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martedì 11 marzo 2025

Decreto bollette (Puntata 662 in onda l'11/3/25)

Questa puntata si può ascoltare qui.

I prezzi del petrolio e del gas sono scesi rispetto ai valori della prima decade di febbraio [2025]. Riguardo ai prezzi gas a termine, probabilmente una ragione è che sembra sempre meno un tabù la prospettiva di una ripresa delle importazioni europee via tubo dall’Ucraina, che spiazzerebbe il più costoso gas via nave in particolare dagli USA proprio mentre l’amministrazione Trump pianifica di aumentarne la capacità.

I tempi della politica però sono più lenti di quelli dei mercati spot, e questa settimana il Parlamento italiano inizia le audizioni in vista della conversione in legge del decreto di contenimento delle bollette, che abbiamo menzionato solo en passant la scorsa settimana.

Gli elementi principali della misura sono:

Introduzione di un bonus di 200 € per tutti i clienti domestici di elettricità con ISEE inferiore a 25.000 €, che si aggiunge al bonus energia già in vigore per clienti con ISEE più basso.

Si tratta di una soluzione ben disegnata, perché così come il bonus a cui si aggiunge non è indiscriminata né disincentiva all’efficienza nei consumi, visto che i soldi arrivano anche se si consuma meno.

Introduzione per Acquirente Unico della possibilità di approvvigionarsi di energia anche con contratti bilaterali e non solo sulla borsa elettrica.

Acquirente Unico è un broker pubblico di elettricità che la compra all’ingrosso per rifornire oggi i clienti cosiddetti vulnerabili, che continuano ad aver diritto a una tariffa a condizioni standard paradossalmente più soggetta alle fluttuazioni di prezzo rispetto a buona parte delle offerte sul mercato libero. Questa norma appunto mira a rendere possibile la fissazione di prezzi meno volatili anche per i clienti vulnerabili. Se può sembrare una buona idea, in realtà ci sono ottime ragioni per cui il legislatore aveva invece deciso l’opposto anni fa, imponendo ad Acquirente Unico di acquistare solo sulla borsa elettrica, che è un mercato regolato e trasparente per costruzione. Ragioni volte ad evitare comportamenti arbitrari da pare di un’azienda pubblica nel negoziare bilateralmente condizioni che potrebbero rivelarsi sfavorevoli in caso di prezzi di borsa in discesa successivi alla stipula dell’accordo.

Azzeramento per 6 mesi per i consumatori non domestici di dimensioni rilevanti (potenza maggiore di 14,5 kW) della principale componente regolata delle bollette elettriche.

Qui da un lato per una volta si interviene a favore di una categoria (i clienti business non energivori) che è tra le più maltrattate del sistema regolato delle bollette, bene quindi, dall’altro lo si fa senza introdurre alcun incentivo all’efficienza dei consumi, il che è male.

Un sistema – da stabilire con norme successive – di restituzione a “famiglie e microimprese vulnerabili” del maggiore gettito IVA legato all’aumento dei prezzi del gas.

Vedremo come verrà attuata, ma è una buona idea perché non taglia indiscriminatamente l’IVA sull’energia come fu fatto in passato, ma nello stesso tempo ne calmiera l’impatto attraverso una restituzione selettiva.

Infine il decreto prevede che l’Autorità per l’Energia introduca nuove norme per aiutare la trasparenza e confrontabilità delle offerte commerciali ai clienti domestici.

Se per confrontabilità si intende disponibilità di tariffe standard semplificate, esistono già le offerte cosiddette “Placet”, attraverso cui tutti i fornitori devono proporre una formula facile a prezzo fisso o variabile rispetto all’andamento del mercato all’ingrosso. Questo decreto potrebbe essere un’occasione per aggiungere due nuove opzioni:

Una con prezzi dinamici che davvero rispecchino quello dell’ora specifica di consumo, il che darebbe incentivo a consumare quando l’abbondanza di fonti rinnovabili abbassa il prezzo, e non quando la necessità di accendere centrali a gas lo alza (cosa che tipicamente succede nelle prime ore serali).

L’altra che preveda un impegno di lungo termine di acquisto esclusivo da impianti da fonti rinnovabili con emancipazione dal prezzo del gas. Questa renderebbe possibile quel “disaccoppiamento” con il prezzo del gas di cui si parla tanto ultimamente.

In entrambi i casi il consumatore avrebbe più strumenti per favorire transizione ed economicità.

Se la norma invece prelude a limitazioni alla creatività dei fornitori nell’assecondare le esigenze dei clienti, allora potrebbe essere controproducente.

Ringrazio per questa puntata Marco Ballicu. Ogni eventuale errore è però mio, come sempre.I prezzi del petrolio e del gas sono scesi rispetto ai valori della prima decade di febbraio [2025]. Riguardo ai prezzi gas a termine, probabilmente una ragione è che sembra sempre meno un tabù la prospettiva di una ripresa delle importazioni europee via tubo dall’Ucraina, che spiazzerebbe il più costoso gas via nave in particolare dagli USA proprio mentre l’amministrazione Trump pianifica di aumentarne la capacità.

I tempi della politica però sono più lenti di quelli dei mercati spot, e questa settimana il Parlamento italiano inizia le audizioni in vista della conversione in legge del decreto di contenimento delle bollette, che abbiamo menzionato solo en passant la scorsa settimana.

Gli elementi principali della misura sono:

1) Introduzione di un bonus di 200 € per tutti i clienti domestici di elettricità con ISEE inferiore a 25.000 €, che si aggiunge al bonus energia già in vigore per clienti con ISEE più basso.

Si tratta di una soluzione ben disegnata, perché così come il bonus a cui si aggiunge non è indiscriminata né disincentiva all’efficienza nei consumi, visto che i soldi arrivano anche se si consuma meno.

2) Introduzione per Acquirente Unico della possibilità di approvvigionarsi di energia anche con contratti bilaterali e non solo sulla borsa elettrica.

Acquirente Unico è un broker pubblico di elettricità che la compra all’ingrosso per rifornire oggi i clienti cosiddetti vulnerabili, che continuano ad aver diritto a una tariffa a condizioni standard paradossalmente più soggetta alle fluttuazioni di prezzo rispetto a buona parte delle offerte sul mercato libero. Questa norma appunto mira a rendere possibile la fissazione di prezzi meno volatili anche per i clienti vulnerabili. Se può sembrare una buona idea, in realtà ci sono ottime ragioni per cui il legislatore aveva invece deciso l’opposto anni fa, imponendo ad Acquirente Unico di acquistare solo sulla borsa elettrica, che è un mercato regolato e trasparente per costruzione. Ragioni volte ad evitare comportamenti arbitrari da pare di un’azienda pubblica nel negoziare bilateralmente condizioni che potrebbero rivelarsi sfavorevoli in caso di prezzi di borsa in discesa successivi alla stipula dell’accordo.

3) Azzeramento per 6 mesi per i consumatori non domestici di dimensioni rilevanti (potenza maggiore di 14,5 kW) della principale componente regolata delle bollette elettriche.

Qui da un lato per una volta si interviene a favore di una categoria (i clienti business non energivori) che è tra le più maltrattate del sistema regolato delle bollette, bene quindi, dall’altro lo si fa senza introdurre alcun incentivo all’efficienza dei consumi, il che è male.

4) Un sistema – da stabilire con norme successive – di restituzione a “famiglie e microimprese vulnerabili” del maggiore gettito IVA legato all’aumento dei prezzi del gas.

Vedremo come verrà attuata, ma è una buona idea perché non taglia indiscriminatamente l’IVA sull’energia come fu fatto in passato, ma nello stesso tempo ne calmiera l’impatto attraverso una restituzione selettiva.

5) Infine il decreto prevede che l’Autorità per l’Energia introduca nuove norme per aiutare la trasparenza e confrontabilità delle offerte commerciali ai clienti domestici.

Se per confrontabilità si intende disponibilità di tariffe standard semplificate, esistono già le offerte cosiddette “Placet”, attraverso cui tutti i fornitori devono proporre una formula facile a prezzo fisso o variabile rispetto all’andamento del mercato all’ingrosso. Questo decreto potrebbe essere un’occasione per aggiungere due nuove opzioni:

Una con prezzi dinamici che davvero rispecchino quello dell’ora specifica di consumo, il che darebbe incentivo a consumare quando l’abbondanza di fonti rinnovabili abbassa il prezzo, e non quando la necessità di accendere centrali a gas lo alza (cosa che tipicamente succede nelle prime ore serali).

L’altra che preveda un impegno di lungo termine di acquisto esclusivo da impianti da fonti rinnovabili con emancipazione dal prezzo del gas. Questa renderebbe possibile quel “disaccoppiamento” con il prezzo del gas di cui si parla tanto ultimamente.

In entrambi i casi il consumatore avrebbe più strumenti per favorire transizione ed economicità.

Se la norma invece prelude a limitazioni alla creatività dei fornitori nell’assecondare le esigenze dei clienti, allora potrebbe essere controproducente.

Ringrazio per questa puntata Marco Ballicu. Ogni eventuale errore è però mio, come sempre.

domenica 13 febbraio 2022

Catalogo dei sussidi dannosi all'ambiente, IV edizione (dati 2019-20) (Puntata 515 in onda il 15/2/22)

Ciclabile Assisi-Spoleto
(Un riferimento all'edizione successiva del Catalogo è qui.)

È finalmente uscita la quarta edizione di un documento particolarmente caro a Derrick, di una rilevanza economica tanto alta quanto il sistematico oscuramento dei suoi dati nel dibattito politico e nella conoscenza del pubblico: il Catalogo dei sussidi dannosi e favorevoli all’ambiente del Ministero della Transizione Ecologica.

I dati son presto riassunti: ancora nel 2020 l’Italia usava i sistemi fiscale e parafiscale (bollette) per dare oltre 20 miliardi di euro di soldi pubblici ad attività dannose all’ambiente, una cifra di quasi 3 miliardi maggiore di quella dei
sussidi vantaggiosi e inferiore solo al dato del 2019, inversione di tendenza questa dovuta purtroppo alla congiuntura e non a un cambio di politiche.

Il Catalogo è ormai anche un compendio di teoria economica e di analisi internazionale in materia, eppure son certo che di nuovo non basterà a prevenire nemmeno le più disinformate delle controdeduzioni che a ogni edizione tocca sentire. Tipo che uno sconto fiscale non è un sussidio.

Si arricchisce in questa edizione di approfondimenti, tra le altre cose, su:

  • uno dei suoi punti più controversi: la valutazione del sussidio costituito dalle minori accise sul gasolio per autotrazione rispetto alla benzina;
  • il regime delle royalty su energie minerarie (a dir poco d’attualità, visto che è tornato in auge il sogno autarchico del gas nazionale, come se fosse quasi gratis e abbondante);
  • le norme internazionali su navigazione aerea e in mare (laddove nella prima finalmente si vede una riduzione dei sussidi grazie alle politiche europee in materia);
  • le tariffe idriche e dei rifiuti;
  • l’economia circolare.

Da notare tra i sussidi dannosi l’opportuno inserimento del “capacity market”, il sistema che usa la parafiscalità delle bollette per ripagare interamente costi di capitale di nuove centrali perlopiù termoelettriche.

Sempre impressionanti i numeri sulle aliquote agevolate dell’IVA. (Un caso tra gli altri: che senso ha l’IVA al 4% per la cessione di fabbricati residenziali da parte dei costruttori? Serviva per rilanciare il settore, ma poi si è aggiunto il superbonus per l’efficientamento del patrimonio esistente. Si tratta di oltre due miliardi che il MiTE classifica come sussidio dannoso contro il parere della commissione sulle spese fiscali la quale lapalissianamente lo considera una semplice “aliquota differenziata”).

Della cifra totale dei sussidi dannosi, poco meno di 10 miliardi (la metà) riguardano l’energia. Ne consegue che il deficit tra sussidi buoni e cattivi in seguito alle varie norme salvabollette (che addirittura hanno aggiunto una tassa sulle rinnovabili) è destinato ad aumentare di molto, a meno di non correggere la logica e le condizionalità con cui gli aiuti vengono attribuiti.

Smetterebbero di essere dannosi all’ambiente, credo, se non dipendessero dai consumi effettivi ma da quelli standard basati su tecnologie efficienti, oppure se fossero subordinati ad azioni di efficientamento o all’adozione di tecnologie meno dannose per la salute e il clima.

Il comitato interministeriale per la transizione ecologica si è impegnato a una proposta di programma di superamento dei sussidi dannosi all’ambiente da presentare entro metà 2022. Visto il rischio di esplosione di cui sopra, forse intervenire non è mai stato così urgente.


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sabato 28 agosto 2021

"Oddio: nuove tasse!" - Riforme fiscali e idiosincrasie (Puntate 488 e 494 in onda l'8/6/21 e 31/8/21)

Dallas Dhu Distillery, Scozia
Puntata 488 (in onda 8/6/2021)

Nelle ultime settimane, in vista di una riforma da parte del Governo, si è discusso anche su stampa e social di possibili novità fiscali, e si è riverificato un grande classico di questi casi, cioè quanto segue:

qualcuno, in questo caso per esempio Enrico Letta con una proposta sulle imposte di successione, lancia un’idea di intervento sul sistema fiscale e ottiene perlopiù reazioni del tipo: “basta nuove tasse”, “giù le mani dalle tasche degli italiani” eccetera. Perfino il presidente del Consiglio, che mi sembra piuttosto pragmatico nel contemperare competenza e ragionevole dirigismo con uscite pubbliche tranquillizzanti per evitare problemi, ha dato una risposta liquidatoria, parlando suppongo da politico, suo ruolo attuale, e non da economista.

Ora, salvo ipotesi estremamente semplici e ottimistiche, è difficile immaginare una riforma fiscale che non includa le tanto odiate “nuove tasse”, cioè ambiti in cui il gettito aumenta, a fronte di altri in cui si riduce, il tutto magari a gettito complessivo invariato o addirittura ridotto (ammesso che questo sia possibile con tutti i debiti che abbiamo).

Questo significa che finché l’idea di “nuove tasse” – indipendentemente da ciò di cui si tratti - causa forme di idiosincrasia capaci di bloccare sul nascere qualunque discussione nell’opinione pubblica e nei politici che cercano di assecondarla, nessuna riforma fiscale potrà mai essere fatta se non in qualche modo eludendo il dibattito.

Per non eluderlo, invece, probabilmente occorrerebbe diffondere un documentario di formazione pubblica che spieghi che cambiare le tasse, e quindi creare “nuove tasse”, non significa né aumentare necessariamente la pressione fiscale, né, soprattutto, peggiorare le situazioni di potenziale iniquità dell’attuale sistema. Anzi, qualunque riforma del fisco aspira a obiettivi uno dei quali è tipicamente l’equità.

Per l’ennesima volta pochi giorni fa la Corte dei Conti ha lanciato l’allarme sul livello elevato e anomalo della spesa fiscale in Italia: cioè il costo dei regimi di esenzione o sconti fiscali. Altro settore da cui tipicamente i Governi stanno lontani come si starebbe da un filo dell’alta tensione, per evitare le rivolte delle innumerevoli categorie che fruiscono nei modi più disparati di regimi di favore senza che spesso si riesca nemmeno più a ricordare la ragione dello specifico privilegio. (Una motivazione generica evergreen è: “proteggere i posti di lavoro”).

Eliminare i privilegi assurdi, compresi quelli dannosi all’ambiante, certamente nel dibattito civile equivarrà a “nuove tasse”, anche se l’obiettivo per esempio è ridurre quelle sul lavoro. E quindi torniamo al punto di partenza: se ragionare a parità di gettito fa parte di un’astrazione impossibile per l’opinione pubblica, oppure non credibile per la stessa opinione, allora non abbiamo speranze per una riforma fiscale in regime di democrazia, se non in presenza di rischi imminenti come quello di un fallimento, oppure di imposizioni ineludibili dall’Europa.

Puntata 494 (in onda il 31/8/2021 e in replica il 12/10/2021)

Torno sul punto grazie a un interessantissimo studio dell’inglese Green Alliance uscito di recente che porta i risultati di un’indagine sull’accettabilità delle tasse “verdi”, inclusa carbon tax, nel Regno Unito. Vediamo alcune delle evidenze di questo sondaggio.

Il campione intervistato non si dice contrario alle tasse pro-ambiente, anzi è favorevole al principio “chi inquina paga”, ma ha alcune idiosincrasie (in buona parte dovute a incompetenza in materia economica) che possono diventare bloccanti, tra cui queste:

  1. Se parli di “disincentivi” economici preoccupi di più che se parli di incentivi. (Eppure le due soluzioni arrivano sempre insieme, almeno se ipotizziamo interventi a deficit pubblico costante e in un contesto di evasione zero – perché gli incentivi li paga chi paga le tasse, quindi comunque implicano anche un disincentivo per chi non li riceve, e viceversa)
  2. Se dici che fai una green tax per avere maggior gettito, la gente si arrabbia (ma normalmente non si arrabbia se dici che fai più spesa che richiede maggiori tasse. Misteri della percezione). Quindi le proposte per apparire accettabili devono essere tassativamente a gettito costante, oppure devono indicare come viene usato il maggiore gettito. Peccato che questa etichettatura, quando è fatta solo su una parte delle entrate fiscali, abbia scarso valore, perché l’amministrazione può sempre dire che usa i proventi di una tassa per qualcosa di specifico e dirottare altrove altre tasse senza etichettatura.
  3. Le tasse sulla produzione piacciono di più di quelle al consumo. Questo solo perché gli intervistati non considerano che chi sostiene il costo di un’imposta su una transazione non lo stabilisce la definizione, ma la forza sul mercato di produttori e consumatori. Una tassa sulla produzione di un bene verrà comunque pagata in buona parte dai consumatori, se non possono rinunciare a quel bene, oppure se il settore che lo produce è già molto competitivo e non può che traslare a valle i maggiori costi di produzione dovuti alla tassa. E viceversa: una tassa al consumo obbliga i produttori ad abbassare il prezzo del bene tassato se i clienti possono facilmente rinunciarvi, e quindi viene in questo caso di fatto sostenuta dai produttori anche se si dichiara una tassa sul consumo.

 

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domenica 11 luglio 2021

La riforma fiscale. Ecologica? (Puntata 491 in onda il 13/7/21)

Aigues-Mortes (Francia)
Copyright Derrick
L’Italia, presidente di turno del G20, nell’ambito di un simposio sul fisco tenutosi a Venezia il 9 luglio 2021, ha richiesto a OCSE e Fondo Monetario internazionale di preparare un rapporto sull’uso delle politiche fiscali per accompagnare la transizione ecologica.

È ragionevole attendersi che il nostro Governo terrà in conto anche gli studi già disponibili riguardo alle necessità nazionali di adeguamento, in primis il Catalogo dei sussidi dannosi all’ambiente predisposto da quello che è oggi il Ministero della Transizione Energetica, e di cui si attende a breve l’uscita della quarta edizione.

Ma restando sul piano internazionale, come appare il nostro sistema fiscale se lo confrontiamo con quello degli altri Paesi OCSE? Sbilanciato nel colpire i redditi rispetto ai consumi. Con aliquote elevate nella tassazione dei redditi e nei contributi sociali sul lavoro dipendente. Con un ammontare elevatissimo di spesa fiscale (cioè gettito perso in regimi fiscali di favore), pari a circa il 3,5% del PIL nel 2019 secondo la Commissione per le spese fiscali.

Una revisione del fisco che scarichi la pressione sui redditi da lavoro, in particolare sugli scaglioni intermedi, è auspicata anche da un documento licenziato a fine giugno 2021 (link sotto) dalle commissioni finanze del Parlamento italiano, che auspica che la riforma sia anche funzionale alla “transizione ecologica”.

Curiosamente, invece, nel PNRR la riforma del fisco a cui il Governo verrà delegato entro luglio 2021 dal Parlamento con una legge-delega (predisposta dallo stesso Governo) non è connotata rispetto alla finalità ecologica.

Ma è difficile immaginare che senza recuperare il gettito dei sussidi censiti dal Catalogo già citato (qui e in tante altre puntate precedenti di Derrick) un Paese con un rapporto debito PIL al 160% possa abbassare l’imposta sui redditi. Sussidi dannosi che ammontavano nel 2018 a circa 19 miliardi secondo lo stesso Governo, e la cui quasi totalità è relativa a spesa fiscale: sconti o regimi di favore che incentivano attività dannose all’ambiente.


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domenica 3 gennaio 2021

La demeritocrazia (anche finanziaria) (Puntata 467 in onda il 5/1/21)

Distributore automatico di oro
fotografato a Linate nel 2011
Buon anno da Derrick!

Ricorderete le polemiche anni fa quando alcuni fallimenti di banche comportarono perdite anche di risparmiatori che avevano acquistato obbligazioni di rischio. I commentatori si divisero sull’accettabilità di usare soldi pubblici per ristorare tali perdite, visto che erano legate a un investimento intrinsecamente rischioso. Anche Derrick commentò la cosa, facendo notare che se si protegge l’investitore dall’eventualità che perda soldi in un investimento in cui il rischio è parte integrante del contratto (e che per questo in media e nel lungo periodo ha rendimenti più alti) si finiscono per scardinare i legami virtuosi tra rendimento e rischio, avvantaggiando i prodotti finanziari peggiori e quindi i debitori peggiori.

I tempi da allora sono cambiati: ora sono molto peggio. Quei dubbi oggi non sembrano nemmeno porsi mentre la legge di Stabilità 2021 al comma 219 dell’articolo 1 stabilisce che sull’investimento in capitale di rischio di aziende tramite i fondi PIR, quelli già avvantaggiati da varie forme di esenzione fiscale, si sarà protetti dallo Stato rispetto a perdite fino al 20% del capitale investito. In altri termini: la legge stabilisce che chi paga le tasse debba ristorare le perdite di chi investe in aziende scarse a piacere, purché le azioni di queste aziende siano impacchettate nei PIR. Un invito di fatto a mettere il peggio dell’imprenditorialità e delle capacità degli intermediari dentro ai PIR per fare perdite poi ripagate con le tasse.

A pensarci bene, la porcata è doppia, perché il legislatore introduce questa salvaguardia con tempi di realizzazione che trascendono quelli del documento di economia e finanza, visto che i PIR prima di poter realizzare le perdite devono essere tenuti in portafoglio 5 anni. Quindi, se i danni alla decenza dei mercati finanziari son fatti subito, quelli al fisco sono buttati sotto al tappeto dei tempi futuri.

Ne ha scritto in modo illuminante Mario Seminerio nel suo blog Phastidio in un articolo (link sotto) in cui si nota la contraddizione di mettere norme come questa, di scudo fiscale al peggio della finanza e all’irresponsabilità, mentre ogni due per tre la stessa classe politica invoca imposte patrimoniali. Come dire che i patrimoni vanno bene solo se malgestiti o comunque se incanalati nelle modalità di investimento previste dallo stesso legislatore, in nome di volta in volta dell’italianità o delle piccole imprese, mentre servirebbero imprese e investitori semplicemente capaci.

Uno dei fari nel mondo di Sussidistan, come lo chiama Seminerio, sembra essere la demeritocrazia, come la chiamo io.


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domenica 23 agosto 2020

Consultazione Minambiente su riduzione sussidi dannosi (Puntata 449 in onda il 25/8/20)

In una fase in cui i sussidi a debito stanno invadendo l’economia e ci sembra ormai normale che siano i bonus a suggerirci cosa comprare, va in controtendenza una consultazione del Ministero dell’ambiente che propone di eliminare una (purtroppo piccola) parte dei sussidi dannosi all’ambiente che lo stesso ministero aveva individuato (tutto coperto da precedenti puntate di Derrick al link qui sotto).

Cosa propone il ministero con questa consultazione? Di eliminare, in quasi tutti i casi in modo graduale, alcuni sconti di accisa identificati come dannosi dal ministero stesso. Si tratta di accise su prodotti energetici su alcuni consumi industriali e a beneficio delle forze armate, per un valore a regime dell’ordine di grandezza del centinaio di milioni/anno a fronte di 19 miliardi di € di sussidi dannosi individuati, cui si aggiunge una misura questa sì invece pesante, da 2,7 miliardi a regime, che correggerebbe la voce forse più controversa del catalogo dei sussidi dannosi: la minor accisa su gasolio autotrazione rispetto alla benzina.

Per alcune proposte della consultazione Minambiente non servono nemmeno commenti, tanto sono pacifiche. Per esempio: che le forze armate paghino meno accisa è ovviamente una partita di giro per il bilancio pubblico e disincentiva l’amministrazione a consumare in modo oculato e investire in mezzi più efficienti.

Invece, che la minore accisa autotrazione gasolio rispetto a benzina sia interamente da considerare sussidio, come abbiamo già visto, è meno ovvio. Tra i critici c’è Francesco Ramella, docente di trasporti all’Università di Torino e direttore esecutivo di Bridges Research, che ha scritto un paper prezioso per entrare nei dettagli della valutazione delle esternalità ambientali legate all’uso di carburanti per autotrazione, disponibile al link sotto.

Sentiamo proprio Ramella:

Più in generale, a mia volta commenterei la consultazione Minambiente così: va nella direzione giusta perché prevede la diminuzione di sconti d’imposta dannosi compensandoli con crediti di imposta per investimenti in efficienza per i soggetti coinvolti. È esattamente l’impostazione che può funzionare. Ma la dimensione delle proposte è limitatissima rispetto al problema, e non interviene su alcune delle categorie attraverso cui i danni si esplicano di più (per esempio autotrasporto pesante), né la pubblicazione ad agosto della consultazione è un modo per metterla in cima all’agenda politica.

Grazie a Francesco Ramella


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domenica 27 ottobre 2019

Incentivi o disincentivi fiscali? È lo stesso (Puntata 414 in onda il 29/10/19)


Lo scorso sabato 26 ottobre 2019 il presidente del consiglio Conte in un intervento pubblico ad Ancona ha di nuovo insistito sul fatto che i segnali economici in favore dell’ambiente che il Governo intende dare non saranno punitivi per nessuno (addirittura Conte ha usato il termine “criminalizzanti”) e che il Governo vuole piuttosto usare incentivi per i comportamenti virtuosi, come l’accettare carte di pagamento da parte dei negozi. Incentivi e non disincentivi come nuove tasse, nelle parole di Conte.

Due obiettivi dichiarati della manovra mandata in bozza a Bruxelles sono la sostenibilità ambientale e la lotta all’evasione fiscale.
Sulla sostenibilità ambientale, si tratta di cambiare il fisco in modo da recuperare il costo sociale di attività legittime ma dannose, come per esempio usare un grosso motore a combustione in un centro storico anziché il bus o la bici o un mezzo elettrico meglio se condiviso. Ne abbiamo parlato tante volte qui e abbiamo visto che quest’impostazione è generalmente ben vista anche dagli economisti.
Quello che invece ha poco senso è la contrapposizione di cui sopra: quella di una politica di sussidi a chi fa la cosa “giusta”, considerata alternativa a una che preveda disincentivi fiscali a chi non la fa.

Michele Governatori su una microcar elettrica a Roma
Michele Governatori
su una microcar elettrica a Roma
Certo la parola “incentivi” (o “sussidi”) è intrinsecamente più bella, perché accede a una sfera semantica positiva, rispetto alla parola “tassa”, che nella comunicazione politica mainstream è il male assoluto, e d’accordo che nell’era populista la percezione conta più della realtà. Ma per un Governo responsabile che miri alla stabilità del bilancio la differenza tra le due politiche è solo apparente. Infatti un nuovo incentivo viene pagato per forza con nuove tasse o meno servizi, mentre un disincentivo apre lo spazio a minori tasse o più servizi per gli altri. In entrambi i casi si spostano risorse: qualcuno ci guadagna e qualcuno ci perde. Anche nella presunta politica dei soli incentivi, chi non li riceve li paga, e quindi il disincentivo – anche se mai dichiarato – se lo becca eccome.

Passando alla lotta all’evasione, invece, mi sembra che la sensatezza di una politica degli incentivi si perda a prescindere di questi distinguo. Qui il comportamento da limitare (l’infedeltà fiscale) non è affatto legittimo: è un reato (grave e odioso, aggiungerei). Se offro incentivi fiscali a chi usa sistemi di pagamento tracciabili, difficilmente faccio cambiare abitudini agli evasori, perché per farlo dovrei dare loro incentivi superiori o perlomeno vicini al vantaggio dell’evasione, cosa che annullerebbe il recupero fiscale.
Io credo che il rispetto delle leggi, anche fiscali, sia una sfera in cui lo Stato legittimamente può, anzi in termini di equità deve, usare strumenti impositivi (benché ragionevoli e proporzionati) anziché segnali economici.
Il che non vuol dire inasprimento di pene che già esistano (perché quando le pene sono sproporzionate finiscono da un lato per non essere comminate nei fatti, dall’altro per dare un potere discrezionale enorme alla magistratura, che da noi ha l’obbligo solo teorico dell’azione penale). Piuttosto, imposizione di comportamenti che rendono l’evasione difficile, come l’uso di sistemi tracciabili di pagamento o del wistleblowing (cioè meccanismi di segnalazione da parte dei cittadini, usati in altri Paesi ma da noi generalmente considerati, un po’ mafiosamente, peccato).


Link utili:


domenica 13 ottobre 2019

Armonizzazione UE della fiscalità su energia (Puntata 412 in onda il 15/10/19)

Con Marianna Antenucci

La politica fiscale non è materia devoluta all’Unione Europea secondo i Trattati costitutivi dell'UE, ma l’Europa ha competenza in termini di armonizzazione delle politiche fiscali degli Stati Membri nei limiti di quanto necessario al buon funzionamento del mercato unico (infatti le imposte indirette, che insistono sui beni scambiati, sono quelle di cui l’UE si occupa di più).
D’altra parte nell’applicazione delle norme sugli aiuti di Stato (regolate dal trattato) è evidente che anche gli aiuti forniti tramite il sistema fiscale (o addirittura parafiscale nel settore energia, come abbiamo visto più volte qui) devono rientrare nella sfera di attenzione e azione dell’UE.

Auto elettriche alla stazione di Pavia nel 2012
Tra le imposte indirette con notevoli impatti sui mercati e sull’ambiente, ci sono le accise sull’energia, su cui l’UE pone norme generali legate perlopiù al valore minimo accettabile sulla base di una vecchia direttiva del 2003, che la Commissione precedente a quella oggi in scadenza cercò già una volta di aggiornare senza trovare il consenso dei Governi nel Consiglio.

Ora un recente “staff working paper” della Commissione (link sotto) torna alla carica rispetto alla necessità di intervenire in materia per affrontare alcune inefficienze, in particolare:
  • La flessibilità concessa agli Stati Membri nel fissare i propri livelli di tassazione che ha portato a un quadro europeo eccessivamente frammentato
  • Le esenzioni/riduzioni fiscali in vari settori, che disincentivano l’utilizzo di soluzioni meno inquinanti e – per esempio nel settore del trasporto marittimo e aereo - risultano incompatibili con gli obiettivi UE per la decarbonizzazione
  • L’assenza di alcun riferimento al contenuto di CO2 nella definizione dei livelli di tassazione, con il rischio di tassare meno prodotti energetici più dannosi al clima
  • La tassazione minima, mai indicizzata e rivista, troppo bassa e definita senza seguire una ratio precisa e tale da fornire segnali di prezzo discordanti con le attuali politiche europee.


Quali erano i correttivi che già la Commissione cercò di introdurre e ora qui ripresenta?
  • Introdurre una tassazione basata sul contenuto energetico e sulle emissioni di CO2, in modo da distinguere tra le diverse fonti energetiche senza pregiudicare la competizione tra gli Stati
  • Prevedere un quadro fiscale specifico per la tassazione delle energie rinnovabili
  • Evitare sovrapposizioni tra sistemi di carbon tax e sistema di limite e scambio dei permessi ad emettere CO2 (ETS).


Del resto se, come tutti ripetono, la transizione energetica è una questione trasnazionale, sarà anche ora di una politica fiscale europea integrata su questi punti.


Link utili:

sabato 21 settembre 2019

Incentivi fiscali ad auto aziendali (Puntata 410 in onda il 24/9/19)

Molto prima che lo diventasse nell’agenda politica, il tema del rapporto tra fisco ed ecologia era come sapete nella prima pagina di questa rubrica, dove abbiamo recentemente anche analizzato i dati aggiornati del Governo sui sussidi dannosi all’ambiente.
Una famiglia di questi sussidi riguarda il trattamento fiscale delle auto aziendali.
Cosa s’intende per auto aziendali? S’intendono auto di solito noleggiate a lungo termine da aziende che le mettono a disposizione dei dipendenti anche per uso personale, che è il caso su cui ci focalizziamo ora. In pratica, l’auto è un tipico benefit di quadri e dirigenti aziendali, e l’interesse a usare questa forma (come altre) di retribuzione in natura deriva da un trattamento fiscale favorevole rispetto a una remunerazione in denaro che permetta di acquistare gli stessi servizi sul mercato. Infatti l’azienda paga sulle auto aziendali a uso promiscuo un’IVA agevolata e deduce dalle imposte d’impresa il 70% del canone, mentre il dipendente ci paga sì le tasse sul reddito, ma calcolate su un forfait del 30% del costo convenzionale del benefit su 15.000 km/anno.

Questo sistema fa sì che per il dipendente il benefit valga tanto più quanto più usa a scopo personale l’auto. Il che lo incentiva a preferirla ad altri mezzi.
Ecco forse perché quando prendo il passante ferroviario di Milano, che pure è un caso esemplare di infrastruttura di trasporto urbano e interurbano ad alta capacità, vedo così pochi manager tra i passeggeri.

Andrea Zatti, docente di Politiche Pubbliche e Ambiente dell'Università degli Studi di Pavia e Presidente della Fondazione Romagnosi-Scuola di governo Locale, analizza il tema in un capitolo del suo libro Verso una riallocazione verde dei bilanci pubblici, Pavia University Press, disponibile gratuitamente in versione elettronica al link sotto.
Sentiamo (e vediamo) direttamente Zatti:


C’è un altro punto sulla compatibilità ambientale dell’uso delle auto per lavoro, che riguarda la ricarica dei veicoli elettrici. Se oggi io faccio una trasferta per lavoro, il committente mi rimborsa il carburante. Ma che succede se uso un’auto elettrica ricaricata nel mio box? Se non posso documentare la spesa di ricarica, mi conviene usare un’auto non elettrica. Questo aspetto si lega ad altre questioni un po’ critiche che riguardano la tariffazione e la fatturazione dell’elettricità per ricarica. Arriveremo anche lì. Intanto, grazie ad Andrea Zatti dell’università di Pavia.


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sabato 31 agosto 2019

La "sterilizzazione" dell'IVA (Puntata 407 in onda il 3/9/19 e in replica il 1/10/19)

Cave di marmo in cima al passo del Vestito (MS)
Un politico con aspirazioni di amministrazione pubblica, che non affronti la questione di dove pensa di trovare le risorse per le sue promesse, a logica dovrebbe essere ritenuto inadatto al ruolo. Non da noi, apparentemente, dove quasi tutti i partiti e i leader da mesi stanno ripetendo il mantra del “dobbiamo sterilizzare l’aumento IVA”, come se si trattasse di arrivare in tempo a premere un bottone prima dell’innesco, e come se la parte rilevante della questione non fosse piuttosto da dove dovrebbero venire le risorse per evitare gli aumenti altrimenti già previsti.
Del resto buona parte di quegli stessi politici sembra confondere le regole di finanza pubblica UE con l’effettiva disponibilità di creditori per finanziare il debito e con le conseguenze distributive di doverne ripagare una quantità ancora più mostruosa di quella che già si abbatte sulle prossime generazioni di contribuenti.

La notizia buona, però, sull’IVA, è che proprio all’interno di questa imposta ci sono gli spazi per fare una messa a punto che permetterebbe di avere più gettito senza aumentare l’aliquota ordinaria.
Vediamo perché: oggi l’IVA vale oltre 130 miliardi (parlo sempre di numeri annuali), meno del 7% del PIL. Oltre a quella ordinaria del 22%, ha 2 aliquote agevolate (4, e 10%) applicate a beni e servizi specifici.
Uno studio della Corte dei Conti del 2016 attribuisce ai regimi agevolati oltre il 40% del gettito IVA, contro una media UE27 di poco più della metà. L’Italia, dunque, ha un’enorme spesa fiscale in agevolazioni IVA (senza contare le esenzioni pure). In parte questi regimi agevolati hanno il fine di proteggere l’approvvigionamento di beni primari (per esempio alimentari), ma perlopiù si tratta di discriminazioni incomprensibili, alcune con effetti negativi sull’ambiente.

Esempi di IVA agevolata dannosi all’ambiente secondo il Catalogo Minambiente dei sussidi dannosi (dove non specificato, il Catalogo non riporta gli ammontari) sono questi:
  • Sull’energia consumata per le attività estrattive agricole e manifatturiere: 1,4 miliardi/a (disincentiva il risparmio energetico e riduce la competitività delle aziende energicamente efficienti)
  • Sull’energia elettrica domestica (indipendentemente dal reddito): 1,7 miliardi (disincentiva efficienza e ha effetti distributivi regressivi) (simile esenzione c’è sul gas naturale)
  • Sugli olii minerali usati nella produzione di energia
  • Sui prodotti petroliferi usati in agricoltura (circa 200 milioni)
  • Sulla cessione di nuove costruzioni abitative (introdotta nel 1972). Oggi che occorre ridurre il consumo di suolo e che i vani vuoti a fronte della popolazione stagnante sono troppi, che senso ha regalare soldi alle nuove costruzioni anziché mettere in sicurezza quelle vecchie e non antisismiche?
  • Sulle acque minerali (800 milioni che si aggiungono a bassi oneri concessori per l’estrazione)
  • Sui servizi di smaltimento in discarica (alla faccia dell’economia circolare).


Esempi di regimi agevolati incomprensibili invece sul piano distributivo sono questi:
  • Parcheggi (sussidio all’uso dell’auto privata) (aliquota del 4%)
  • Hotel e ristoranti (indipendentemente dalla fascia di prezzo) (10%) (le mense scolastiche e di lavoro, qui in modo più sensato, hanno il 4%)
  • Fiori recisi (sic) (10%)
  • Tabacchi (alla faccia delle campagne antifumo) (10%)
  • Tra i beni alimentari: crostacei, molluschi, cacao amaro e birra hanno IVA al 10%, funghi, mandorle e meloni addirittura al 4%.


Allora: siamo sicuri che convenga sterilizzare l’IVA così com’è e trovare soldi altrove, magari come al solito con nuovo debito e quindi più tasse e meno investimenti futuri? In realtà anche dentro all’IVA, come in generale nel sistema fiscale (l’abbiamo visto qui anche in puntate recenti) ci sono distorsioni chiaramente dannose, superare le quali porterebbe nuovo gettito, che a seconda della radicalità degli interventi potrebbe da solo evitare l’aumento dell’aliquota ordinaria del 22% o addirittura permettere di limarla senza nuovo debito o nuove tasse alternative.


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martedì 23 luglio 2019

Seconda edizione Catalogo Minambiente dei sussidi ambientalmente rilevanti (Puntate 404-6 in onda il 23-30/7 e 6/8/2019)

Piazzetta a Castel di Tora (RI)
(La puntata sull'edizione successiva del Catalogo è qui).

Quali sono alcune rilevanti, se non le principali sfide sociali ed economiche con cui dobbiamo confrontarci? Per quanto riguarda l’Italia direi:
  • La necessità di investimenti pubblici, soprattutto in istruzione, giustizia, ambiente
  • L’emergenza sanitaria delle circa 80 mila morti premature all’anno per inquinamento soprattutto da polveri sottili e ossidi d’azoto, in primis nei centri urbani della val Padana (solo Italia e Polonia in Europa hanno numeri così spaventosi)
    (La questione ambientale, naturalmente, si colloca nell’ambito della lotta globale ai cambiamenti climatici riguardo a cui l’Italia è impegnata per la sua parte in base agli accordi internazionali nell’ambito delle Nazioni Unite).
  • La povertà e la stagnazione economica.


Sarebbe favoloso se ci fosse una famiglia di interventi alla portata di agenda politica in grado di avere effetti positivi su tutte le questioni che ho elencato, no?

Bene, uno strumento promettente c'è: si tratta di una revisione della fiscalità con le seguenti caratteristiche di massima:

Colpire meno la produzione di reddito e più i consumi (l’Italia – che ha tasse generalmente alte per chi le paga – è piuttosto sbilanciata sui redditi)
e disincentivare consumi o attività dannosi all’ambiente, e cioè che contribuiscono:
  • Al depauperamento della qualità dell’ambiente il cui degrado genera anche costi sanitari
  • Al consumo irrazionale di capitale ambientale pubblico (alla cui disponibilità anche le prossime generazioni hanno diritto)
  • Ai cambiamenti climatici (tramite emissione di gas a effetto-serra)

Una simile trasformazione non riguarderebbe solo una modifica alle aliquote esistenti delle varie imposte, ma anche una revisione della spesa fiscale, cioè del sistema delle esenzioni, che in Italia è così vasto che una riduzione shock delle imposte sui redditi per tutti potrebbe finanziarsi esclusivamente con tagli a regimi di favore per alcuni.

(Piccolo commento utile ai non economisti: quando si parla di tasse al consumo, le stesse valutazioni e ricette si possono applicare quasi indifferentemente alle tasse alla produzione. Esempio: se io metto un’accisa sul gas utilizzato per produrre elettricità posso chiamarla tassa sulla produzione di elettricità ma gli effetti si spostano comunque su chi l’elettricità la consuma. Entrambe sono imposte indirette, cioè che si applicano a transazioni e non alla generazione di reddito in sé).

Se una revisione organica del fisco nelle modalità di cui sopra ha potenzialmente così tanti vantaggi, perché viene auspicata in tanti accordi intergovernativi e risoluzioni parlamentari (anche in Italia) ma poi non attuata?

Una delle ragioni è che mettere le mani sul fisco significa produrre effetti distributivi anche importanti. Infatti lo si fa proprio per modificare gli incentivi economici di persone e imprese, e quindi soprattutto nel breve periodo c’è chi ci perde. E le categorie, anche piccole, che vengono immediatamente danneggiate sono tipicamente più interessate a farsi sentire e competenti sulla questione che le tocca di quanto lo sia l’opinione pubblica nel suo complesso. E per ridurre le rendite servono politici bravi, di lunghe vedute e capaci di ottenere consenso comunicando il senso del progetto e utilizzando sistemi di salvaguardia temporanei.

Una riforma del genere è tanto più urgente quanto più inadeguato è il sistema fiscale e parafiscale attuale rispetto agli obiettivi. Ce lo ricorda la nuova edizione del Catalogo dei sussidi rilevanti per l’ambiente del Ministero dell’Ambiente, recentemente diffuso e disponibile al link sotto. Un documento fondamentale e direi drammatico, che ci dice che sulla base di dati 2017 il sistema di sussidi pubblici diretti (trasferimenti), delle imposte e delle tariffe regolate in settori energia, acqua, rifiuti, ambiente sussidia attività dannose all’ambiente per oltre 19 miliardi/anno, mentre le aiuta per 15.

In altri termini: una revisione del sistema del fisco, delle tariffe e dei trasferimenti pubblici è urgente anche perché esso oggi ha un effetto netto dannoso all’ambiente e quindi a tutti gl’investimenti correlati alla sua salvaguardia e al progresso tecnologico relativo.
È come se noi pedalassimo verso la sostenibilità e l’innovazione ambientale, e qualcuno, sempre all’interno dello Stato, frenasse con più forza di quella esercitata sui pedali.


Entriamo nel merito della seconda edizione del Catalogo.

Premessa importante: cos’è un sussidio? Nella definizione OCSE, usata dal team di economisti in servizio al Ministero dell’Ambiente che hanno lavorato al documento, un sussidio è un trasferimento pubblico diretto o uno sconto fiscale o in tariffe regolate, che abbia l’obiettivo di garantire un vantaggio economico a chi lo riceve rispetto ai prezzi di mercato per la transazione a cui si riferisce. Quindi, per esempio, in questa definizione, se la pubblica amministrazione compra un bene o un servizio, questo non è un sussidio a chi lo vende, a meno che esso non sia pagato più del valore di mercato.

L’attuale edizione del catalogo è la seconda (anche la prima è stata considerata qui, e sotto c’è il link alle vecchie puntate) e comporta alcune novità, tra cui:
  • Analizza solo sussidi potenzialmente rilevanti per l’ambiente (comprensibile, anche se in parte è un peccato perché la precedente edizione era interessante anche come mera analisi complessiva della spesa fiscale in Italia, analisi che oggi è portata avanti, a mio avviso con parecchie lacune, da una apposita commissione MEF che produce un allegato al documento di economia e finanza - Vd. link sotto su spesa fiscale)
  • Include un’analisi di finanziamenti istituzionali italiani a progetti internazionali
  • Considera nuovi sussidi dannosi all’ambiente, i più interessanti dei quali mi sembrano:
    • vantaggi fiscali alle auto aziendali a uso promiscuo (questo è un tema clamoroso cui dedicheremo una puntata specifica per la quale ho già chiesto aiuto all’economista italiano che più se n’è occupato stando alla bibliografia dello stesso Catalogo)
    • sconti nelle tariffe del servizio idrico
    • sconti a clienti energivori nelle bollette elettriche

Questi ultimi due punti meritano una piccola digressione: anche nell’impostazione recente della legislazione UE si prevede che alcune forme di welfare su beni essenziali come l’acqua e l’energia debbano passare attraverso prezzi politici nell’accesso a tali beni. Questo comporta gravi effetti collaterali sull’uso razionale delle risorse stesse, ed è spesso anche dannoso sul piano redistributivo. Per esempio: io che consumo meno acqua ed elettricità in casa rispetto alle quantità considerate normali ricevo una riduzione fiscale del prezzo di questi beni. Il che mi rende meno interessato a consumarli razionalmente. Inoltre, il mio reddito non è così basso da poter considerarmi in condizioni di povertà energetica e idrica, e questi sconti sono pagati anche da contribuenti che nell’ambito del sistema fiscale progressivo non dovrebbero trasferire risorse a me. Diciamo che la retorica dell’”acqua pubblica” (definizione che di per sé è molto ambigua) sta facendo danni legislativi, rendendo l’acqua più “pubblica” sì, ma nel senso che i suoi sprechi sono pagati con risorse pubbliche.
  

Quanto sono davvero ambientali le imposte ambientali attuali?

Lo studio European Implementation Review delle politiche ambientali della Commissione UE, citato nel Catalogo, ci dice che le imposte ambientali nell’UE 28 sono solo il 6,3% circa di entrate fiscali e contributi previdenziali e meno del 2,5% del PIL (il valore più alto è in Danimarca e il più basso in Slovacchia). 

L’Italia si colloca in fascia alta, il che porta a dire che le imposte ambientali in Italia ci sono (in termini di loro classificazione formale) ma – alla luce del Catalogo e di altri studi - apprendiamo che esse sono sia inadeguate a disincentivare le attività effettivamente dannose all’ambiente, sia largamente insufficienti a contrastare i sussidi dannosi.
In effetti una parte importante delle imposte classificabili come ambientali si applica alla produzione o consumo di energia e ai trasporti che solo approssimativamente – anche se negli anni ci sono stati miglioramenti per esempio sulla tassa di possesso auto e con il recente ecobonus - si legano a danni ambientali (per esempio: le accise sui carburanti non sono legate alle emissioni dannose, e su questo nel Catalogo c’è un ampio focus sulla disparità di trattamento di accise tra benzina e gasolio per autotrazione, dove quest’ultimo continua a essere irrazionalmente avvantaggiato).

Veniamo finalmente a una sintesi dei numeri principali del Catalogo:

Sussidi Ambientalmente Dannosi (SAD) indiretti – cioè erogati tramite facilitazioni d’imposta o di parafiscalità in bolletta: (dove non specificato stime 2018 – arrotondamento ai 50 milioni più vicini) (in milioni di Euro)
  • Esenzione accisa energia elettrica a consumatori domestici residenti con potenza installata bassa e solo su una prima fascia di consumi: circa 600 (destinati peraltro a ridursi)
  • Esenzione accisa carburanti aerei: 1.600 (2017)
  • Riduzione accisa carburante navigazione marittima: 500 (2017)
  • Riduzione accisa carburante autotrasporto pesante: 1.250
  • Sussidi indiretti a impiego prodotti energetici in agricoltura: 850
  • Differente accisa gasolio-benzina: 4.900
  • Agevolazioni a grandi consumatori di energia: 1.250 (la tabella del Catalogo considera queste esenzioni assenti due anni prima, ma in realtà venivano comunque erogate in altre forme, alcune delle quali tutt’ora esistenti)
  • Vantaggi fiscali a auto aziendali: 1.250 (2017)


Il tutto a fronte di sussidi diretti favorevoli di circa 15 miliardi, di cui 12 di sussidi alle fonti d’energia rinnovabili, attraverso le bollette elettriche.


Gli autori del documento

Chi c’è dietro la redazione di un testo così vasto, accurato e importante? Un team di economisti ambientali di un’agenzia esterna al Ministero dell’Ambiente, chiamata Sogesid, i cui servizi la legge di bilancio 2019 prevede saranno progressivamente non più acquistati dal Ministero con stop totale nel 2024. Non sappiamo quindi con quali risorse umane e di competenza potrà continuare questo lavoro fondamentale di supporto alle politiche di transizione ambientale.


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domenica 2 giugno 2019

Alitalia in bolletta? (Puntate 381 e 399 in onda il 18/12/18 e 4/6/19)

Con la questione “Alitalia in bolletta” la scorsa settimana è stata una di quelle rare volte in cui temi relativamente tecnici che questa rubrica racconta sono finiti nel circuito dell’informazione generalista.
Il Governo, come aveva già tentato alla fine del 2018 e come Derrick aveva documentato già allora (testo della puntata qui sotto), ha inserito in una norma in fase di discussione in Parlamento (il cosiddetto decreto “crescita” da convertire in legge) un espediente che gli permetterebbe di trovare i soldi per coprire la mancata restituzione del prestito pubblico ad Alitalia.
Come gli ascoltatori di Derrick sanno, le bollette elettriche, anche quelle del cosiddetto mercato libero, cioè con offerte scelte al di fuori di quelle standard regolate dall’Autorità per l’Energia, hanno componenti principalmente di quattro tipi:
  1. Quelle che riguardano i costi variabili della generazione elettrica.
  2. Altre che riguardano l’infrastruttura elettrica che serve a portare quell’energia fino al consumatore e a misurarla.
  3. Altre ancora che hanno una natura parafiscale, cioè fini redistributivi perlopiù di due tipi: uno per sussidiare le fonti rinnovabili, l’efficienza, la ricerca, un altro per sussidiare alcune categorie di clienti (un'operazione del tutto criticabile a parere di Derrick, anche perché disincentiva la stessa efficienza per cui vengono elargiti altri incentivi).
  4. Le imposte vere e proprie.

Il funzionamento della parte amministrata di una bolletta così complessa, i cui parametri variano nel tempo, richiede anche una sorta di “polmone” che permette a chi ne gestisce le partite di avere un margine per poter erogare denaro a chi ne ha diritto anche quando la raccolta non segue lo stesso andamento (perché magari legata a tempi di aggiornamento differenti). Questo “polmone” si chiama Cassa per i Servizi Energetici e Ambientali (CSEA) ed è gestita dal Governo su regole dell’Autorità dell’Energia. Essa opera i conguagli delle bollette e quindi ha e deve avere un attivo di liquidità adeguato.

A questa liquidità il Governo ha deciso nuovamente di attingere per mantenere il prestito ad Alitalia, un’azienda di mercato a cui auguro lunghissima vita sulle proprie gambe e grazie alla propria capacità competitiva, ma che non c’è motivo per cui venga protetta da soldi pubblici, visto che non eroga servizi che non siano erogabili da altre aziende, tra l’altro potenzialmente con gli stessi cespiti e lo stesso personale. (Su cosa succede quando una compagnia aerea fallisce c’è una specifica puntata di Derrick - link sotto).

Qual è l’effetto di far pagare a CSEA il prestito? L’effetto è che il sistema delle bollette diventa creditore di Alitalia e quindi a subire il rischio di un’insolvenza per lo stesso importo, e che il sistema dei conguagli deve sostenere maggiori costi finanziari per ricostituire il margine di liquidità. Rischi e costi che in ultima analisi finiscono per pagare tutti i clienti elettrici.

Perché una soluzione del genere da parte del Governo? Io mi do questa spiegazione: se quella delle bollette è parafiscalità e non fiscalità vera e propria, il Governo pensa forse che sia un “paraiuto” di Stato o che sia un “paradebito” in capo ai cittadini quel che sta cercando di fare, e pensa quindi che si possano così eludere sia i vincoli sulla disciplina degli aiuti di Stato, sia quelli sul bilancio pubblico. A logica, non è così. Sentenze della Corte di Giustizia dell'UE su temi simili hanno già stabilito che l’uso delle componenti regolate delle bollette non può eludere le norme generali sugli aiuti pubblici alle aziende.



Puntata 381 del 18/12/18

Utili e angoscianti le parole di Draghi che inaugurando il 15 dicembre 2018 l’anno accademico della scuola superiore Sant’Anna di Pisa ha ricordato come la spesa pubblica in particolare degli anni ’80 pesi su chi oggi e nei prossimi decenni pagherà le tasse e fruirà di meno welfare.

Scalinata all'Avana
fotografata da Derrick nel 2017
Oggi che il debito è alle stelle, spostare i costi ulteriormente in avanti è meno fattibile. Anche per questo qualunque trucco per fare nuovo debito pubblico in modo creativo e non monitorato è allettante. Anni fa la tecnica fu la vendita alle banche da parte di amministrazioni locali e centrale di derivati sui tassi d’interesse che permettevano un introito istantaneo a fronte di un rischio pubblico sui tassi futuri, ma poi – anche se a danno ormai fatto - per fortuna le regole dei bilanci sono diventate più attente a questi aspetti.

Gli ascoltatori di Derrick sanno che il mondo delle bollette soprattutto elettriche ha componenti che riguardano politiche legate non sempre direttamente al mondo dell’energia e che invece afferiscono alla cosiddetta politica industriale o al welfare.

Le bollette possono anche essere usate per fare debito nascosto. Per esempio, un’autorità dell’energia che decide di congelare aumenti tariffari legati a condizioni di mercato sta di fatto accendendo un debito a carico delle bollette future per evitare un aumento di quelle presenti. Un’operazione finanziaria certamente dubbia, perché sfugge a qualunque regola di controllo sul debito pubblico pur trattandosi di parafiscalità, ma pur sempre un’operazione all’interno del mondo delle partite regolate per legge attraverso le bollette.

Ma può succedere, e ogni tanto succede, anche una cosa molto più inquietante e arbitraria: che liquidità presente nel sistema dei conguagli delle bollette sia forzosamente sottratta per coprire poste del sistema fiscale vero e proprio.
E qui arriviamo al caso d’attualità: un articolo apparso su Quotidiano Energia il 13 dicembre 2018 racconta che la bozza del DL “semplificazioni” approvato dal Consiglio dei Ministri prevede che il rimborso del prestito ponte da 900 milioni più interessi ad Alitalia sia coperto da un versamento da parte della Csea a favore del conto corrente di tesoreria centrale. La Csea, appunto, è la cassa che fa i conguagli delle partite parafiscali (e anche altre) delle bollette.
Ora. Se i più smaliziati degli ascoltatori di Derrick già temono – salvo provvido intervento dell’Antitrust – di pagare il salvataggio pubblico di Alitalia anche con biglietti del treno più alti vista la costituzione di un quasi monopolista pubblico dei trasporti via terra e aria, scommetto che pochi immaginavano il rischio di pagarlo anche in bolletta.


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martedì 2 ottobre 2018

Come farti comprare i BOT: arrivano i CIR? (Puntate 370-1 in onda il 2-9/10/18)

Con Paolo Zanghieri

La gelatina che è in noi
La parola “spread” sembra aver la capacità di trasformare in gelatina (spread vuol dire in effetti anche crema da spalmare) le sinapsi cerebrali anche del più cauto padre di famiglia, che inizia a immaginarsi gl’ircocervi cattivi della finanza internazionale a impedirci di essere ricchi, cosa che forse riteniamo un diritto naturale.
Foto di Michele Governatori
Un banco del liceo Virgilio di Roma.
L'Italia è messa malissimo in termini di educazione finanziaria.

Gli psicologi del resto spiegano che accettare un depauperamento di prospettive fa più male che essere in condizioni peggiori ma con una tendenza al miglioramento. Resta però il fatto che, anche se non lo accettiamo psicologicamente, per essere ricchi in modo sostenibile bisogna saper fare qualcosa di rilevante meglio o in modo più efficiente degli altri. Non ci sono altre vie: prendere i soldi a prestito e spenderli per comprare cose che fanno altri funziona solo per un po’, finché qualcuno quei soldi te li dà.

Quando i finanziatori iniziano a tirarsi indietro, nell’era delle sinapsi-gelatina essi finiscono nel mirino insieme alle agenzie di rating. Ma in un contesto in cui ormai i 2/3 del debito pubblico italiano sono in mano a prestatori nazionali e alla BCE, il gioco delle parti diventa sempre più una scissione psicotica: la gelatina ci fa prendere di mira i creditori, che però per la maggior parte siamo noi stessi.
Ma alla gelatina non interessa: ci suggerisce che potrebbero esserci dei mezzi non coercitivi per convincere il noi-prestatore a continuare a prestare al noi-gelatinoso anche contro il proprio interesse. Si potrebbe cioè convincere con le buone il noi-prestatore a continuare a comprare titoli di Stato e tenerli a lungo. Ma come?

I CIR: un gioco delle tre carte
Il governo, e in particolare le menti economiche della Lega, stanno studiando i Certificati Individuali di Risparmio (CIR). Si tratta di prodotti finanziari, destinati ai residenti in Italia, che investono esclusivamente in nuove emissioni di debito dello Stato o delle altre amministrazioni pubbliche. Se ne incentiverebbe l’acquisto con benefici fiscali simili a quelli dei Piani Individuali di Risparmio (PIR), recentemente introdotti per finanziare le imprese più piccole: niente tasse sui rendimenti e possibilità di un credito di imposta, a condizione che le somme restino vincolate per un periodo abbastanza lungo di tempo. Inoltre i CIR sarebbero impignorabili e non sottoponibili a sequestro.  Nei piani del governo potrebbero partire già dall’anno prossimo.

Secondo noi si tratta di una pessima idea, ecco perché:

  1. Dalle condizioni economiche dell’Italia dipendono già il nostro stipendio e la nostra pensione futura. Il buonsenso consiglierebbe di diversificare il rischio investendo anche all’estero o in altro. Buttarsi sul debito pubblico italiano sa molto più di “oro alla Patria” che di scelta razionale e prudente.
  2. L’idea (o furbata, dipende dal livello di gelatina) dietro ai CIR è quella di sottrarre dal controllo dei mercati il debito pubblico italiano, “ammazzando” lo spread. Sarebbe così garantita un po’ più di disinvoltura nella gestione delle finanze pubbliche.
  3. In questo modo una quota sempre maggiore del debito pubblico passerebbe da gestori professionali in grado (almeno in teoria) di valutare il rischio delle finanze pubbliche italiane ai normali cittadini. Gli italiani sono tra i peggiori al mondo per quanto riguarda l’alfabetizzazione finanziaria. Pensandoci bene è un po’ come quello che hanno fatto in passato le banche, piazzando il loro debito ai clienti sotto forma di prodotti non facilissimi da comprendere e senza fornire tutte le informazioni necessarie. Per qualche risparmiatore, ricorderete, è finita malissimo. Se state pensando che il “CI” di CIR stia per “Circonvenzione d’Incapace” siete i soliti maliziosi.
  4. Anche se i CIR coprissero tutte le nuove emissioni, lo spread si potrebbe eliminare soltanto facendo scomparire del tutto il mercato secondario dei titoli di Stato. “Vaste programme”, direbbero in Francia. Il debito pubblico italiano già emesso (che ricordiamolo, è il terzo più grande al mondo) rimarrebbe comunque in circolazione sui mercati internazionali. Quindi, politiche di bilancio un po’ allegre non passerebbero comunque inosservate.
  5. L’acquisto di debito pubblico da parte dei cittadini dello Stato che lo produce è più o meno una partita di giro. Ma non completamente: il noi-risparmiatore non è esattamente uguale al noi-cittadino: comprerebbe i CIR solo chi ha abbastanza soldi per risparmiare (magari anche grazie alla “pace fiscale” per gli evasori), mentre il costo del maggiore debito lo pagheremmo tutti e specialmente i più poveri in caso di taglio dei servizi pubblici.
  6. Il trattamento fiscale favorirebbe una volta di più chi campa di rendita rispetto a chi lavora. Inoltre chi, coi propri risparmi, vuole investire in attività produttive verrebbe penalizzato rispetto a chi sceglie i CIR.
  7. Un’altra partita di giro: i minori interessi pagati sui titoli di Stato dei CIR corrisponderebbero a maggior spesa fiscale per finanziarne gli incentivi.
  8. Le imprese sarebbero penalizzate due volte: le risorse per i CIR non finirebbero nei PIR e neanche nei depositi bancari, riducendo i prestiti che per molte imprese sono l’unica fonte di finanziamento.

Rimpacchettare il debito e dargli una patina di lucido non ci sembra quindi molto sensato. E non è un’alternativa all’unica soluzione possibile per contenere il problema: ridurre il debito pubblico.
L’operazione dei CIR puzza un po’ di gioco delle tre carte o, se preferite, di strumento di distrazione. Complice la gelatina che è in noi.



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domenica 16 settembre 2018

Ristrutturazioni edilizie 2018: la comunicazione-fantasma a Enea (Puntata 368 in onda il 17/09/18)

Aggiornamento del 21/11/2018 (e successivi)
Finalmente è online la sezione del sito Enea (link sotto) per la registrazione degli interventi di semplice ristrutturazione edilizia operati dal 2018 (prima non era obbligatorio comunicarli all'Enea).
Secondo il sito della stessa Enea, la nuova decorrenza per la comunicazione degli interventi già svolti è 90 giorni dalla sua comunicabilità, quindi, secondo i calcoli di Derrick, la decorrenza per gli interventi già operati prima del 21/11/2018 è il 18/02/2019 (mentre per quelli successivi valgono i 90 giorni dall'ultimazione, che io prudenzialmente farei coincidere con l'ultimo bonifico se anteriore all'ultimazione effettiva).

Mi lascia enormemente perplesso che Enea nel portale affermi che gli unici interventi da comunicare siano quelli che abbiano comportato un risparmio energetico. Questo non è quello che dice la legge (anche se è certamente più ragionevole della legge stessa). Quindi per ora chi ha fatto lavori in casa nel 2018 aventi diritto a detrazioni ma irrilevanti dal punto di vista dei consumi energetici resta impossibilitato a rispettare la legge.

Puntata del 17/09/2018

Villette in costruzione nel 2008
in zona Mostacciano a Roma
Riprendiamo dopo un po’ il tema ristrutturazioni edilizie.
Se ne avete fatte nel 2018, sapete che avrete anche per le spese di quest’anno il diritto a una detrazione fiscale in dieci rate annuali di almeno il 50% oltre che un’aliquota agevolata dell’IVA sui materiali a meno che non siano acquistati direttamente dal titolare della detrazione. Nel corso degli anni la quota di detraibilità e le tipologie di spesa ammesse sono cambiate, con incentivo maggiorato agli interventi di efficientamento energetico e di messa in sicurezza antisismica, quest’ultima addirittura con detraibilità fino all’85% della spesa, come abbiamo già raccontato (link sotto).

L’ammontare complessivo delle detrazioni dalle imposte sui redditi è oggi di circa 11 miliardi all’anno, lo dice la nota di aggiornamento al DEF, e credo si possa affermare che, per quanto riguarda gli interventi edilizi e quelli ancillari, la finalità sia stata anzitutto il rilancio dell’economia attraverso un settore ad alta intensità di lavoro, con estensioni a quello dei mobili e degli elettrodomestici, il tutto, per fortuna, con un po’ di criterio di efficienza energetica.
Ora è prevedibile con la prossima manovra di bilancio una stretta sia nei massimali sia nei criteri di ammissibilità ai benefici, se è vero che su qualche voce il Governo del cambiamento dovrà pur tagliare per finanziare le sue costose promesse.

Ma tornando agli interventi del 2018, c’è un’incertezza piuttosto imbarazzante e non ancora risolta che riguarda le modalità di certificazione degli interventi di semplice ristrutturazione, quelli che danno diritto al 50% di detrazione in 10 anni.
L’ultima legge di bilancio infatti ha introdotto anche per questi, oltre all’obbligo di pagamento delle spese con un bonifico con indicazione specifica, anche quello di comunicazione all’Enea entro 3 mesi (che nel caso di interventi di efficientamento decorrono dal collaudo dei lavori).
Peccato che, a metà settembre 2018 quando scrivo questa puntata, sul sito dell’Enea non ci sia traccia di una sezione per la raccolta delle comunicazioni di ristrutturazioni “semplici”. C’è invece un comunicato che annuncia che l’apposita sezione del sito verrà fatta quando la stessa Enea avrà più informazioni dal Governo, e che, comunque, l’Enea non ritiene che abbia alcun senso la comunicazione di interventi non finalizzati al risparmio energetico.

È vero che non si capisce il senso di coinvolgere l’Enea sulle ristrutturazioni non di efficientamento. Quel che probabilmente è successo è che il Governo Gentiloni con la legge di bilancio avesse in mente per Enea un ruolo di vigilanza fiscale/documentale piuttosto improprio, visto che la ratio delle comunicazioni degli interventi di risparmio energetico è permettere all’Enea di verificarne l’efficacia e di trarne dati statistici.
È però comunque un po’ penoso che un’agenzia dello Stato si lamenti pubblicamente di una legge, quando dovrebbe – e immagino lo stia facendo - adoperarsi perché venga rettificata o resa applicabile.

Dunque la conclusione di questa puntata è: se avete fatto interventi di ristrutturazione nel 2018, per ora non potete rispettare la legge, perché la stessa agenzia cui dovreste rivolgervi non è d’accordo con la legge e non è per ora attrezzata per permetterne l’applicazione. Dovete aspettare e monitorare il sito dell’Enea.
Scommettiamo che a giorni lo strano avviso Enea scomparirà dal sito? A fini di documentazione futura, ne riporto qui sotto il testo.


Link utili


Testo sul sito Enea come disponibile sul sito il 14/9/18 (di cui al link sopra)

In relazione alla novità introdotta dalla legge di bilancio 2018 sulla trasmissione degli interventi di ristrutturazione edilizia, (al fine di effettuare il monitoraggio e la valutazione del risparmio energetico conseguito a seguito della realizzazione degli interventi di cui al presente articolo, in analogia a quanto già previsto in materia di detrazioni fiscali per la riqualificazione energetica degli edifici, sono trasmesse per via telematica all'ENEA le informazioni sugli interventi effettuati), l'ENEA è in attesa di specifiche indicazioni da parte delle istituzioni di riferimento sulla tipologia di interventi per i quali occorre procedere alla comunicazione, le informazioni e i dati che devono essere trasmessi, le modalità e le relative tempistiche da rispettare. Non appena ricevute le indicazioni necessarie, l'Agenzia predisporrà il sistema informativo per consentire agli utenti la trasmissione dei dati e ne darà la più ampia comunicazione possibile al pubblico. Tenuto conto che l'obiettivo della legge è il monitoraggio energetico, l’ENEA ritiene che la trasmissione dei dati debba avvenire solamente per gli interventi che comportano riduzione dei consumi energetici o utilizzo delle fonti rinnovabili di energia, tipicamente quelli previsti dal DPR 917/86, art. 16.bis, lettera h.