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domenica 11 gennaio 2026

Green deal e protezionismo (Puntata 703 in onda il 13/1/26)

Illustrazione di Paolo Ghelfi

Questa puntata si può ascoltare qui.

Un articolo di Quotidiano Energia del 2 gennaio 2026 riporta una nota ufficiale del ministero del commercio cinese contro l’attivazione, peraltro prevista da tempo, del CBAM, la carbon tax di frontiera stabilita dall’UE per impedire che i beni importati eludano il sistema di disincentivo alle emissioni-serra che vige all’interno dell’Unione (ETS).

L’idea del CBAM è togliere alle merci in arrivo da fuori il vantaggio di non essere state soggette all’ETS, e questo avviene applicando loro un dazio che dovrebbe compensare la minor carbon tax pagata nel luogo di produzione rispetto all’ETS. A meno che gli esportatori possano dimostrare che le misure prese per disincentivare le emissioni dannose nel paese di origine siano altrettanto efficaci di quelle europee.

Da anni studi legali internazionali si interrogano se la CBAM sia compatibile con le regole globali del commercio. La risposta europea è che sì, lo è, perché lo stesso trattato WTO prevede eccezioni alla regola di non applicare dazi ai beni importati, per esempio per tutelare la sicurezza, di cui quella climatica è una declinazione.

E però le rimostranze cinesi riguardano proprio la presunta anticompetitività del dazio ambientale europeo, in un periodo peraltro in cui il WTO non se la passa bene e in cui i dazi si sprecano senza che ci si preoccupi di mostrarne la compatibilità con le regole del commercio.

Tuttavia, la protesta cinese tocca un punto, purtroppo per noi europei, rilevante. Scrive il Governo del dragone che l’UE è iniqua nel considerare la catena produttiva cinese meno attenta al clima di quella europea tanto da fargliene pagare il costo alla frontiera, e che il CBAM è semplicemente una scusa per attuare indebito protezionismo. Pechino ha gioco facile a questo proposito nel rinfacciarci la retromarcia sul divieto di vendita di automobili a combustione nell’UE nel 2035, dettata dal tentativo di proteggere la nostra industria dell’auto. (La vera protezione arriverebbe al contrario da un’accelerazione dell'evoluzione del settore per portarlo al passo proprio della Cina nell'elettrificazione).

La stessa argomentazione si applica riguardo ai sussidi europei alle energie rinnovabili (adottati anche in Italia) che escludono i soggetti che usano materiale cinese. Qui il fine protezionista è dichiarato, mentre se l'unico obiettivo fosse la transizione energetica non dovremmo porre limiti all'uso degli apparecchi più economici disponibili per realizzarla.

L’Europa dunque mette con il CBAM un dazio alla Cina (e al resto del mondo) perché considera i prodotti importati meno sostenibili, ma lo fa proprio mentre non riesce a stare al passo della stessa Cina in termini di tecnologie "green". Una contraddizione.

Sicché la Cina, i cui investimenti industriali hanno creato un'indutria che sta fornendo al mondo le tecnologie per decarbonizzarsi, ha qualche buon motivo nella sua protesta. L’Europa che si rimangia anche solo parzialmente il Green Deal rischia di pagarlo caro. Come argomentavo qualche puntata fa, l’applicazione incerta o incoerente di una strategia è spesso il modo più sicuro per farla fallire o nel migliore dei casi per non beneficiarne quanto si potrebbe.

Ringrazio Mariagrazia Midulla per le osservazioni che hanno portato a questa versione del testo.


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martedì 31 dicembre 2024

Viaggio nello Sichuan e nel Laos settentrionale (Puntate da 650 a 652 in onda il 17, 24, 31 dicembre 2024)

Panda a Chengdu
Con Paolo Ghelfi abbiamo visitato nel dicembre 2024 Chengdu, metropoli cinese capoluogo della regione dello Sichuan nota per i tanti panda che ospita nei suoi parchi.

Da lì ci siamo spostati con la nuova ferrovia Laos-China Rail nel nord del Laos. Scesi dal treno a Muang Xay abbiamo viaggiato su strada fino all'alta valle del Nam Ou, un affluente del Mekong.

Usando come base Nong Khiaw, in bici su strade in terra battuta abbiamo raggiunto altri villaggi più piccoli e più a Nord sempre nella valle del Nam Ou (inatraversabile se non in barca).

In bici verso Muang Ngoy

In minibus siamo scesi lungo la valle fino a Luang Prabang, patrimoio UNESCO per i suoi templi.

Di nuovo con il treno LCR abbiano raggiunto la capitale Vientiane.

Tempio a Luang Prabang



Le puntate di reportage sono riascoltabili qui:

- Chengdu

- Luang Prabang

- Vientiane

martedì 8 ottobre 2024

Viaggio in Cina meridionale e Vietnam del Nord, agosto-settembre 2024 (Puntate 635-640)

Guangzou (Canton)
L'ultima settimana di agosto 2024 sono partito da Fiumicino per Canton, nella Cina meridionale, dove dopo una breve sosta sono ripartito per Kunming, il capoluogo della regione dello Yunan. Ecco le puntate di Derrick in diretta differita dal viaggio.
Tonghai

Prima tappa

Da Kunming mi sono mosso in treno fino al confine con il Vietnam presso Lao Cai, ho esplorato con una moto a noleggio le zone montuose di confine e ho proseguito poi con uno splendido treno lungo il fiume rosso, con una tappa intermedia, fino ad Ha Noi.

A Nord di Bac Ha

Seconda tappa

Ha Noi
Terza tappa

Da lì ho proseguito verso la baia di Ha Long e l'isola di Cat Ba, ma ho dovuto scapparne molto presto perché si stava avvicinando il ciclone Yagi, che puntava proprio sulla baia.

Quarta tappa

Mercato di Pinxiang

Così da Bai Chai ho preso un bus per tornare verso la Cina, di nuovo un confine montano non lontano da Pingxiang, una cittadina circondata da montagne aguzze e con un mercato animatissimo.

Quinta tappa

Ma ho rischiato di rimanerci isolato: treni e bus erano cancellati a causa del ciclone, e per raggiungere Nanning, il capoluogo del Guangxi, sono stato costretto a usare un taxi informale gremito all'inverosimile per oltre 200 km di autostrada ancora con i segni visibili del vento violentissimo.

Sesta tappa

Nanning

Nella Nanning spazzata dalle piogge ho realizzato che anche i miei voli dei giorni successivi erano cancellati...

sabato 10 giugno 2023

La rivoluzione è arrivata (Puntata 578 in onda il 13/6/23)

Trend di fonti rinnovabili in quattro paesi
(Dallo studio RMI linkato sotto)
Un rapporto dell’americano Rocky Mountain Institute, appena uscito e intitolato The Renewable Revolution (disponibile online e sul blog Derrick Energia) fa il punto sulla transizione energetica verso le fonti rinnovabili e su cosa c’è da aspettarsi in materia in questo decennio.

Ne citerò qui solo pochi punti, selezionandoli sulla base della loro rilevanza dalla mia prospettiva ma anche dell’utilità nello smentire luoghi comuni sbagliati in materia.

Come stanno procedendo le fonti rinnovabili di energia (sole e vento), le auto elettriche e le batterie nel mondo? Con andamento esponenziale, cioè una crescita più che proporzionale al passare del tempo. Questo avviene – come è successo nella fase iniziale di altri boom come quello di internet - quando una discesa spettacolare dei costi nelle relative tecnologie si sta arrestando, perché evidentemente le industrie stanno raggiungendo una scala e una maturità adulte.

Maturate le industrie e ridottisi i costi – che potranno variare sì ma verosimilmente solo in corrispondenza di salti tecnologici rilevanti – sono le vendite che decollano, e con esse la quota di energia rinnovabile che in forma sempre più di elettricità viene e verrà consumata.

Spesso si sente raccontare che l’Europa spinge sulla transizione ecologica mentre il resto del mondo, in particolare la Cina, punta sulle fossili salvo approfittare della determinazione unilaterale europea verso le nuove tecnologie per vendercele e arricchirsi. I numeri del rapporto RMI (e quelli di qualunque altro, a dire il vero) smentiscono questo luogo comune. L’energia solare (nel caso del Brasile: quella eolica) in paesi come Brasile, Vietnam, India, Marocco è letteralmente decollata negli ultimi cinque anni o giù di lì, anche se occupa in particolare nei giganti Brasile e India una quota ancora minoritaria del mercato energetico.

La Cina è da un lato il luogo del mondo in cui le macchine per le tecnologie delle energie sostenibili sono le più economiche da produrre, ma anche quello in cui se ne installano di più all’interno del territorio. Del resto la Cina era (e ancora è) anche il più grande importatore di energie fossili, e ha tutto l’interesse a passare a sistemi che la emancipino da questo. Interessante, a proposito, che Xi Jinping sia ultimamente freddo riguardo all’investimento nel nuovo gasdotto che permetterebbe alla Cina di importare il gas siberiano che non arriva più (almeno per ora) in Europa.

Lo studio del RMI è vasto e consiglio di leggerlo. Porta numeri che rendono ancora più evidente lo scarso momento di chi pensa di poter fermare una rivoluzione (così la chiama lo studio paragonandola a quelle industriali e a quella dell’informazione) che sta decollando ora semplicemente perché le sue tecnologie sono mature.


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domenica 28 novembre 2021

Economia e Stati (Puntata 505 in onda il 30/11/21)

L'immagine di copertina dell'Economist
del 20/11/2021
L’editoriale dell’Economist del 20/11/2021 è dedicato al peso crescente degli Stati nelle rispettive economie. Una tendenza globale con pochissime eccezioni. Perfino negli USA ormai la quota di spesa pubblica rispetto al Pil veleggia verso il 50% mentre in Francia e Italia è attorno al 60%, superando perfino Paesi come la Svezia che siamo abituati a considerare forti esempi di welfare.

In India, lo abbiamo già visto in passato qui su Derrick, lo Stato deborda in termini di controllo delle aziende principali e, leggiamo sullo stesso Economist, anche di sussidi per alterare il prezzo di mercato di beni di consumo, con il 9% della spesa pubblica dedicata a quelli sul cibo, e qui la buona notizia è che in parallelo c’è stata nel paese una riduzione dei sussidi ai combustibili fossili.

In passato mi sono avventurato a chiedermi quanto possa durare, in Cina, un’economia basata su investimenti, anche in tecnologia, in cui c’è sempre meno spazio per l’autodeterminazione rispetto all’ingerenza delle holding controllate dal regime. L’economista Arthur Kroeber ha definito la Cina uno Stato venture capitalist, termine con cui in finanza si definiscono i fondi che investono in aziende con forti prospettive di crescita all’inizio del proprio ciclo di vita. Ma dubito che qualsivoglia regime, il cui principale obiettivo è perpetuare se stesso, possa avere intuizioni brillanti su quali innovazioni potranno interessare di più i consumatori di domani. E non è detto che la consapevolezza di questa contraddizione tardi molto a ridurre il flusso di investimenti verso la Cina.

L’Europa, dal canto suo, con la cosiddetta “tassonomia” dei settori economici in termini di sostenibilità ambientale, si sta preparando a guidare in questo senso gli investimenti privati, con alcuni rischi di eludibilità della tassonomia e soprattutto di sua incoerenza, e con la palese contraddizione dell’occuparsi della sostenibilità degli investimenti privati senza che la stessa comunità di Stati abbia interrotto i sussidi pubblici dannosi all’ambiente. Un problema globale laddove, calcola un recente studio Lancet, la carbon tax netta è addirittura negativa, cioè più che compensata dai sussidi agli stessi beni dannosi per il clima.

L’Italia su questo purtroppo contribuisce in negativo, e assistiamo a una riforma del fisco in arrivo che nel migliore dei casi sfiorerà la questione, mentre il ministro della transizione ecologica, mentre scrivo questa puntata il 27 novembre 2021, sta ancora bloccando alla sua firma, provocando un ritardo rispetto alla prescrizione normativa, l’edizione aggiornata del catalogo dei sussidi dannosi all’ambiente.

Forse perché conterrebbe numeri tali da mostrare tutta l’inadeguatezza della riforma in lavorazione?


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lunedì 15 febbraio 2021

Fiammata del gas (Puntate 472-3 in onda il 9-16/2/21)

Tunnel di valico della ciclabile Spoleto-Norcia (Foto Derrick)
Tunnel di valico della ciclabile
(ex ferrovia) Spoleto-Norcia
(Foto Derrick)
Potrebbe esserci anche una ragione energetica nella baldanzosa aggressività con cui il ministro degli esteri russo Segrei Lavrov ha diplomaticamente aggredito nella prima settimana di febbraio 2021 il rappresentante estero dell’UE Borrel a Mosca, attaccandolo anziché giustificare il regime rispetto all’arresto del dissidente Alexej Navalny.

E questa ragione è il boom di domanda e prezzi del gas in questa fase di centro inverno 2021. Una combinazione di freddo e ripartenza delle economie ha fatto aumentare i consumi rispetto a un trend di lungo periodo che almeno in alcune regioni del mondo è ormai di stagnazione strutturale. Per esempio in Italia il record dei consumi di gas risale al lontano 2005. Le infrastrutture in
vece si sono moltiplicate: gasdotti potenziati, soprattutto in Europa, e una rete di porti per la liquefazione e la rigassificazione in tutto il mondo, che come sappiamo permettono tra l’altro agli USA di operare ormai da anni come importante esportatore e hanno di fatto creato un mercato abbastanza globalizzato.

L’aumento recente dei consumi in Cina, in particolare, ha alzato il prezzo spot nella regione dell’estremo oriente fino a livelli mai visti negli ultimi due anni, e anche i prezzi degli hub americani ed europei sono schizzati. Finalmente il gas immagazzinato nei depositi geologici (di solito giacimenti esauriti) si sta rivelando un affare per i trader che l’hanno comprato in estate. Insomma, per una volta la ciclicità stagionale attesa di questa commodity energetica si comporta in modo da giustificare gli investimenti nella sua macchina.

E qualcosa di storico è successo anche in Italia: la prospettiva di diventare un paese esportatore (di transito, ovviamente) di gas, che fece sorridere tanti osservatori quando il governo di allora diede via libera al progetto del TAP (il gasdotto transadriatico che approda nel brindisino attraverso Mare Adriatico, Albania e Grecia e che tramite la dorsale turca ci collega ai maxi giacimenti azeri), si è almeno per qualche momento realizzata. Uno dei gasdotti transalpini infatti ha invertito la spinta per portare stavolta gas italiano in Francia. Sembra la rottura di un incantesimo: si è invertito lo spread che tipicamente ha reso il prezzo italiano superiore a quello dell’hub nordeuropeo di riferimento, il TTF. E quindi l’Italia, con prezzo stavolta più basso, ha esportato.

Questo non significa, naturalmente, che il macrotrend di declino della prospettiva di uso del gas nel mondo si sia invertito. Le politiche di decarbonizzazione, aiutate anche dei prezzi recentemente elevati dei permessi a emettere CO2 in Europa e dai progressi di rinnovabili e batterie, vanno chiaramente in una direzione alternativa ai combustibili fossili. E non stupisce infatti che Marco Alverà, l’amministratore delegato della società italiana dei gasdotti che del citato TAP è uno dei principali azionisti, la Snam, abbia parlato in pubblico da quando ricopre questo ruolo più di idrogeno che del suo core business: il vecchio gas, appunto.

Il caso Algeria (puntata del 16/2/21)

A quale paese si pensa quando s’immaginano gli effetti dell’embargo al commercio internazionale di automobili? Effetti che visti con gli occhi parziali del turista possono anche essere affascinanti come auto americane degli anni Cinquanta portate a nuova vita. Mi riferisco a Cuba, naturalmente.

Ma molto più vicino a noi c’è un altro Paese che sperimenta l’arrivo di automobili dall’estero con il contagocce. Ne parla un articolo dell’Economist del 4 febbraio 2021. Un Paese che le auto non le produce e che non per sanzioni o embarghi, ma per legge dal 2016 contingenta molto l’import. Si tratta dell’Algeria. Come tanti esportatori di petrolio e gas, l’Algeria ne ha patito negli ultimi anni il calo dei prezzi. Ma non solo: ha patito anche gli scarsi investimenti locali nel settore, che hanno portato a produzione e export in declino. Un articolo su Platt’s dell’8 febbraio 2021 quantifica in 400 mila barili/giorno, sul milione totale attuale, la produzione di petrolio persa dall’Algeria in una dozzina d’anni, mentre il gas si è contratto solo nell’ultimo anno del 9%.

Cali che hanno messo in crisi la bilancia commerciale e indotto l’amministrazione come contromisura a limitare le importazioni di altri beni. Recenti tentativi di insediare in Algeria fabbriche di assemblaggio di automobili Volkswagen e Hyunday, scrive l’Economist, non hanno dato grandi risultati a causa dei costi elevati in un contesto senza filiere adatte e, più banalmente, perché il valore aggiunto del solo assemblaggio, limitato, può far poco rispetto al valore delle parti d’automobili comunque importate.

Una nuova legge algerina, scrive Platt’s, mira ora a riattrarre gli investimenti da parte dei petrolieri europei, tra cui Eni e Total.

Certo, almeno nel gas, come abbiamo visto nella scorsa puntata, la concorrenza non mancherà. La vicina Libia potrebbe (speriamo) risollevarsi e riprendere appieno le esportazioni attraverso il relativamente recente gasdotto Greestream verso la Sicilia, mentre il nuovissimo TAP pompa gas azero e le navi metaniere portano anche in Europa la nuova capacità di esportazione dell’America.

Senza contare le prospettive di decarbonizzazione. Anni fa si parlava di progetti mastodontici di elettricità fotovoltaica prodotta nel Sahara da esportare in Italia o Spagna. Progetti magari improbabili a causa dei costi d’infrastruttura e delle perdite di rete. Ma meno intempestivi, forse, di una ripartenza del settore degli idrocarburi avviata solo oggi.

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martedì 1 dicembre 2020

Le gambe corte dei rating autarchici (Puntata 463 in onda il 1/12/20)

Foto di Perla Lisset Medina
Leggo sul numero dell’Economist del 21 novembre [2020]  di alcuni recenti default di pagamento di aziende a controllo pubblico in Cina, tra cui  la Yongcheng Coal and Electricity che un mese dopo aver ottenuto da un’agenzia di rating locale la valutazione AAA non è riuscita a pagare la cedola di un’obbligazione ai suoi creditori. Un caso nemmeno isolato, che secondo l’articolo ha creato un’improvvisa inquietudine tra gli investitori istituzionali esteri che si sono resi conto da un lato di non poter affidarsi troppo al rating autarchico diciamo così, del paese, dall’altro che la proprietà pubblica in Cina evidentemente non garantisce il fatto che un’azienda in difficoltà finanziaria venga salvata con soldi pubblici. La Cina infatti non si può più permettere di salvare indiscriminatamente aziende non profittevoli, scrive il reporter da Hong Kong dell’Economist.

Rifletto sul fatto che evidentemente l’Italia sì, invece se lo può permettere, visto che aziende pubbliche strutturalmente in perdita vengono da noi mantenute in vita a fronte del semplice enunciato che fanno qualche forma di servizio pubblico, anche quando quello stesso servizio potrebbe essere benissimo offerto da altri fornitori che già sono sul mercato ma vengono tenuti fuori dalla possibilità di competere magari attraverso forme non contendibili di concessione, riserva o di protezione regolatoria.

Italia insomma più dirigista in economia della Cina, da questo punto di vista.

L’articolo mi porta anche a riflettere su un’altra cosa. Tutte le volte che, prima che la banca centrale europea anestetizzasse il mercato dei titoli di Stato comprandoli lei, l’Italia se l’è vista brutta nel collocare nuovo debito sul mercato, qualche negazionista del problema, chiamiamolo così, ha dubitato che sia accettabile che agenzie di rating internazionale possano influenzare i mercati rispetto all’affidabilità dei titoli di Stato italiani, lasciando intendere che dovrebbe essere magari proprio lo stesso Stato a dire quanto lui è affidabile come debitore. Ecco, il crollo di credibilità dell’agenzia cinese che aveva appena promosso l’azienda pubblica che poi non ha ripagato la cedola, e l’ondata di sfiducia che è seguita a quel pur limitato default, con danni all’accesso al credito anche per altre aziende, mostrano che non c’è retorica nazionale che tenga a lungo dove i mercati sono globali.

Il mancato rispetto dei diritti umani e delle libertà individuali è esso stesso qualcosa che spaventa i mercati? Abbiamo visto casi in cui non è stato così. Aziende globali che hanno preferito asservirsi a comportamenti totalitaristi pur di non perdere aree d’affari a vantaggio di concorrenti. Ma credo che dove un Governo può interporsi all’autodeterminazione dei soggetti economici per motivi non prevedibili dai mercati, o limita la diffusione delle informazioni, questa incertezza finisca per danneggiare l’economia locale in termini di afflusso di capitali
esteri.

Se qualche lettore di Derrick ha in mente letteratura rilevante rispetto a quest'ultimo punto, per favore ci scriva!


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martedì 11 giugno 2019

L'industria dell'istruzione (Puntata 400 in onda l'11/6/19)

Spesa privata in istruzione
(immagine dall'Economist 13 aprile 2019)
I miei nonni hanno avuto figli poco prima, durante o poco dopo la seconda guerra mondiale. Erano poverissimi, ma intuivano che sarebbe convenuto al benessere della famiglia togliersi il pane di bocca pur di far studiare i figli. Se oggi ho una vita stimolante, per quanto faticosa, lo devo a loro.

Cosa ci è successo da allora? Riusciremo a uscire da questa sorta di nuovo patto populista che promuove il “buonsenso” (cioè la permeabilità a slogan fallaci ma facili) contrapposto alla competenza? Patto di cui anche la Radio che trasmette questa rubrica, o meglio i suoi ascoltatori, rischiano di fare le spese.

Ma se guardiamo al mondo, soprattutto all’Asia, i ragionamenti dei miei nonni non sono affatto passati di moda. Il mondo investe sempre di più in istruzione privata che si aggiunge a quella già fornita dagli Stati e che in molti casi opera in coordinamento con essa.
India, Cina, Vietnam sono i Paesi in cui l’industria dell’istruzione sta decollando in modo impressionante, avendo quasi triplicato il fatturato in dieci anni. Lo racconta un prezioso speciale apparso sul numero dell’Economist del 13 aprile 2019. L’istruzione privata funziona anzitutto come soluzione alle lacune di quella pubblica, e lo fa per le classi deboli ancor più che per le élite.
Nella poverissima Haiti l’80% degli alunni elementari vanno in scuole private. A Sangham Vihar, un immenso slum a sud di Delhi, un insegnante locale ha fondato una scuola per 2000 studenti con rette a partire da 12 dollari al mese (un discreto sacrificio per le famiglie, che però così riescono a emanciparsi). Altre organizzazioni sono multinazionali finanziate da grandi fondazioni, compresa quella di Bill Gates. Nei Paesi più indietro nello sviluppo, la disponibilità di una comunità di insegnanti locali è un fattore-chiave nella nascita di scuole. In casi più evoluti, le scelte dei genitori e la concorrenza tra scuole influenzano positivamente anche l’offerta pubblica.

Naturalmente la mal posta dicotomia pubblico-privato è un tabù bloccante sia per alcuni governi che per parte dell’opinione pubblica, ma deriva perlopiù da manicheismo di vedute. Un servizio quando è pubblico? Quando la struttura che lo rende possibile è di proprietà pubblica? Quando chi ci lavora è dipendente dello Stato? Quando la fruizione non prevede un pagamento oltre alle tasse? (se fosse così, dalle elementari al liceo – tutti statali - mia figlia non ha mai avuto una scuola pubblica visto che tutte pagano una parte cospicua delle spese correnti – stipendi esclusi – con collette tra i genitori). Oppure un istituto è pubblico quando chi lo esercita non può fare profitti? E perché mai un bravo insegnante non dovrebbe avere aspettative di essere pagato più di uno scarso, come avviene spesso a un bravo manager o a un bravo chef?
Più sensato ritenere che un servizio sia pubblico quando è pubblicistico il modo in cui esso è accessibile – cioè effettivamente disponibile e pagato con le tasse o eventualmente con una retta a prezzo sussidiato per le famiglie che ne hanno bisogno - e in cui le sue prestazioni e qualità sono verificate e garantite da un organo pubblico.

In termini di partnership pubblico-privato nell'istruzione, uno dei più interessanti laboratori al mondo è quello del Cile dove i cittadini decidono dove spendere un voucher pagato dalle tasse, ma anche in Olanda, per esempio, lo Stato finanzia scuole di natura pubblicistica ma gestite da privati. Nei Paesi in via di sviluppo, queste partnership sono spesso un modo quasi obbligato per gli Stati di accelerare lo sviluppo dell’offerta più di quanto riuscirebbero da soli.

Anche nel settore dell’istruzione specializzata per adulti, questa invece perlopiù di natura privatistica, le attività crescono velocemente, grazie anche alle possibilità della tecnologia, che permette modi di fruizione diversi dall’aula tradizionale e spesso coinvolge come insegnanti dei professionisti iperspecializzati che si trasformano in docenti solo in alcuni momenti della loro vita professionale.

Quando guardiamo al mondo e ci chiediamo quali saranno le grandi potenze di domani, e se noi saremo tra esse, dovremmo forse guardare ai trend di spesa in istruzione (pubblica e privata) come primo indicatore.


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sabato 4 agosto 2018

Un corridoio verde tra UE e Cina (Puntata 367 in onda il 7/8/18)


Con Elisa Mastidoro

La diga di Serre-Ponçon
che forma il lago artificiale più voluminoso d'Europa
(Foto Derrick)
La guerra dei dazi tra USA e Cina sembra aver partorito prospettive interessanti sul fronte dei meccanismi globali di disincentivo alle emissioni di gas serra, in particolare riguardo al mercato dei permessi a emettere CO2 (Emission Trading System – ETS) che è quel sistema che produce vantaggi economici alle aziende che svolgono la loro attività con minori emissioni rispetto ai loro concorrenti.
In occasione del 20° vertice Cina-UE del 16 luglio 2018 sulla strategia per il clima la Commissione Europea e il Ministro dell’ecologia e ambiente cinese hanno sottoscritto un accordo per avviare una cooperazione strategica tra i rispettivi sistemi di scambio dei permessi di emissioni, sulla base del comune obiettivo di promuoverne uno più ampio.

La Cina, che è il più grande emettitore al mondo di gas-serra, aveva annunciato a dicembre 2017 il lancio di un ETS nazionale che si univa ai 7 mercati pilota regionali già presenti dal 2013. Al momento, l’ETS cinese interessa solo il settore elettrico (gli altri verranno inclusi successivamente) e coinvolge 1.700 compagnie energetiche per un totale di circa 3 miliardi di tonnellate di CO2 annue, il doppio rispetto all’intero ETS europeo.

Gli scettici riguardo agli investimenti europei per la riduzione delle emissioni-serra e quindi per la limitazione dei suoi effetti sul clima tipicamente dicono che si tratta di uno sforzo velleitario rispetto ai trend mondiali. (I negazionisti climatici poi sono un’altra cosa ancora di cui ora non parliamo, e che riguarda piuttosto l’incapacità di distinguere tra scienza e posizioni apodittiche).
Ebbene, una risposta convincente agli scettici è che muoversi in anticipo sul clima da parte dell’Europa ha avuto e ha il senso di iniziare un processo affinché esso si espandesse nelle altre aree economiche del globo, e la prospettiva di integrazione tra i sistemi ETS di Europa e Cina è un clamoroso successo di questa linea.

I no-global che motivano l’isolazionismo con i rischi di dumping ambientale dovrebbero riflettere sul fatto che sono proprio le politiche globali – esito a loro volta di corridoi commerciali aperti - che possono far superare le forme di concorrenza al ribasso sull’ambiente. Un’integrazione tra i sistemi ETS di Cina e Europa è indispensabile proprio a rendere gli scambi commerciali tra i due blocchi neutri in termini di impatto sul riscaldamento globale ed escludere il cosiddetto “carbon leakage”, cioè la ricollocazione di produzioni ad alto impatto ambientale nei Paesi con minori disincentivi in materia.

Così come un cervello danneggiato crea nuove sinapsi per eludere l’area in sofferenza, una più forte integrazione di scambi e di regole tra Europa e Cina potrebbe essere la reazione per isolare il disimpegno di Trump sull’ambiente, in attesa che i danni da isolazionismo USA facciano di nuovo cambiare le politiche nordamericane.

Intanto, i prezzi dei permessi a emettere CO2 in Europa e Cina stanno andando nella stessa direzione: verso l’alto, indicando la prospettiva di politiche più restrittive sulle emissioni in entrambe le aree.


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martedì 21 maggio 2013

D161 - La guerra dei sussidi - Parte 2


L'ultima volta parlavamo della guerra dei sussidi nell'energia.
Quelli alle fonti rinnovabili, soprattutto al fotovoltaico, hanno avuto successo nell'indurre un boom di produzione superiore alle aspettative ma adesso costano cari, e hanno messo fuori mercato alcune delle centrali elettriche tradizionali che ora chiedono anch'esse aiuti. Anche i consumatori energivori dal canto loro chiedono e ottengono sconti sul conto a loro carico dei sussidi, in Italia e Germania.

Le novità questa settimana sono che la Grecia ha deciso una riduzione retroattiva dei sussidi al fotovoltaico di oltre il 40% (ma con differenze a seconda dei tipi di impianto) per gli impianti più recenti.

È accettabile cambiare le carte in tavola in questo modo?
Di certo significa modificare le prospettive di ritorno di un investimento rispetto a quando l'investimento è stato deciso. Ma se cambiare in questo modo è tabù, dovrebbero esserlo anche, per esempio, tutte le riforme fiscali che si applicano alle aziende esistenti che avrebbero potuto confidare sul sistema di tassazione vigente in passato.
Altra novità interessante è una presa di posizione del CEER, il council dei regolatori energetici europei, che riguardo ai sussidi a determinate fonti d'energia scrive che occorre stare attenti agli effetti che questi hanno sui funzionamenti del mercato nel suo complesso. I sussidi infatti non solo generano distorsioni tra una tecnologia e l'altra, in parte desiderabili in parte impreviste, ma possono anche danneggiare la funzionalità del mercato e compromettere l'adeguatezza di capacità di produzione elettrica. Che è, fuori dal gergo tecnico, la disponibilità di sufficiente potenziale di generazione elettrica per rendere il sistema sicuro in ogni condizione ragionevolmente possibile.

Non credo che al CEER ascoltino Derrick, ma si tratta di una conferma della mia conclusione di martedì scorso: i sussidi hanno effetti a catena, tendono a produrre effetti collaterali per curare i quali si invocano altri sussidi, fino a compromettere ciò che c'è di buono in un mercato efficiente.
Questi effetti negativi di natura economica naturalmente riguardano tutti i sussidi. Ricorderanno gli ascoltatori che in passato abbiamo trattato anche di quelli alle fonti fossili, che dalla loro non hanno nemmeno la motivazione ambientale.

Tornando al solare, altro aggiornamento della settimana è un articolo sul Sole 24 ore del 16 maggio di Rita Fatiguso, che aggiorna sui crescenti problemi di Suntech, grande produttore cinese di pannelli fotovoltaici messo in ginocchio dal calo degli ordini legato alle prospettive di minori sussidi futuri, di crescente protezionismo da Europa e America, e da guai interni all'azienda.
Ebbene: il lato buono di importare pannelli dalla Cina potrebbe essere che almeno i relativi sussidi per crisi industriale sono pagati in loco. Battutaccia.

martedì 5 marzo 2013

D152 – Mobilità ferroviaria ad alta velocità - parte 4

Quarta puntata sul senso economico ed ecologico degli investimenti in ferrovie ad alta velocità. Siamo finiti l'ultima volta, ed era inevitabile anche sulla base delle utili sollecitazioni qui sul blog, a parlare della nuova tratta Torino-Lione, approvata in una versione ridotta che è prevista costare oltre 8 miliardi di cui oltre 3 a carico dei cittadini italani.

Autorevoli fonti viste nelle puntate precedenti ritengono l'opera ingiustificata in termini di domanda di trasporto sia merci sia passeggeri. A ciò il Governo risponde in un documento, online mentre scrivo queste righe.
Non è una vera e propria analisi costi-benefici, e contiene tra gli altri un argomento piuttosto importante, ma che sulla base delle fonti che cito in questa e precedenti puntate sembra sbagliato: cioè l'impossibilità della vecchia linea ferroviaria di portare container di standard diffuso, e TIR.

La vecchia linea, invece, in particolare per quanto riguarda il traforo del Frejus, risulta essere già stata aggiornata proprio per permettere il passaggio di molti tipi di container e di tir su carro ferroviario. Di questi lavori parla lo stesso Governo in una scheda che mi è stata segnalata in un commento su questo blog da Emanix che ringrazio, il quale mi ha mandato anche il link a un post del blog Fardiconto dove si fa il punto sui passaggi di container sulla vecchia linea.

Se mi sbaglio su questo o altri passaggi, sarò felice di ospitare elementi che smentiscano quelli che sto usando ora.


Volto adesso in parte pagina. Una caratteristica ricorrente degli investimenti in infrastrutture di trasporto sembra essere quella di sforare spessissimo e largamente il budget iniziale. E non si tratta di un'esperienza solo italiana (anche se in Italia la TAV costa tre volte in più che, per esempio, in Francia e Spagna). 

Luca Pardi nel blog di Aspo Italia ha analizzato tempo fa un lavoro pubblicato dall'Oxford Review of Economic Policy che mostra non solo la frequenza e intensità di sforamento del budget delle grandi infrastrutture, ma anche il fenomeno perverso che porta a una competizione al ribasso dei progetti riguardo ai costi previsti e al rialzo sul traffico previsto, per accaparrarsi i finanziamenti.

Se guardiamo all'alta velocità ferroviaria Torino-Salerno, da cui siamo partiti 4 settimane fa, essa è costata il doppio del previsto, circa 32 milioni di € al chilometro, e a dispetto delle intenzioni iniziali è stata pagata tutta con soldi pubblici.
Sapete invece dove si è fatta la TAV passeggeri con fondi anche privati? In Cina, tra Pechino e Shanghai. Ma il fondo privato cinese ci ha ripensato, e adesso vuol rivendere le quote. Leggete qui.



martedì 5 febbraio 2013

D148 - Strategia energetica cinese

Grazie a un tweet di Alberto Forchielli, presidente di Osservatorio Asia, ho letto un comunicato del 30 gennaio dell'agenzia Xinhua, che credo possa definirsi voce del governo cinese, la quale descrive la crescente dipendenza della Cina dalle importazioni di gas e petrolio e richiama un report, che non ho trovato in inglese, della società petrolifera di Stato cinese.
Scrive l'agenzia che nel 2012 la Cina ha importato più petrolio, arrivando al 57% circa del proprio fabbisogno, e più gas naturale, il 29% del fabbisogno, con prospettive di aumento per il 2013.
Questo, secondo un alto dirigente della società petrolifera, si sta rivelando un elemento critico per la crescita, oltre che per la sicurezza energetica.

Qui un inciso: questo della sicurezza degli approvvigionamenti energetici di un Paese mi sembra sia un liet motiv di tutte le strategie energetiche pubbliche che ho visto, a partire da quella europea, e mi sembra sia un tema contraddittorio in un mondo che invece nell'energia da un lato sta aumentando la sua globalizzazione, grazie per esempio al trasporto via nave di gas, e dall'altro preconizza sempre di più politiche ambientali coordinate a livello globale.

In ogni caso: come rispondere secondo Xinhua a questa dipendenza critica della Cina dalle importazioni energetiche?
Sempre un esponente dell'azienda petrolifera di Stato ha affermato che la risposta è nella ricerca tecnologica verso fonti energetiche "sostituibili" (letteralmente dall'inglese, immagino sostituibili a petrolio e gas menzionati prima) e attraverso limitazioni a consumi irrazionali.

Queste fonti "sostituibili", o meglio: sostitute, quali potrebbero essere? Quelle rinnovabili, certo, su cui la Cina sta investendo massicciamente. O il nucleare, che vedeva nel 2012 ben 26 nuove centrali in costruzione ma che dal 2011 ha avuto lo stop a nuove autorizzazioni. O ancora il carbone, di cui la Cina è il primo consumatore al mondo, il terzo Paese per riserve e su cui conta in modo notevole anche per la produzione di energia elettrica (il 70% da carbone secondo un articolo di Edoardo Agamennone su AgiEnergia lo scorso ottobre).
Non ha dubbi Alberto Forchielli, che mi ha scritto su Twitter che il sostituto di minori importazioni di petrolio e gas sarà almeno nel breve periodo il carbone. Cosa che richiederebbe di aprire alle importazioni, oggi attorno solo al 5% dei consumi cinesi secondo la IEA, oppure di aumentare la capacità produttiva interna.

Interessante però il riferimento dell'agenzia al risparmio energetico. Se il World Energy Outlook 2012, come abbiamo visto qualche puntata fa, riporta che la Cina punta a una riduzione della sua intensità energetica del 16% nel 2015, l'agenzia non sembra parlare di politiche d'efficienza energetica tout court, quanto di disincentivo economico selettivo alla sola importazione di gas e petrolio. Infatti scrive che "Il Paese ha deciso di lasciare che il mercato fissi i prezzi di petrolio e gas, mentre in passato li ha talvolta tenuti più bassi del loro livello internazionale".
Adesso invece si vuole "Guidare i clienti a diventare più parchi".

Difficile, almeno per me, capire se si tratti della fine selettiva di sussidi al consumo, di transizione al mercato, o di accise o dazi d'importazione magari sotto forma di carbon tax. Se così fosse, sarebbe interessante vederne il contemperamento con i consumi cinesi di carbone non importato.