altri fronti.
Ce ne parla Stefano Fisco, ingegnere attento agli aspetti
anche sociali della transizione energetica e con una solida frequentazione dell’America
Latina.
Lo scorso 11 gennaio, a seguito di incessanti proteste popolari, il governo boliviano ha abrogato il Decreto 5503, emanato solo un mese prima e con cui era stata dichiarata l’emergenza economica e sociale. I temi contestati del decreto sono stati essenzialmente due.
Il primo riguardava l’introduzione di un meccanismo accelerato per l’approvazione di progetti energetici e minerari senza passare dal Parlamento e accusato di comprime le analisi di impatto ambientale.
Il secondo era quella della rimozione dei sussidi ai carburanti, per effetto dei quali, dal 2005 il prezzo di benzina e diesel era bloccato a circa 50 centesimi di dollaro.
Il secondo tema ha catalizzato la partecipazione popolare alle proteste, ma il vero nodo politico è stato il primo.
L’organizzazione Central Obrera Boliviana ha guidato una mobilitazione permanete, bloccando le strade per quasi un mese e opponendosi al decreto nella sua interezza.
Il presidente Paz aveva dichiarato di non voler retrocedere sul decreto, ma le pressioni sociali stavano causando un danno economico gravissimo.
Alla fine il Governo ha sostituito il decreto con uno concordato con i sindacati. Vengono cancellate praticamente tutte le novità che erano state introdotte, tranne quella dell’aumento dei prezzi dei carburanti. I sindacati si dicono soddisfatti e il governo è tornato ad avere il controllo.
Ma l'abrogazione del 5503 mette solo in pausa un posizionamento necessario del governo. Sulle enormi riserve boliviane di litio e gas si concentrano sia le aspettative degli investitori internazionali che le paure della popolazione civile.
Grazie a Stefano Fisco, qui sotto il link al suo blog
dedicato in buona parte all’America Latina e alla sua transizione energetica.
Link
- Il blog si Stefano Fisco: https://sfisco.substack.com/
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