| Illustrazione di Paolo Ghelfi |
Quanto i prezzi dell’energia aumentano con uno shock dipende
anche dalla capacità di chi la consuma di ridurre o rimandare una parte dei prelievi,
e si tratta di una questione organizzativa, tecnica, ma anche culturale.
Conosco persone che usano l’auto in città per abitudine
atavica e non si sono mai degnate nemmeno di provare i mezzi pubblici o la bici.
Chi ha l’auto aziendale con il carburante pagato (in parte con le tasse di
tutti gli altri) non ha nemmeno interesse a reagire ai prezzi alti. Queste
forme di rigidità contribuiscono esse stesse a far salire i prezzi, e
colpiscono anche chi ha difficoltà reali a ridurre i consumi.
Nella storia dei primi shock petroliferi anche i Governi occidentali reagivano imponendo risparmi, per esempio le targhe alterne e in generale le limitazioni all’uso dell’auto o del riscaldamento, mentre oggi queste soluzioni si applicano in paesi con reddito più basso o con amministrazioni più autoritarie. Per esempio Thailandia, Bangladesh, India stanno imponendo azioni di risparmio energetico ai cittadini. E fanno bene.
Quando vedo gente che intasa la città in macchina, incapace
spesso di camminare anche solo i 500 metri che eviterebbero una sosta abusiva,
penso che la benzina costa ancora troppo, troppo poco. Lo stesso penso del GPL
alla vista degli odiosi funghi a bombola con cui i dehor di bar e ristoranti
invitano il pubblico a sedersi fuori anche in inverno.
L’Europa, comunque, al momento non corre il rischio di
rimanere a secco.
Cosa che invece sta succedendo a Cuba già da prima della
guerra in medio oriente. Un articolo di una decina di giorni fa dell’Economist
racconta la situazione nell’isola ormai piegata dalla povertà e ora priva ora
anche del petrolio venezuelano, dove il razionamento energetico impedisce anche
l’ossigeno economico del turismo.
Nel disastro, a Cuba si nota un fenomeno razionale e
incoraggiante: la diffusione del fotovoltaico e delle batterie per emanciparsi
dall’elettricità discontinua della rete, le cui centrali termoelettriche non
hanno carburante.
Dove non passa il petrolio venezuelano, evidentemente passano i pannelli cinesi. Chissà se un po’ di razionamento farebbe bene anche a noi.
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