lunedì 16 marzo 2026

Un'altra crisi petrolifera (Puntata 712 in onda il 17/3/26)

Illustrazione di Paolo Ghelfi
Scrivo questa puntata con lo stretto di Hormuz ancora chiuso, i prezzi del petrolio oltre 100 $, il gasolio alle stelle eccetera. Poche ore fa il ministro Urso ha dichiarato che un intervento sulle accise energetiche sarebbe costoso, iniquo perché vantaggioso soprattutto per chi consuma molto indipendentemente dal suo effettivo bisogno, e poco efficace. Non dobbiamo rifare l’errore di Draghi poco dopo l’invasione dell’Ucraina, ha detto Urso. Per me, ha ragione.

Quanto i prezzi dell’energia aumentano con uno shock dipende anche dalla capacità di chi la consuma di ridurre o rimandare una parte dei prelievi, e si tratta di una questione organizzativa, tecnica, ma anche culturale.

Conosco persone che usano l’auto in città per abitudine atavica e non si sono mai degnate nemmeno di provare i mezzi pubblici o la bici. Chi ha l’auto aziendale con il carburante pagato (in parte con le tasse di tutti gli altri) non ha nemmeno interesse a reagire ai prezzi alti. Queste forme di rigidità contribuiscono esse stesse a far salire i prezzi, e colpiscono anche chi ha difficoltà reali a ridurre i consumi.

Nella storia dei primi shock petroliferi anche i Governi occidentali reagivano imponendo risparmi, per esempio le targhe alterne e in generale le limitazioni all’uso dell’auto o del riscaldamento, mentre oggi queste soluzioni si applicano in paesi con reddito più basso o con amministrazioni più autoritarie. Per esempio Thailandia, Bangladesh, India stanno imponendo azioni di risparmio energetico ai cittadini. E fanno bene.

Quando vedo gente che intasa la città in macchina, incapace spesso di camminare anche solo i 500 metri che eviterebbero una sosta abusiva, penso che la benzina costa ancora troppo, troppo poco. Lo stesso penso del GPL alla vista degli odiosi funghi a bombola con cui i dehor di bar e ristoranti invitano il pubblico a sedersi fuori anche in inverno.

L’Europa, comunque, al momento non corre il rischio di rimanere a secco.

Cosa che invece sta succedendo a Cuba già da prima della guerra in medio oriente. Un articolo di una decina di giorni fa dell’Economist racconta la situazione nell’isola ormai piegata dalla povertà e ora priva ora anche del petrolio venezuelano, dove il razionamento energetico impedisce anche l’ossigeno economico del turismo.

Nel disastro, a Cuba si nota un fenomeno razionale e incoraggiante: la diffusione del fotovoltaico e delle batterie per emanciparsi dall’elettricità discontinua della rete, le cui centrali termoelettriche non hanno carburante.

Dove non passa il petrolio venezuelano, evidentemente passano i pannelli cinesi. Chissà se un po’ di razionamento farebbe bene anche a noi.


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