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domenica 28 gennaio 2024

Occhio ai prezzi (Puntata 608 in onda il 30/1/24)

Una nave attraversa il canale di Panama
(Foto Derrick)
Un’occhiata recente ai prezzi di alcuni prodotti o semilavorati importanti rispetto agli interessi di questa rubrica ci aiuta a fare il punto sulla congiuntura energetica e ambientale.

Partiamo da una delle cosiddette “terre rare”: il litio. Elemento che viene spesso associato alle nuove tecnologie dell’elettrificazione per via del suo utilizzo nel tipo oggi più comune di batterie per veicoli o piccoli apparecchi elettrici. Se chiedete a chi non si occupa di energia probabilmente vi dirà che il litio è scarso e che il suo approvvigionamento è un problema. In realtà le sue quotazioni sono scese notevolmente nel corso del 2023 e sono oggi a livelli abbastanza bassi da aver fatto fermare progetti per nuovi impianti di estrazione e trattamento.

E il gas? Che dopo l’invasione dell’Ucraina sfiorò i 350 €/MWh nell’estate del 2022, un valore quasi 20 volte più alto dei prezzi a cui ci eravamo abituati? E sulle cui infrastrutture stiamo mettendo miliardi di euro di soldi sostanzialmente pubblici per diversificarne gli acquisti? Bene, il gas veleggia mentre scrivo questa puntata sotto i 30 €/MWh malgrado la crisi nel mar Rosso dove passano le metaniere in arrivo dal Golfo. Potrebbe risalire un po’ per il perdurare di tale crisi o se dovesse esserci una coda d’inverno rigida, ma è più che evidente che l’insieme di diversificazione, investimenti in fonti rinnovabili e efficienza ci ha brillantemente affrancato dal paventato rischio di razionamento succeduto all’inizio della guerra.

Interessante a questo proposito la recentissima decisione del presidente USA Biden di sospendere l’autorizzazione a nuovi impianti di liquefazione di gas necessari ad aumentare la capacità di export americana. Decisione legata all’interesse a non far aumentare il prezzo interno in vista delle elezioni, ma sempre poi modificabile se il prezzo europeo o asiatico del gas dovesse tornare abbastanza alto da rendere l’export americano particolarmente remunerativo. In altri termini: un’eventuale nuova scarsità di gas nel nostro continente verrebbe risolta anche con più import dagli USA, che sempre più stanno scippando all’OPEC il ruolo di fissatore internazionale del prezzo di petrolio e gas.

Ma più gas in arrivo non sarebbe una buona notizia per il clima. Ciò che sta davvero diventando scarso, e rischia di restarlo, sono prodotti agricoli come il succo d’arancia e lo zucchero danneggiati da siccità e cambiamenti climatici in molte regioni del mondo, come scrive l’Economist in un articolo di fine gennaio 2024 (link sotto). Siccità che tra le altre cose, come ho accennato nel mio recente reportage (link sotto) da Panama, è responsabile della minore capacità del canale tra golfo del Messico e Pacifico, a proposito di problemi di commercio internazionale.

La morale è che ci sono scarsità che possiamo contrastare con investimenti in nuova capacità produttiva, altre che riguardano beni primari e richiedono politiche del clima rapide ed efficaci.


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lunedì 7 agosto 2023

Le bestie (Puntata 584 in onda l'8/8/23)

Vi mancava Derrick in versione critico cinematografico? Sono sicuro di no, ma è quel che la puntata di oggi riserva.

Chiedo accoratamente all’eventuale pubblico in ascolto di non avvisare di questa mia incursione Gianfranco Cercone, titolare del settore per Radio Radicale.

Il fatto è che mi sono imbattuto in un film che s’interseca con gl’interessi di Derrick. S’intitola “As bestas”, che sia in portoghese sia, suppongo, nel gallego della Galizia dove la storia è ambientata significa “Le bestie”. È un lavoro di Rodrigo Sorogoyen, da quel che leggo piuttosto premiato dalla critica e si basa su una storia reale di cronaca nera.

La prima parte del film è un fin troppo lungo climax verso una morte annunciata, quella di un pingue francese (olandese nella vicenda reale) che insieme alla moglie si trasferisce in un freddo e remoto villaggio galiziano per occuparsi di agricoltura sostenibile, e che a differenza dei pochi abitanti indigeni rimasti decide di non accettare la sua parte di compensazioni offerte dell’azienda promotrice di un parco per energia eolica, impedendone così di fatto l’installazione. Due fratelli indigeni suoi vicini – le bestie appunto (per usare il termine del film) – lo minacciano fin dalle prime scene e fino a tendergli un agguato forse esiziale (chi vedrà saprà) nel bosco.

Naturalmente sono stato incuriosito dalle poche - ma molto assertive – scene che riguardano le pale eoliche. In una, il protagonista, che oltre a essere vittima è indubbiamente insieme alla moglie il buono del film, si avvicina con finalità si direbbe contemplative a una pala già in funzione da qualche altra parte. Gli aerogeneratori moderni raggiungono altezze vertiginose anche di 100 metri, con rotori di oltre 50. Chi ha provato sa che avvicinarsi allo stelo e guardare in su può far perdere l’equilibrio, ma di certo non si sentono i rombi assordanti che nel film sono associati alla scena.

In un’altra, ambientata nel diroccatissimo bar del paese vicino, dove l’incontrastato mattatore è proprio una delle bestie, il protagonista buono tenta uno dei suoi dialoghi di pace asserendo che i norvegesi che vogliono installare le pale eoliche lo fanno in Spagna solo perché a casa loro non le vogliono. Cosa che smentirei, visto che oltre alla predominante energia idroelettrica il paese scandinavo si affida a circa il 10% di eolico, non poco anche se in effetti molto meno dell’oltre 20% della Spagna di oggi.

Curioso che, stando a un dettagliato articolo del Pais che ho trovato sulla storia vera e linkato nel blog Derrick Energia, i coniugi buoni si fossero trasferiti dall’Olanda nel luogo delle bestie alla ricerca di zone “senza energia nucleare”, qualunque cosa ciò voglia dire visto che la Spagna ha (e a maggior ragione aveva ai tempi della vicenda quando erano più diffuse) centrali nucleari attive.

Sembrerebbe quindi che la purezza energetica inseguita dai buoni del film sia piuttosto confusa e ad ampio raggio, una forma di luddismo coniugata ad amore per le cose di una volta, inclusa la sana bombola della stufa a gas che coadiuva quella a legna nella spartana casa dei protagonisti. Un amore per le tradizioni che non è bastato però ai poveri coniugi forestieri per farsi accettare dalla comunità locale, che ora quelle stesse tradizioni le vorrebbe tradire a vantaggio delle pale eoliche per mera censurabile sete di denaro.

A parte le letture energetiche, l’econofobia e il luddismo, consiglierei il film?

Solo a chi ha oltre due ore senza altre cose interessanti da fare. Potessi scegliere, lo vedrei in lingua originale per evitare i soliti doppiaggi troppo attoriali in italiano, che anche in questo caso trasformano a mio avviso alcuni personaggi in macchiette e suonano così innaturali, tanto che il capo-bestia, malgrado il curriculum a dir poco bucolico e l’aspetto selvatico, nel suo ruolo di persecutore sembra molto più facondo del pur colto protagonista buono.


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martedì 13 aprile 2021

La dieta sostenibile (Puntate 480-1 in onda il 13-20/4/21)

La dieta ideale secondo lo studio Lancet
Puntata 480

Abbiamo già parlato qui della tendenza, a mio avviso insana, di vedere l’attitudine rispetto
all’ecosistema in modo manicheo, gli ambientalisti da una parte, e quelli che invece si sentono mondo produttivo e ritengono l’ambientalismo una cosa da comunisti o fricchettoni.

Un tema in cui questa divisione un po’ a tifo si riproduce è il vegetarianismo, ammesso che si dica così.

In questi giorni, lavorando a un articolo che sto scrivendo, pensavo che se riguardo al settore propriamente energetico ci preoccupiamo di quale sia il mix di fonti d’energia più adatto alla sostenibilità nelle sue varie forme, è utile farlo anche riguardo all’approvvigionamento dell’energia chimica che fa funzionare il nostro corpo. Non c’è dubbio che il cibo sia anche molto altro, ma nella catena energetica e della sostenibilità la filiera del cibo è un elemento-chiave anche rispetto al raggiungimento degli obiettivi climatici di Parigi.

La rivista scientifica del campo medico Lancet sulla base di una serie di studi di terze parti ha redatto nel 2019 un rapporto per indagare se e come un cambio di dieta media mondiale sia utile o addirittura necessario anche in termini di sostenibilità ecologica (e non solo per la salute). Lo studio identifica prima una dieta-obiettivo in termini di benessere e salute umana e poi la confronta con la dieta attuale media e compie un’analisi comparata in termini ecologici proiettata al futuro, considerando non solo le emissioni dannose per il clima e quindi la coerenza con gli obiettivi dell’accordo di Parigi, ma anche gli effetti in termini di fabbisogno di territorio dedicato, uso dell’acqua e di fertilizzanti a base di azoto e fosforo, biodiversità.

Il rapporto arriva a una conclusione? Sì. Lancet argomenta che la dieta ritenuta più salubre dagli scienziati (una più vegetariana, con più proteine vegetali, moltissima frutta secca e molta meno carne rossa) è anche notevolmente vantaggiosa per le emissioni dannose al clima, debolmente vantaggiosa in termini di uso di fertilizzanti dannosi, ma svantaggiosa in termini di biodiversità (non chiedetemi il perché di quest’ultimo punto un po’ anti intuitivo perché non ho letto gli studi-fonte).

Un aspetto ulteriormente interessante è che l’effetto del cambio di dieta sarebbe sostanzialmente neutrale in termini di dimensione di aree coltivate, questo a mostrare come il settore allevamento non sia certo un’alternativa efficiente in termini di uso del territorio (perché i mangimi degli animali allevati derivano in parte rilevante dal regno vegetale, se ho capito bene).

Quindi, tornando alle fazioni: in termini di emissioni-serra sì: i vegetariani possono citare Lancet e dirsi più sostenibili secondo quasi tutti i parametri e in primis in termini climatici. Poi ci sono quelli come me, nella terra di nessuno di chi non mangia la bistecca o gli hamburger ma non disdegna le norcinerie e non può aspirare ad alcuna appartenenza.


Puntata 481

L’avevo detto che la dialettica tra vegetariani e carnivori rasenta il tifo. Infatti ho ricevuto più commenti del solito dopo la puntata qui sopra in cui ho citato uno studio di The Lancet che identifica una dieta sana con poca carne e poi argomenta che essa andrebbe anche a vantaggio del clima e di altri, anche se non tutti, indicatori di sostenibilità ecologica.

Ringrazio in particolare Diego Galli che mi ha mandato articoli in materia, compreso uno molto critico dell’approccio di The Lancet riguardo alla dieta ideale, di Georgia Ede, uscito su Psychology Today (link sotto).

Ede in un modo molto tranchant scrive che in generale le indagini epidemiologiche e non cliniche non sono affidabili e che quindi nemmeno le prescrizioni dietologiche di Lancet, ottenute in seguito a questo tipo di indagini, lo sono.

In realtà la statistica, che nelle indagini epidemiologiche cerca correlazioni tra patologie e esposizione a vari fattori ambientali o di comportamento, viene usata in modo simile anche in altri campi di ricerca e non vedo perché dovrebbe essere esclusa.

Molto più consistente invece mi sembra Ede quando nota che sulla base degli stessi presupposti usati da The Lancet è improbabile che si possa arrivare a una dieta così precisamente definita come fa la rivista, un vero e proprio menù tra classi di cibi. Sarebbe più verosimile, aggiungo io, immaginare panieri (cioè varie opzioni) di diete vantaggiose, per esempio sulla base della disponibilità locale dei vari cibi.

Anche sui danni della pastorizia ci sono naturalmente voci discordanti. Due affermazioni che mi sembrano però incontrovertibili sono che i pascoli sono meno dannosi se il loro sfruttamento viene controllato (questo è un classico esempio usato dagli economisti per illustrare la famosa tragedy of commons), e che gli allevamenti emettono enormi quantità di metano, un gas meno persistente in atmosfera rispetto alla CO2 ma molto più dannoso in termini di effetto-serra fino a che vi permane.

Secondo il Global Methane Budget, un report periodico realizzato in collaborazione da un centinaio di atenei sparsi per il mondo, la pastorizia è responsabile di quasi l’80% delle emissioni di metano dell’intero settore agricolo e quasi un terzo di tutte le emissioni antropogeniche di metano. Gli allevamenti, soprattutto di bovini, non fanno bene al clima insomma. Anche alcune coltivazioni, come il riso, emettono metano, ma se i numeri sono quelli citati poco fa non c’è modo di considerare la bistecca amica del clima.

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lunedì 18 maggio 2020

La controglobalizzazione? (Puntata 438 in onda il 19/5/20)

Sulla tangenziale del Cairo a bordo di una vecchia Toyota
Mentre scrivo questo Derrick, i giornali descrivono il contenuto del Decreto rilancio passato al Consiglio dei ministri il cui testo non è stato ancora diffuso, e tra le novità ci sarebbe quella, che a me sembra ottima, di riapertura prevista per giugno delle frontiere in arrivo in Italia dai Paesi Schengen. Fossi il Governo farei anche di più: comprerei pagine sui giornali internazionali per annunciare che l’Italia si attrezzerà per rendere il turismo sicuro, e stabilirei anche regole e garanzie in modo che chi si arrischia a venire da lontano sappia cosa gli succede se in un controllo all’aeroporto mostra sintomi sospetti. L’incertezza dell’applicazione delle norme e la paura di trovarsi di fronte a forze dell’ordine che prendono decisioni arbitrarie aumentano in modo gratuito i danni delle misure di contenimento.

Per un Paese orientato all’export e in cui il turismo vale il 5% del PIL (più forse il doppio di tanto in termini di indotto) e il 6% degli occupati, la chiusura delle frontiere è un impoverimento certo. E restrizioni ai movimenti internazionali sono purtroppo ciò che sta succedendo globalmente: il protezionismo come reazione alla paura. Una tendenza che c’era a dire il vero già prima del virus e cui il nostro Paese non fa eccezione, e che si manifestava anche solo in forma di esortazioni a un “buy Italian” che fatto davvero avrebbe costi enormi per i consumatori. Anche nei beni per antonomasia più italiani è spesso diffusa una componente di semilavorati d’importazione. Per esempio basta leggere l’etichetta di un pacco di pasta, anche di quello di produttori di qualità e italianissimi, per scoprire che i suoi grani vengono spesso anche da fuori Europa.

Quello del cibo è un settore da tenere d’occhio perché rischia di vedere aumenti di prezzi a fronte di una minore disponibilità, mentre la domanda con il Covid non si è ridotta ma spostata tutta sul consumo finale a detrimento di mense e ristoranti. Un cambio che nel breve periodo sta causando enormi sprechi di prodotti confezionati per la ristorazione professionale e che è costoso ora recuperare. Così come stanno andando a male molti dei fusti di birra destinati al consumo nei locali.

Oggi l’inflazione è ferma perché alcuni beni come l’energia hanno visto crollare il loro prezzo. Ma il comparto del cibo è in controtendenza, e un aumento consistente dei suoi prezzi farebbe calare il potere d’acquisto soprattutto per le famiglie più in difficoltà, che vi destinano una quota importante del reddito.
Auguriamoci che il riso vietnamita o il grano ucraino (oggi al mio supermercato le lenticchie più economiche erano statunitensi) continuino ad arrivare nella nostra economia, e non trasformino anche un primo piatto in un lusso. E auguriamoci anche che i nostri pomodori possano essere raccolti da lavoratori di qualsiasi nazionalità che trovano in quei pomodori, per nostra forse più che per loro fortuna, un veicolo di emancipazione economica.

domenica 15 dicembre 2019

Treno elettrico (Puntata 421 in onda il 17/12/19)


Immagine
Prezzo storico della benzina per auto in Italia
Concludevo l’ultima puntata identificando in un segmento sociale non urbano e per cui la digitalizzazione comporta pochi effetti nel lavoro quotidiano quello tipicamente più toccato dai costi dei carburanti per autotrazione (che peraltro storicamente in Italia non sono cresciuti in termini reali, vd. foto), e che quindi si oppone di più a ipotesi di carbon tax o di altri elementi che ne scoraggino l’uso. 

Mi ha scritto Stefano Galli, imprenditore agricolo di Montedinove in provincia di Ascoli, facendomi notare che fuori dal contesto urbano c’è molta meno scelta di modi alternativi allo spostarsi con mezzi privati. E lui giustamente rivendica che il suo mezzo a metano è più sostenibile di un diesel fermo a un semaforo cittadino. (Anch’io marchigiano, posso confermare la tradizione di buona penetrazione del metano per auto nella regione, e non riesco a non citare (è la seconda volta) le parole di un libro di Gianfranco Tramutoli edito da Fernandel: “Ho passato la maggior parte della mia infanzia a fare la fila a una pompa di metano con mio padre”).

Credo che il dualismo tra mondo urbano ed extraurbano sia sempre più netto, e come ho già tentato di argomentare credo sia anche esacerbato dalla moda degli assi di trasporto veloci tra capoluoghi a fronte di una rete di strade locali in qualche caso letteralmente abbandonate e di servizi di trasporto extraurbano insufficienti, alla faccia della retorica della valorizzazione del territorio. Più la provincia si spopola, più è difficile che stiano economicamente in piedi anche le linee ferroviarie secondarie, che infatti inevitabilmente si riducono. Una notizia un po’ in controtendenza, che ho preso come spesso capita dall’Economist (che i numi lo proteggano), è un progetto affascinante – e forse perfino con qualche chance di sensatezza economica – di Network Rail, un operatore ferroviario pubblico britannico (in un contesto dove invece molti sono privati dopo una imponente privatizzazione e introduzione del mercato nel settore) che opera linee secondarie elettrificate a una tensione più bassa di quelle principali. Una tensione simile a quella a cui funzionano i generatori elettrici fotovoltaici. Da cui l’idea di usare lo spazio lungo le linee per installare pannelli fotovoltaici da collegare direttamente alla rete di alimentazione della linea ferroviaria, con l’evidente sinergia di non dover potenziare o addirittura costruire nuovi tratti di rete elettrica esterni. In effetti le linee ferroviarie elettrificate sono un’infrastruttura elettrica complessa che può in qualche caso offrire sinergie con quella principale. In Italia, per esempio, la rete elettrica delle ferrovie, che includeva anche impianti di generazione, fu ceduta almeno in parte al gestore della rete elettrica ad alta tensione, che per questo motivo paga alle ferrovie una sorta di canone.

I treni sembrano un buon ambito di sperimentazione anche per l’idrogeno. Ricorderete la puntata qui sui due treni alimentati a idrogeno già in funzione in Germania (link sotto), tecnologia questa di cui si occupa anche lo stabilimento piemontese Alstom di Savigliano, che nell’ambito di un programma UE sta sviluppando questo filone anche insieme all’università e al Politecnico di Torino, come mi segnala Gregorio Eboli, che ringrazio.


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domenica 20 ottobre 2019

Formazione e sicurezza alimentare (Puntata 413 in onda il 22/10/19)

Si è celebrata il 16 ottobre la giornata dell’alimentazione proprio mentre il Nobel per l’economia andava a studiosi della povertà.
A questo proposito mi ha contattato CEFA, una Onlus bolognese attiva internazionalmente con programmi che affrontano la povertà alimentare anche attraverso la diffusione di competenze. Volentieri do la parola a Dario De Nicola, responsabile delle attività CEFA in Tanzania e di quelle sulle energie rinnovabili, con cui ho avuto una conversazione telefonica:




Link utili:


martedì 23 luglio 2019

Seconda edizione Catalogo Minambiente dei sussidi ambientalmente rilevanti (Puntate 404-6 in onda il 23-30/7 e 6/8/2019)

Piazzetta a Castel di Tora (RI)
(La puntata sull'edizione successiva del Catalogo è qui).

Quali sono alcune rilevanti, se non le principali sfide sociali ed economiche con cui dobbiamo confrontarci? Per quanto riguarda l’Italia direi:
  • La necessità di investimenti pubblici, soprattutto in istruzione, giustizia, ambiente
  • L’emergenza sanitaria delle circa 80 mila morti premature all’anno per inquinamento soprattutto da polveri sottili e ossidi d’azoto, in primis nei centri urbani della val Padana (solo Italia e Polonia in Europa hanno numeri così spaventosi)
    (La questione ambientale, naturalmente, si colloca nell’ambito della lotta globale ai cambiamenti climatici riguardo a cui l’Italia è impegnata per la sua parte in base agli accordi internazionali nell’ambito delle Nazioni Unite).
  • La povertà e la stagnazione economica.


Sarebbe favoloso se ci fosse una famiglia di interventi alla portata di agenda politica in grado di avere effetti positivi su tutte le questioni che ho elencato, no?

Bene, uno strumento promettente c'è: si tratta di una revisione della fiscalità con le seguenti caratteristiche di massima:

Colpire meno la produzione di reddito e più i consumi (l’Italia – che ha tasse generalmente alte per chi le paga – è piuttosto sbilanciata sui redditi)
e disincentivare consumi o attività dannosi all’ambiente, e cioè che contribuiscono:
  • Al depauperamento della qualità dell’ambiente il cui degrado genera anche costi sanitari
  • Al consumo irrazionale di capitale ambientale pubblico (alla cui disponibilità anche le prossime generazioni hanno diritto)
  • Ai cambiamenti climatici (tramite emissione di gas a effetto-serra)

Una simile trasformazione non riguarderebbe solo una modifica alle aliquote esistenti delle varie imposte, ma anche una revisione della spesa fiscale, cioè del sistema delle esenzioni, che in Italia è così vasto che una riduzione shock delle imposte sui redditi per tutti potrebbe finanziarsi esclusivamente con tagli a regimi di favore per alcuni.

(Piccolo commento utile ai non economisti: quando si parla di tasse al consumo, le stesse valutazioni e ricette si possono applicare quasi indifferentemente alle tasse alla produzione. Esempio: se io metto un’accisa sul gas utilizzato per produrre elettricità posso chiamarla tassa sulla produzione di elettricità ma gli effetti si spostano comunque su chi l’elettricità la consuma. Entrambe sono imposte indirette, cioè che si applicano a transazioni e non alla generazione di reddito in sé).

Se una revisione organica del fisco nelle modalità di cui sopra ha potenzialmente così tanti vantaggi, perché viene auspicata in tanti accordi intergovernativi e risoluzioni parlamentari (anche in Italia) ma poi non attuata?

Una delle ragioni è che mettere le mani sul fisco significa produrre effetti distributivi anche importanti. Infatti lo si fa proprio per modificare gli incentivi economici di persone e imprese, e quindi soprattutto nel breve periodo c’è chi ci perde. E le categorie, anche piccole, che vengono immediatamente danneggiate sono tipicamente più interessate a farsi sentire e competenti sulla questione che le tocca di quanto lo sia l’opinione pubblica nel suo complesso. E per ridurre le rendite servono politici bravi, di lunghe vedute e capaci di ottenere consenso comunicando il senso del progetto e utilizzando sistemi di salvaguardia temporanei.

Una riforma del genere è tanto più urgente quanto più inadeguato è il sistema fiscale e parafiscale attuale rispetto agli obiettivi. Ce lo ricorda la nuova edizione del Catalogo dei sussidi rilevanti per l’ambiente del Ministero dell’Ambiente, recentemente diffuso e disponibile al link sotto. Un documento fondamentale e direi drammatico, che ci dice che sulla base di dati 2017 il sistema di sussidi pubblici diretti (trasferimenti), delle imposte e delle tariffe regolate in settori energia, acqua, rifiuti, ambiente sussidia attività dannose all’ambiente per oltre 19 miliardi/anno, mentre le aiuta per 15.

In altri termini: una revisione del sistema del fisco, delle tariffe e dei trasferimenti pubblici è urgente anche perché esso oggi ha un effetto netto dannoso all’ambiente e quindi a tutti gl’investimenti correlati alla sua salvaguardia e al progresso tecnologico relativo.
È come se noi pedalassimo verso la sostenibilità e l’innovazione ambientale, e qualcuno, sempre all’interno dello Stato, frenasse con più forza di quella esercitata sui pedali.


Entriamo nel merito della seconda edizione del Catalogo.

Premessa importante: cos’è un sussidio? Nella definizione OCSE, usata dal team di economisti in servizio al Ministero dell’Ambiente che hanno lavorato al documento, un sussidio è un trasferimento pubblico diretto o uno sconto fiscale o in tariffe regolate, che abbia l’obiettivo di garantire un vantaggio economico a chi lo riceve rispetto ai prezzi di mercato per la transazione a cui si riferisce. Quindi, per esempio, in questa definizione, se la pubblica amministrazione compra un bene o un servizio, questo non è un sussidio a chi lo vende, a meno che esso non sia pagato più del valore di mercato.

L’attuale edizione del catalogo è la seconda (anche la prima è stata considerata qui, e sotto c’è il link alle vecchie puntate) e comporta alcune novità, tra cui:
  • Analizza solo sussidi potenzialmente rilevanti per l’ambiente (comprensibile, anche se in parte è un peccato perché la precedente edizione era interessante anche come mera analisi complessiva della spesa fiscale in Italia, analisi che oggi è portata avanti, a mio avviso con parecchie lacune, da una apposita commissione MEF che produce un allegato al documento di economia e finanza - Vd. link sotto su spesa fiscale)
  • Include un’analisi di finanziamenti istituzionali italiani a progetti internazionali
  • Considera nuovi sussidi dannosi all’ambiente, i più interessanti dei quali mi sembrano:
    • vantaggi fiscali alle auto aziendali a uso promiscuo (questo è un tema clamoroso cui dedicheremo una puntata specifica per la quale ho già chiesto aiuto all’economista italiano che più se n’è occupato stando alla bibliografia dello stesso Catalogo)
    • sconti nelle tariffe del servizio idrico
    • sconti a clienti energivori nelle bollette elettriche

Questi ultimi due punti meritano una piccola digressione: anche nell’impostazione recente della legislazione UE si prevede che alcune forme di welfare su beni essenziali come l’acqua e l’energia debbano passare attraverso prezzi politici nell’accesso a tali beni. Questo comporta gravi effetti collaterali sull’uso razionale delle risorse stesse, ed è spesso anche dannoso sul piano redistributivo. Per esempio: io che consumo meno acqua ed elettricità in casa rispetto alle quantità considerate normali ricevo una riduzione fiscale del prezzo di questi beni. Il che mi rende meno interessato a consumarli razionalmente. Inoltre, il mio reddito non è così basso da poter considerarmi in condizioni di povertà energetica e idrica, e questi sconti sono pagati anche da contribuenti che nell’ambito del sistema fiscale progressivo non dovrebbero trasferire risorse a me. Diciamo che la retorica dell’”acqua pubblica” (definizione che di per sé è molto ambigua) sta facendo danni legislativi, rendendo l’acqua più “pubblica” sì, ma nel senso che i suoi sprechi sono pagati con risorse pubbliche.
  

Quanto sono davvero ambientali le imposte ambientali attuali?

Lo studio European Implementation Review delle politiche ambientali della Commissione UE, citato nel Catalogo, ci dice che le imposte ambientali nell’UE 28 sono solo il 6,3% circa di entrate fiscali e contributi previdenziali e meno del 2,5% del PIL (il valore più alto è in Danimarca e il più basso in Slovacchia). 

L’Italia si colloca in fascia alta, il che porta a dire che le imposte ambientali in Italia ci sono (in termini di loro classificazione formale) ma – alla luce del Catalogo e di altri studi - apprendiamo che esse sono sia inadeguate a disincentivare le attività effettivamente dannose all’ambiente, sia largamente insufficienti a contrastare i sussidi dannosi.
In effetti una parte importante delle imposte classificabili come ambientali si applica alla produzione o consumo di energia e ai trasporti che solo approssimativamente – anche se negli anni ci sono stati miglioramenti per esempio sulla tassa di possesso auto e con il recente ecobonus - si legano a danni ambientali (per esempio: le accise sui carburanti non sono legate alle emissioni dannose, e su questo nel Catalogo c’è un ampio focus sulla disparità di trattamento di accise tra benzina e gasolio per autotrazione, dove quest’ultimo continua a essere irrazionalmente avvantaggiato).

Veniamo finalmente a una sintesi dei numeri principali del Catalogo:

Sussidi Ambientalmente Dannosi (SAD) indiretti – cioè erogati tramite facilitazioni d’imposta o di parafiscalità in bolletta: (dove non specificato stime 2018 – arrotondamento ai 50 milioni più vicini) (in milioni di Euro)
  • Esenzione accisa energia elettrica a consumatori domestici residenti con potenza installata bassa e solo su una prima fascia di consumi: circa 600 (destinati peraltro a ridursi)
  • Esenzione accisa carburanti aerei: 1.600 (2017)
  • Riduzione accisa carburante navigazione marittima: 500 (2017)
  • Riduzione accisa carburante autotrasporto pesante: 1.250
  • Sussidi indiretti a impiego prodotti energetici in agricoltura: 850
  • Differente accisa gasolio-benzina: 4.900
  • Agevolazioni a grandi consumatori di energia: 1.250 (la tabella del Catalogo considera queste esenzioni assenti due anni prima, ma in realtà venivano comunque erogate in altre forme, alcune delle quali tutt’ora esistenti)
  • Vantaggi fiscali a auto aziendali: 1.250 (2017)


Il tutto a fronte di sussidi diretti favorevoli di circa 15 miliardi, di cui 12 di sussidi alle fonti d’energia rinnovabili, attraverso le bollette elettriche.


Gli autori del documento

Chi c’è dietro la redazione di un testo così vasto, accurato e importante? Un team di economisti ambientali di un’agenzia esterna al Ministero dell’Ambiente, chiamata Sogesid, i cui servizi la legge di bilancio 2019 prevede saranno progressivamente non più acquistati dal Ministero con stop totale nel 2024. Non sappiamo quindi con quali risorse umane e di competenza potrà continuare questo lavoro fondamentale di supporto alle politiche di transizione ambientale.


Link utili:


domenica 20 maggio 2018

Energia e ambiente nel "contratto per il governo del cambiamento" (Puntata 357 in onda il 22/5/18)

La genericità delle parole spesso tradisce confusione nei concetti. Ma può anche succedere – quando ci si deve mettere a tutti i costi d’accordo su un testo – che scriverlo vago sia l’unico modo di renderlo compatibile con opinioni diverse.

Vista dalla ruota panoramica di Tokyo fotografata da Derrick
Probabilmente è successo questo con il “Contratto per il Governo del cambiamento” esito del lavoro degli sherpa programmatici del Movimento Cinquestelle e della Lega, che qui analizzo come pubblicato da Quotidiano.net il 19 maggio 2018 mattina e il cui link riporto sotto. Lo stesso giorno non ho trovato il testo (ma solo una sua sintesi) nel “blog delle stelle” e non essendo io iscritto alla piattaforma Rousseau non sono in grado di dire se e quale versione vi fosse pubblicata per il voto. Sulla stessa piattaforma, navigando come ospite, sempre lo stesso giorno non sono riuscito a trovare il testo.

Vediamo quali sono i contenuti per i settori energia e ambiente del documento in questa versione (che nulla impedisce venga modificata):
  • Mobilità elettrica: il programma prevede sviluppo dell’infrastruttura di ricarica delle auto elettriche e ibride con incentivi a chi le compra disfacendosi di un’auto con motore endotermico. (Motore di cui, per inciso, sono dotate anche le auto ibride, per cui scritto così l’incentivo varrebbe anche per la sostituzione di un’auto ibrida con un’altra ibrida).
  • Efficienza energetica e fonti rinnovabili sono richiamate come strumenti fondamentali per la lotta al cambiamento climatico, ma il contratto non fa riferimento a obiettivi quantitativi e temporali, né quelli contenuti nella Strategia Energetica Nazionale né in quella alternativa del Movimento 5 Stelle (entrambe già analizzate da Derrick - link sotto).
  • “Indispensabile”, scrive il contratto, è fermare il “consumo (spreco)” di suolo. Qui non so se una delle due parole, evidentemente non coincidenti, sia un refuso. Se non lo è, la frase è sibillina e aperta a scelte molto diverse: un conto è zero nuovo consumo di suolo, un conto è limitarne lo spreco, cosa che l’ordinamento già oggi è pensato per fare.
  • C’è anche la lotta all’inquinamento, con particolare riferimento alla pianura Padana, e con una chiosa estremamente fumosa che preconizza “misure volte all’adeguamento degli standard di contrasto all’inquinamento atmosferico secondo le norme in vigore”. Anche al fine, dice il testo, di prevenire sanzioni europee. E questa è una corretta per quanto implicita ammissione che se oggi ci sono leggi e controlli a tutela della salute dei cittadini rispetto all’inquinamento, è perlopiù grazie all’Unione Europea.
  • Del completamento della liberalizzazione dei mercati dell’energia, già previsto dalla Legge Concorrenza, il contratto non fa parola, a differenza di quanto ci si poteva attendere da dichiarazioni contrarie di autorevoli esponenti del M5S.
  • Il concetto di conversione ecologica e “circolarità” dell’economia c’è in più punti nel documento, che parla di “innescare e favorire processi di sviluppo economico sostenibile” ma anche di “decarbonizzare e defossilizzare economia e finanza” (ammetto di essere intrigato dal concetto di finanza “defossilizzata”).
    Manca però, e ritengo sia un vero peccato e anche un vulnus notevole alla possibilità di finanziare almeno in parte le costosissime proposte del programma, l’idea di eliminare i circa 16 miliardi annui di sussidi dannosi all’ambiente già identificati dal Governo.

    Sospetto che quest'ultimo punto sia caduto sotto la scure della Lega, il cui leader ha affermato davanti alle telecamere, nei giorni della negoziazione, l’obiettivo di abbassare accise sui carburanti e aiutare l’agricoltura, che sono proprio due dei settori in cui i sussidi antiecologici allignano in maggior misura. E la riduzione delle accise e i più soldi all’agricoltura (che già ne riceve enormi quantità dal bilancio UE e dello Stato), a differenza dell’eliminazione dei sussidi antiecologici, nel programma ci sono.
    Sulle accise, in particolare, ci si impegna a eliminare quelle “anacronistiche”. Cosa che non vuol dire nulla, ma che probabilmente si riferisce alla storia dell’inserimento delle accise sui carburanti in risposta a bisogni contingenti dello Stato. In realtà tale stratificazione è già stata superata: oggi l’accisa non è più composta per obiettivi, e se la si tocca occorrerebbe anche dire perché e in che misura.


Link utili:



lunedì 22 maggio 2017

La strategia energetica 5 stelle (Puntata 314 e speciale del 26/6/2017)

Abbiamo visto poche puntate fa che il governo sta aggiornando il piano energetico nazionale. Ne ha presentate delle slide riassuntive in parlamento, ma per farne un’analisi affidabile dobbiamo aspettare il documento completo, mentre al momento girano versioni non ufficiali che potrebbero essere passibili di modifiche.
Nel frattempo, il 22 maggio 2017 è stato presentato in una conferenza stampa in parlamento il programma energia del movimento cinque stelle.

Si tratta di un documento ponderoso quasi quanto quello del governo, e anch’esso con un’ampia introduzione di scenari tratti dai soggetti istituzionali come Terna, Eurostat e IEA, in quest’ultimo caso però con riferimento a un outlook sull’Italia decisamente troppo vecchio. Non manca nemmeno una ricapitolazione delle politiche energetiche già incardinate da Europa e Italia. Un documento, lo dico subito, ben fatto, anche se – a mio avviso - con alcune contraddizioni e lacune (però non più di quelle del corrispondente governativo, almeno come visto sino a ora).
Vediamo i principali obiettivi di lungo periodo del piano 5 stelle, il cui anno-obiettivo è il 2050:
  • Efficienza energetica: riduzione dei consumi finali di energia del 37%, tranne consumi navali, rispetto al 2014
  • Utilizzo delle sole fonti rinnovabili per tutti gli usi energetici
  • Forte elettrificazione dei consumi, cioè utilizzo finale di energia in forma elettrica, da portare al 65%, sempre escluse le navi.

Riguardo alla transizione alle rinnovabili e alla decarbonizzazione, il piano prevede obiettivi intermedi ambiziosi: l’eliminazione del carbone per produrre elettricità entro il 2020 (secondo Derrick condivisibile) e tre anni dopo la fine dell’uso di combustibile derivato da rifiuti. Quest’ultima una posizione piuttosto estrema e difficile da conciliare con il mancato uso di discariche che credo sia anch’esso un punto del programma 5 stelle.
Il "bocchettone" di un'auto ibrida plugin
Previsto per il 2030 anche l’abbandono di petrolio e suoi derivati, ma non per trasporti e agricoltura. Che è come dire che l’abbandono non c’è.
Qui mi sembra che i 5S manchino di coraggio: in realtà il mix di gas naturale e elettricità potrebbe permettere tra 13 anni trasporti senza o con poco uso di prodotti petroliferi, e sicuramente sarebbe possibile escluderli nei centri urbani con enormi ricadute positive per la salute del paese. Perché no, dunque? L’apprezzabile proiezione verso il futuro del Movimento in tema energia sembra infrangersi contro l’industria del petrolio o forse dell’auto tradizionale. E contro il settore navale, come abbiamo visto negli obiettivi al 2050.

L’esenzione all’agricoltura dall’abbandono di petrolio e derivati è ancora meno comprensibile. Nel senso che non c’è una ragione per un trattamento di favore del settore. Uno di quelli che, insieme ai trasporti, già più vive di sussidi, e che, per esempio secondo uno studio di Andrea Molocchi (che ringrazio per avermelo segnalato) recentemente pubblicato su Nuova Energia, è più in debito comparando le esternalità negative che dà all'ambiente con le imposte ambientali che paga.
Vogliamo un’agricoltura sostenibile e pulita sì o no? L’agricoltura è buona in sé, perché ci ricorda l’origine bucolica della civiltà, o è buona se competitiva, efficiente, sostenibile, come qualunque altra attività?

Altro punto su cui non mi trovo d'accordo è il mito (non solo in questo programma) dell'autonomia energetica, che nel documento è preconizzata. Qual è il motivo di ritenere negativo l'import di energia e non quello di microprocessori, altre materie prime, automobili e non so cos'altro? Per quale motivo dovremmo autoinfliggerci i costi dell'autarchia energetica?


Intervista a Davide Crippa deputato M5S sul programma energia

Abbiamo approfondito il 26/6/2017 il tema con uno speciale Derrick negli studi di Radio Radicale con Davide Crippa, deputato del M5S membro della Commissione Attività Produttive della Camera. Qui l'audio integrale:

https://www.radioradicale.it/scheda/513062/speciale-derrick

martedì 4 aprile 2017

Giornata mondiale dell'acqua (Puntata 308)

Si è svolta lo scorso 22 marzo la giornata mondiale dell’acqua, e grazie all’apporto di Fondazione Barilla, per la precisione del Barilla Center for Food and Nutrition, che ringrazio, posso dedicare questa puntata ad alcuni dati sul consumo idrico nel mondo e in Italia. Per esempio: qual è il settore economico che consuma più acqua dolce? L’agricoltura, di gran lunga. L’industria, in confronto, ne usa meno di un terzo. E solo l’8% dei consumi in media riguarda l’uso domestico. Ma è evidente che i nostri comportamenti d’uso di altri beni, per esempio il cibo, si portano dietro i consumi di acqua necessari a renderli disponibili. Se sommiamo quindi il nostro uso diretto e indiretto d’acqua, la media mondiale procapite è di 3400 litri al giorno. Ma così nell’acqua come in altri beni primari non c’è equilibrio, e alcuni Paesi usano molta più risorsa degli altri. Noi siamo tra questi, visto che il dato procapite italiano è di ben 6100 litri, altissimo rispetto al mondo ma molto alto, del 25% circa, anche rispetto alla media europea.

Siamo un Paese dunque idricamente fortunato in termini di disponibilità, grazie alla nostra conformazione geografica, ma estremamente inefficiente nell’uso di questa risorsa, i cui costi sono sempre più legati al trattamento delle acque reflue.
Per quanto possa disporsi di acqua potabile in abbondanza, infatti, buttarla nello sciacquone o comunque sprecarla è molto costoso in termini di energia e infrastrutture, visto che quel volume sprecato ha bisogno di essere depurato e reinserito nel ciclo.

I nostalgici di vecchie polemiche ricorderanno le mie opinioni al tempo del referendum sull’acqua pubblica, fuorviante già nel titolo, referendum di cui uno dei quesiti imponeva di non far pagare nelle tariffe idriche i costi di investimento per rendere disponibile l’acqua. Come dire: siccome è un bene primario importantissimo, chi lo rende disponibile dovrebbe perderci soldi, cioè non essere in grado, salvo indebitarsi, di fare investimenti. E trattandosi a questo punto di aziende pubbliche il debito finisce comunque per tramutarsi in nuove tasse, sebbene differite, tasse però non pagate sulla base del consumo (o spreco) di acqua. Alla faccia dell’ovvio principio che chiunque dovrebbe essere disincentivato dallo spreco di una risorsa preziosa.

Sentiamo direttamente la voce di Marta Antonelli, ricercatrice e coordinatrice dell’area di ricerca della Fondazione Barilla:



Altre informazioni dal sito della Fondazione: qui.

martedì 15 dicembre 2015

Lo sviluppo sostenibile - D259

Cos’è la crescita sostenibile?

Naturalmente è una domanda complessa. La presenza umana sulla Terra ha sempre impatti sulle sue risorse, parte delle quali, per esempio quelle geologiche, non sono riproducibili in tempi rilevanti per l’umanità. Quindi se sostenibilità è lasciare ai nostri figli lo stesso identico patrimonio naturale che abbiamo trovato, è una chimera. Dunque il concetto utile di sostenibilità è relativo, e in parte anche diverso a seconda degli approcci.

Gli ottimisti dicono che ci pensa il progresso tecnologico a ridurre il fabbisogno di risorse non riproducibili a parità di soddisfazione dei nostri bisogni, e ad aumentare la produttività dei fattori, com’è successo per esempio nell’agricoltura dove a parità di terreni i raccolti sono aumentati permettendo buona parte della nostra emancipazione successiva. 
Ma è una posizione un po’ semplicistica, perché le nuove tecnologie vengono spontaneamente applicate solo quando conviene, il che potrebbe essere più tardi di quanto sia desiderabile. Per esempio, la penuria futura di risorse naturali potrebbe essere da un lato prevedibile, dall’altro non aver ancora espresso i suoi effetti economici che potrebbero poi essere più severi di quanto costi anticipare le tecnologie per evitarli. O, più semplicemente, gli agenti privati possono non avere interesse a conservare alcune risorse benché la loro penuria sia già un costo sociale irrazionalmente alto (un esempio, applicato però a risorse rinnovabili, è la pesca incontrollata, che riduce la produttività dei mari danneggiando gli stessi pescatori).
In entrambi i casi le azioni necessarie non arrivano spontaneamente, e sono assimilabili direi a quelli che nel gergo degli economisti sono detti beni pubblici. Beni cioè che conviene alla comunità siano resi disponibili ma che un singolo operatore privato ha insufficiente interesse a rendere disponibili.


L'impronta materiale

Un modo per calcolare quanto i nostri consumi impattano la disponibilità di materie prime non riproducibili è il quoziente tra PIL e valore o quantità di materie consumate per produrlo. Quando si dice che le economie moderne si dematerializzano si intende che questo quoziente si riduce. Se il quoziente si riduce meno del tasso di aumento del PIL, l’economia si smaterializza in senso relativo (i consumi di materie prime aumentano, ma meno del PIL), se invece il quoziente di riduce più di quanto cresca il PIL, l’economia diminuisce il proprio fabbisogno in termini assoluti.
Luca Pardi mi ha segnalato un articolo sul Guardian che cita uno studio agli atti dell’accademia delle scienze degli Stati Uniti, il quale sostiene che le statistiche ufficiali che mostrano la smaterializzazione almeno relativa delle economie più evolute non sono affidabili, perché non tengono interamente conto delle materie prime necessarie a rendere disponibili i beni importati. In altri termini la stima della produttività dei fattori include nelle analisi comuni gli input della produzione ma non l’intero consumo di risorse materiali. Credo che la questione, per analogia, sia simile a quella delle emissioni di gas serra legate all’estrazione di un idrocarburo: esse normalmente non sono computate nelle emissioni legate al suo consumo.

Lo studio però non nega che un cambio di tendenza ci sia, nei Paesi Ocse, e lo fa coincidere con lo shock petrolifero-economico del 2007. Morale: potremmo essere troppo ottimisti sulla smaterializzazione delle economie rispetto alle materie prime fisiche, ma la tendenza c’è, e forse la crisi ha innescato modifiche strutturali. Questo è sufficiente a rendere sostenibile il nostro sviluppo?

(Continuerà).

martedì 3 giugno 2014

Pro e contro dell'energia da biogas - Parte 3 - D206

Terza puntata sugli impianti di produzione di energia elettrica da biogas dopo una pausa di due puntate dedicate all’iniziativa di Radicali Italiani e Legambiante #MenoInquinoMenoPago.

Riassunto delle precedenti: gli impianti di cui parlo sono generalmente in zone agricole. Usano gas esito di un processo di digestione anaerobica di materiale organico, come scarti di lavorazione agroalimentare e prodotti agricoli ad hoc, per produrre elettricità e fertilizzante.
Il senso dell’operazione è ridurre alcune emissioni chimiche delle lavorazioni agricole e zootecniche e spiazzare la produzione di elettricità da fonte fossile. Ma le preoccupazioni e opposizioni a questi impianti non mancano. In parte, a mio avviso, sono serie, in parte per niente.

L’altra volta abbiamo trattato il tema della concorrenza tra uso energetico di prodotti agricoli e uso per produzione di cibo, preoccupazione da un lato ideologica dall’altro inutilizzabile (a meno di non voler obbligare qualcuno a produrre cibo anche se può usare in modo più proficuo le sue capacità economiche e non. Io stesso, per esempio, ora sto usando le mie capacità non per produrre cibo: sono per questo un pericoloso speculatore?).

Poi ci siamo occupati dei possibili impatti ambientali locali negativi degli impianti a biogas. Tema questo invece rilevante a mio parere.
Altro spunto da parte dei detrattori: l'uso energetico delle biomasse dipende dal fatto che ricevono sussidi.

Vero. È così per buona parte delle fonti energetiche rinnovabili del mondo. Il carbone è ancora di gran lunga il modo più conveniente per fare energia (anche quello più letale secondo la comunità scientifica e l'OMS oltre che il peggiore in termini di gas-serra emessi). Senza sussidi o politiche di incentivo a fonti più pulite (ma nessuna fonte energetica è del tutto priva di impatto) produrremmo ancora oggi energia quasi solo da carbone, petrolio e gas. Quando spegniamo una centrale da fonti cosiddette alternative, se ne accende una tradizionale (nell'elettricità funziona così, l'elettricità è ancora poco stoccabile).
Certo: è vero che un sussidio a un settore tende a ridimensionarne altri in concorrenza, anche in modo indesiderato. Ma da un lato l’agricoltura tradizionale è anch’essa ipersussidiata, dall’altro questo spiazzamento avviene continuamente e in mille modi nel progresso economico: ogni nuova tecnica di trasformazione e uso delle risorse interviene nel processo di competizione per l’uso delle risorse stesse.

Altro caveat sugli impianti a biogas: potrebbero non avere un bilancio energetico/chimico favorevole. Punto interessante e complicato. Quesito: un impianto a biogas o in generale a biomasse è in grado di ridurre nel complesso le emissioni dannose (in particolare il potenziale-serra di emissioni chimiche come quelle di metano) nell'ambito dell'intera area di territorio da cui riceve la biomassa? In altri termini: è più pulito rispetto all'attività della stessa area in assenza di impianto?
Il bilancio è positivo se lo è il bilancio chimico (e verosimilmente anche energetico). Ma valutarlo non è banale.

E attenzione: come abbiamo visto l’altra volta, se anche il bilancio è positivo ciò non significa che non ci sia un problema di impatto locale negativo nel punto in cui avviene la combustione di biomassa o biogas.

martedì 13 maggio 2014

Pro e contro dell'energia da biogas - Parte 2

Seconda puntata sugli impianti di produzione di energia elettrica da biogas. Impianti generalmente in zone agricole che usano gas esito di un processo di digestione anaerobica di materiale organico, come scarti di lavorazione agroalimentare e prodotti agricoli ad hoc, per produrre elettricità e fertilizzante. E qui nasce la prima allerta, che riguarda il controllo del materiale usato come input.

Il senso dell’operazione è ridurre alcune emissioni chimiche delle lavorazioni agricole e zootecniche e spiazzare la produzione di elettricità da fonte fossile. Ma le preoccupazioni e opposizioni a questi impianti non mancano e almeno in parte sono serie. Provo ora a elencare le più comuni, e a commentarle.

Prima preoccupazione: l'uso energetico di prodotti agricoli non va bene perché sottrae risorse alla produzione di cibo.

Questa argomentazione a mio avviso è impertinente. Per me la buona agricoltura è quella che fa (nel rispetto dell'ambiente e delle regole) le cose più utili, cioè quelle che valgono commercialmente di più. È molto facile smontare l’affermazione che una cosa se si mangia è buona e se non si mangia è speculativa. Poi, come ho argomentato in Derrick, non ho nulla contro la speculazione intesa come ricerca del massimo profitto nell’ambito della legalità, anzi la ritengo virtuosa e utile al progresso e alla ricchezza di tutti.
(Con la stessa parola, speculazione, a volte si intendono invece turbative o manipolazioni di mercato: ma non è di questo che sto parlando).

Il progresso modifica spesso la concorrenza sui mercati delle risorse. Pensiamo a come la rivoluzione industriale e l’urbanizzazione hanno sottratto braccia all’agricoltura e quindi al cibo: dovevano essere osteggiate per questo? Di fatto hanno poi contribuito a modernizzare e rendere efficiente anche l'agricoltura.

Seconda  preoccupazione: gli impianti a biogas in aree agricole hanno impatti ambientali locali negativi e snaturano l'area.

Questa sì mi sembra un’obiezione rilevante. Aggiungo che i motori più efficienti per bruciare biogas sono a ciclo Diesel e richiedono in molti casi aggiunta di una parte (per quanto minoritaria) di gasolio per innescare la combustione. È chiaro che un terreno agricolo occupato da un impianto che - pur di minima taglia rispetto a una grande centrale - brucia a ciclo continuo combustibili provenienti da un'area più vasta dell'azienda stessa, oltretutto non tutti rinnovabili, modifica la natura di quel territorio. Fino a che punto a un agricoltore va riconosciuto il diritto di installare una sorgente di emissioni in atmosfera maggiore di quella che ci sarebbe con la sua normale attività agricola?

Il tempo di Derrick oggi è quasi finito, ma la prossima volta riprenderò il tema. Intanto ringrazio Giovanna Casalini per la sua lettera aperta su un paio di casi specifici riguardo a cui la invito a mandarmi maggiori informazioni. Casalini, totalmente contraria al biogas, unisce spunti a mio avviso non rilevanti e che non condivido (per esempio la critica a un’amministrazione perché permette un impianto di un imprenditore non della zona, come se a preoccuparla fosse un’istanza di protezionismo municipale) ad altri che invece trovo importanti, soprattutto riguardo all’efficacia dei controlli e al processo autorizzativo degli impianti.

In chiusura invito gli ascoltatori a mettere in agenda un convegno sulla fiscalità ambientale, cui corrisponderà il lancio di un documento-manifesto di Radicali Italiani e Legambiente dal titolo "Basta sussidi a chi consuma l'ambiente", il 21 maggio pomeriggio a Roma.

Infine, Radio Radicale sta monitorando gli ascolti delle rubriche. Se avete seguito Derrick, per favore segnalatelo a ioascolto@radioradicale.it .


Grazie da Michele Governatori

martedì 6 maggio 2014

Pro e contro dell'energia da biogas - Parte 1 - D201

È sempre più frequente, soprattutto nella pianura padana, imbattersi in zone agricole occupate da larghe calotte circolari. Si tratta di contenitori destinati alla digestione anaerobica di biomasse. Scarti agricoli, oppure prodotti agricoli coltivati apposta, letame, scarti della lavorazione alimentare o altro, che attraverso la trasformazione chimica di batteri producono gas combustibili e un residuo utilizzabile come fertilizzante.

I gas combustibili alimentano motori a combustione interna, derivati da motori diesel o a ciclo Otto, accoppiati a generatori elettrici. Il risultato è la produzione di elettricità e il recupero del calore residuo (cogenerazione in gergo), quest’ultimo in parte riutilizzato attraverso reti apposite nel processo stesso di trasformazione della biomassa o per altre necessità, civili, agricole o nei casi di integrazione più fortunata industriali, purché evidentemente in aree limitrofe.

L’uso energetico di biomasse, incluso il biogas ottenuto nel modo che ho detto, è a tutti gli effetti produzione di energia da fonte rinnovabile, perché il combustibile si rigenera attraverso il ciclo vegetale o animale, e per questo ha diritto agli incentivi destinati alle rinnovabili. Naturalmente, e gli ascoltatori fedeli di Derrick lo sanno bene, fonte rinnovabile non vuol dire né fonte senza impatto ambientale né, nel caso delle biomasse, fonte senza emissioni di fumi di combustione dannosi.

Vediamo prima quali ragioni ecologiche possono rendere utili impianti come quelli che ho schematizzato sopra, prima di passare alle ragioni di preoccupazione.

Primo vantaggio ecologico: captazione di gas con un effetto serra molto intenso, come il metano, che nella normale attività agricola verrebbero emessi tal quali in atmosfera e che invece, una volta bruciati, hanno un impatto-serra minore.

Secondo vantaggio ecologico: produzione di energia elettrica e termica spiazzando produzioni convenzionali, per esempio a carbone, a maggiore impatto negativo su ambiente e salute.

Terzo vantaggio ecologico: la trasformazione batterica segregata di liquami biologici riduce l’inquinamento delle acque, tant’è che in effetti è un processo in parte comune ai depuratori.

Molte aziende agricole stanno dotandosi di impianti del genere e questo modifica in modo anche rilevante la morfologia delle campagne coinvolte, il che, comprensibilmente, solleva preoccupazioni. Proverò la prossima volta a fare un elenco delle ragioni invocate di solito dai contrari all’uso energetico del biogas da fonte agricola. Anticipo subito che alcune le trovo pretestuose, altre molto concrete.