martedì 30 ottobre 2018

Valutazione degli insegnanti (Puntata 374 in onda il 30/10/18)

Gli insegnanti: forse una delle categorie
più importanti per il nostro futuro,
chiusi in Italia in un corporativismo
che ci danneggia.
Chi di noi non ha esperienza di quanto sia stata importante per la propria formazione la qualità degli insegnanti a scuola?
Quale genitore non pagherebbe care informazioni preventive sul talento e la professionalità dei prof nella classe in cui pensa di iscrivere il figlio?

Valutare i docenti si può, con tecniche già testate in altri Paesi, e c’è evidenza che la presenza di sistemi di valutazione, se efficaci, aumenti la qualità del loro lavoro.

Ma gli amici insegnanti che ho io sembrano perlopiù convinti che qualsiasi giudizio al proprio lavoro non possa che essere distorto, inutile o lesivo della propria “libertà d’insegnamento”. Al che io rispondo che mi preoccupa questo corporativismo che preferisce la certezza di proteggere gli incapaci al rischio di essere ingiustamente valutati. Rischio che si riduce con accorgimenti banali, statistici e di metodo, che possono prevedere l’utilizzo sia di dati comparativi interni a una scuola, sia standard generali, sia interviste a diversi portatori di interessi.
Set di strumenti tra cui l’OCSE include anche l’autovalutazione e la valutazione da parte degli studenti.

Ritenere che un professionista possa essere valutato solo da chi sa più di lui del suo mestiere, poi, è una delle boiate più incredibili tra quelle che vengono usate di solito da chi non vuole essere valutato, in questo e altri ambiti. È come dire che solo uno chef può valutare un ristorante. La verità è che è sì utile il parere di altri chef, purché siano un campione rappresentativo, ma lo è altrettanto o più quello di chi al ristorante ci mangia.

Ecco alcuni strumenti di valutazione degli insegnanti adottabili o già adottati altrove (per esempio alcuni stati USA):
  1. Valutazione da parte dei presidi
  2. Test standard sull’accresciuta performance degli studenti (da noi oggi i test invalsi si fanno ma non hanno impatto diretto sulla carriera o sulla remunerazione dei docenti)
  3. Valutazione statistica dei risultati degli allievi nella successiva carriera formativa
  4. Valutazione di esperti esterni alla scuola
  5. Interviste ad allievi e genitori
  6. Peer evaluation tra docenti e autovalutazione

E cosa si potrebbe fare con i risultati di queste valutazioni? Sempre secondo l’OCSE, potrebbero essere l’input per attivare avanzamenti o rallentamenti della carriera degli insegnanti, e incentivi (o disincentivi) economici.

Aggiungo io che alcuni dei risultati, resi pubblici, sarebbero utili alle famiglie per scegliere consapevolmente una scuola.

Oggi in Italia esiste un sistema di rating delle scuole superiori basato sui risultati della carriera scolastica successiva degli allievi che le hanno frequentate (e che chi scrive ha usato per scegliere il liceo di sua figlia), sviluppato dalla Fondazione Agnelli. È solo una delle logiche di confronto possibili, è parziale e probabilmente rischia di misurare anche altri fattori sociali legati alla comunità presso cui le scuole hanno il proprio bacino di allievi. Ma è uno strumento disponibile, intanto, e può essere integrato con altre informazioni.

In una prossima puntata cercherò di riprendere il discorso, parlando anche di riforme recenti e del ruolo dei presidi.

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domenica 14 ottobre 2018

Mi chiamo Guido e guido i bus dell'Atac (Puntate 372-3 in onda il 16-23/10/18)

Bancarelle e pendolari
alla stazione metro romana di Ponte Mammolo

Mi chiamo Guido e guido i bus dell’Atac. Ho 26 anni e guadagno una miseria. Dicono dei conducenti che non si presentano al lavoro, ma io a lavorare ci vado perché se perdo questo impiego sono cazzi. Anche volendo non potrei fare come certi più anziani coi contratti vecchi che fanno quello che vogliono. Ma sempre più spesso vado al deposito e non c’è una vettura per me e resto lì fermo al baracchino con gli altri.

Il dirigente movimento decide da quali linee dirottare i mezzi per metterli in quelle dove arrivano più proteste, in pratica si riduce il servizio nelle linee meno critiche finché qualcuno influente non si fa sentire. Volendo con l’elettronica si potrebbero conoscere i movimenti dei passeggeri in tempo reale e anche quanta gente in media aspetta alle fermate, ma figurati.

Quando ho letto su Metro che la sindaca ha detto che metteva i tornelli nei bus, ero con dei colleghi al deposito che aspettavamo un mezzo per partire, ci siamo messi a ridere. Ma questa l’ha mai preso un autobus a Roma nell’ora di punta? Dove penserebbe di metterlo ‘sto tornello? Infatti io ancora devo vederne uno, e in media cambio 3-4 vetture al giorno.

Ieri a un certo punto arriva Luigi con una pompa dell’olio avvolta in uno straccio e mi dice che se è compatibile col mio Irisbus mi fa fare due giri di 44. Il 44 passa dal Gianicolo dove ci sono le signore cagacazzi che poi se non arriva mandano le lettere in sede. Luigi e gli altri della manutenzione fanno avanti e indietro tra i depositi per prendere i pezzi dai mezzi fermi, ma quei mezzi in teoria dovevano essere riparati, non fermati, e invece dopo un po’ diventano carcasse che non si riesce più a far partire. Quando prendono un pezzo, tipo un alternatore una centralina un iniettore, mettono un post-it dietro allo sportello del motore come promemoria che quel pezzo è stato levato e in teoria dovrebbe tornare.

La collega che aveva denunciato gli incendi per mancata pulizia delle morchie sotto ai pianali, che è una roba da avere paura a starci a bordo, come reazione l’hanno mandata via.
Stamattina ho fatto la 170 con tre spie accese, tra cui l’ABS. A via Marmorata un vigile mi dice di passare sul Lungotevere senza entrare a Testaccio: ma si potrà sapere di una deviazione all’ultimo momento, con la gente che dopo se la prende con me?
I cicalini acustici delle spie li stacchiamo noi conducenti per non diventare scemi. Certe spie sono accese perché mancano i sensori o mancano dei servomeccanismi non indispensabili al movimento, oppure perché si ignora un guasto. Un mezzo non dovrebbe circolare con l’ABS rotto, è una questione di sicurezza mia e dei passeggeri. Ma alla fine cosa devo fare, fermo la corsa? L’unica è andare piano e sperare bene.

Ho sentito di questi #MobilitiamoRoma che vogliono privatizzarci, allora sono andato a un tavolino a vedere. C’era una ragazza della mia età. Le ho chiesto Cosa faccio io se privatizzano l’Atac? Mi ha detto Non è che ti vogliamo privatizzare, vogliamo che arriva un’altra azienda che vince la gara, che può anche essere un’azienda pubblica di un’altra zona, e quell’azienda la prima cosa che fa è assumere qui chi gli serve per portare avanti il servizio a Roma. Mica fanno venire conducenti da lontano, che non conoscono le linee e magari gli devono anche pagare la trasferta. Se devono lasciare qualcuno a casa, sarà dura che ci lasciano te che lavori e gli costi meno di un anziano per non parlare di un dirigente.

Come ragionamento mi fila abbastanza.

Senza contare che magari in un’azienda normale, come in una città normale, avrei dei mezzi sicuri, puliti, che non mi piove in testa, avrei dei passeggeri che non ce l’hanno con me perché il mio collega prima non è passato o non c’era la vettura, e magari mi darebbero anche dei premi di produzione e un aumento pagato facendo timbrare i biglietti.
In fin dei conti non ho capito perché devo difendere proprio io quest’azienda qui e i suoi dirigenti, io che ci perdo sulla mia pelle, che mi faccio il sangue amaro, che mi prendo le umiliazioni dai passeggeri e devo anche stare zitto.

Guido non esiste: è un personaggio di fantasia. O forse ne esistono tanti?


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martedì 2 ottobre 2018

Come farti comprare i BOT: arrivano i CIR? (Puntate 370-1 in onda il 2-9/10/18)

Con Paolo Zanghieri

La gelatina che è in noi
La parola “spread” sembra aver la capacità di trasformare in gelatina (spread vuol dire in effetti anche crema da spalmare) le sinapsi cerebrali anche del più cauto padre di famiglia, che inizia a immaginarsi gl’ircocervi cattivi della finanza internazionale a impedirci di essere ricchi, cosa che forse riteniamo un diritto naturale.
Foto di Michele Governatori
Un banco del liceo Virgilio di Roma.
L'Italia è messa malissimo in termini di educazione finanziaria.

Gli psicologi del resto spiegano che accettare un depauperamento di prospettive fa più male che essere in condizioni peggiori ma con una tendenza al miglioramento. Resta però il fatto che, anche se non lo accettiamo psicologicamente, per essere ricchi in modo sostenibile bisogna saper fare qualcosa di rilevante meglio o in modo più efficiente degli altri. Non ci sono altre vie: prendere i soldi a prestito e spenderli per comprare cose che fanno altri funziona solo per un po’, finché qualcuno quei soldi te li dà.

Quando i finanziatori iniziano a tirarsi indietro, nell’era delle sinapsi-gelatina essi finiscono nel mirino insieme alle agenzie di rating. Ma in un contesto in cui ormai i 2/3 del debito pubblico italiano sono in mano a prestatori nazionali e alla BCE, il gioco delle parti diventa sempre più una scissione psicotica: la gelatina ci fa prendere di mira i creditori, che però per la maggior parte siamo noi stessi.
Ma alla gelatina non interessa: ci suggerisce che potrebbero esserci dei mezzi non coercitivi per convincere il noi-prestatore a continuare a prestare al noi-gelatinoso anche contro il proprio interesse. Si potrebbe cioè convincere con le buone il noi-prestatore a continuare a comprare titoli di Stato e tenerli a lungo. Ma come?

I CIR: un gioco delle tre carte
Il governo, e in particolare le menti economiche della Lega, stanno studiando i Certificati Individuali di Risparmio (CIR). Si tratta di prodotti finanziari, destinati ai residenti in Italia, che investono esclusivamente in nuove emissioni di debito dello Stato o delle altre amministrazioni pubbliche. Se ne incentiverebbe l’acquisto con benefici fiscali simili a quelli dei Piani Individuali di Risparmio (PIR), recentemente introdotti per finanziare le imprese più piccole: niente tasse sui rendimenti e possibilità di un credito di imposta, a condizione che le somme restino vincolate per un periodo abbastanza lungo di tempo. Inoltre i CIR sarebbero impignorabili e non sottoponibili a sequestro.  Nei piani del governo potrebbero partire già dall’anno prossimo.

Secondo noi si tratta di una pessima idea, ecco perché:

  1. Dalle condizioni economiche dell’Italia dipendono già il nostro stipendio e la nostra pensione futura. Il buonsenso consiglierebbe di diversificare il rischio investendo anche all’estero o in altro. Buttarsi sul debito pubblico italiano sa molto più di “oro alla Patria” che di scelta razionale e prudente.
  2. L’idea (o furbata, dipende dal livello di gelatina) dietro ai CIR è quella di sottrarre dal controllo dei mercati il debito pubblico italiano, “ammazzando” lo spread. Sarebbe così garantita un po’ più di disinvoltura nella gestione delle finanze pubbliche.
  3. In questo modo una quota sempre maggiore del debito pubblico passerebbe da gestori professionali in grado (almeno in teoria) di valutare il rischio delle finanze pubbliche italiane ai normali cittadini. Gli italiani sono tra i peggiori al mondo per quanto riguarda l’alfabetizzazione finanziaria. Pensandoci bene è un po’ come quello che hanno fatto in passato le banche, piazzando il loro debito ai clienti sotto forma di prodotti non facilissimi da comprendere e senza fornire tutte le informazioni necessarie. Per qualche risparmiatore, ricorderete, è finita malissimo. Se state pensando che il “CI” di CIR stia per “Circonvenzione d’Incapace” siete i soliti maliziosi.
  4. Anche se i CIR coprissero tutte le nuove emissioni, lo spread si potrebbe eliminare soltanto facendo scomparire del tutto il mercato secondario dei titoli di Stato. “Vaste programme”, direbbero in Francia. Il debito pubblico italiano già emesso (che ricordiamolo, è il terzo più grande al mondo) rimarrebbe comunque in circolazione sui mercati internazionali. Quindi, politiche di bilancio un po’ allegre non passerebbero comunque inosservate.
  5. L’acquisto di debito pubblico da parte dei cittadini dello Stato che lo produce è più o meno una partita di giro. Ma non completamente: il noi-risparmiatore non è esattamente uguale al noi-cittadino: comprerebbe i CIR solo chi ha abbastanza soldi per risparmiare (magari anche grazie alla “pace fiscale” per gli evasori), mentre il costo del maggiore debito lo pagheremmo tutti e specialmente i più poveri in caso di taglio dei servizi pubblici.
  6. Il trattamento fiscale favorirebbe una volta di più chi campa di rendita rispetto a chi lavora. Inoltre chi, coi propri risparmi, vuole investire in attività produttive verrebbe penalizzato rispetto a chi sceglie i CIR.
  7. Un’altra partita di giro: i minori interessi pagati sui titoli di Stato dei CIR corrisponderebbero a maggior spesa fiscale per finanziarne gli incentivi.
  8. Le imprese sarebbero penalizzate due volte: le risorse per i CIR non finirebbero nei PIR e neanche nei depositi bancari, riducendo i prestiti che per molte imprese sono l’unica fonte di finanziamento.

Rimpacchettare il debito e dargli una patina di lucido non ci sembra quindi molto sensato. E non è un’alternativa all’unica soluzione possibile per contenere il problema: ridurre il debito pubblico.
L’operazione dei CIR puzza un po’ di gioco delle tre carte o, se preferite, di strumento di distrazione. Complice la gelatina che è in noi.



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