Questa puntata si può ascoltare qui.Illustrazione di Paolo Ghelfi
A cosa serve che lo Stato controlli delle aziende? Sono semplici partecipazioni finanziarie o il Governo esercita un indirizzo di natura, diciamo così, pubblicistica?
Ce lo siamo chiesti varie volte qui, e la mossa di Meloni di indurre Eni a moderare i prezzi dei carburanti – con il probabile effetto di trascinare anche i concorrenti - ha il pregio di rendere per una volta esplicito questo indirizzo. Del resto, se il Governo sospetta che le aziende petrolifere facciano extraprofitti durante le crisi (“extra” non so cosa voglia dire – di sicuro guadagnano di più in questi frangenti) perché non ridurli alla fonte nelle aziende controllate?
Che i Governi da un lato facciano le regole del gioco e nel
contempo abbiano interessi in aziende di mercato e quotate introduce opacità
d’ogni tipo, ma almeno in questo caso un esercizio di potere dell’esecutivo su
una controllata è palese e magari grazie a questo potrà essere discusso.
L’effetto alla pompa però potrebbe essere vanificato dal
paventato divieto negli USA di esportare diesel, al fine di calmierarne il
prezzo interno. Dopo aver usato le esportazioni di gas come arma negoziale
geopolitica, ora gli USA mettono a rischio quelle di carburanti. Non male per
un fornitore che vorrebbe consolidare il suo ruolo di leader di energie
fossili, e una buona notizia per chi come me pensa che da quelle energie prima
ce ne emancipiamo, meglio è.
Nello stesso tempo Trump ha messo le mani sul petrolio
venezuelano, paese la cui partecipazione all’OPEC a questo punto sembra
piuttosto insensata. Ce ne parla Stefano Fisco, di nuovo ai microfoni di
Derrick, che ringrazio:
"Il più grande accordo petrolifero della storia mondiale" lo ha definito Trump a fine agosto, annunciando su Truth l'accordo con cui gli Stati Uniti otterrebbero il controllo di 65 miliardi di barili di petrolio venezuelano.
Per quanto emerso finora l’accordo prevede lo sfruttamento di 17 giacimenti petroliferi nella regione dell’Orinoco, con una produzione di picco di 1,5 milioni di barili al giorno e un obiettivo di investimento di 100 miliardi di dollari.
Tra le controversie emerse a seguito dell’annuncio, la principale riguarda l’effettiva durata. La Casa Bianca ha parlato di una concessione di 100 anni. L’annuncio della presidente venezuelana ad interim, Delcy Rodríguez, invece, parla di un accordo di 25 anni.
In effetti la normativa attualmente vigente in Venezuela non prevede nemmeno la concessione dei giacimenti, tantomeno per un secolo. Prevede invece altre forme di contratti di sfruttamento, per una durata massima di 25 anni, estendibili per altri 15.
Previsto inoltre che i giacimenti siano operati da NABEP, una società partecipata dagli Stati Uniti, i quali potranno godere del 20% della produzione a prezzo di costo e del diritto di prelazione sul restante 80%, escludendo di fatto altri potenziali concorrenti.
Annunciando l’accordo, Rodríguez promette al popolo venezuelano lavoro e prosperità e Trump dichiara di voler aiutare il Venezuela a raggiungere un grande successo. Ma cento anni o venticinque non è affatto un dettaglio: fa tutta la differenza tra una manovra temporanea per rilanciare l’economia oggi e un vincolo imposto a quattro generazioni di venezuelani. E se nemmeno chi ha firmato l’accordo sa dire con certezza quanto durerà, è difficile credere che sia stato pensato davvero per lo sviluppo del paese.
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