martedì 3 dicembre 2019

Valutazione degli insegnanti (Puntate 374-419 in onda il 30/10/18 e 3/12/19)

Gli insegnanti: forse una delle categorie
più importanti per il nostro futuro,
chiusi in Italia in un corporativismo
che ci danneggia.
Puntata del 30/10/18

Chi di noi non ha esperienza di quanto sia stata importante per la propria formazione la qualità degli insegnanti a scuola?
Quale genitore non pagherebbe care informazioni preventive sul talento e la professionalità dei prof nella classe in cui pensa di iscrivere il figlio?

Valutare i docenti si può, con tecniche già testate in altri Paesi, e c’è evidenza che la presenza di sistemi di valutazione, se efficaci, aumenta la qualità del loro lavoro.

Ma gli amici insegnanti che ho io sembrano perlopiù convinti che qualsiasi giudizio al proprio lavoro non possa che essere distorto, inutile o lesivo della propria “libertà d’insegnamento”. Al che io rispondo che mi preoccupa questo corporativismo che preferisce la certezza di proteggere gli incapaci al rischio di essere ingiustamente valutati. Rischio che si riduce con accorgimenti banali, statistici e di metodo, che possono prevedere l’utilizzo sia di dati comparativi interni a una scuola, sia standard generali, sia interviste a diversi portatori di interessi.
Set di strumenti tra cui l’OCSE include anche l’autovalutazione e la valutazione da parte degli studenti.

Ritenere che un professionista possa essere valutato solo da chi sa più di lui del suo mestiere, poi, è una delle boiate più incredibili tra quelle che vengono usate di solito da chi non vuole essere valutato, in questo e altri ambiti. È come dire che solo uno chef può valutare un ristorante. La verità è che è sì utile il parere di altri chef, purché siano un campione rappresentativo, ma lo è altrettanto o più quello di chi al ristorante ci mangia.

Ecco alcuni strumenti di valutazione degli insegnanti adottabili o già adottati altrove (per esempio alcuni stati USA):
  1. Valutazione da parte dei presidi
  2. Test standard sull’accresciuta performance degli studenti (da noi oggi i test invalsi si fanno ma non hanno impatto diretto sulla carriera o sulla remunerazione dei docenti)
  3. Valutazione statistica dei risultati degli allievi nella successiva carriera formativa
  4. Valutazione di esperti esterni alla scuola
  5. Interviste ad allievi e genitori
  6. Peer evaluation tra docenti e autovalutazione

E cosa si potrebbe fare con i risultati di queste valutazioni? Sempre secondo l’OCSE, potrebbero essere l’input per attivare avanzamenti o rallentamenti della carriera degli insegnanti, e incentivi (o disincentivi) economici.

Aggiungo io che alcuni dei risultati, resi pubblici, sarebbero utili alle famiglie per scegliere consapevolmente una scuola.

Oggi in Italia esiste un sistema di rating delle scuole superiori basato sui risultati della carriera scolastica successiva degli allievi che le hanno frequentate (e che chi scrive ha usato per scegliere il liceo di sua figlia), sviluppato dalla Fondazione Agnelli. È solo una delle logiche di confronto possibili, è parziale e probabilmente rischia di misurare anche altri fattori sociali legati alla comunità presso cui le scuole hanno il proprio bacino di allievi. Ma è uno strumento disponibile, intanto, e può essere integrato con altre informazioni.

In una prossima puntata cercherò di riprendere il discorso, parlando anche di riforme recenti e del ruolo dei presidi.


Puntata del 3/12/19

La puntata qui sopra è una di quelle di Derrick che hanno suscitato più interesse, più critiche (ma solo dagli insegnanti, stranamente) e più richieste di approfondimenti. Il tema sono le tecniche di valutazione degli insegnanti.
Avevamo notato allora che è strano come sia subito chiaro a studenti e genitori chi siano i prof bravi, ma come tuttavia di questa informazione la società non faccia da noi quasi nessun uso, né in termini di carriere dei prof, né di messa a disposizione di queste informazioni alle famiglie, che potrebbero scegliendo consapevolmente innescare una concorrenza virtuosa tra istituti ancor più di quanto il semplice passaparola già faccia.
Avevamo visto che le tecniche più promettenti, secondo l’OCSE e secondo numerose amministrazioni di paesi avanzati, in particolare negli Stati Uniti, sono l’analisi di valore aggiunto e la valutazione diretta dei prof.
L’analisi di valore aggiunto è la misura delle performance che gli allievi ottengono nel proseguimento della loro carriera scolastica successivamente all’esposizione a un insegnante. Un’analisi che viene fatta con strumenti statistici in grado di depurare, sebbene non perfettamente, la distorsione dovuta alla qualità degli studenti in ingresso e al contesto. In altri termini: se aree o scuole tendono ad avere studenti destinati ad andare meglio in futuro, per motivi magari di benessere sociale o economico o di qualità della mera infrastruttura scolastica, il sistema ne tiene conto, e mira a dare una valutazione positiva solo ai prof i cui allievi in futuro fanno meglio di quel che statisticamente ci si poteva attendere da loro, e viceversa. Tuttavia, come scrive l’esperto Justin Raudys, c’è evidenza che l’analisi di valore aggiunto tenda a danneggiare gli insegnanti cui toccano gli studenti eccellenti, a causa del cosiddetto “effetto soffitto” per cui è difficile che quegli stessi studenti continuino a performare meglio di attese nel loro caso già elevate. Altro problema è la difficoltà del sistema di valutare i casi medi.
Direi che da quel che capisco tutte le altre tecniche già diffuse di valutazione degli insegnanti si basano sull’autovalutazione o la valutazione di terzi, anche attraverso l’osservazione degli insegnanti al lavoro. Questa, l’osservazione, è però onerosa per le scuole, perché richiede di affiancare personale agli insegnanti, ma può essere molto utile soprattutto se associata a piani di formazione e sviluppo, dove l’osservazione diventa una fase successiva a un programma di incremento delle competenze didattiche. Interessante uno studio recente del dipartimento dell’educazione del Rhode Island secondo cui quando gli osservatori sono altri insegnanti essi tendono a dare giudizi più bassi rispetto al caso in cui a osservare sono i direttori didattici (anche qui, niente paura, sono distorsioni che in quanto verificabili diventano anche statisticamente depurabili).
L’uso di video per l’osservazione può avere vantaggi di efficienza e di spontaneità (non c’è interazione con l’osservatore). Ma se fino ad oggi le associazioni dei piloti aerei del mondo hanno ottenuto la mancata installazione di videocamere nei cockpit – le quali in rari ma significativi casi avrebbero potuto essere dirimenti in investigazioni post-incidente – dubito che una cosa del genere si farà nelle scuole.
Le osservazioni, come ha scritto la studiosa Charlotte Danielson, funzionano meglio se sono analiticamente strutturate riguardo ad aspetti predefiniti, come prevede anche un metodo sviluppato dallo studioso Robert Marzano. Tra i vari studi empirici ce n’è uno di una scuola della Florida che ha adottato il metodo Marzano di valutazione su parametri preconcordati, traendone vantaggi nella qualità stessa dell’insegnamento. In altre parole: i sistemi di valutazione non servirebbero solo a capire chi è bravo tra gli insegnanti (cosa già utile di per sé), ma a rendere tutti un po’ più bravi.


Link utili:

lunedì 25 novembre 2019

Stato dell'infrastruttura elettrica in Italia (Puntata 418 in onda il 26/11/19)


Ogni tanto qui proviamo a fare il punto sullo stato dell’infrastruttura energetica in Italia e Europa, e direi che è tempo oggi di un piccolo sommario aggiornamento (sul blog Derrick Energia è facile trovare altre puntate e approfondimenti sullo stesso tema).
Mulino a Meersburg

L’occasione è l’inaugurazione da parte di Terna, il gestore della rete elettrica italiana ad alta tensione, della prima sezione del cavo sottomarino che collega Pescara con il Montenegro con una capacità di 600 MW, quanto una centrale elettrica di dimensioni medio-grandi, e che interconnetterà un po’ l’Italia coi Balcani, un’area a sua volta in corso di integrazione e ammodernamento in termini di infrastrutture e mercati elettrici. La capacità di questo elettrodotto sarà in parte a disposizione di qualunque operatore abbia interesse a usarla pagandone gli oneri di passaggio, come avviene di norma per la rete Terna, in parte di un consorzio di aziende che si erano in precedenza impegnate a finanziare l’infrastruttura in cambio di vantaggi immediati sul prezzo di approvvigionamento dell’energia, un meccanismo su cui non ho tempo di entrare in dettaglio e che fa parte di un set di misure di politica industriale attuate attraverso le risorse economiche del sistema delle bollette.

E il parco centrali elettriche italiane in che condizioni è? Complessivamente buone, soprattutto rispetto ai nostri vicini europei. Abbiamo una buona ridondanza di capacità (cui si aggiunge anche quella notevole e costantemente aumentata di interconnessione con l’estero, soprattutto Francia e Svizzera), un discreto mix di tecnologie in termini ecologici (il 40% dei consumi sono alimentati da rinnovabili e il gas è la principale fonte fossile, anche se Enel continua ad avere il carbone soprattutto di Civitavecchia come sua fonte più importante).

D’altra parte Terna ha lanciato allarmi su possibili carenze future di capacità di generazione elettrica flessibile (cioè quella pronta a ovviare alle interruzioni degli impianti rinnovabili non programmabili) e ottenuto un approvvigionamento a lungo termine di capacità attualmente in corso. 

Sono però i gestori di rete francese e tedesco ad essere ben più sotto pressione. La Francia sta dismettendo il carbone e ha un parco nucleare in parte vetusto e teme per l’approvvigionamento nel prossimo inverno quando si accenderanno i riscaldamenti elettrici, mentre il nuovo impianto nucleare di Flamanville, in Normandia, ha subito un nuovo ritardo di tre anni. (Si direbbe che la maggior garanzia di sicurezza della tecnologia EPR risieda nell’impossibilità di metterla in funzione, almeno in Europa). La Germania, anch’essa, ha carbone e lignite da dismettere. Ed è interessante notare come sono i costi, non solo le decisioni politiche, che stanno mettendo il carbone fuori mercato, se è vera l’affermazione di Carbon Tracker sul fatto che il 79% delle centrali a carbone in UE stia perdendo soldi.
O meglio, i segnali di costo in realtà la politica climatica già l’internalizzano, conseguenti anche al funzionamento del disincentivo alle emissioni dannose per il clima (ETS).



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domenica 17 novembre 2019

Carbon tax e border tax europee (Puntata 417 in onda il 19/11/19)


Nel piano politico che la nuova presidente designata della Commissione Europea Ursula Von Der Leyen ha presentato al Parlamento Europeo, il primo punto è il “green new deal”, che include un rafforzamento degli obiettivi di decarbonizzazione dell’economia, l’estensione del sistema di disincentivo alle emissioni dannose per il clima (l’Emission Trading Scheme – ETS) anche a settori oggi esclusi come la navigazione in mare e i trasporti di terra, e una carbon border tax sui beni importati nell’UE che eviti una mera delocalizzazione fuori dall’UE delle attività economiche ad alta intensità di emissioni.
Ardvreck castle, Scozia

Già prima della presa di posizione di Von Der Leyen, un comitato di cittadini europei, in partnership con l’Associazione Luca Coscioni, Eumans e Science for Democracy (ringrazio Carlo Maresca per le informazioni), ha presentato una proposta di norma di iniziativa popolare per introdurre una carbon tax europea con valori progressivamente crescenti da 50 a 100 Euro a tonnellata di CO2 tra il 2020 e il 2025 e utilizzo dei proventi per investimenti ambientali e riduzione delle imposte sui redditi.
I valori proposti sono coerenti con uno studio recentissimo del Fondo Monetario Internazionale che valuta in circa 75 €/T un valore di carbon tax sui prodotti energetici coerente con il raggiungimento degli obiettivi di decarbonizzazione dell’accordo di Parigi (sotto c’è il link a un utile articolo in materia di Beatrice Bonini dell’Osservatorio Conti Pubblici Italiani, segnalatomi da Paolo Costanzo che ringrazio).
La proposta di iniziativa popolare non scende pressoché in alcun dettaglio (saranno gli uffici della commissione a declinarla tecnicamente se si raggiungerà il milione di firme necessarie) e non specifica su quali beni la carbon tax si applicherebbe.

Un’applicazione semplice potrebbe essere sui prodotti energetici, un’altra su tutti i beni. Questa dicotomia è in realtà meno importante di quanto sembri, perché anche facendo pagare una carbon tax sui soli prodotti energetici questa si ripercuote su tutti gli altri per i quali energie fossili sono state necessarie, senza bisogno di inventarsi un meccanismo di valutazione dell’impronta ecologica di tutti i beni. Per questo probabilmente occuparsi dei soli prodotti energetici, come i combustibili, è la cosa più sensata.

La proposta di iniziativa popolare mira anche – condivisibilmente – a eliminare l’allocazione di quote gratuite nell’ambito del sistema ETS, e quindi sembra che l’intento dei proponenti non sia di sostituire, ma di complementare l’ETS, come è già avvenuto in Francia e UK. E, infine, anche qui è prevista una carbon border tax come quella annunciata da Von Der Leyen.

Di nuovo, il paniere dei beni si cui la border tax si applicherebbe è decisivo rispetto alla sua complessità. Se applicata su molte categorie di beni, richiederebbe un tracciamento globale e complesso della loro impronta di carbonio, oppure l’uso di tabelle predefinite le quali, però, finirebbero per aver esiti opposti agli obiettivi perché non riuscirebbero a discernere, per esempio, quanta dell’energia sottesa nella produzione di un bene sia rinnovabile.
Ma la sfida politica principale di una carbon border tax è probabilmente la sua accettabilità nell’ambito della disciplina delle tariffe al commercio che il mondo si è dato con il WTO. Esistono pareri autorevoli secondo cui, se la border tax è in linea con la carbon tax interna, essa debba intendersi accettabile in termini di commercio internazionale.
Approfondiremo qui a Derrick con altre puntate.


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