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domenica 13 ottobre 2019

Armonizzazione UE della fiscalità su energia (Puntata 412 in onda il 15/10/19)

Con Marianna Antenucci

La politica fiscale non è materia devoluta all’Unione Europea secondo i Trattati costitutivi dell'UE, ma l’Europa ha competenza in termini di armonizzazione delle politiche fiscali degli Stati Membri nei limiti di quanto necessario al buon funzionamento del mercato unico (infatti le imposte indirette, che insistono sui beni scambiati, sono quelle di cui l’UE si occupa di più).
D’altra parte nell’applicazione delle norme sugli aiuti di Stato (regolate dal trattato) è evidente che anche gli aiuti forniti tramite il sistema fiscale (o addirittura parafiscale nel settore energia, come abbiamo visto più volte qui) devono rientrare nella sfera di attenzione e azione dell’UE.

Auto elettriche alla stazione di Pavia nel 2012
Tra le imposte indirette con notevoli impatti sui mercati e sull’ambiente, ci sono le accise sull’energia, su cui l’UE pone norme generali legate perlopiù al valore minimo accettabile sulla base di una vecchia direttiva del 2003, che la Commissione precedente a quella oggi in scadenza cercò già una volta di aggiornare senza trovare il consenso dei Governi nel Consiglio.

Ora un recente “staff working paper” della Commissione (link sotto) torna alla carica rispetto alla necessità di intervenire in materia per affrontare alcune inefficienze, in particolare:
  • La flessibilità concessa agli Stati Membri nel fissare i propri livelli di tassazione che ha portato a un quadro europeo eccessivamente frammentato
  • Le esenzioni/riduzioni fiscali in vari settori, che disincentivano l’utilizzo di soluzioni meno inquinanti e – per esempio nel settore del trasporto marittimo e aereo - risultano incompatibili con gli obiettivi UE per la decarbonizzazione
  • L’assenza di alcun riferimento al contenuto di CO2 nella definizione dei livelli di tassazione, con il rischio di tassare meno prodotti energetici più dannosi al clima
  • La tassazione minima, mai indicizzata e rivista, troppo bassa e definita senza seguire una ratio precisa e tale da fornire segnali di prezzo discordanti con le attuali politiche europee.


Quali erano i correttivi che già la Commissione cercò di introdurre e ora qui ripresenta?
  • Introdurre una tassazione basata sul contenuto energetico e sulle emissioni di CO2, in modo da distinguere tra le diverse fonti energetiche senza pregiudicare la competizione tra gli Stati
  • Prevedere un quadro fiscale specifico per la tassazione delle energie rinnovabili
  • Evitare sovrapposizioni tra sistemi di carbon tax e sistema di limite e scambio dei permessi ad emettere CO2 (ETS).


Del resto se, come tutti ripetono, la transizione energetica è una questione trasnazionale, sarà anche ora di una politica fiscale europea integrata su questi punti.


Link utili:

martedì 14 ottobre 2014

Conferenza globale della tassazione ambientale - parte 3 - D215

Questa è la terza puntata sulla quindicesima conferenza globale sulla tassazione ambientale promossa dall’università di Aarhus che si è tenuta a fine settembre 2014 a Copenaghen e che ha anche visto la presentazione di uno studio del sottoscritto insieme a Marianna Antenucci.

Lo studio si occupa di due cose. Nella prima parte riporta una valutazione dei sussidi dannosi all’ambiente, secondo la definizione OCSE, presenti in Italia. Nella seconda osserva come la presenza di una carbon tax o di un disincentivo economico all’emissione di gas-serra interagisce con il mercato elettrico italiano del giorno prima. Quello in cui i principali operatori della produzione e del consumo di energia elettrica, per ogni ora del giorno seguente, presentano le proprie disponibilità economiche di produzione e di acquisto in modo che il gestore del mercato possa stabilire un prezzo di equilibrio per l’energia di ogni ora, insieme all’elenco dei produttori e consumatori, rispettivamente, chiamati a produrre e che si sono aggiudicati l’energia per il consumo.

Riguardo alla valutazione dei sussidi dannosi all’ambiente (oltre che alle tasche di chi paga tasse e bollette), i numeri sono clamorosi e coincidono con quelli già denunciati nella campagna Radicali Italiani–Legambiente #menoinquinomenopago e ripresi tra l’altro da un articolo del sottoscritto e di Edoardo Zanchini su lavoce.info: oltre 5 miliardi di € nel 2014 di sussidi al consumo di combustibili fossili soprattutto ai trasporti stimati dalla Ragioneria Generale dello Stato, e oltre un miliardo a vantaggio dei grandi o intensivi consumatori manifatturieri attraverso le bollette elettriche.

Riguardo all’effetto sul mercato elettrico di un disincentivo alle emissioni-serra dei combustibili, Antenucci e Governatori mostrano che esso non solo, com’è ovvio, rende meno conveniente la produzione elettrica a carbone (quella con più emissioni), ma favorisce quella di alcune fonti rinnovabili, a causa dell’effetto di rialzo del prezzo dell’elettricità di cui esse si avvantaggiano. Questo però non vale per tutte le fonti elettriche rinnovabili, ma solo per quelle i cui meccanismi di incentivo si aggiungono, ma non la sostituiscono, alla vendita dell’energia sul mercato. Per questo tipo di impianti, concludono gli autori, una carbon tax può essere associata a una riduzione degli incentivi a loro dedicati, senza per questo danneggiarne la redditività.
Morale: non è una bestemmia ridurre anche retroattivamente alcuni dei costosi sussidi alle rinnovabili se nello stesso tempo si introduce una carbon tax.

Slide di presentazione del paper Subsidies to fossil energy consumption in Italy: an assessment with policy recommendations di Marianna Antenucci e Michele Governatori:




Questa puntata di Derrick su Radio Radicale si può ascoltare qui.

domenica 10 gennaio 2016

David Bach su Dieselgate - D260/1

Ricordate lo scandalo Volkswagen alla fine dell’estate 2015 quando un’associazione americana segnalò all’agenzia per l’ambiente statunitense che alcuni motori turbodiesel della casa tedesca erano programmati per funzionare in una modalità a basse emissioni, in particolare di ossidi di azoto, solo durante i test antinquinamento?


Ricapitoliamo i fatti principali del dieselgate

Il Gruppo VW ha ammesso la presenza in alcuni suoi motori turbodiesel di un software che abbassa le emissioni in particolare di ossidi di azoto quando riconosce le condizioni di un test. Ha anche ammesso che alcuni motori Euro 6 (cioè quelli che soddisfano le più recenti norme europee sulle emissioni nocive) sono stati venduti dichiarando emissioni di CO2 non corrette. Ha quindi annunciato per il 2016 una campagna di richiamo dei veicoli con il software incriminato. Se le modifiche verranno approvate dalle autorità, le motorizzazioni diesel 1.2 e 2.0 coinvolte subiranno secondo i piani di VW un aggiornamento solo del software, mentre le 1.6 subiranno anche un intervento a parti fisiche dell’alimentazione.

Usando il link che riporto sotto è possibile interrogare il sito VW per sapere cosa aspettarsi sulla propria auto immatricolata in Italia. Nello stesso sito sulla questione ci sono anche altre informazioni utili ma non del tutto esaustive (e stranamente non identiche a quelle riportate nelle pagine per altri paesi).
Quello che non è scritto è cosa cambierà nelle prestazioni del veicolo dopo l’intervento. Fonti del management VW hanno riferito che i cambiamenti saranno “impercettibili”. Lasciando intendere, se la mia logica tiene, che il trucco è stato ordito benché bastasse, in Europa, accettare un degrado impercettibile delle prestazioni per evitarlo. (Invece negli USA pare che senza il software incriminato i motori coinvolti non riuscissero proprio a rispettare i limiti di emissione dei NOx).


Intervista per Derrick di David Bach: perché lo scandalo è scoppiato negli USA?

Tra i primi a scrivere di dieselgate fu David Bach, professore alla School of Management di Yale esperto di politiche ambientali, sul Financial Times.
Grazie a Marianna Antenucci, Derrick ha intervistato David Bach e il video completo è accessibile più sotto.
L’intervista spazia tra molti temi. Provo a ripercorrere qui quelli che potrebbero essere più interessanti per il pubblico di Derrick, e che sono legate alla risposta al seguente quesito: perché lo scandalo è venuto fuori negli Stati Uniti?

Una ragione è nelle scelte di limitazioni alle emissioni nocive per l’ambiente che hanno compiuto gli USA rispetto all’Europa. Gli Stati Uniti non hanno aderito a Kyoto (anche se con la COP21 di Parigi hanno forse preso la leadership della decarbonizzazione dei prossimi decenni) e quindi fino ad ora le norme americane si sono più concentrate nella limitazione degli inquinanti locali anziché dell’anidride carbonica causa dei cambiamenti climatici ma non localmente dannosa. Ciò che esce dai tubi di scappamento soprattutto diesel e fa male nelle città sono in particolare le polveri, gli ossidi di azoto, il monossido di carbonio. Inquinanti con sicuro impatto sulla salute, e riguardo ai quali la stessa Italia sta di nuovo vivendo un’emergenza soprattutto nelle città padane in questa fine autunno 2015.
Invece la scelta europea di Kyoto ha avvantaggiato i motori diesel, più sporchi ma complessivamente più efficienti, mentre negli Stati Uniti essi restano sono ancora una nicchia nel mercato delle auto, benché proprio Volkswagen abbia negli ultimi anni aumentato considerevolmente la loro diffusione. Della differenza delle norme antiinquinamento Usa e UE hanno scritto, e conviene leggere, Antonio Sileo e Federico Pontoni su Lavoce.info.

Altra forma di regolamentazione che ha artificiosamente spinto i diesel in Europa e in Italia sono le accise, più basse nel gasolio rispetto alla benzina.


Legislatori e controllori europei e americani: differenze?

Più efficacemente di quello italiano, il sito web di VW Gran Bretagna scrive sulla pagina rilevante:
Si è rotta la parte delle nostre auto a cui teniamo di più: la vostra fiducia. Cercheremo di ripararla.
Forse anche un’altra cosa s’è danneggiata: la fiducia nelle istituzioni di controllo europee. E qui torniamo al prof. Bach, che nella sua intervista nota come il caso Volkswagen sia un esempio di fallimento dell’uso del “soft power” in Europa, cioè di un atteggiamento negoziale anziché impositivo del policymaker.
Nota Bach che ancora prima del dieselgate il legislatore europeo ha ceduto all’interesse di una parte dell’industria (peraltro danneggiando la produzione italiana) di sviluppare auto più potenti anziché più parche in senso assoluto.

Il fallimento è stato dunque nella legislazione o nel controllo?
Gli esempi visti sembrerebbero casi di cattura del legislatore, come si dice in gergo, da parte dell’industria.

Ancora più inquietante è l’affermazione attribuita dalla testata inglese Autocar a un dipendente Volkswagen secondo cui il software incriminato non violerebbe la lettera delle norme europee. In altri termini, se ciò venisse confermato, le norme europee erano scritte – per debolezza o sciatteria - in modo tale da poterle eludere in un modo che perfino chi l’ha fatto ritiene inaccettabile.





Per sapere quali azioni del produttore aspettarsi su un veicolo Volkswagen immatricolato in Italia occorre digitare il numero di telaio dell’auto qui.

Ringrazio David Bach e Marianna Antenucci.

martedì 10 dicembre 2013

Guerra dei sussidi: nuovo round - D184

Ci risiamo. La guerra dei sussidi. Questa è la cronaca dell’ultimo round. Tra i protagonisti Legambiente, il ministro Zanonato e Assoelettrica.

Secondo l’OCSE, la IEA e il FMI i sussidi alle fonti di energia fossile sono troppi e hanno molte controindicazioni. Scrive il Fondo Monetario che, per quanto finalizzati alla protezione dei consumatori, essi aggravano i bilanci pubblici, spiazzano spesa pubblica prioritaria, deprimono gli investimenti privati, distorcono i consumi, accelerano l'esaurimento delle risorse naturali e si oppongono agli investimenti in decarbonizzazione e fonti rinnovabili.

Legambiente nel suo “Stop sussidi alle fonti fossili” li ha recentemente quantificati per l’Italia in oltre 12 miliardi all’anno, di cui 4,4 diretti agli autotrasportatori, centrali elettriche fossili e consumatori energivori, e il resto indiretti la cui riconducibilità ai consumi fossili è in qualche caso opinabile (per esempio, Legambiente considera un sussidio indiretto alle fonti fossili i finanziamenti per nuove strade, cosa che in parte è ragionevole, in parte no: una strada, in futuro, potrebbe essere percorsa da veicoli elettrici in uno scenario di generazione elettrica massicciamente da fonti rinnovabili). In altri termini: non c’è dubbio che i sussidi a nuove autostrade siano nati vecchi e criticabili in un contesto in cui il traffico autostradale scende, ma dare aiuti a infrastrutture già mature non comporta necessariamente aiutare le fonti fossili.

Scrive Legambiente: “Perché sussidiamo petrolio, carbone e gas d’importazione quando oggi le fonti rinnovabili sono competitive e l’efficienza energetica è da tutti considerata un investimento strategico”? Affermazione che di piega a mio avviso ne fa solo una: se le fonti rinnovabili sono competitive rispetto alle altre, allora non dovrebbero beneficiare di aiuti, che invece complessivamente ammontano a circa 12 miliardi/anno, proprio la stessa cifra che Legambiente attribuisce alle fonti fossili.
Sarebbe più equilibrato affermare che le fonti rinnovabili, che la politica in particolare europea ha deciso dover essere per buona parte la nostra risorsa energetica del futuro, stanno diventando sempre più competitive, ma non abbastanza per competere con quelle fossili già ora e del tutto, a maggior ragione se sussidiate anche queste ultime.
E che quindi i sussidi a rinnovabili devono progressivamente scendere fino a scomparire per le tecnologie più mature. A patto che quelli alle fossili scompaiano anche loro, però.

Ma siamo alle solite: un tifo da stadio che non riesce a trovare l’ovvia sintesi e che fa twittare al ministro Zanonato che gli unici sussidi alle fonti fossili sono il cosiddetto CIP6. Inesatto, a mio parere, perché uno sconto fiscale sul gasolio da 1,6 miliardi all’autotrasporto o uno sconto sulla bolletta di un energivoro sono soldi.

Chicco Testa di Assoelettrica non è d’accordo con me: dice che è difficile considerare sussidi gli sconti alle accise autotrasporto, visto che da noi sono molto elevate. Vero, lo sono, ribatto io, per chi le paga. Se introduco un vantaggio (enorme, perché il sistema è tale da sterilizzare tutti gli aumenti di accise da anni) per un camion rispetto a un’auto privata, non sto forse sussidiando il primo a spese della seconda che deve pagare anche per lui? Non sto forse sottraendo soldi all’erario?

Questo sistema è come un controllo antidoping, che beccato uno positivo, dopa anche il concorrente per mettere le cose a posto. Quanto possiamo andare avanti così? Ci crediamo o no all’efficienza e alla decarbonizzazione? Se sì, le accise le devono pagare tutti. E se le pagassero tutti si abbasserebbero. E se le fonti rinnovabili mettessero in campo la loro maggior competitività, rivendicata da Legambiente, contribuendo ai costi sul sistema elettrico, di nuovo libereremmo risorse.

I sussidi sono una droga, rendono inefficienti gli operatori. E li rendono più lobbisti barricaderi e meno innovatori, ci avete fatto caso?

Grazie a Marianna Antenucci.

martedì 26 novembre 2013

Ecopedaggio francese per mezzi pesanti, e proteste - D182

L’altra volta Derrick si è occupato della carbon tax francese, prima tentata da Sarkozy e ora forse in via di approvazione con il governo socialista.
Sarkozy in realtà ci aveva provato anche in un altro modo a introdurre tasse di natura ecologica per ridurre quelle sul reddito: con la TPL, taxe poid lourds, detta anche ecotassa, imposta sul trasporto pesante che, arrivata a ridosso dall’applicazione dopo anni di preparazione, ha scatenato blocchi stradali da parte dei camionisti (soprattutto i cosiddetti padroncini, secondo Assotir) e anche da parte dei “cappucci rossi” (bonnets rouges), esponenti dell’industria agroalimentare bretone già in crisi che temono un peggioramento con l’aumentare dei costi di trasporto. Evidentemente non tranquillizzati dall’esenzione che la norma prevede per i trasporti di alcuni prodotti alimentari, stando al sito ufficiale dell’amministrazione francese.

Ma cos’è quest’ecotassa? È un pedaggio per i mezzi pesanti (non pesantissimi, in realtà, perché parte da masse di 3,5 T) calcolato per chilometro percorso su circa 10.500 km di rete stradale nazionale più circa la metà di strade dipartimentali e comunali.
L’importo al chilometro dipende dalla classe ecologica del veicolo sulla base della classificazione europea (veicoli più inquinanti pagano di più), dal numero di assi e dal peso autorizzato, per un costo per il 2014 da 8,8 a 15,4 centesimi al chilometro).
Funziona con portali in luoghi strategici della rete. Curioso però che siano escluse le autostrade dove gli apparecchi per il pedaggio elettronico già ci sono. In effetti l’infrastruttura è simile a quella per il telepass, e ci vuole un trasmettitore che dev’essere obbligatoriamente pagato e installato da tutti i mezzi commerciali per cui è dovuta l’ecotassa.

Mettere tutto in piedi non dev’essere stato una cosa da poco, tantoche la società Ecomouv, una cordata controllata da Società Autostrade, è stata costituita già nel 2011. E ha firmato con l’amministrazione francese un contratto che pare preveda, per remunerare l’investimento, il 20% di aggio sulle somme raccolte oppure  – cosa che ora a Società Autostrade tornerà utile - una penale di 800 milioni nel caso in cui l’ecotassa non entri effettivamente in vigore.
E in effetti in un’intervista a Les Echos, il primo ministro Jean-Marc Ayrault ha anticipato il 18 novembre che il governo era favorevole a sospendere l’ecotassa, già rimandata di un anno. E la sospensione è poi avvenuta. Ayrault ha detto che prima di partire serve il tempo per una revisione generale del sistema fiscale. 
E società Autostrade probabilmente dovrà sudarsi gli 800 milioni, visto che il ministro dell’economia francese ha rilasciato dichiarazioni critiche rispetto a Ecomouv, riferendosi a ritardi nell’approntamento del sistema.

La morale? Un po’ come con i taxi, o gli autobus urbani, sembra che chi tocca i TIR muoia, almeno in termini di singole iniziative di amministrazione. E dire che la norma francese prevede espressamente che i trasportatori possano passare a valle il maggior costo.

Ho sempre più l’impressione che le riforme fiscali si riescano a fare non tanto se hanno un senso complessivo in termini di equità e sviluppo, quanto se il ramo negativo del loro impatto – per quanto grosso – non è percepito da categorie in grado di far casino.

Per questa puntata ringrazio Marianna Antenucci.

martedì 8 ottobre 2013

D176 - Sussidi alle fonti fossili

Lo scorso 25 settembre la Camera ha licenziato (per successivo passaggio al Senato) una delega al Governo a rivedere il sistema fiscale, che prevede anche l’introduzione di criteri ecologici per la revisione delle accise sui prodotti energetici da legare, chiede il testo, al contenuto di carbonio e alle emissioni di ossido di azoto e zolfo.
Chiamiamola carbon tax (ma attenzione: una carbon tax può essere realizzata in modi anche diversissimi, qui il termine è necessariamente usato in modo vago). Ebbene, il gettito di questa carbon tax, prevede la bozza, sarà destinato a ridurre la tassazione sui redditi, a finanziare le tecnologie a basso contenuto di carbonio e a concorrere alla revisione del sistema dei sussidi alle fonti rinnovabili.

Si tratterebbe di una riforma coerente con molte indicazioni europee. Ricorderete la celebre lettera della BCE all’ultimo governo Berlusconi nel difficile agosto 2011 quando l’Italia era a un passo dal default, le borse crollavano e lo spread saliva. Lì la staffetta Trichet-Draghi chiedeva tra le altre cose che la pressione fiscale si riducesse sui redditi per portarsi di più su cose e patrimoni (e che si reintroducesse l’IMU sulla prima casa, no comment).
Pochi mesi dopo Vieri Ceriani della Banca d’Italia, poi divenuto sottosegretario all’economia, audito in Senato proponeva modifiche al sistema fiscale coerenti con le indicazioni BCE, in più specificando di adottare criteri ecologici nel tassare i consumi.

Già molto prima, nell’estate 2010, la deputata radicale Elisabetta Zamparutti firmava una bozza di legge delega per una carbon tax finalizzata a ridurre il cuneo fiscale sul lavoro e a trovare una forma di aiuto alle fonti rinnovabili alternativa agli incentivi sull’energia prodotta, l’insostenibilità dei quali tre anni dopo è diventata un tema popolare.

Nel frattempo Bruxelles sta per emanare una nuova direttiva sulla tassazione dei prodotti energetici che prevede che le accise dipendano dal contenuto energetico e dal potenziale di emissioni climalteranti dei beni.
Bene. Se l’Europa, e finalmente il Parlamento, vanno in questa direzione, sarà utile che Derrick si occupi di un fenomeno che è costato secondo il rendiconto generale della Ragioneria dello Stato oltre un miliardo e mezzo nel 2012: le esenzioni dalle accise sul gasolio a favore dell’autotrasporto.

Proprio così: un Paese che dà oltre 10 miliardi all’anno alle fonti energetiche rinnovabili, ne dà anche a una fonte non rinnovabile per antonomasia, a cui, secondo Legambiente, si aggiunge circa mezzo miliardo di ulteriore sostegno anche attraverso sconti autostradali e assicurativi pagati dai contribuenti.
Alla faccia degli slogan sulla transizione all’economia verde e sui prodotti a chilometri zero. (Anzi, questa politica i prodotti a chilometri zero li rende artificiosamente meno competitivi).

Io credo che dare soldi pubblici a una cosa e al suo contrario sia semplicemente folle, perché, al costo di sottrarre risorse al welfare e di distorcere i mercati, nemmeno persegue una direzione coerente.
Per il ciclo di puntate che inizia oggi ringrazio Marianna Antenucci.

martedì 11 febbraio 2014

I numeri delle esenzioni fiscali a consumo e produzione di energia - D191

La guerra dei sussidi non si placa. In epoca di crisi un po’ tutti, legittimamente perché chiedere non è reato, chiedono sussidi per non rinunciare al proprio reddito anche se la disponibilità a pagare dei loro clienti si riduce, e il legislatore spesso li concede o continua a concederli. Forse perché, e questa è una mia opinione, al potere fa comodo elargire mance coi soldi altrui. È il meccanismo classico della clientela, no? Ma la crisi pesa anche sul bilancio pubblico, e su quello di chi nelle bollette paga sempre più paratasse.

Assoelettrica, l’associazione confindustriale che rappresenta il settore della generazione elettrica, ha rilanciato su twitter, in seguito a un articolo su Quale Energia, la polemica con Legambiente che in un suo studio recente, già visto in Derrick, quantificava in 12 miliardi gli aiuti annui alle fonti di energia fossile in Italia, con alcune aggregazioni opinabili ma in ogni caso evidenziando una realtà davvero difficile da sostenere e motivare, se è vero, come scrive il fondo monetario, che i sussidi alle fonti fossili, oltre ad avere i difetti di tutti i sussidi, accelerano l'esaurimento delle risorse naturali e si oppongono agli investimenti in decarbonizzazione e fonti rinnovabili.

Oggi Derrick si limita, dati della previsione di bilancio dello Stato per il 2014 alla mano, a snocciolare alcuni dei numeri, su cui tornerò di sicuro, delle esenzioni alle imposte sul consumo o produzione di fonti energetiche, di origine fossile quando si parla di combustibili, e prevalentemente fossile quando si parla di accise al consumo di elettricità (perché i 2/3 circa di elettricità in Italia la facciamo ancora con combustibili fossili).

Procediamo per settore: chi si becca il grosso degli sconti d'imposta sull’uso di energia? I trasporti, con quasi 4 miliardi. Segue l’agricoltura con oltre 1, e per entrambi si parla quasi solo di accise su combustibili fossili. 
L’oltre mezzo miliardo di sconti alle accise dei clienti domestici che consumano poco riguardano invece perlopiù l’elettricità.
Poi, molto staccati, ci sono il resto dei settori, con solo 140 milioni circa. Ma attenzione: per quanto riguarda l’industria manifatturiera, gli aiuti ai consumi energetici ci sono e sono alti, ma non sono nelle accise, bensì nella parafiscalità delle bollette, e quindi non concorrono all’analisi di oggi.

Facciamo zoom sui trasporti, visto che da soli si mangiano 4 dei circa 5,7 miliardi di cui stiamo parlando. Il trasporto aereo commerciale ha sconti per 1,6 miliardi, poco più di quello a TIR e autolinee passeggeri (a queste ultime molto meno che ai TIR). Importanti anche i 640 milioni a trasporto marittimo e pesca. Tutti sconti questi sulle accise carburanti.

Il totalone di mancato gettito relativo previsto per il 2014 dalla Ragioneria dello Stato, lo ripeto, è di poco meno di 5,7 miliardi. Ed è una stima per difetto, perché i dati non includono alcune forme non di esenzione, bensì di non assoggettabilità alle accise, su cui Derrick cercherà di fare valutazioni quantitative prossimamente.

Chi paga il conto di questi sussidi? I soldi non hanno etichetta, quindi si può dire genericamente: i contribuenti, in particolare quelli che alla pompa di benzina le accise le pagano tutte. Gli stessi contribuenti che pagano i sussidi alle fonti rinnovabili e all’efficienza, i cui effetti sono almeno in parte vanificati dai sussidi alle fossili.

Ringrazio Marianna Antenucci.

martedì 19 novembre 2013

D181 - Carbon tax in Francia

Vi ricordate? Nel 2009 il presidente francese Sarcozy tentò di introdurre una carbon tax in Francia. Che però fu rigettata dalla corte costituzionale. Perché? Perché aveva troppe esenzioni.
Troppe esenzioni.

Ora Hollande ci riprova ma ha imparato solo in parte la lezione.

Prima di entrare nei dettagli però vorrei evitare un fraintendimento: le proteste dei TIR che stanno bloccando le strade francesi ancora mentre scrivo questo post non sono proteste contro la carbon tax. Bensì contro un’ecotassa in forma di pedaggio di cui parlerò nella prossima puntata e di cui hanno parlato i giornali italiani per un coinvolgimento di Società Autostrade nella cordata che ha messo in piedi l’apparato di esazione.

Riguardo invece alla carbon tax francese (contribution climat énergie): è già approvata da un ramo del parlamento. Si tratta di una modifica delle accise sull’energia che introduce in anticipo parte delle previsioni dell'evoluzione della direttiva europea sulla tassazione dei prodotti energetici, il cui aggiornamento, non ancora legge, prevede che le accise su questi prodotti debbano legarsi alle emissioni di CO2 e al contenuto energetico.
Su questa base, il legislatore francese stabilisce un costo della CO2 per i prossimi anni, e in questo modo aggiunge una componente di accisa ai combustibili. Il ricavato andrà perlopiù ad alimentare il credito d’imposta per la competitività e l’occupazione.

L’applicazione della carbon tax sarà graduale perché prevede prezzi della CO2 crescenti. Uno potrebbe chiedersi perché si utilizzano prezzi convenzionali anziché prezzi del mercato delle emmissioni – il cosiddetto ETS. La risposta più verosimile è che questo mercato, per diversi motivi, sta esprimendo prezzi bassi e dalle prospettive inaffidabili e che per questo i legislatori, in modo un po’ illiberale, stanno cercando di eluderlo anziché farlo funzionare, o semplicemente prenderne atto. In ogni caso, il gettito previsto dalla contribution climat énergie è di soli 340 milioni di euro nel 2014, per poi salire a 2,5 miliardi nel 2015 e poco più di 4 miliardi nel 2016. Si tratterà circa di 2 € in più a regime per un pieno di gasolio da 50 litri.
Non per tutti, però. Perché come accennavo all’inizio ci sono esenzioni. In particolare per il trasporto pesante sopra le 7,5 tonnellate, già in parte esentato dalle attuali accise. Derrick si è recentemente occupato dei clamorosi sconti alle accise sul gasolio di cui il trasporto pesante gode anche in Italia (1,6 miliardi nel 2012), e nella prossima puntata faremo un confronto comparato sulle dimensioni di quest’esenzione rispetto alla Francia.

Quel che si può di sicuro dire, riprendendo anche la corte costituzionale francese, è che se uno mette una tassa sulle emissioni CO2 è per scoraggiarle. Cioè per farne pagare un costo economico a chi le causa. Ma se questo costo non viene fatto pagare all’autotrasporto commerciale  si fallisce nell’introdurre un vantaggio ai prodotti che hanno minor necessità di emettere CO2 da trasporto. Si impedisce quindi al sistema introdotto di funzionare anche per i prodotti che hanno un consumo energetico – e quindi emissioni – indirette dovute al trasporto. Si rende quindi il sistema di molto monco.

Per questa puntata ringrazio Marianna Antenucci.

martedì 28 febbraio 2017

Catalogo Minambiente dei sussidi sfavorevoli e favorevoli all'ambiente (Puntata 304)

(La puntata sull'edizione successiva del Catalogo è qui).

C’è un insieme vastissimo di voci di spesa dello Stato centrale e degli enti locali che non sempre rientra nelle pur diverse definizioni di welfare e che serve a facilitare la vita di miriadi di beneficiari. È il mondo dei sussidi alla produzione o al consumo di beni, nella forma di trasferimenti diretti oppure di facilitazioni d’imposta, inclusa la parafiscalità delle bollette dell’energia che da sola vale un ordine di grandezza di 10 miliardi di Euro all’anno.
Un mondo misconosciuto, forse anche a causa della eterogeneità delle voci che lo compongono, e che pure vale circa il 10% dell’intera spesa pubblica, se si include l’erosione fiscale (cioè i sussidi nella forma di facilitazioni d’imposta).

Il misterioso lago artificiale di Occhito, in Molise,
fotografato da Derrick nel 2013
È stato pubblicato a febbraio 2017 dal ministero dell’ambiente (link sotto) un catalogo dei sussidi pubblici classificati rispetto alla loro interazione favorevole o dannosa con l’ambiente. Un documento estremamente importante sia in termini di conoscenza della nostra politica economica, sia di quella ambientale. Dal primo punto di vista, questo catalogo si aggiunge al lavoro dello stu
dio della commissione Ceriani del 2011 e di Giavazzi del 2012.
Studi peraltro non sovrapponibili perché con ambiti di analisi almeno in parte diversi. Nel caso del catalogo del ministero dell’Ambiente, ciò che vi è incluso sono i trasferimenti del Governo centrale, esclusi quelli di competenza diretta del ministero dello sviluppo economico, e il sistema, o almeno la sua gran parte, della parafiscalità delle bollette energetiche. Non sono inclusi invece i trasferimenti degli enti locali (stesso ordine di grandezza di quelli centrali secondo altri studi) e i Piani Operativi Nazionali e Regionali finanziati dai fondi strutturali UE.

Ecco un numero di estrema sintesi del catalogo: i sussidi dannosi all’ambiente, all’interno degli ambiti oggetto dello studio, ammontano secondo il MATTM a oltre 16 miliardi di Euro all’anno, quasi tutti spese fiscali. Una cifra superiore, anche se di non molto, a quella dei sussidi ambientalmente favorevoli.

Ci sono casi, e qui è Derrick che esprime un’opinione, in cui l’indifendibilità di alcuni sussidi emerge dalla palese contraddizione rispetto a obiettivi di altri sussidi. I sussidi alle fonti energetiche fossili, per esempio, servono a rafforzare produzioni ridurre le quali è obiettivo dei sussidi alle fonti rinnovabili. Ora, è facile dimostrare che la penetrazione delle rinnovabili è resa più difficile dagli aiuti alle fonti fossili, i quali quindi rendono di fatto necessari maggiori sussidi alle fonti rinnovabili, generando un assurdo circolo vizioso.

Eliminare i sussidi alle fossili peraltro è quanto l’Italia si è già impegnata a fare entro il 2025 in occasione del G7 del 2016, e quanto auspicano OCSE, Banca Mondiale e Fondo Monetario Internazionale. E da fare ce n’è, visto che il MATTM quantifica in oltre 11 mld/a i sussidi dannosi all’ambiente su prodotti energetici – sostanzialmente agevolazioni fiscali al consumo di fonti fossili.


Link utili:

Questo articolo è anche apparso su LabParlamento, che ringrazio, qui: http://www.labparlamento.it/thinknet/sussidi-allenergia-se-il-circolo-diventa-vizioso/

martedì 21 gennaio 2014

Chi inquina paga? - D188

Derrick mantiene le promesse, e nella puntata del 7 gennaio aveva previsto di riprendere il tema di come la pensa l’Unione Europea in termini di sussidi o sconti fiscali o parafiscali ai consumi energetici. In particolare, chiediamoci se è sempre valido il principio del "Chi inquina paga" [polluters pay principle – PPP] nella produzione normativa di Bruxelles.

Principio secondo cui chi induce depauperamento ambientale deve contribuire proporzionalmente ai suoi costi, introdotto per la prima volta con il Primo Programma europeo di Azione Ambientale operativo dal 1973, sulla scia del dibattito aperto allora in sede OCSE[1], assurto a rango pseudocostituzionale nel trattato costitutivo dell’Unione e poi riaffermato in quello di Lisbona, che tra l’altro istituisce la finalità di lotta al cambiamento climatico.

La stessa Commissione però sta facendo patire al principio importanti eccezioni. Vediamole.
Nel processo di revisione della tassazione sui prodotti energetici, iniziato nel 2011 con la proposta della Commissione[2] e ancora sotto esame in sede di Consiglio, è prevista una carbon tax, ma anche la possibilità di agevolazioni per evitare il rischio del cosiddetto carbon leakage.

E cos’è il carbon leakage? Letteralmente: fuga di carbonio: è lo spostamento delle emissioni verso quei Paesi che non le disincentivano (per esempio: se io tasso chi emette CO2 in Europa per fare piastrelle, può darsi che la produzione di piastrelle si sposti fuori confine). Le emissioni complessive restano le stesse, con però un danno immediato per l’economia di chi le ha disincentivate.
Del resto la riforma della tassazione dell’energia è un completamento del sistema di scambio dei permessi ad emettere gas-serra, che si applica solo ad alcuni settori, e che anch’esso garantisce esenzioni alle attività a rischio di rilocalizzazione.

Quel che mi sembra un po’ penoso in questa politica del ripensamento è che l’effetto a cui si cerca ora di rimediare era perfettamente prevedibile e forse in effetti previsto dall’inizio. Ma scegliendo in Europa di accollarci prima degli altri il costo di incentivare tecnologie a basso tenore di carbonio si pensava di fare una scelta che nel medio periodo avrebbe pagato anche economicamente, quando anche il resto del mondo avrebbe deciso di allinearsi, cosa quest’ultima che in effetti ha iniziato ad avvenire almeno nel caso di Australia e Stati Uniti.

Non è solo nella disciplina delle emissioni che Bruxelles rinnega il Chi inquina paga. È in consultazione da dicembre la bozza delle Linee Guida sugli aiuti di stato ambientali ed energetici, che rappresenterà il riferimento per stabilire la conformità alla normativa europea di aiuti nazionali in campo energetico e per la protezione ambientale.
Ebbene: nella bozza sono ammesse riduzioni di tasse ambientali o di oneri generali di sistema finalizzati al finanziamento delle rinnovabili per le imprese a forte dipendenza dai consumi energetici. Già nella precedente versione del 2008 (ancora vigente) c’era la possibilità per gli Stati Membri di introdurre sgravi sulle tasse ambientali, ma è totalmente nuova l’opzione far pagare solo ai consumatori non energivori i costi dei sussidi all’energia da fonti rinnovabili.

Ricordate? L’illiceità di questa pratica, prima che le nuove lineeguida diventino operative, è il motivo per cui la Germania sta subendo un’investigazione da Bruxelles. E quello per cui la stessa Germania ha probabilmente premuto per le modifiche.

Direi che senza errori logici si può affermare che l’UE ritenga da un lato che i costi esterni dell’energia fossile debbano essere sostenuti in base a quanta se ne consuma (applicazione energetica del Chi consuma paga). E dall’altro che questo vale però solo per chi ne consuma poca. Lineare, no?
Ma niente paura, le lineeguida UE chiariscono che in qualsiasi caso le misure non devono pregiudicare il raggiungimento dell’obiettivo di protezione ambientale. Che fa il paio con quando il nostro legislatore scrive che la mancata rata IMU si finanzia sì con le bollette ma, per carità, senza aumentarle.

Ipocrisia al potere?

Sta per uscire il White Paper clima-energia al 2030, espressione degli orientamenti della Commissione in merito ai nuovi obiettivi di sostenibilità energetica. Saranno ancora obiettivi vincolanti? E se lo saranno, quante chance avranno di essere raggiunti se i meccanismi di incentivo saranno pieni di esenzioni? Ma poi che senso ha stabilire una strategia e sconfessarla? Un effetto certo c’è: contribuire alla perdita di credibilità dell’Unione.

Grazie a Marianna Antenucci

[Aggiornamento: gli obiettivi di sostenibilità energia-ambiente al 2030 diffusi da UE il 22/1/14]



[1] La prima definizione “ufficiale” del principio “chi inquina paga” è contenuta nella Raccomandazione del Consiglio dell’OCSE “Guiding principle concerning International economic aspects of environmental policies”
[2] COM (2011) 169/3

domenica 1 marzo 2015

Fisco e parafisco dell’energia nell’era del petrolio a buon mercato

Quando l’imposta non è verde - Fisco e parafisco dell’energia nell’era del petrolio a buon mercato

(di Michele Governatori - Apparso su QualEnergia n.1/2015)

Imposte sui redditi, imposte sui consumi e sui comportamenti

L’Italia tassa i redditi (quelli noti al fisco, s’intende) più della media UE. Questo vuol dire che un cittadino o un’azienda onesti hanno meno interesse ad aver successo economico in Italia che altrove. E infatti in un contesto europeo integrato è sempre più verosimile che un giovane professionista o imprenditore sicuri del proprio potenziale decidano di andarsene altrove. Così come è sempre più probabile che una persona di reddito medio-alto decida di andare a vivere fuori dal Lazio per non pagare l’addizionale record d’Italia (e un punto secco in più nel 2015: i fortunati residenti l’avranno notato con ribrezzo con lo stipendio di gennaio).

Ma qual è l’alternativa a un’aspra tassazione dei redditi? Già nel 2011 la Banca d’Italia (con un documento a firma del poi sottosegretario Vieri Ceriani reperibile sul sito della Banca) consigliava al Governo di rivedere la tassazione spostandone una parte ulteriore dai redditi ai consumi, e lo stesso faceva sempre nel 2011 la BCE in una delle sue richieste nella famosa lettera al Governo Berlusconi.

Anche tassare i consumi, naturalmente, ha le sue controindicazioni. In particolare, è distorsivo tra le categorie di beni assoggettate a diverse aliquote d’imposta. Ma l’effetto finale torna positivo se le distorsioni indotte dall’imposta al consumo ne bilanciano altre già esistenti, per esempio perché correggono esternalità ambientali. Per questo, se ben bilanciate, le imposte “ambientali” sui consumi possono essere un’ottima soluzione per introdurre segnali virtuosi in modo non troppo dirigista e nello stesso tempo permettere di alleggerire il peso sui redditi. Con il risultato di dare più potere d’acquisto a chi abbia voglia di mutare i propri comportamenti.

Imposte ambientali: rendiamole davvero ecologiche (ed efficienti)

Appartengono alla definizione di imposte ambientali, per esempio, le accise a prodotti energetici il cui consumo provoca effetti negativi all’ecosistema. Peccato che, in Italia e non solo, esse vengano applicate in molti casi con modalità controproducenti dal punto di vista ecologico. Il caso più clamoroso è quello delle accise sui carburanti che vedono forti sconti proprio per i consumatori più intensivi: quelli per i quali il prezzo è più critico per attivare investimenti in efficienza nei consumi. Una persona comune che fa un pieno di gasolio da 50 litri paga per la stessa quantità oltre 10 Euro più di un TIR, per esempio. Cioè sussidia i tubi di scappamento più grossi. L’accisa diventa quindi un’imposta assai poco ambientale, che si trasforma in uno dei sussidi dannosi all’ambiente secondo la classificazione dell’OCSE, e che l’OCSE stessa con la sua Environmental Performance Review del 2013 ha raccomandato al Governo italiano di eliminare.

La necessità di una revisione in chiave ecologica della fiscalità del resto è anche nella legge italiana. Lo dice la delega fiscale del marzo 2014 all’articolo 15. Peccato la norma subordini la revisione all’approvazione della nuova direttiva UE sulla tassazione dei prodotti energetici, che la neonata Commissione di Schultz ha messo fuori dall’agenda. Così l’obbligatorietà della riforma è bloccata, a meno che non passi una proposta di modifica alla delega fiscale come quella di Legambiente e Radicali Italiani nell’iniziativa #menoinquinomenopago, presentata alla Camera con prima firma dell’on. Oreste Pastorelli e firme aggiuntive di una quindicina di deputati.

Il legame tra sistema fiscale e sussidi, in particolare legati all’energia, è evidente, se è vero che uno sconto d’imposta genera un vantaggio competitivo quanto un sussidio. La riforma ecologica del fisco quindi deve avvenire insieme a una revisione di tutti i sussidi, in modo che l’effetto complessivo sia di internalizzare le esternalità oltre che di perseguire la trasparenza fiscale. E non solo: bisogna mettere mano anche al sistema della parafiscalità delle bollette, dove si annidano sussidi ai grandi consumatori e a quelli più intensivi che sono più l’esito stratificato di singoli interventi di aiuto, e conseguenti reazioni, che di una visione lineare.

Un caso emblematico della guerra nei sussidi dell’energia è stata la prevedibile reazione dei settori energy intensive non manifatturieri a una delle norme di sconto politico sul prezzo che avvantaggiava solo i loro concorrenti manifatturieri.

Il governo Renzi ha iniziato a metter mano al sistema dei trasferimenti tra categorie di consumatori delle bollette, ma non ancora nel modo più coerente e radicale, che sarebbe quello di far pagare il costo totale dell’energia (esternalità e oneri di sistema diretti inclusi) senza alcun sussidio incrociato. Coerente anche con il primo punto della Strategia Energetica Nazionale che pone l’obiettivo dell’efficienza energetica.

Riflettiamoci: come si fa a consumare in modo efficiente una risorsa di cui si paga un prezzo politico diverso dal costo pieno?

I sussidi alle fossili di energia e la loro interazione con quelli alle fonti rinnovabili

Come hanno scritto Alberto Saravalle e Carlo Stagnaro il 21 gennaio sull’Huffington Post, gran parte dei sussidi da eliminare nell’energia sono quelli alle fonti fossili, che una volta tolti possono comportare possibilità di alleggerimento anche di quelli alle fonti rinnovabili.
Saravalle e Stagnaro, come già la Banca Mondiale nel suo ultimo Global Economic Prospects e il Fondo Monetario Internazionale con dichiarazioni di Olivier Blanchard, affermano che il prezzo eccezionalmente basso del petrolio è un’occasione d’oro per procedere alla revisione dei sussidi dell’energia, perché la riduzione dei prezzi dei prodotti energetici fossili rende assorbibile un taglio degli aiuti al loro consumo.
Più complessa a parere di chi scrive è l’interazione lato offerta dei sussidi all’energia col petrolio a buon mercato. Il quale rende l’offerta più competitiva solo quando l’input del processo di trasformazione ha un prezzo legato a quello del petrolio. In questo senso, un recentissimo parere dell’agenzia statunitense per l’informazione sull’energia (eia.gov) afferma che le fonti elettriche rinnovabili non dovrebbero veder danneggiata la loro competitività dal calo del greggio, in quanto competono con produttori i cui costi sono perlopiù non legati a quello del petrolio.
Più nel dettaglio, un articolo di Marianna Antenucci e del sottoscritto sul volume XVI di Critical Issues in Environmental Taxation indaga usando dati empirici del mercato italiano come nel sistema della generazione elettrica una carbon tax avvantaggerebbe alcune categorie di fonti rinnovabili (quelle che percepiscono un incentivo indipendente dal prezzo di mercato dell’elettricità) e si chiede che tipo di incentivi alle rinnovabili si adattano automaticamente alle fluttuazioni del prezzo delle emissioni CO2 o all’intensità di una carbon tax, elemento quest’ultimo che è ragionevole aspettarsi venga reintrodotto una volta messa in campo la riforma del fisco cui accennavo. Maggiori informazioni sono sul blog Derrickenergia di cui al link sotto.
In ogni caso, lato domanda e lato offerta, per fare affermazioni conclusive in termini distributivi occorre valutare la competitività dei mercati per capire quali parti della filiera si tengono effettivamente l’effetto del minor sussidio e del minor prezzo del petrolio. È però certamente condivisibile l’affermazione generale di Saravalle e Stagnaro circa il fatto che la riduzione di un sussidio a una determinata categoria crea di norma spazio per un “disarmo” multilaterale, per un effetto di de-escalation simmetrico a quello descritto sopra.
Dobbiamo essere ottimisti riguardo a una possibile riforma da parte del Governo?
Una nota positiva è l’annuncio da parte di Renzi per marzo di un “Green Act”.
Quanto più sarà pervasivo l’intervento, toccando le regole della parafiscalità e della fiscalità legate all’energia e all’ambiente, tanto più potrà dare effetti positivi in termini di efficienza dei mercati e correttezza della concorrenza, eliminazione degli incentivi dannosi all’ambiente, naturale incentivo all’efficienza energetica.


Italia - Sconti alle accise sui prodotti energetici per settore

Stime 2014
Stime 2014
Settore
Sconto in milioni di €
Di cui a fonti fossili
(Stime a inizio 2014 - Ragioneria Generale dello Stato)
(Stime dell'autore su dati Ragioneria)
Trasporti
3943,3
3757,7
Agricoltura
1016,5
975,8
Manifattura
71,5
71,5
Altro
828,4
586,6
Totale
5859,7
5391,6


martedì 2 maggio 2017

La lista della spesa (Puntate 311-312)

Caldaia e muro fotografati da Derrick
nella palestra del circolo Arci Bellezza di Milano
Il ministro Calenda, il cui dicastero è responsabile di quella che chiamiamo politica industriale italiana, ha dichiarato che un fallimento di Alitalia sarebbe un disastro, e che quindi bisogna garantirne la continuità in attesa di trovarne un compratore.

Se fossero soldi miei, l’ultima cosa che farei con un’azienda che perde drammaticamente in un settore dove i concorrenti guadagnano sarebbe garantirne continuità.
E l’incubo purtroppo è che sì, nuovamente ora sono soldi miei.


Dopo Alitalia la fine del mondo?

Abbiamo già visto qui a Derrick, basandoci su uno studio IBL del 2014 che analizza esperienze di altre compagnie aeree, che quando ci sono in ballo asset di grande costo e valore, come aerei presi a leasing e slot per tratte di forte interesse, se viene meno un’azienda il mercato si organizza in fretta per rimettere in aria gli aerei e rioccupare gli slot, e che nei casi di aviolinee in dissesto liquidate e acquistate da altra proprietà l’effetto di medio periodo è stato un incremento e non decremento di traffico nelle rotte e negli scali serviti in precedenza.

Se fosse quindi proprio di discontinuità che ha bisogno Alitalia, o meglio chi paga le tasse e la parte più competitiva di chi ci lavora?
Se io fossi un dipendente in gamba della compagnia, e avessi fino a oggi dovuto accettare accordi di solidarietà per rendere possibili i vari salvataggi, avrei votato ora contro l’accordo, nella speranza non di un salvataggio ma di una liquidazione a breve e riassunzione da parte di una nuova proprietà sulla base della professionalità che io ho da offrirle. Senza più dovermi sobbarcare i danni e il costo di un management e di altri colleghi che evidentemente per competenze o stipendi sono un peso e quindi probabilmente non hanno le caratteristiche per essere riassunti alle stesse condizioni da un’azienda competitiva.


La lista della spesa

E mentre sta per compiersi l’ennesimo trasferimento di soldi pubblici a un’azienda privata presunta strategica, ho letto – seppur tardivamente – “La lista della spesa” di Carlo Cottarelli, Feltrinelli, uno dei cui capitoli riguarda proprio i trasferimenti pubblici alle aziende, 32 miliardi nel 2013. Definizione che contiene di tutto, anche i prestiti come quello ad Alitalia, e anche pagamenti a fronte di contropartita.
Un sottoinsieme dei trasferimenti sono i sussidi veri e propri: soldi che lo Stato dà ad aziende private allo scopo di aiutarle a esistere o a vendere sottocosto, il che, nei settori di mercato, equivale ad aiutarle a battere la concorrenza di altre aziende non sussidiate.
Esempi di sussidi ad aziende private in concorrenza sono quelli all’agricoltura, in buona parte attraverso sconti fiscali, alla scuola privata (in violazione secondo Cottarelli dell’articolo 33 della Costituzione - ma qui la definizione di sussidio è opinabile perché una contropartita c'è, mentre resta il fatto che senza un sistema di voucher e di piena concorrenza non si capisce perché lo Stato debba pagare due volte per la messa a disposizione dell'istruzione) e soprattutto, appunto, ai trasporti.

Talvolta si tratta di ambiti dove il mercato non è disposto a pagare il servizio abbastanza da renderlo fornibile in quantità e a prezzi considerati socialmente corretti, come in parte del trasporto pubblico locale. Altre volte, come per gli oltre quattro miliardi/anno (dato questo aggiornato da Derrick) di sconti su accise su carburanti al trasporto pesante, lo Stato per motivi incomprensibili vuole forse rendere artificiosamente economico spostare merci su e giù per il Paese (e lo fa nel modo peggiore possibile: dando sconti sui carburanti, aiutando quindi chi inquina di più. Lo dico solo io? No, lo dice il ministero dell'ambiente). 

Ecco, nel caso Alitalia, che opera in un mercato dove i prezzi di riferimento dipendono per fortuna sempre più dalla concorrenza e non dalle decisioni di una singola azienda, nemmeno il fine di abbassare i prezzi per gli utenti è invocabile a motivo dei sussidi.


Qualche numero su sussidi e spesa fiscale

Il mare dei sussidi pubblici, molti dei quali in forma di spesa fiscale, rispecchia un forte interventismo dello Stato nell’economia anche in assenza di partecipazioni pubbliche, e io credo rispecchi anche l’ipertrofia stratificata e polverizzata della nostra attività legislativa, piena di facilitazioni a questa o quella categoria, spesso senza una coerenza tra misure.
La relativamente piccola dimensione di molte delle misure prese singolarmente, ognuna delle quali ha però beneficiari pronti a protestare, probabilmente concorre alla difficoltà nell’aggredire questa forma di spesa, anche quando è impossibile trovare una ragione sensata o quando c’è evidente contraddizione tra spese diverse.

Di quanto stiamo parlando?

I sussidi in forma di trasferimenti di Stato centrale e regioni alle aziende valevano oltre 41 miliardi nel 2011 secondo Giavazzi, in un’analisi poi ripresa da Giarda e Flaccadoro. Quelli, sempre in forma di soli trasferimenti diretti, del solo Stato centrale e del sistema di parafiscalità di bollette energetiche valevano secondo il ministero dell’Ambiente 19 miliardi nel 2016.

Più complicato computare l’erosione fiscale, cioè il valore delle facilitazioni fiscali, che è generalmente considerabile sussidio in quanto priva di contropartita in termini di fornitura di beni allo stato. Secondo il ministero dell’Ambiente (link sopra e alla fine dell'articolo) essa, escludendo gli enti locali e includendo la parafiscalità energetica, ammonta a 22 miliardi/anno, di cui circa 16 sono da eliminare in quanto dannosi all’ambiente e/o contrari a impegni interni e internazionali del Governo. 
Il MEF nel suo primo rapporto sull’erosione fiscale elude una quantificazione complessiva, ma fornisce un catalogo che utilizzo per queste considerazioni.

  • Una prima classe di sussidi fortemente discriminatori e incoerenti con le politiche ambientali l'abbiamo citata sopra e riguarda gli sconti su accise a carburanti e combustibili fossili soprattutto a trasporto commerciale e agricoltura per circa 4 miliardi/anno..
  • L’agricoltura è poi una star dei sussidi, soprattutto attraverso le più disparate esenzioni di imposta, che superano i 2,3 miliardi secondo il MEF.
  • C’è poi la tanto venerata prima casa, sussidiata per oltre 10 miliardi all’anno, in questo caso in favore di persone fisiche.
  • Anche la spesa fiscale per la “competitività” e per la riduzione del cuneo fiscale delle aziende è altissima (oltre 13 miliardi) anche in seguito a recenti misure. Ora, se è vero che il cuneo fiscale è un elemento decisivo di competitività, sarebbe credo meno distorsivo e arbitrario affrontarlo con una riduzione generalizzata delle tasse anziché con misure di incentivo all’acquisto o ammortamento di determinati beni o defiscalizzazione solo temporanea e selettiva del lavoro.


Ho un sogno

Ho un sogno: una revisione fiscale con forti riduzioni di aliquote d’imposta insieme al reset di gran parte della spesa fiscale, che contribuirebbe in modo decisivo a finanziarla. Si toccherebbero molte rendite, ma forse la generalità dei contribuenti apprezzerebbe. O forse no: se chi difende una rendita reagisce con più determinazione di chi aspira a un fisco più ragionevole.


Riferimenti

Ringrazio Matteo Anniballi per una sua osservazione utile a rendere il testo, spero, più preciso