martedì 2 febbraio 2021

Lo spread delle rinnovabili tra Italia e Spagna (Puntata 471 in onda il 2/2/21)

Vista del fiume a Bagan (Myanmar)
(Foto Derrick)
Il Piano italiano energia e clima (PNIEC) presentato dal Governo a Bruxelles prima dell’aggiornamento degli obiettivi ambientali della Commissione UE prevedeva che nel 2030 la copertura con rinnovabili della domanda elettrica passasse dall’attuale 35% al 55%, e che per la domanda di riscaldamento e raffrescamento si salisse dal 21% al 33,9%, mentre complessivamente le fonti rinnovabili di energia  dovevano soddisfare il 22% della domanda nei trasporti rispetto all’attuale 7%.

Obiettivi già ambiziosi. Ora il piano della Commissione europea prevede che nel 2030 la quota della produzione rinnovabile a copertura dei consumi elettrici arrivi a circa il 65%, cioè dieci punti in più di quanto indicato nel PNIEC italiano.

Per quanto riguarda il solo fotovoltaico, i 52.000 MW previsi dal PNIEC dovrebbero verosimilmente salire a 60.000 MW. Si tratta di un incremento di circa 40.000 MW rispetto alla potenza in esercizio a fine 2019. Per avere un’idea dell’impegno richiesto, nel corso del 2019 sono stati installati in Italia impianti fotovoltaici per circa 750 MW, mentre da quest’anno, e per tutto il prossimo decennio, dovremmo aggiungere qualcosa come 4.000 MW ogni anno, cioè 5 volte tanto.

Per un impianto eolico, oggi l’iter autorizzativo dura in media cinque anni contro i due della Spagna, ma può arrivare fino a nove. Se il tasso di autorizzazione per gli impianti a fonti rinnovabili rimanesse quello del 2017-2018, ci vorrebbero 67 anni per realizzare gli attuali (quindi già superati) obiettivi PNIEC.

Il confronto con la Spagna è particolarmente rilevante in questi giorni, perché proprio in Spagna sono stati attribuiti dal sistema regolato dell’energia contratti di approvvigionamento di nuova energia da fonti rinnovabili per circa 3.000 MW, di cui due terzi fotovoltaici e un terzo eolici, a fronte di progetti presentati per quantità triple. Una concorrenza che porterà a prezzi massimi di remunerazione inferiori a 30 €/MWh (a vantaggio delle bollette spagnole), un livello in linea con il prezzo locale attuale all’ingrosso dell’energia.

E mentre in Spagna i progetti di energie rinnovabili si accalcavano, in Italia il ministero dello Sviluppo Economico assegnava contratti a nuovi impianti rinnovabili di grossa taglia per meno di 1/3 dell’obbiettivo e con una remunerazione di quasi 69 €/MWh, per mancanza di progetti.

Ecco: cosa ci dice, sommariamente, questo spread tra Italia, che deve pagare più del doppio l’energia da nuovi progetti rinnovabili, e Spagna? Ci dice che da noi sviluppare questa industria è molto più difficile. Di certo ci sono fattori legati al territorio disponibile e all’intensità di sole e vento, ma sicuramente c’è anche un gap nei processi autorizzativi e nella disponibilità della società civile di accettare nuovi impianti.

Questo essere bloccati, questa difficoltà di rigenerarsi della società italiana e del suo tessuto economico e istituzionale credo siano rilevanti.

Ringrazio per questa puntata G.B. Zorzoli. Molti spunti sono tratti da un suo articolo scritto per un numero del Riformista Economia che avrebbe dovuto curare chi vi parla ma che poi non si fece per chiusura prematura di quell’inserto. Ringrazio anche Marco Ballicu per avermi aiutato a interpretare alcuni dati.

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