domenica 21 agosto 2022

Impennata dei prezzi energia 2021-2022

Testi delle puntate sul caro-energia 2021-22 in ordine anticronologico 

Il prezzo del contratto future gas con scadenza settembre 2022 sulla piattaforma TTF










Puntata 540 (in onda il 23/8/22)

Il prossimo possibile governo sovranista non avrà vita facile riguardo alle bollette dell’energia, perché difficilmente potrà introdurre misure di sostegno più estese di quelle del Governo Draghi, che non ha badato né a spese né si è molto preoccupato della sostenibilità anche giuridica delle misure.

Le varie decine di miliardi pubblici buttate un po’ a pioggia sulle bollette non ne hanno peraltro impedito l’aumento, e nello stesso tempo aver rifuggito fino all’ultimo ogni ipotesi di politica di moderazione dei consumi ci condanna a una botta di aumenti violentissimi proprio quando le cartucce per limitarli, almeno a livello nazionale, sono in esaurimento.

L’ultima mossa del Governo è di quelle che ci si aspetterebbe da un’amministrazione populista. Ne abbiamo accennato due settimane fa: un decreto impedisce ai venditori di energia che non lo abbiano già fatto di rinegoziare i prezzi. In pratica, come ha notato Alessandro Codegoni su QualeEnergia, proprio i fornitori che hanno mantenuto più a lungo i prezzi al dettaglio pre-crisi ora si troveranno costretti a continuare a vendere anche pesantemente sottocosto. Se è vero che ci sono aziende integrate nella filiera che in effetti hanno profitti aumentati dai prezzi (in primis le partecipate pubbliche, che come nota lo stesso Draghi non li stanno restituendo malgrado le norme ad hoc), i semplici intermediari commerciali, che comprano energia sul mercato all’ingrosso per rivenderla al dettaglio, difficilmente possono sopravvivere al decreto in questione. Tanto che forse l’Antitrust dovrebbe occuparsi della materia.

Ma secondo me c’è una malizia ulteriore in questa mossa di Draghi. Una norma del genere, palesemente insostenibile e nello stesso tempo populista per eccellenza (perché blocca i prezzi intervenendo su decisioni commerciali di soggetti di mercato) non metterà in una bella situazione il prossimo premier, che dovrà gestirne il superamento (e l’illegittimità che mi aspetto qualche corte accerterà) facendosi quindi battere, in populismo, proprio da Draghi.

Non è un po’ paradossale se ci ritroviamo Meloni che deve sistemare i buffi di Draghi sulle bollette? (“Buffi” almeno in molte aree dell’Italia centrale vuol dire debiti).

Nello stesso tempo, l’Autorità per l’energia ha reso ora più tempestivo l’aggiornamento dei prezzi delle tariffe di tutela ai mercati all’ingrosso, il che renderà ancora più esplosiva la detonazione della bomba-bollette insieme ai primi consigli dei ministri del nuovo governo subito alle prese con la finanziaria.

Con questa congiuntura, non mi stupirei se spianare la strada ai sovranisti al governo, per poi attenderne a breve le spoglie, fosse la tattica inconfessata di buona parte della compagine politica…

 Puntata 539 (in onda il 9/8/22)

L’effetto dei prezzi all’ingrosso dell’energia altissimi sulle bollette domestiche non è ancora arrivato del tutto. Una serie di elementi mitiganti sta infatti esaurendosi. Uno sono i prezzi fissi pre-crisi dei fornitori d’energia, molti prossimi alla loro fine contrattuale, altri da quel che leggo terminati anzitempo con modifiche unilaterali dei contratti. Contro le quali un decreto in preparazione mentre scrivo questa puntata (il cosiddetto “Aiuti-bis”) potrebbe imporre una sorta di moratoria su cui le associazioni dei venditori stanno mettendo in guardia, perché è difficile e iniquo immaginare che siano gli intermediari commerciali a farsi carico di calmierare i prezzi.

Se è vero, come ha tuonato Draghi in una conferenza-stampa il 5 agosto 2022, che le norme sui cosiddetti extraprofitti delle aziende di produzione d’energia non stanno portando le risorse sperate, forse sarebbe il caso di disegnare meglio quelle, anziché cercare i soldi dove non sono.

Ma tornando al rischio di aumenti ulteriori delle bollette, non c’è solo il problema delle rinegoziazioni dei venditori. L’ARERA, l’Autorità dell’energia, verosimilmente in accordo con il Governo, all’inizio della crisi ha ritardato artificialmente l’aggiornamento ai prezzi all’ingrosso che viene usato per calcolare le tariffe di maggior tutela dell’elettricità (e quindi anche di eventuali altre tariffe del mercato libero che ne siano indicizzate).

Operazioni di questo tipo sono già avvenute in passato: in pratica lo Stato altera il meccanismo di rispecchiamento del prezzo di acquisto dell’energia di Acquirente Unico per la tutela sfruttando la liquidità delle casse di compensazione pubbliche delle bollette per rimandare l’aggiornamento. Ma è evidente che è un trucco che può durare poco, perché i costi di acquisto di Acquirente Unico – il broker pubblico di energia per la tariffa di tutela – devono essere ripagati. E se i prezzi di mercato resteranno alti l’aumento necessario a recuperare questo debito vi si aggiungerà, con il risultato di portare a incrementi rispetto a prezzi già altissimi.

Claudio Zocca, consulente del settore e autore del blog “Altrabolletta”, in un articolo il cui link riporto sotto nella sezione "link", mette dettagliatamente in guardia rispetto al fatto che la tariffa di tutela elettrica dovrà recuperare lo squilibrio di cui ho appena detto con incrementi nel prossimo trimestre tali da più che raddoppiare la bolletta, a meno che interventi di nuova fiscalizzazione vengano messi in campo.

Difficile immaginare quali, visto che già il Governo ha fiscalizzato tutta la parte di oneri generali elettrici che prima della crisi valeva circa un terzo di una bolletta domestica-tipo, e che sul gas ha abbassato per tutti al 5% l’IVA. Se è già un problema proseguire – come si sta facendo – queste misure molto onerose, figuriamoci ampliarle.

In tutto questo, perlomeno finalmente è arrivata (almeno alla radio io l’ho sentita) una prima campagna pubblica per il risparmio energetico. Stiamo forse passando – era ora - dalla retorica dell’andrà tutto bene a quella sul fatto che è indispensabile tirare per un po’ la cinghia sui consumi evitabili di gas e elettricità, se non vogliamo tirarla drammaticamente in termini di bollette o tasse.

Ringrazio per questa puntata Claudio Zocca.


Puntata 537 (in onda il 26/7/22)

Il giorno in cui questa puntata di Derrick andrà in onda, il Consiglio Europeo potrebbe approvare una proposta di regolamento della Commissione con cui l’UE impegna gli stati membri a iniziative di vario tipo per risparmiare gas. Iniziative che potrebbero diventare obbligatorie in caso di effettiva interruzione dell’export russo.

Si tratta di una politica che condivido, anche perché il risparmio è l’unica risorsa subito disponibile e quindi in grado di dare i suoi frutti entro il prossimo temuto inverno.

La questione però si complica quando c’è da decidere chi razionare in caso di imposizione di minori consumi.

In tempi normali, avremmo dato per scontato che questa funzione di selezione sia svolta dal prezzo, che è appunto l’esito di una procedura competitiva (il mercato) che fa sì che i beni vadano a chi è disposto a pagarli di più. Invece, in questi tempi eccezionali (ma davvero resterà un’eccezione?) in cui i prezzi dell’energia sono mantenuti artificiosamente più bassi per varie o tutte le categorie di consumatori rispetto a quanto sarebbero in assenza di interventi pubblici, serve un secondo artificio per annullare il primo artificio dei sussidi e reintrodurre un segnale economico di incentivo al risparmio. (E c’è il rischio che i due artifici contrapposti diventino un doppio sussidio, scommettiamo?).

Malgrado tutto, però, i prezzi comunque alti stanno funzionando nell’indurre al risparmio. Basta guardare i dati dei consumi gas in Italia a giugno 2022, che si presentano per residenziale e industriale in discesa di circa il 10% rispetto a un anno prima. La conseguenza – e ci tornerò sotto citando una fonte ben più autorevole di Derrick – è che una politica di sostituzione a qualunque costo dell’intera fornitura russa è un errore, perché non di tutti quei volumi avremo ancora bisogno finché questi sono i prezzi, nel senso che non tutti i consumatori reputano razionale pagare l’energia cinque o anche dieci volte più del suo prezzo pre-crisi.

E anche quando i prezzi si saranno normalizzati, parte delle riduzioni dei consumi di gas si rivelerà permanente (perché dovuta a fonti rinnovabili, efficienza, cambio di abitudini).

Si è però purtroppo mosso in senso contrario a giugno l’uso del gas termoelettrico (in forte aumento a causa della drammaticamente minore disponibilità dell’idroelettrico quest’anno).

Anche CEER e ACER, due organizzazioni partecipate dalle Autorità dell’energia degli stati membri dell’UE, in un recente rapporto sul mercato all’ingrosso del gas (link sotto) notano come sia errato non tener conto, nelle politiche nazionali di gestione dell’emergenza – in particolare, aggiungo io, in quelle infrastrutturali - che una parte dell’import di gas russo non necessita di essere sostituita, semplicemente perché ai nuovi prezzi non verrebbe (verrà) comunque consumata.

Occhio quindi a gioire per rigassificatori pagati a qualunque prezzo con tasse o tariffe.


Puntata 535 (in onda il 5/7/22)

Mi perdoneranno i lettori, spero, se mi autocito riportando stralci di un articolo di Lorenzo Vallecchi su QualeEnergia che ospita tra le altre cose una mia intervista. Ne metto il link sotto così come di un altro articolo di Michele Polo su Lavoce.info che anch’esso consiglio.

Entrambi parlano del tema del momento (o meglio: della fine di giugno 2022) nell’ambito del macrotema della crisi energetica: quello dell’eventuale tetto al prezzo dell’energia. Se ne parla da un po’ a livello europeo, e il G7 di Madrid lo ha discusso col risultato però solo di un impegno a una valutazione successiva.

Di come funzionino i prezzi politici ha scritto molto efficacemente Manzoni nell’episodio della guerra dei forni nei Promessi Sposi: se tu in un mercato imponi un prezzo massimo, il risultato è che la domanda e l’offerta non si incontrano più, perché al prezzo imposto la domanda è maggiore dell’offerta. Ci si ritrova quindi a dover razionare la domanda e decidere a chi ridurre (in questo caso il gas) e a chi no, cosa che invece in un mercato lasciato funzionare fanno i prezzi stessi selezionando i consumatori.

Per evitare il razionamento, si può pagare con soldi pubblici la differenza ai produttori tra il prezzo di mercato e quello imposto. In tal caso i problemi sono le distorsioni, tra cui quella degli scambi tra dentro e fuori l’area dove si applica il cap. Lo vediamo in Spagna, Paese che ha messo un tetto al prezzo del gas per cui l’energia elettrica (il cui prezzo di mercato è influenzato da quello del gas) lì costa meno che in Francia, con la conseguenza che la Francia sta importando più energia elettrica della Spagna di quanto farebbe normalmente e quindi le tasse degli spagnoli stanno sussidiando una riduzione dei prezzi anche in Francia.

In generale, se si finanzia con le tasse un prezzo politico di cui tutti possono beneficiare, si avvantaggiano anche soggetti che non ne avrebbero bisogno. Meglio aiutare selettivamente le categorie di clienti più in difficoltà, però non fissando un prezzo massimo bensì dando loro soldi per mitigare gli effetti negativi degli alti prezzi dell’energia senza alterare il segnale di prezzo. Così funziona tra l’altro il bonus energia in Italia per gli utenti domestici in povertà energetica. Questo lascia intatto il loro interesse a ridurre i consumi.

In modo diverso da un tetto ai prezzi di mercato pagato con le tasse, si potrebbe decidere unilateralmente una riduzione del prezzo pagato per l’import di gas russo. Visto il ruolo della Russia nel determinare il prezzo europeo dell’energia, vista la dipendenza dell’economia russa da queste esportazioni e visto che la Russia ha ormai rotto il tabù del rispetto dei contratti, avrebbe senso un cap selettivo rispetto agli acquisti europei da Gazprom, eventualmente attraverso l’imposizione di un dazio ad hoc come teorizzato da Ricardo Hausman dell’Università di Harvard.

È evidente che questo potrebbe portare a ritorsioni, ma è anche da notare che fino a oggi le scelte di export di gas della Russia sembrano aver mirato alla conservazione del fatturato – con riduzioni parziali a sostegno del prezzo – e mai alla rinuncia al business. Se questo continuasse a valere, i flussi di gas dalla Russia in caso di autoriduzione del prezzo potrebbero addirittura aumentare. Del resto anche i teorici del tetto al prezzo dell’intero mercato europeo si aspettano lo stesso: che Mosca continui a fornire ma con meno margini economici unitari.


Puntata 533 (in onda il 21/6/22)

Inevitabile tornare a parlare qui a Derrick di approvvigionamenti energetici. Dopo una fase in cui le azioni di massimizzazione europee e inglesi del gas importato via nave avevano iniziato a dare risultati, con un prezzo europeo del gas che nel contratto future di agosto 2022 si era riportato sotto i 90 €/MWh contro i picchi di oltre 200 di contratti di simile durata nel periodo di inizio dell’invasione dell’Ucraina, ora c’è un fatto nuovo.

Dopo che i principali importatori d’Europa come Germania e Italia non solo non hanno spinto per sanzioni contro il gas russo ma anzi hanno accettato il ricatto del pagamento in rubli, è proprio la Russia che per la prima volta, nel corso della terza settimana di giugno 2022 ha ridotto le vendite a Germania e Italia, non rispettando le “nomination”, cioè le richieste di volume giornaliero dei clienti nell’ambito dei contratti in vigore, come per la prima volta Eni ha comunicato.

Se quindi le riduzioni di maggio 2022 del gas russo in Italia erano dovute a concorrenza di altre fonti, stavolta sembra che Mosca sia passata a un nuovo livello di esercizio di potere di mercato, che ha subito funzionato impennando di nuovo i prezzi del gas fin sopra i 120 €/MWh con conseguenze notevoli anche per quelli elettrici in Italia, che sono tornati a punte sopra 300 €/MWh.

Questa clamorosa novità coincide con alcuni preoccupanti blackout elettrici a Milano, che se da un lato non c’entrano nulla col gas e dipendono dal caldo eccezionale e da un uso di condizionatori che la rete locale evidentemente non riesce a gestire, dall’altro danno un’idea di cosa possano essere i razionamenti incontrollati d’energia.

Il rischio di blackout per carenza di gas in realtà non c’è ora e non ci sarà nemmeno il prossimo inverno (che sarà il più critico dall’inizio della crisi), e questo vale anche se non potremo più contare sul gas russo da oggi, purché il Governo passi da un atteggiamento in cui considera tabù la sola idea di intervenire almeno con campagne informative di sensibilizzazione a uno in cui si assume la responsabilità di gestire la scarsità, meglio se con meccanismi di razionalità economica e assecondando le disponibilità dei clienti.

Seppure con una modalità solo dirigistica, sembra finalmente che qualcosa stia per succedere in questo senso. Il presidente dell’Enea Gilberto Dialuce, già direttore dell’area gas del Ministero dello Sviluppo Economico (dove il suo nome dalla porta dell’ufficio non è mai stato tolto, come Derrick è in grado di testimoniare) ha anticipato a organi di stampa la predisposizione di un piano di risparmio che limiterebbe tempi e intensità di uso del gas per riscaldamento il prossimo inverno.

Comprenderete che Derrick non può che rinverdire ora una sua opinione vecchia di mesi: con questi prezzi non ha senso sussidiare l’energia a chi non ne ha davvero bisogno. Ci stiamo svenando senz’alcuna lungimiranza (basta guardare l’esperienza sulla benzina, di cui sono stati socializzati 20 centesimi ma che è tornata a costare quasi come prima).

Se ci chiedessero 50 euro per una pizza (cioè 5 volte il normale) continueremmo a mangiare pizze come prima? Io credo di no. Con l’energia, faremmo bene a ragionare nello stesso modo.

Io dico che se mettiamo un maglione in più a casa il prossimo inverno sopravviviamo meglio rispetto a fare debito e investimenti folli in infrastrutture e sussidi pur di non modificare i consumi. Se è giusto tassare i cosiddetti extraprofitti delle aziende energetiche (fossili in primis), è folle usarne i proventi per nascondere il vero prezzo dell’energia alle categorie di clienti che da un lato non ne hanno bisogno, dall’altro è meglio che prendano atto interamente del segnale economico che questa crisi delle energie fossili ci sta dando.


Batteria nei pressi di Playa Divisidero
Una batteria nel bosco
nei pressi di Chacala
(Stato di Nayarit - Messico)
(Foto Derrick, 2021)

Puntata 513 (online il 29/1/22, in onda il 1/2/22)

La novità di questi giorni sul caro-energia è una certa stabilizzazione dei prezzi dei contratti a termine del gas nella piattaforma europea di riferimento. Prezzi oggi circa la metà rispetto al picco prenatalizio, ma con la tendenza alla discesa per la prossima primavera ora quasi annullata, forse a significare che da un lato i timori che gli stoccaggi di gas non bastino per l’inverno si stanno affievolendo (non si sta rivelando un inverno particolarmente rigido), dall’altro che altre incertezze non vedono prospettive di miglioramento (la minaccia russa all’Ucraina).

Osservatori internazionali si sono esercitati a calcolare cosa succederebbe se all’attacco all’Ucraina conseguisse uno stop ai flussi del gas russo: la capacità di ricezione di navi metaniere in Europa potrebbe sopperire per una buona parte dell’ammanco, ma razionamenti sarebbero necessari. È chiaro, comunque, che una volta passato l’inverno il problema sarà rimandato di un anno. Ma non risolto se le voci di chi ritiene che per liberarci dalla dipendenza dal gas occorra aumentarla avranno la meglio in termini di politiche dell’energia.

A proposito di politici: ovunque temono enormemente le conseguenze di prezzi alti dell’energia sulla loro popolarità, ed è da poco legge (e lo sarà almeno per due mesi) un nuovo decreto che da un lato prolunga e ridefinisce misure di fiscalizzazione dei costi delle bollette soprattutto per aziende energivore (pagate coi proventi della carbon tax europea che in realtà dovrebbe scoraggiare consumi di energie fossili), dall’altro si occupa di dove trovare il resto delle risorse necessarie.

Vediamo quest’ultimo punto. Il governo introduce l’obbligo di molti produttori di elettricità da fonti rinnovabili, anche quelli che non godono di alcun sussidio, di girare all’agenzia che fa i conguagli delle bollette, fino a fine 2022, la quota di ricavo unitario sull’elettricità prodotta che supera la media precedente alla crisi. Simmetricamente, la norma prevede che se i prezzi scendessero sotto questa media sarebbe la cassa conguaglio a rifondere la differenza, ma che ciò si verifichi nel 2022 è estremamente improbabile.

Si tratta di un intervento a dir poco invasivo, perché si applica a ricavi e non a utili, e lo fa anche su impianti fatti a proprio rischio e senza sussidi. E un intervento di dubbia equità perché tocca solo le fonti rinnovabili e non altre che stanno comunque guadagnando di più grazie ai prezzi alti. Per esempio le centrali termoelettriche, come mostra un accurato articolo di Stefano Clò apparso su Staffetta Quotidiana il 21 gennaio [2022], o la filiera di fornitura del gas. Gli investimenti in rinnovabili, poi, l’abbiamo visto varie volte, sono proprio quelli che servono a emanciparci dai picchi di prezzo delle fonti fossili come il gas.

Prendere di mira ora le fonti rinnovabili per certi versi è come se in California per pagare i costi degli incendi si mettesse una tassa aggiuntiva sui pompieri perché fanno gli straordinari.

Ci sono precedenti di imposte tipo “Robin Hood tax” come questa? Sì. Uno si applicò qualche anno fa all’imposta sui redditi di aziende di alcuni settori considerati ricchi, tra cui se ricordo bene energia e finanza. Una soluzione però meno eversiva di quella attuale in termini di economia di mercato, perché almeno si applicava agli utili e non ai ricavi. Fu comunque cassata dalla corte Costituzionale nel giro di qualche anno, ma con una sentenza non retroattiva che quindi non previde alcuna restituzione.

Probabilmente il Governo da un lato sa benissimo che la trovata di oggi è giuridicamente irricevibile, dall’altro forse conta, a ragione, sul fatto che quando sarà stata smontata dalle Corti l’emergenza potrebbe essere già finita.

Non finiranno però i danni in termini di incertezza degli investimenti e di contraddizione alle politiche di decarbonizzazione.


Puntata 506 (in onda il 7/12/2021)

Mentre preparo questa puntata il 4 dicembre 2021, i prezzi europei del gas naturale sono ancora elevati (anche se il contratto a termine di gennaio 2022 sulla piazza olandese, il riferimento principale in Europa, non ha più raggiunto i picchi di inizio ottobre 2021).

Si è perfino parlato di rischio blackout da parte del ministro Giorgetti, rischio però smentito dall’associazione dei gestori europei delle reti elettriche, che vede invece la situazione migliore rispetto a un anno fa. Alcuni Governi europei tra cui quello italiano hanno già adottato misure di riduzione delle bollette a spese del fisco e si preparano a farlo nuovamente. In un consiglio energia i principali paesi UE si sono spaccati tra chi (tra cui l’Italia) ritiene necessarie modifiche alle regole dei mercati energia e chi (tra cui Germania) ritiene invece utile proseguire la transizione energetica senza cambiare il mercato. Mercato che, del resto, ha portato prezzi a lungo bassi nel passato recente, verosimilmente più bassi di quanto sarebbero stati in un perdurante regime di monopolio pubblico. Oggi qui ci chiediamo: è giusto aiutare in caso di prezzi eccezionalmente alti oltre ai clienti domestici anche le imprese, in particolare quelle energivore?

Iniziamo chiedendoci quale effetto hanno i prezzi dell’energia sul conto economico di un’azienda manifatturiera energivora.

Anzitutto un aumento del costo operativo della produzione. E in termini di prezzo e quindi valore del prodotto finale? Se ipotizziamo che la tecnologia produttiva usata dalla nostra azienda sia simile in tutto il suo mercato di riferimento e che il prezzo dell’energia sia aumentato anche per i concorrenti, i maggiori costi tenderanno a rispecchiarsi nel valore della produzione. Il che implica che la riduzione dei margini in realtà dipende da quanto i clienti possano o meno sostituire il prodotto della nostra azienda con un altro o farne semplicemente a meno. Se questa sostituzione o rinuncia non è possibile, sarà il consumatore a pagare di fatto i maggiori costi di produzione dovuti all’energia, non l’azienda manifatturiera.

Se poi l’azienda in questione è più efficiente nell’uso dell’energia rispetto ad almeno uno dei suoi concorrenti attivi, un aumento dei prezzi dell’energia conduce tendenzialmente a un aumento dei margini e delle quote di mercato, con un effetto di cosiddetto windfall profit, lo stesso meccanismo per cui le aziende di produzione elettrica che non usano le fossili guadagnano di più grazie agli alti prezzi delle fossili e dei permessi a emettere CO2.

A livello europeo, e in buona parte anche eurasiatico, l’aumento dei prezzi energetici non ha colpito solo l’Italia, che anzi ha visto di recente un miglioramento relativo rispetto alla Francia con un prezzo italiano dell’elettricità in media più basso di quello transalpino, quindi si può (in termini grossolani) escludere che un’azienda manifatturiera italiana il cui mercato di riferimento sia l’Europa rischi di perdere competitività rispetto ai concorrenti a parità di politiche italiane e degli altri stati europei.

Ma nel breve periodo anche per un’azienda energicamente efficiente un aumento violento dei prezzi energetici può causare problemi finanziari, per esempio se l’azienda non è in grado di aggiornare i prezzi di una commessa ancora da produrre ma già negoziata prima degli aumenti. In questo caso il problema è serio, ed è dovuto a una mancata copertura del rischio di fluttuazione dei prezzi energetici.

In conclusione: in teoria è sbagliato almeno nel medio periodo socializzare il caro energia per le aziende energivore il cui mercato di riferimento sia esposto agli stessi prezzi. Peccato che, con politiche energetiche diverse tra i vari paesi europei, è sufficiente che uno introduca aiuti per rendere inevitabile la loro generalizzazione. Perché in presenza di aiuti locali in un paese, per le imprese di altri paesi ci sarebbe un effetto di perdita di competitività a meno che anche quegli altri paesi adottino misure simili.

La conseguenza, mi sembra, è che probabilmente una politica europea sensata per il caro-energia sarebbe anzitutto la creazione di un ministero europeo dell’energia, che omogeneizzi queste politiche.


Puntata 500 (in onda il 17/10/21)

Siamo arrivati, stento io stesso a crederci, alla puntata 500. Che purtroppo non posso dedicare ad alcun tema speciale, visto che l’attualità mi costringe a tornare sulla questione del caro-energia, se non altro per un compendio delle riflessioni uscite sugli organi di informazione nell’ultima decina di giorni, per esempio l’articolo su lavoce.info a firma di Polo, Pontoni e Sileo, quest’ultimo una vecchia conoscenza e spesso collaboratore di questo blog.

I politici sembrano molto in ansia, e alcuni Governi europei, tra cui quello spagnolo italiano e greco, hanno sollecitato la Commissione UE a misure di contrasto al caro-gas. Un recente documento UE risponde con moderata freddezza, dopo che il vicepresidente Timmermans e la capa dell’energia Simson avevano già difeso l’impianto dell’organizzazione europea dei mercati energia e di quello che dà un prezzo alle emissioni di CO2 (che peraltro ha contribuito come sappiamo molto limitatamente al recente aumento delle bollette). I Governi possono usare la leva fiscale per calmierare temporaneamente i prezzi, dice l’UE, purché lo facciano con chi ne ha effettivamente bisogno e senza alterare la concorrenza nell’energia.

Trovo anch’io che sarebbe un controsenso soffocare il segnale di prezzo e impedire che esso faccia scattare sane reazioni dei consumatori. Infatti questo caro-energia ci ricorda che le fonti fossili hanno un prezzo volatile, e probabilmente lo avranno anche di più nella loro fase di ridimensionamento e infine pensionamento, perché la capacità produttiva potrebbe ridursi in anticipo rispetto alla domanda. Un segnale di scarsità è sicuramente coerente col fatto che dobbiamo affrancarci in fretta da petrolio e gas. Non a caso è stato proprio il ministro dell’energia del Qatar – uno dei principali esportatori di gas via nave – a dirsi scontento dei prezzi troppo alti, consapevole che essi portano i clienti e ridurre la propria dipendenza non appena possibile.

Infatti i consumatori, domestici e industriali che siano, si attrezzano rispetto ai rischi di scarsità, investendo per esempio in efficienza energetica e uso di fonti alternative. Una volta che le famiglie in difficoltà siano messe al sicuro, come la stessa UE chiede, non si capisce perché gli altri soggetti non dovrebbero prendersi la responsabilità delle proprie scelte di approvvigionamento energetico.

Del resto, chi ha energia comprata a prezzo fisso non vedrà l’incremento se non al rinnovo del contratto – sempre che i prezzi a termine saranno allora ancora alti – e chi si è dotato direttamente o contrattualmente di propria capacità di generazione da fonte rinnovabile è già meno soggetto alle fluttuazioni del gas.

La situazione di scarsità del gas stoccato in Europa, che preoccupa in vista di un eventuale inverno rigido, non è però la stessa in tutti i paesi. Quelli che oltre a essere dotati di capacità di stoccaggio adeguata l’hanno anche riempita di più nella scorsa primavera-estate avranno ora la giusta remunerazione grazie alla possibilità di esportare gas a buon prezzo. Cosa che dall’Italia sta già avvenendo con una certa frequenza attraverso entrambi i metanodotti transalpini. Una situazione che ci vede ormai esordire nel ruolo di paese di passaggio – e non solo di arrivo - del gas, viste le ben tre interconnessioni extraeuropee a sud, e ora anche potenzialmente nel ruolo di polmone rispetto ai picchi di domanda europea.


Puntata 498 (in onda il 28/9/21)

Nella puntata 497 abbiamo cercato di fare chiarezza sulla causa degli aumenti recenti dell’elettricità, dovuti in gran parte a una carenza momentanea di gas a livello mondiale non dissimile da altri settori che coinvolgono per esempio materie prime alimentari, della manifattura pesante, dell’elettronica.

Scorte ridotte e investimenti rimandati in molti settori durante il Covid per limitare il capitale immobilizzato dalle aziende in difficoltà, uniti alla ripartenza dei consumi, stanno causando un’insufficienza temporanea di capacità produttive che era stata ampiamente anticipata da osservatori come l’Economist. Conseguenza di questo è l’inflazione, che infatti si sta risvegliando rapidamente e di cui, certo, l’energia è una componente importante. (Solo io sto notando che da noi un primo piatto in trattoria ora non costa meno di 12 euro mentre la norma fino a poco fa era 10 o meno?).

Il Governo sta predisponendo mentre scrivo questa trasmissione un decreto per contenere gli aumenti del prezzo dell’energia con l’utilizzo di risorse fiscali per alcuni miliardi nell’ultimo trimestre del 2021. Con tutele più forti per i clienti a basso reddito, ma con effetti su tutti, anche su chi ha un contratto a prezzo fisso e non sta subendo alcun aumento di bolletta. Ha scritto sul tema Carlo Cottarelli su Repubblica il 24 settembre [2021]:

Per anni le istituzioni internazionali e tutti coloro che hanno a cuore il futuro del pianeta hanno sottolineato le conseguenze negative di sussidi generalizzati (all’energia e non). Qui, per giunta, si sussidia l’energia “sporca”. L’incoerenza con le politiche di transizione ecologica è evidente. Questo vale soprattutto per la parte dell’aumento dovuta al maggiore costo dei permessi di emissione, il cui scopo è quello di scoraggiare i consumi. Ma l’incoerenza è presente qualunque sia la causa dell’aumento dei prezzi.

Aggiungerei che fenomeni simili, come accennavo, li stiamo vedendo in altre materie prime. Fiscalizzeremo l’aumento delle farine, dei minerali ferrosi e no, dei chip, magari riducendone l’IVA?

Per un paese con livelli di spesa fiscale e di imposte sui redditi molto alti, aumentare ancora la spesa fiscale e quindi le future nuove imposte a me sembra folle. Nel caso dell’energia, poi, la capacità dei consumatori di reagire a segnali di prezzo è fondamentale perché le politiche ecologiche del “chi inquina paga” siano efficaci. Se gli aumenti di prezzo vengono contrastati con le tasse anche a spese di chi non consuma, e indipendentemente dal mix di fonti energetiche scelte da un cliente, buona parte delle politiche di responsabilizzazione dei consumatori va a ramengo.


Puntata 497 (in onda il 21/9/21)

Il prezzo dell’elettricità, i lettori di Derrick lo sanno ma temo siano tra i pochi vista la qualità del dibattito in corso, è determinato da fattori sia regolati sia di mercato. I primi sono un insieme di oneri che coprono soprattutto i costi delle politiche ambientali – in particolare i sussidi alle fonti rinnovabili - e i costi delle reti, i secondi sono soprattutto i costi di combustibile della produzione termoelettrica che determinano, quando le centrali termoelettriche sono necessarie a soddisfare la domanda, il prezzo all’ingrosso momentaneo dell’energia.

Anche se ormai la maggior parte dell’energia al dettaglio è venduta a condizioni liberamente proposte (e scelte) sul mercato, ha ancora molto seguito mediatico l’aggiornamento periodico che l’Autorità dell’energia fa delle tariffe regolate dedicate ai clienti soprattutto domestici che non hanno mai scelto un fornitore sul mercato.

L’imminente aggiornamento molto al rialzo di questa tariffa ha scatenato un dibattito pubblico in cui, come spesso capita, alcune delle posizioni che hanno fatto più rumore sono quelle più infondate.

Sperando di contribuire in modo utile, ecco qui alcune affermazioni facili da verificare:

  • L’aumento repentino del prezzo all’ingrosso dell’elettricità (che a settembre [2021] si è mosso ampiamente oltre i 100 €/MWh e negli ultimi giorni attorno ai 150 € - mentre un anno fa nello stesso periodo era sui 50) è determinato perlopiù da un aumento violento del prezzo del gas che nel nostro paese è ancora determinante per coprire la punta di domanda elettrica. Infatti, le centrali a gas offrono energia nella borsa elettrica a un prezzo non inferiore a quello necessario a coprire i costi di combustibile (e i permessi a emettere CO2, si veda poco sotto), e non potrebbero fare altrimenti. L’aumento del prezzo del gas a sua volta è causato dalla ripresa globale dei consumi che ha colto gli stoccaggi meno pieni di quanto normalmente siano in questa stagione, anche a causa della scorsa primavera più rigida del previsto.
    Il prezzo all'ingrosso dell'elettricità dipende però non solo dal gas, ma anche dai permessi a emettere CO2 che le centrali termoelettriche devono acquistare. Il prezzo di questi permessi è aumentato a inizio settembre [2021] rispetto a metà agosto di una decina di €/t (con un impatto sui costi di un Megawattora a gas di meno della metà), ma è comunque rimasto in un'area tra 50 e poco più di 60 €/t da maggio [2021] alla data di questo post (link sotto), e quindi ha un impatto minimo rispetto agli aumenti recenti del prezzo all'ingrosso dell'elettricità.

  • Anche le politiche ambientali costano, certo, al momento una decina di miliardi all’anno nelle bollette, cioè una trentina di € per ogni MWh che consumiamo, ma questo conto non solo non si muove in modo repentino, ma è in fase di calo strutturale da anni, perché da anni le convenzioni inizialmente troppo generose per sostenere gli impianti rinnovabili sono state sostituite da altre che lo sono molto meno (tanto che gli obiettivi di nuova capacità rinnovabile che il Governo si propone non vengono al momento raggiunti).

  • Più rinnovabili non programmabili comportano anche più costi di bilanciamento della rete, ma si tratta di una voce per ora relativamente modesta rispetto al prezzo complessivo (una decina di € a MWh) e le cui fluttuazioni quindi non hanno al momento un effetto paragonabile a quelle determinate dalla volatilità dei prezzi dei combustibili fossili.

Conclusione: l’impennata di prezzo elettrico di questo periodo non c’entra quasi per nulla con le politiche ambientali.

Nello stesso tempo, politiche incoerenti con la decarbonizzazione (per esempio nuovi investimenti sulle stesse fossili che dovranno essere abbandonate, si pensi alla metanizzazione della Sardegna) molto verosimilmente aumenteranno il costo della decarbonizzazione stessa, perché dovranno essere ripagate anche se si riveleranno presto – o addirittura subito – inutili.


Link:

 

 

4 commenti:

  1. Ma, l'assurdo ostracismo alle Centrali alimentate a Carbone (a cominciare da quella moderna di Civitavecchia, non sono un evidente enorme maggiore costo per motivazioni pseudo-ambientali?
    Ed i costi degli impianti di "back-up" (con emissioni molto peggiori causa loro regime di provvisorio funzionamento in "stand-up" a cosa sono dovuti?
    Un serio Paese, povero di materie prime, avrebbe un "MIX" molto più diversificato ed equilibrato, come avviene in quasi tutti i Paesi, G8 e G20, tranne il nostro! Fantastico, isn't it?

    RispondiElimina
    Risposte
    1. La chiusura del carbone è motivata dall'emergenza clima e dagli obiettivi per contrastarla. Non direi che il nostro mix sia peggiore di quello degli altri grandi paesi occidentali, anzi. Però sono d'accordo sul fatto che riguardo al backup alle rinnovabili stiamo facendo (e facendo pagare ai consumatori) scelte sbagliate con il capacity market

      Elimina
  2. Bene il modo migliore per evitare di pagare di più è consumare meno !
    i prezzi servono per far capire che le risorse non sono infinite!
    La cosa migliore sarebbe lasciare fare al mercato alla concorrenza e senza intromissioni dei governi dell'Europa .
    Ma penso sia impossibile più regole si mettono peggio sarà .per tutti

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Potrebbe essere così. Far pagare l'energia con le tasse, magari temporaneamente, non aiuterà certo l'efficienza e la consapevolezza dei consumatori

      Elimina