martedì 2 maggio 2017

La lista della spesa (Puntate 311-312)

Caldaia e muro fotografati da Derrick
nella palestra del circolo Arci Bellezza di Milano
Il ministro Calenda, il cui dicastero è responsabile di quella che chiamiamo politica industriale italiana, ha dichiarato che un fallimento di Alitalia sarebbe un disastro, e che quindi bisogna garantirne la continuità in attesa di trovarne un compratore.

Se fossero soldi miei, l’ultima cosa che farei con un’azienda che perde drammaticamente in un settore dove i concorrenti guadagnano sarebbe garantirne continuità.
E l’incubo purtroppo è che sì, nuovamente ora sono soldi miei.


Dopo Alitalia la fine del mondo?

Abbiamo già visto qui a Derrick, basandoci su uno studio IBL del 2014 che analizza esperienze di altre compagnie aeree, che quando ci sono in ballo asset di grande costo e valore, come aerei presi a leasing e slot per tratte di forte interesse, se viene meno un’azienda il mercato si organizza in fretta per rimettere in aria gli aerei e rioccupare gli slot, e che nei casi di aviolinee in dissesto liquidate e acquistate da altra proprietà l’effetto di medio periodo è stato un incremento e non decremento di traffico nelle rotte e negli scali serviti in precedenza.
Se fosse quindi proprio di discontinuità che ha bisogno Alitalia, o meglio chi paga le tasse e la parte più competitiva di chi ci lavora? Se io fossi un dipendente in gamba della compagnia, e avessi fino ad oggi dovuto accettare accordi di solidarietà per rendere possibili i vari salvataggi, avrei votato ora contro l’accordo, nella speranza non di un salvataggio ma di una liquidazione a breve e riassunzione da parte di una nuova proprietà sulla base della professionalità che io ho da offrirle. Senza più dovermi sobbarcare i danni e il costo di un management e di altri colleghi che evidentemente per competenze o stipendi sono un peso e quindi probabilmente non hanno le caratteristiche per essere riassunti alle stesse condizioni da un’azienda competitiva.


La lista della spesa

E mentre sta per compiersi l’ennesimo trasferimento di soldi pubblici a un’azienda privata presunta strategica, ho letto – seppur tardivamente – “La lista della spesa” di Carlo Cottarelli, Feltrinelli, uno dei cui capitoli riguarda proprio i trasferimenti pubblici alle aziende, 32 miliardi nel 2013. Definizione che contiene di tutto, anche i prestiti come quello ad Alitalia, e anche pagamenti a fronte di contropartita.
Un sottoinsieme dei trasferimenti sono i sussidi veri e propri: soldi che lo Stato dà ad aziende private allo scopo di aiutarle ad esistere o a vendere sottocosto, il che, nei settori di mercato, equivale ad aiutarle a battere la concorrenza di altre aziende non sussidiate.
Esempi di sussidi ad aziende private in concorrenza sono quelli all’agricoltura, in buona parte attraverso sconti fiscali, alla scuola privata (in violazione secondo Cottarelli dell’articolo 33 della Costituzione - ma qui la definizione di sussidio è opinabile perché una contropartita c'è, mentre resta il fatto che senza un sistema di voucher e di piena concorrenza non si capisce perché lo Stato debba pagare due volte per la messa a disposizione dell'istruzione) e soprattutto, appunto, ai trasporti.

Talvolta si tratta di ambiti dove il mercato non è disposto a pagare il servizio abbastanza da renderlo fornibile in quantità e a prezzi considerati socialmente corretti, come in parte del trasporto pubblico locale. Altre volte, come per gli oltre quattro miliardi/anno (dato questo aggiornato da Derrick) di sconti su accise su carburanti al trasporto pesante, lo Stato per motivi incomprensibili vuole forse rendere artificiosamente economico spostare merci su e giù per il Paese (e lo fa nel modo peggiore possibile: dando sconti sui carburanti, aiutando quindi chi inquina di più. Lo dico solo io? No, lo dice il ministero dell'ambiente). 

Ecco, nel caso Alitalia, che opera in un mercato dove i prezzi di riferimento dipendono per fortuna sempre più dalla concorrenza e non dalle decisioni di una singola azienda, nemmeno il fine di abbassare i prezzi per gli utenti è invocabile a motivo dei sussidi.


Qualche numero su sussidi e spesa fiscale

Il mare dei sussidi pubblici, molti dei quali in forma di spesa fiscale, rispecchia un forte interventismo dello Stato nell’economia anche in assenza di partecipazioni pubbliche, e io credo rispecchi anche l’ipertrofia stratificata e polverizzata della nostra attività legislativa, piena di facilitazioni a questa o quella categoria, spesso senza una coerenza tra misure.
La relativamente piccola dimensione di molte delle misure prese singolarmente, ognuna delle quali ha però beneficiari pronti a protestare, probabilmente concorre alla difficoltà nell’aggredire questa forma di spesa, anche quando è impossibile trovare una ragione sensata o quando c’è evidente contraddizione tra spese diverse.

Di quanto stiamo parlando?

I sussidi in forma di trasferimenti di Stato centrale e regioni alle aziende valevano oltre 41 miliardi nel 2011 secondo Giavazzi, in un’analisi poi ripresa da Giarda e Flaccadoro. Quelli, sempre in forma di soli trasferimenti diretti, del solo Stato centrale e del sistema di parafiscalità di bollette energetiche valevano secondo il ministero dell’Ambiente 19 miliardi nel 2016.

Più complicato computare l’erosione fiscale, cioè il valore delle facilitazioni fiscali, che è generalmente considerabile sussidio in quanto priva di contropartita in termini di fornitura di beni allo stato. Secondo il ministero dell’Ambiente (link sopra e alla fine dell'articolo) essa, escludendo gli enti locali e includendo la parafiscalità energetica, ammonta a 22 miliardi/anno, di cui circa 16 sono da eliminare in quanto dannosi all’ambiente e contrari a impegni interni e internazionali del Governo. 
Il MEF nel suo primo rapporto sull’erosione fiscale elude una quantificazione complessiva, ma fornisce un catalogo che utilizzo per queste considerazioni.

  • Una prima classe di sussidi fortemente discriminatori e incoerenti con le politiche ambientali l'abbiamo citata sopra e riguarda gli sconti su accise a carburanti e combustibili fossili soprattutto a trasporto commerciale e agricoltura per circa 4 miliardi/anno..
  • L’agricoltura è poi una star dei sussidi, soprattutto attraverso le più disparate esenzioni di imposta, che superano i 2,3 miliardi secondo il MEF.
  • C’è poi la tanto venerata prima casa, sussidiata per oltre 10 miliardi all’anno, in questo caso in favore di persone fisiche.
  • Anche la spesa fiscale per la “competitività” e per la riduzione del cuneo fiscale delle aziende è altissima (oltre 13 miliardi) anche in seguito a recenti misure. Ora, se è vero che il cuneo fiscale è un elemento decisivo di competitività, sarebbe credo meno distorsivo e arbitrario affrontarlo con una riduzione generalizzata delle tasse anziché con misure di incentivo all’acquisto o ammortamento di determinati beni o defiscalizzazione solo temporanea e selettiva del lavoro.


Ho un sogno

Ho un sogno: una revisione fiscale con forti riduzioni di aliquote d’imposta insieme al reset di gran parte della spesa fiscale, che contribuirebbe in modo decisivo a finanziarla. Si toccherebbero molte rendite, ma forse la generalità dei contribuenti apprezzerebbe. O forse no: se chi difende una rendita reagisse con più determinazione di chi aspira a un fisco più ragionevole.


Riferimenti

Ringrazio Matteo Anniballi per una sua osservazione utile a rendere il testo, spero, più preciso

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