martedì 26 marzo 2019

Il brain strike dei liberali sul clima (Puntata 392 in onda il 26/3/19)

Con Tommaso Barbetti, economista esperto di energia, tema su cui è advisor per numerose organizzazioni, partner di Elemens, una delle principali società di consulenza italiane in materia.

Pedana elastica a Yorf el Yhoudi,
nel deserto costiero del Marocco
Si è ripetuto, nei commenti al climate strike del 15 marzo 2019, quel che già in molte occasioni si era visto: buona parte dei liberali, anche progressisti, l’hanno buttata in caciara per evitare nuovamente di affrontare (anche solo psicologicamente) il problema.
Siamo abituati a immaginare il liberale come avvezzo a ragionare in termini di sostenibilità economica di lungo periodo, di valutazione puntuale degli economics, di ricerca di fonti informative scientifiche e aggiornate. Invece, ecco alcune delle affermazioni della comunità liberale (di cui, nonostante tutto, ci sentiamo parte) nell’approccio ai cambiamenti climatici:

  • “La scienza non dà mai una risposta assoluta e finale” Quindi? Siccome magari tra dieci anni abbiamo elementi aggiuntivi non ascoltiamo la scienza sul clima oggi? La ascoltiamo su tutto il resto delle cose che contano (eppure non è “finale” neanche lì) ma sul clima no? Una comunità che a differenza dei populisti sa cos’è una rivista scientifica dovrebbe saper riconoscere dove si collocano gli scienziati: lo fa sui vaccini, ma sul clima rivaluta gli esperti che si oppongono al cosiddetto mainstream che su altri temi vengono invece ridicolizzati.
  • “Sono dei catastrofisti” A un medico che fa una brutta diagnosi si dice che è “catastrofista” e si chiude così? Sul tema dei conti pubblici, altrettanto catastrofico, viene tollerata dai liberali un’affermazione del genere fatta da un sovranista?
  • “I manifestanti erano in realtà i soliti comunisti antisistema” È vero che nella manifestazione c’erano molti slogan di sinistra (spesso inutili: demonizzazione delle multinazionali, della plastica) mischiati a quelli attinenti al tema. Quindi? Regaliamo la questione clima e futuro del pianeta agli anarchici, ai cialtroni e ai veterocomunisti perché “Bella Ciao” ci interrompe le sinapsi, salvo poi lamentarci che la discussione è scivolata nell’anticapitalismo?
  • “Quelli del clima sono contro il progresso” Non c’è meno progresso, ricerca, tecnologia nel mondo dell’efficienza e delle fonti rinnovabili o dell’edilizia a consumo quasi zero, nell’auto elettrica o a idrogeno, nei sistemi peer to peer di mobilità condivisa, che in quello delle fossili. Anzi, le tecnologie dell’informazione e dell’elaborazione dati, che sono la frontiera dell’attuale fase del progresso, si adattano particolarmente a queste applicazioni.
  • “È l’ennesimo rigurgito anti-capitalista” Nell’economia legata alla sostenibilità energetica e ambientale stanno arrivando un mare di soldi da parte degli investitori, e sono gli stessi capi d’azienda a chiedere alla politica segnali incontrovertibili che accompagnino la transizione. In Europa molti tra i principali gruppi industriali stanno investendo in decarbonizzazione, negli USA l’economia non sta affatto seguendo le farneticazioni di Trump sul carbone. Andiamo a vedere in che settori hanno successo le campagne di crowd-funding. Volkswagen metterà 30 miliardi di Euro nella piattaforma dell’auto elettrica. Noi che facciamo, il modernariato dell’albero a camme e dell’iniettore di gasolio?
  • Questi vogliono la decrescita felice” Un liberale che usa il termine “decrescita felice” (che se non sbagliamo non era nemmeno nel testo originale del libro di Latouche, l’ideologo della "decroissance sereine"), e lo fa chiaramente per rendere macchietta un movimento di pensiero, diventa poco distinguibile da un Fusaro che taccia i liberali di “turbomondialismo demofobico”. E molto difficilmente chi è sulla frontiera degli investimenti e dello sviluppo delle tecnologie della decarbonizzazione si riconosce in un seguace della decrescita.  Più probabile che la decrescita colpisca le economie che subiscono passivamente i danni del cambiamento climatico.
  • I ragazzi farebbero meglio ad andare a scuola".  Su questa, alziamo le mani: si può seguire Greta una volta fatti i compiti.

L’estetica del liberale sembra incompatibile con la questione clima, e la decarbonizzazione fuori dalla sua comfort zone. Ma questo non giustifica una rimozione di questa portata.


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martedì 19 marzo 2019

20 anni dal decreto "Bersani" di liberalizzazione energia (Puntata 391 in onda il 19/3/19 e in replica il 7/5/19)

Vent’anni fa il Governo italiano applicava al settore dell’energia elettrica, con il cosiddetto decreto Bersani (decreto legislativo 79/99), molti dei principi fondamentali della liberalizzazione nel settore già impostati da un primo round di direttive europee (e già in applicazione anche con altre norme), che a sua volta si ispiravano all’esperienza di successo inglese. Del tema hanno scritto tra gli altri Benedettini e Stagnaro sul Foglio e De Paoli su Staffetta Quotidiana. Fu una norma per alcuni versi più forte di quella di altri Paesi UE, perché per esempio obbligava Enel a cedere parte delle proprie centrali per rendere in fretta e davvero competitivo il settore della generazione elettrica.

Demolizione del palazzo della Repubblica
(Berlino, 2008)
Il nuovo assetto avrebbe richiesto anni per applicarsi e deve tutt’ora farlo compiutamente. Prevede concorrenza nella produzione, trading e vendita di energia, monopolio nella gestione delle reti regolato da un’autorità indipendente dal Governo, che stabilisce appunto le tariffe delle attività regolate ma controlla anche correttezza degli operatori in concorrenza.

Si possono fare bilanci della liberalizzazione fino a ora? Sì:
  • Il parco delle centrali elettriche è quasi raddoppiato in capacità e si è in gran parte rivoluzionato in termini di efficienza ambientale ed economica (da vecchie centrali a olio combustibile o a gas ma inefficienti verso centrali flessibili ed efficienti già capaci di produrre circa 1/3 dell’energia da fonti rinnovabili).
  • La qualità del servizio soprattutto in termini di interruzioni di fornitura è enormemente migliorata.
  • Il prezzo di un cliente domestico-tipo in termini reali è rimasto quasi invariato, a fronte di investimenti in qualità ecologica e sicurezza della fornitura di centinaia di miliardi di Euro operati sia da soggetti di mercato sia regolati. 

Tutto bene quindi? No, non tutto: ecco cosa non va secondo Derrick (anche alla luce delle tante mail che riceve):
  • Gli inconvenienti commerciali legati alla telelettura del contatore, o anche solo all’accesso degli operatori ai dati anagrafici dei punti di consumo, soprattutto in fase di cambio di fornitore, sono ancora frequenti e in grado di diventare incubi per il cliente in termini di contenziosi e bollette farneticanti. Siamo un paese avanzatissimo per diffusione dei contatori elettronici (pagati in bolletta), eppure l’accesso ai dati tempestivi e affidabili di consumo ha ancora troppi buchi. E quindi applicazioni di reattività rapida automatica dei clienti domestici ai segnali di prezzo sono per ora solo abituale fantascienza da convegni.
  • Gli operatori integrati, che gestiscono sia reti sia vendita sul mercato libero e su quello tutelato, in alcuni casi (accertati dall’Autorità antitrust quelli di Enel e Acea) abusano della propria posizione di vantaggio informativo e dominanza per svolgere politiche predatorie sul mercato della vendita dell’energia, con danno alla concorrenza e quindi ai clienti, e con la tolleranza di fatto dei loro soci Governo e enti locali, evidentemente – e in parte inevitabilmente - interessati alle cedole.
  • In generale i venditori di energia non sono ancora del tutto capaci (o nei casi peggiori: disposti) a parlare un linguaggio chiaro ai clienti in termini di offerta commerciale. Credo questo si debba in parte a tardata acquisizione di cultura del mercato di massa nel settore energia, in parte a interventi troppo invasivi e burocratici del regolatore, che arriva a stabilire la terminologia di voci in bolletta senza che il risultato sia efficace in termini di comunicazione. Non mi stancherò mai di fare questo esempio: il corrispettivo “per il trasporto e per la gestione del contatore” cos’è? Un uso così gergale dell’italiano fa sì che quasi solo gli addetti ai lavori possano leggere la cosa giusta.

 Ringrazio Antonio Sileo

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martedì 12 marzo 2019

Dietro le quinte del car sharing elettrico (Puntata 390 in onda il 12/3/19)

Chicco Tagliaferri
con Michele Governatori
a Roma nel marzo 2019
Lutto - Ci è arrivata la terribile notizia della morte di Chicco Tagliaferri (la cui collaborazione rese possibile questa puntata) in seguito a un incidente stradale a Roma mentre camminava in strada.
A Roma nel solo 2017 sono morti 600 pedoni. Siamo tristissimi per Chicco e per le persone a lui vicine. Speriamo che il suo lavoro con Sharen'go a Roma si riveli prodromo dei successi che merita. (Giugno 2019)


Se vivete a Roma, Milano, Firenze o Modena avrete visto in giro quelle mini automobili gialle che non fanno rumore: è un car sharing elettrico.
Come per tutti i car sharing moderni, i clienti individuano i veicoli in una app, prenotano e poi aprono le portiere sempre tramite la app. Ci si muove liberamente pagando per il tempo utilizzato e poi si può lasciare il veicolo in qualunque luogo di sosta legittimo all’interno dell’area operativa del servizio, come per le bici condivise “dockless” o “free floating” (cioè, appunto, senza obbligo di riconsegna in punti specifici).

Altri servizi di car sharing usano auto con motori tradizionali, ma in termini di interazione con il cliente funzionano allo stesso modo.
Mentre le squadre di ricarica si preparano
la coautrice di Derrick Elisa Borghese
confabula con Chicco Tagliaferri
city manager di Roma di Sharen'go
Quello che con il car sharing elettrico è molto diverso è il rifornimento dei veicoli. Per ora, almeno nel caso italiano che stiamo analizzando, non è il cliente che se ne occupa in cambio di minuti gratis o altri vantaggi, bensì una squadra di logisti che, soprattutto di notte, gira la città per prendere le auto scariche e portarle in un punto di ricarica (in garage privati o colonnine pubbliche in strada). Qualcuno avrà già intuito che la questione della ricarica non è banale e che anche dalla possibilità di farla in modo efficiente dipende la sostenibilità di un car sharing elettrico.
Recentemente, insieme anche a una piccola squadra di ricercatori dell’università di Roma 3, mi sono intrufolato a Roma in una notte della ricarica delle macchinine gialle per vedere come funziona il lavoro. Ecco alcune delle cose che ho imparato:
  • Ci sono zone dove le auto subiscono più frequentemente danneggiamenti
  • Ci sono zone già dotate di colonnine di ricarica, altre invece da cui i logisti sono costretti a portare le auto relativamente lontano per ricaricarle
  • Il parcheggio illegale da parte dei clienti, con conseguente possibile rimozione del mezzo, costa carissimo all’azienda che gestisce il servizio (e dire che a Roma come in altre città i veicoli in car sharing elettrico possono parcheggiare nelle strisce blu, e che sono talmente piccoli che uno spazio legale si trova quasi sempre)
  • Anche l’occupazione illegittima dei parcheggi riservati alla ricarica elettrica è un problema, anche perché il codice della strada non fornisce ancora tutti gli strumenti per sanzionarla
  • Se un'auto si scarica completamente
    serve la chiave per aprirla e ricaricarla
    in loco quanto basta
    per spostarla a una colonnina
  • Alcuni dei (pochi per ora) proprietari di auto elettriche private provano scorno verso quelle shared che spesso occupano le colonnine (cosa comprensibile, ma è anche vero che le auto condivise, visti i loro effetti di decongestionamento della città, avrebbero molte ragioni per un accesso prioritario o comunque avvantaggiato alle infrastrutture di ricarica).
Dannosi anche i casi (sporadici) di tassisti che deliberatamente staccherebbero i cavi di alimentazione dalle auto condivise in carica, ritorsione che non impedirà al lavoro di tassista di diventare sempre meno diffuso, così come lo stesso car sharing di oggi cambierà, o addirittura finirà per come lo conosciamo, grazie alla capacità dei veicoli di muoversi autonomamente.


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sabato 2 marzo 2019

Finanza verde (Puntata 389 in onda il 5/3/19)

Oggi siamo con Simone Borghesi, professore dell'Università di Siena, direttore di Florence School of Regulation Climate, il gruppo di ricerca sui cambiamenti climatici dell'Istituto Universitario Europeo, e Presidente dell'Associazione Italiana degli Economisti Ambientali.


Proprio alla Florence School of Regulation, a Fiesole, si terrà l’11 e 12 aprile 2019 un seminario con esperti dell’accademia e delle istituzioni internazionali intitolato “Global Quest for Investment Finance for the Low Carbon Economy”. Al link sotto tutte le informazioni, ottenibili anche scrivendo a silvia.dellacqua@eui.eu.


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