A Dubai non si pagano imposte sul reddito. Forse anche per questo tendiamo a vedere i nostri connazionali espatriati lì con un misto di invidia e paternalismo, come qualcuno che vive in posti strani o non desiderabili, magari semirecluso nella bambagia, in cambio di un botto di soldi che poi si godrà al ritorno, una sorta di apnea in mondi sospesi prima di tornare a quello autentico.
Vi consiglio caldamente un romanzo di qualche anno fa di
Joseph O’Neill, The Dog, tradotto in italiano come “L’uomo di Dubai” da Tommaso
Pincio per Codice Edizioni nel 2015. La storia di un angloamericano in fuga a
Dubai da disastri familiari e che diventa il manager di un emiro, non so se si
possa dire così, di cui cura gli interessi. Vive in un mondo parallelo di lussi
artificiosi e i suoi bisogni, dalle pulizie di casa all’intrattenimento erotico,
sono soddisfatti da altri espatriati di classi etniche meno privilegiate della
sua. Il modo realistico e acutamente ironico in cui O’Neill racconta il lavoro
di un manager di un’organizzazione a trazione familiare è tra le cose più belle
del libro.
Dubai ha raggiunto i due milioni di abitanti nel 2015 e da
allora li ha già raddoppiati. Solo il 5% circa di chi ci vive ha un passaporto
emiratino e questo ne fa probabilmente la metropoli più multietnica del mondo.
Nello stesso tempo, negli Emirati non si vota, non c’è quasi nessuna
possibilità di acquisire la cittadinanza e le innumerevoli etnie sono tuttora
poco integrate tra loro, con una stratificazione sociale che vede lavoratori
umili segregati in vite apparentemente prive di prospettive ulteriori a quella
di raggranellare il più possibile e spedirlo al resto della famiglia in patria (per
esempio le Filippine).
Qui viene però un lungo articolo del 6 marzo [2026] di Yaroslav
Trofimov, columnist ucraino per il Wall Street Journal residente appunto a
Dubai. Trofimov racconta di come pur in un contesto non democratico e non contendibile
in termini di diritti di cittadinanza un qualche melting pot almeno tra gli expat
colletti bianchi si sia sviluppato e di come riforme nelle norme sul lavoro abbiano
ridotto gli abusi nei confronti dei più deboli. In particolare (specifico io) abolendo
la kafala, il sistema formalmente in vigore fino all’inizio del secolo che dava
il potere ai datori di lavoro di revocare il visto dei dipendenti immigrati privandoli
quindi di ogni capacità di autodeterminazione. Oggi per i lavoratori stranieri esistono
un cosiddetto “golden visa” e perfino forme di welfare per disoccupazione. Immigrati
possono ora anche diventare imprenditori a Dubai, scrive Trofimov.
E racconta di come tanti libanesi, siriani, afgani, ucraini,
iraniani a Dubai oggi quando via cellulare arrivano gli allarmi-bomba rivivano
angosce già sperimentate e si spostino a dormire nei corridoi, lontano dalle
finestre. In una città che a differenza di Tel Aviv non ha i rifugi antiaerei.
Gli occidentali hanno poca empatia per Dubai, scrive Trofimov,
e invece dovrebbero averne di più adesso che questo esperimento di convivenza e
prosperità è diventato – non a caso – un obiettivo strategico dei
controattacchi dello stato islamico iraniano.
Link
- L'articolo citato di Yaroslav Trofimov: https://www.wsj.com/world/middle-east/dubai-iran-a2582863?mod=world_lead_pos5
- L'uomo di Dubai nel sito di Codice Edizioni: https://www.codiceedizioni.it/nuove-uscite-luomo-di-dubai-di-joseph-oneill/
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