martedì 23 luglio 2019

Seconda edizione Catalogo Minambiente dei sussidi ambientalmente rilevanti (Puntate 404-6 in onda il 23-30/7 e 6/8/2019)

Piazzetta a Castel di Tora (RI)

Quali sono alcune rilevanti, se non le principali sfide sociali ed economiche con cui dobbiamo confrontarci? Per quanto riguarda l’Italia direi:
  • La necessità di investimenti pubblici, soprattutto in istruzione, giustizia, ambiente
  • L’emergenza sanitaria delle circa 80 mila morti premature all’anno per inquinamento soprattutto da polveri sottili e ossidi d’azoto, in primis nei centri urbani della val Padana (solo Italia e Polonia in Europa hanno numeri così spaventosi)
    (La questione ambientale, naturalmente, si colloca nell’ambito della lotta globale ai cambiamenti climatici riguardo a cui l’Italia è impegnata per la sua parte in base agli accordi internazionali nell’ambito delle Nazioni Unite).
  • La povertà e la stagnazione economica.


Sarebbe favoloso se ci fosse una famiglia di interventi alla portata di agenda politica in grado di avere effetti positivi su tutte le questioni che ho elencato, no?

Bene, uno strumento promettente c'è: si tratta di una revisione della fiscalità con le seguenti caratteristiche di massima:

Colpire meno la produzione di reddito e più i consumi (l’Italia – che ha tasse generalmente alte per chi le paga – è piuttosto sbilanciata sui redditi)
Nell’ambito dei consumi, colpire quelli dannosi all’ambiente, e cioè che contribuiscono:
  • Al depauperamento della qualità dell’ambiente il cui degrado genera anche costi sanitari
  • Al consumo irrazionale di capitale ambientale pubblico (alla cui disponibilità anche le prossime generazioni hanno diritto)
  • Ai cambiamenti climatici (tramite emissione di gas a effetto-serra)

Una simile trasformazione non riguarderebbe solo una modifica alle aliquote esistenti delle varie imposte, ma anche una revisione della spesa fiscale, cioè del sistema delle esenzioni, che in Italia è così vasto che una riduzione shock delle imposte sui redditi per tutti potrebbe finanziarsi esclusivamente con tagli a regimi di favore per alcuni.

(Piccolo commento utile ai non economisti: quando si parla di tasse al consumo, le stesse valutazioni e ricette si possono applicare quasi indifferentemente alle tasse alla produzione. Esempio: se io metto un’accisa sul gas utilizzato per produrre elettricità posso chiamarla tassa sulla produzione di elettricità ma gli effetti si spostano comunque su chi l’elettricità la consuma. Entrambe sono imposte indirette, cioè che si applicano a transazioni e non alla generazione di reddito in sé).

Se una revisione organica del fisco nelle modalità di cui sopra ha potenzialmente così tanti vantaggi, perché viene auspicata in tanti accordi intergovernativi e risoluzioni parlamentari (anche in Italia) ma poi non attuata?

Una delle ragioni è che mettere le mani sul fisco significa produrre effetti distributivi anche importanti. Infatti lo si fa proprio per modificare gli incentivi economici di persone e imprese, e quindi soprattutto nel breve periodo c’è chi ci perde. E le categorie, anche piccole, che vengono immediatamente danneggiate sono tipicamente più interessate a farsi sentire e competenti sulla questione che le tocca di quanto lo sia l’opinione pubblica nel suo complesso. E per ridurre le rendite servono politici bravi, di lunghe vedute e capaci di ottenere consenso comunicando il senso del progetto e utilizzando sistemi di salvaguardia temporanei.

Una riforma del genere è tanto più urgente quanto più inadeguato è il sistema fiscale e parafiscale attuale rispetto agli obiettivi. Ce lo ricorda la nuova edizione del Catalogo dei sussidi rilevanti per l’ambiente del Ministero dell’Ambiente, recentemente diffuso e disponibile al link sotto. Un documento fondamentale e direi drammatico, che ci dice che sulla base di dati 2017 il sistema di sussidi pubblici diretti (trasferimenti), delle imposte e delle tariffe regolate in settori energia, acqua, rifiuti, ambiente sussidia attività dannose all’ambiente per oltre 19 miliardi/anno, mentre le aiuta per 15.

In altri termini: una revisione del sistema del fisco, delle tariffe e dei trasferimenti pubblici è urgente anche perché esso oggi ha un effetto netto dannoso all’ambiente e quindi a tutti gl’investimenti correlati alla sua salvaguardia e al progresso tecnologico relativo.
È come se noi pedalassimo verso la sostenibilità e l’innovazione ambientale, e qualcuno, sempre all’interno dello Stato, frenasse con più forza di quella esercitata sui pedali.


Entriamo nel merito della seconda edizione del Catalogo.

Premessa importante: cos’è un sussidio? Nella definizione OCSE, usata dal team di economisti in servizio al Ministero dell’Ambiente che hanno lavorato al documento, un sussidio è un trasferimento pubblico diretto o uno sconto fiscale o in tariffe regolate, che abbia l’obiettivo di garantire un vantaggio economico a chi lo riceve rispetto ai prezzi di mercato per la transazione a cui si riferisce. Quindi, per esempio, in questa definizione, se la pubblica amministrazione compra un bene o un servizio, questo non è un sussidio a chi lo vende, a meno che esso non sia pagato più del valore di mercato.

L’attuale edizione del catalogo è la seconda (anche la prima è stata considerata qui, e sotto c’è il link alle vecchie puntate) e comporta alcune novità, tra cui:
  • Analizza solo sussidi potenzialmente rilevanti per l’ambiente (comprensibile, anche se in parte è un peccato perché la precedente era interessante anche come mera analisi complessiva della spesa fiscale in Italia, analisi che oggi è portata avanti, a mio avviso con parecchie lacune, da una apposita commissione MEF che produce un allegato al documento di economia e finanza - Vd. link sotto su spesa fiscale)
  • Include un’analisi di finanziamenti istituzionali italiani a progetti internazionali
  • Considera nuovi sussidi dannosi all’ambiente, i più interessanti dei quali mi sembrano:
    • vantaggi fiscali alle auto aziendali a uso promiscuo (questo è un tema clamoroso cui dedicheremo una puntata specifica per la quale ho già chiesto aiuto all’economista italiano che più se n’è occupato stando alla bibliografia dello stesso Catalogo)
    • sconti nelle tariffe del servizio idrico
    • sconti a clienti energivori nelle bollette elettriche

Questi ultimi due punti meritano una piccola digressione: anche nell’impostazione recente della legislazione UE si prevede che alcune forme di welfare su beni essenziali come l’acqua e l’energia debbano passare attraverso prezzi politici nell’accesso a tali beni. Questo comporta gravi effetti collaterali sull’uso razionale delle risorse stesse, ed è spesso anche dannoso sul piano redistributivo. Per esempio: io che consumo meno acqua ed elettricità in casa rispetto alle quantità considerate normali ricevo una riduzione fiscale del prezzo di questi beni. Il che mi rende meno interessato a consumarli razionalmente. Inoltre, il mio reddito non è così basso da poter considerarmi in condizioni di povertà energetica e idrica, e questi sconti sono pagati anche da contribuenti che nell’ambito del sistema fiscale progressivo non dovrebbero trasferire risorse a me. Diciamo che la retorica dell’”acqua pubblica” (definizione che di per sé è molto ambigua) sta facendo danni legislativi, rendendo l’acqua più “pubblica” sì, ma nel senso che i suoi sprechi sono pagati con risorse pubbliche.
  

Quanto sono davvero ambientali le imposte ambientali attuali?

Lo studio European Implementation Review delle politiche ambientali della Commissione UE, citato nel Catalogo, ci dice che le imposte ambientali nell’UE 28 sono solo il 6,3% circa di entrate fiscali e contributi previdenziali e meno del 2,5% del PIL (il valore più alto è in Danimarca e il più basso in Slovacchia). 

L’Italia si colloca in fascia alta, il che porta a dire che le imposte ambientali in Italia ci sono (in termini di loro classificazione formale) ma – alla luce del Catalogo e di altri studi - apprendiamo che esse sono sia inadeguate a disincentivare le attività effettivamente dannose all’ambiente, sia largamente insufficienti a contrastare i sussidi dannosi.
In effetti una parte importante delle imposte classificabili come ambientali si applica alla produzione o consumo di energia e ai trasporti che solo approssimativamente – anche se negli anni ci sono stati miglioramenti per esempio sulla tassa di possesso auto e con il recente ecobonus - si legano a danni ambientali (per esempio: le accise sui carburanti non sono legate alle emissioni, e su questo nel Catalogo c’è un ampio focus sulla disparità di trattamento di accise tra benzina e gasolio per autotrazione, dove quest’ultimo continua a essere irrazionalmente avvantaggiato).

Veniamo finalmente a una sintesi dei numeri principali del Catalogo:

Sussidi Ambientalmente Dannosi (SAD) indiretti – cioè erogati tramite facilitazioni d’imposta: (dove non specificato stime 2018 – arrotondamento ai 50 milioni più vicini) (in milioni di Euro)
  • Esenzione accisa energia elettrica a consumatori domestici residenti con potenza installata bassa e solo su una prima fascia di consumi: circa 600 (destinati peraltro a ridursi)
  • Esenzione accisa carburanti aerei: 1.600 (2017)
  • Riduzione accisa carburante navigazione marittima: 500 (2017)
  • Riduzione accisa carburante autotrasporto pesante: 1.250
  • Sussidi indiretti a impiego prodotti energetici in agricoltura: 850
  • Differente accisa gasolio-benzina: 4.900
  • Agevolazioni a grandi consumatori di energia: 1.250 (la tabella del Catalogo considera queste esenzioni assenti due anni prima, ma in realtà venivano comunque erogate in altre forme, alcune delle quali tutt’ora esistenti)
  • Vantaggi fiscali a auto aziendali: 1.250 (2017)


Il tutto a fronte di sussidi diretti favorevoli di circa 15 miliardi, di cui 12 di sussidi alle fonti d’energia rinnovabili, attraverso le bollette elettriche.


Gli autori del documento

Chi c’è dietro la redazione di un testo così vasto, accurato e importante? Un team di economisti ambientali di un’agenzia esterna al Ministero dell’Ambiente, chiamata Sogesid, i cui servizi la legge di bilancio 2019 prevede saranno progressivamente non più acquistati dal Ministero con stop totale nel 2024. Non sappiamo quindi con quali risorse umane e di competenza potrà continuare questo lavoro fondamentale di supporto alle politiche di transizione ambientale.


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martedì 16 luglio 2019

Relazione ARERA 2019 (Puntata 403 in onda il 16/7/19)



Quale migliore buongiorno agli ascoltatori di Derrick di questo! Grazie davvero a Stefano Besseghini, presidente dell’autorità energia acqua e rifiuti, che il 04/7/2019 ha presentato alla Camera dei Deputati la sua relazione annuale 2019.

Proprio dai tomi della relazione annuale (link sotto) estraiamo in questo alcuni dati salienti per il comparto energia, cominciando con l’elettricità.

Negli ultimi tre anni (il 2018 è l’ultimo per cui ci sono dati consuntivi pressoché completi) i consumi si sono stabilizzati a 303 TWh complessivi, con una riduzione di quelli industriali dal valore massimo di 155 TWh nel 2007 fino a 126 nel 2017, mentre il terziario ha in parte compensato con un aumento (da 90 a 105 TWh).
Autorità dell'Energia, Stefano Besseghini il nuovo presidente © ANSA
Stefano Besseghini in un'immagine dal sito Ansa
Come abbiamo visto in una puntata recente, la decentralizzazione della generazione elettrica in Italia si sta, seppur lentamente, realizzando insieme allo sviluppo delle fonti rinnovabili, che pure ha avuto una forte battuta d’arresto in attesa dei nuovi regimi di incentivo e dopo la fine, per i nuovi impianti di grandi dimensioni, di quelli in molti casi generosi del passato.
Nel 2018 le fonti rinnovabili hanno inciso sulla produzione di energia elettrica italiana per circa il 39%. Lo stesso quoziente nel 2004 ammontava al 18%. (Rispetto ai consumi il rapporto è leggermente inferiore, dato che l’Italia ha importato nel 2018 il 13,9% del suo fabbisogno).

Il costo degli incentivi alle fonti rinnovabili di generazione elettrica sulle bollette (inclusa una categoria ormai residuale di impianti non rinnovabili ma comunque beneficiari di incentivi con finalità ecologiche) ha proseguito la sua riduzione anche nel 2018, ma resta rilevante: circa 11,6 miliardi di euro per 63 TWh di energia elettrica incentivata. Per il 2019 l’Autorità prevede una leggera ulteriore riduzione a 11,5 miliardi di Euro.
Il motivo della lentezza del calo è che i diritti di incentivazione acquisiti dagli impianti durano fino alla fine delle relative convenzioni, e quindi anche ridimensionamenti notevoli delle regole sugli incentivi hanno effetti sulle bollette differiti nel tempo.

Durante numerose ore del giorno, soprattutto nell’Italia meridionale, la quantità di energia prodotta dagli impianti fotovoltaici ed eolici è stata (e sempre più spesso sarà) superiore al fabbisogno locale momentaneo. Questo rende necessario “evacuare”, come dice il gestore della rete elettrica, il surplus di energia in altre zone causando un fenomeno chiamato “inversione di flusso”. Si tratta di questo: energia prodotta da impianti collegati a una rete di distribuzione locale, non consumata all’interno della stessa rete, deve essere trasformata a tensioni più alte e immessa nella rete nazionale per essere trasferita altrove, con conseguenti perdite di energia che non si sarebbero verificate in caso di consumo locale.
Altro fenomeno che si consolida è che nella borsa elettrica (il mercato all’ingrosso orario dell’elettricità) le ore a prezzo più alto sono spesso quelle preserali, in cui il sistema non può più contare sull’energia fotovoltaica ma ha ancora consumi relativamente elevati nel settore industriale e terziario.

Se i consumi di elettricità sono stabili, quelli di gas continuano a diminuire. Nel 2018 il consumo netto è stato di 70,3 miliardi di m3 dai 72,7 del 2017. Numeri simili a quelli di 20 anni fa, quando, se ricordo bene, l’allora amministratore delegato di Eni si preparava a prospettive di 100 miliardi mentre la punta massima sarebbe stata, nel 2005, di solo 85,3. Più in dettaglio, i consumi industriali nel 2018 sono cresciuti del 4,1%, mentre quelli per generazione termoelettrica sono calati dell’11%. Più o meno invariato invece il consumo di residenziale e terziario.
Anche le importazioni nette di gas hanno subito una contrazione (del 2,7%).

Ringrazio per questa puntata Chiara Governatori e ancora una volta Stefano Besseghini per il suo saluto.


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domenica 16 giugno 2019

La transizione energetica europea (Puntate 401-2 in onda il 18/6 e 2/7/19)

Giacomo Balla
Le quattro stagioni in rosso - Estate
Il 14 giugno 2019 è stato pubblicato nella Gazzetta Ufficiale UE il cosiddetto “quarto pacchetto” delle norme che guideranno i mercati dell’energia europei dei prossimi anni. Norme che seguono un’evoluzione che anche i non addetti al settore si sono ormai abituati a sentirsi raccontare, in particolare riguardo all’accelerata transizione verso le fonti d’energia rinnovabili, alla maggiore importanza della generazione elettrica distribuita e di piccola scala, anche con l’arrivo di entità collettive (energy community) per ora descritte in modo un po’ generico ma che dovrebbero avere un ruolo nel futuro prossimo. Ruolo che si sovrapporrà potenzialmente con quello di produttori e venditori di energia e dei gestori delle reti elettriche locali.
Il “quarto pacchetto” si inserisce in un altro processo europeo fondamentale: gli obiettivi ambientali al 2030 e oltre, già condivisi nei mesi scorsi, che hanno evidentemente enormi rapporti con la regolazione del settore energia e non solo.
Questo processo prevede, tra le altre cose, che gli Stati Membri inviino piani energia-ambiente (cosa già avvenuta) che poi l’Unione valuterà in termini di coerenza rispetto agli obiettivi comunitari al 2030, obiettivi che ricordo qui:
  1. riduzione almeno del 40% delle emissioni di gas a effetto serra (rispetto ai livelli del 1990)
  2. una quota almeno del 27% di energia rinnovabile
  3. miglioramento almeno del 27% dell'efficienza energetica (rispetto allo scenario senza interventi).

Sorprendentemente, almeno rispetto alle attese riguardo al programma ambientale dei Cinque Stelle, il piano presentato dal Governo italiano è per molti versi più cauto degli stessi obiettivi europei. Uno studio della European Climate Foundation che mette a confronto i vari piani-bozza presentati (scaricabile sotto) dà un giudizio piuttosto negativo al piano italiano in termini di obiettivi e efficacia e chiarezza delle politiche proposte, con l’eccezione (ma sto inevitabilmente semplificando) delle politiche sull’efficienza energetica.


Efficienza energetica e minibot

Piccola digressione su questo: l’Italia, che già strutturalmente è un Paese con buona efficienza energetica (cioè un rapporto tra PIL e energia consumata relativamente alto) ha anche politiche rilevanti per l’efficienza, a partire dalle generose detrazioni fiscali per ristrutturazioni e investimenti sugli apparati energetici degli edifici, detrazioni che tra l’altro si stanno evolvendo per rendere più semplice cedere il credito fiscale a intermediari, in modo da poter fare gli interventi senza dover anticipare le somme necessarie. Sono quindi molto rilevanti in materia (a mio avviso potenzialmente esiziali) le idee sempre più insistenti sui “minibot”, cioè i titoli di Stato di piccola taglia cari al presidente della commissione economia leghista alla camera Claudio Borghi. Questi titoli, infatti, sia secondo un documento curato dallo stesso Borghi e diffuso nei mesi scorsi sia secondo una mozione passata in parlamento il 28/5/2019 anche con i voti dell’opposizione (alcuni dei cui esponenti hanno però dichiarato essersi trattato di errore) potrebbero essere usati per pagare crediti verso lo Stato. Ora, se lo Stato mi dicesse che le rate di detrazione della mia pompa di calore con cui ho reso elettrico ed efficiente il mio riscaldamento a fronte di un discreto sacrificio economico iniziale me le pagherà con un altro credito anziché con soldi, io avrei molto da ridire. E questo non aumenterebbe la mia fiducia verso lo Stato rispetto a possibili ulteriori investimenti. Se teniamo conto dell’importanza del settore edilizia per la crescita economica, credo si possa dire che renderne incerti gli investimenti sia molto pericoloso.


Verso l'autarchia energetica locale?

Torniamo alle comunità energetiche: esse dovrebbero permettere anche di instaurare veri e propri mercati di vicinato dell’energia. Un’idea che istintivamente piace quasi a tutti, perché suggerisce mutualismo e autosufficienza di zona, ma che tradurre in azioni pratiche è piuttosto difficile. Infatti, se le reti elettriche locali sono oggi gestite come monopoli non è per amore del monopolio in sé da parte del legislatore, ma perché, come spesso avviene nelle reti, una loro gestione unitaria, che preveda da un lato il divieto di duplicazione e dall’altro regole prestabilite sul livello di servizio e garanzia di tutti all’accesso a condizioni eque, è più efficiente per la comunità nel suo complesso. Quindi, se è vero che è carina l’idea di vendere il surplus di produzione del mio tetto fotovoltaico al vicino, non è chiaro per ora come dovrebbe essere disciplinato l’accesso alla capacità di trasporto – seppur per piccole distanze – di quell’energia. Passo un cavo dal balcone? Uso la rete condominiale come fosse una rete di distribuzione? Sarò io a far fattura al vicino? A che prezzo?


Il nodo stoccaggio

Quel che è certo è che l’enorme quantità di rinnovabili che dovremo installare per raggiungere gli obiettivi ambientali renderà il sistema elettrico più distribuito e meno programmabile. Occorreranno quindi anche sistemi di stoccaggio dell’energia per spostarla dai momenti in cui gli impianti rinnovabili producono a quelli in cui in effetti l’energia serve. In assenza di stoccaggi sufficienti, secondo il Governo e secondo il gestore della rete ad alta tensione Terna, potrebbero servire più centrali programmabili a gas per fare da backup

Proprio in questi giorni il Governo sta infatti lanciando un sistema di remunerazione della capacità della generazione elettrica pensato soprattutto per le centrali programmabili (e i progetti per nuovi impianti di questo tipo sono tutti a gas) che vede l’opposizione di alcuni operatori in particolare delle fonti rinnovabili (tema che non approfondisco perché sarei in conflitto d’interessi con la mia professione).
E come si fa lo stoccaggio elettrico? Oltre che con le centrali idro a bacino, con le batterie di taglia industriale, per ora piuttosto costose e relativamente inefficienti.
Esistono altre alternative, come lo stoccaggio elettro-termico appena presentato da Siemens-Gamesa insieme all’università di Amburgo: un sistema che riscalda con una resistenza elettrica rocce vulcaniche che poi restituiscono il calore a un ciclo a vapore che produce elettricità quando serve. Efficiente sul piano energetico? Poco, così come è inefficiente una vecchia stufetta a resistenza. A meno che non si abbiano surplus di produzione inevitabili e si voglia ricorrere a sistemi di recupero che richiedano investimenti limitati.


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martedì 11 giugno 2019

L'industria dell'istruzione (Puntata 400 in onda l'11/6/19)

Spesa privata in istruzione
(immagine dall'Economist 13 aprile 2019)
I miei nonni hanno avuto figli poco prima, durante o poco dopo la seconda guerra mondiale. Erano poverissimi, ma intuivano che sarebbe convenuto al benessere della famiglia togliersi il pane di bocca pur di far studiare i figli. Se oggi ho una vita stimolante, per quanto faticosa, lo devo a loro.

Cosa ci è successo da allora? Riusciremo a uscire da questa sorta di nuovo patto populista che promuove il “buonsenso” (cioè la permeabilità a slogan fallaci ma facili) contrapposto alla competenza? Patto di cui anche la Radio che trasmette questa rubrica, o meglio i suoi ascoltatori, rischiano di fare le spese.

Ma se guardiamo al mondo, soprattutto all’Asia, i ragionamenti dei miei nonni non sono affatto passati di moda. Il mondo investe sempre di più in istruzione privata che si aggiunge a quella già fornita dagli Stati e che in molti casi opera in coordinamento con essa.
India, Cina, Vietnam sono i Paesi in cui l’industria dell’istruzione sta decollando in modo impressionante, avendo quasi triplicato il fatturato in dieci anni. Lo racconta un prezioso speciale apparso sul numero dell’Economist del 13 aprile 2019. L’istruzione privata funziona anzitutto come soluzione alle lacune di quella pubblica, e lo fa per le classi deboli ancor più che per le élite.
Nella poverissima Haiti l’80% degli alunni elementari vanno in scuole private. A Sangham Vihar, un immenso slum a sud di Delhi, un insegnante locale ha fondato una scuola per 2000 studenti con rette a partire da 12 dollari al mese (un discreto sacrificio per le famiglie, che però così riescono a emanciparsi). Altre organizzazioni sono multinazionali finanziate da grandi fondazioni, compresa quella di Bill Gates. Nei Paesi più indietro nello sviluppo, la disponibilità di una comunità di insegnanti locali è un fattore-chiave nella nascita di scuole. In casi più evoluti, le scelte dei genitori e la concorrenza tra scuole influenzano positivamente anche l’offerta pubblica.

Naturalmente la mal posta dicotomia pubblico-privato è un tabù bloccante sia per alcuni governi che per parte dell’opinione pubblica, ma deriva perlopiù da manicheismo di vedute. Un servizio quando è pubblico? Quando la struttura che lo rende possibile è di proprietà pubblica? Quando chi ci lavora è dipendente dello Stato? Quando la fruizione non prevede un pagamento oltre alle tasse? (se fosse così, dalle elementari al liceo – tutti statali - mia figlia non ha mai avuto una scuola pubblica visto che tutte pagano una parte cospicua delle spese correnti – stipendi esclusi – con collette tra i genitori). Oppure un istituto è pubblico quando chi lo esercita non può fare profitti? E perché mai un bravo insegnante non dovrebbe avere aspettative di essere pagato più di uno scarso, come avviene spesso a un bravo manager o a un bravo chef?
Più sensato ritenere che un servizio sia pubblico quando è pubblicistico il modo in cui esso è accessibile – cioè effettivamente disponibile e pagato con le tasse o eventualmente con una retta a prezzo sussidiato per le famiglie che ne hanno bisogno - e in cui le sue prestazioni e qualità sono verificate e garantite da un organo pubblico.

In termini di partnership pubblico-privato nell'istruzione, uno dei più interessanti laboratori al mondo è quello del Cile dove i cittadini decidono dove spendere un voucher pagato dalle tasse, ma anche in Olanda, per esempio, lo Stato finanzia scuole di natura pubblicistica ma gestite da privati. Nei Paesi in via di sviluppo, queste partnership sono spesso un modo quasi obbligato per gli Stati di accelerare lo sviluppo dell’offerta più di quanto riuscirebbero da soli.

Anche nel settore dell’istruzione specializzata per adulti, questa invece perlopiù di natura privatistica, le attività crescono velocemente, grazie anche alle possibilità della tecnologia, che permette modi di fruizione diversi dall’aula tradizionale e spesso coinvolge come insegnanti dei professionisti iperspecializzati che si trasformano in docenti solo in alcuni momenti della loro vita professionale.

Quando guardiamo al mondo e ci chiediamo quali saranno le grandi potenze di domani, e se noi saremo tra esse, dovremmo forse guardare ai trend di spesa in istruzione (pubblica e privata) come primo indicatore.


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domenica 2 giugno 2019

Alitalia in bolletta? (Puntate 381 e 399 in onda il 18/12/18 e 4/6/19)

Con la questione “Alitalia in bolletta” la scorsa settimana è stata una di quelle rare volte in cui temi relativamente tecnici che questa rubrica racconta sono finiti nel circuito dell’informazione generalista.
Il Governo, come aveva già tentato alla fine del 2018 e come Derrick aveva documentato già allora (testo della puntata qui sotto), ha inserito in una norma in fase di discussione in Parlamento (il cosiddetto decreto “crescita” da convertire in legge) un espediente che gli permetterebbe di trovare i soldi per coprire la mancata restituzione del prestito pubblico ad Alitalia.
Come gli ascoltatori di Derrick sanno, le bollette elettriche, anche quelle del cosiddetto mercato libero, cioè con offerte scelte al di fuori di quelle standard regolate dall’Autorità per l’Energia, hanno componenti principalmente di quattro tipi:
  1. Quelle che riguardano i costi variabili della generazione elettrica.
  2. Altre che riguardano l’infrastruttura elettrica che serve a portare quell’energia fino al consumatore e a misurarla.
  3. Altre ancora che hanno una natura parafiscale, cioè fini redistributivi perlopiù di due tipi: uno per sussidiare le fonti rinnovabili, l’efficienza, la ricerca, un altro per sussidiare alcune categorie di clienti (un'operazione del tutto criticabile a parere di Derrick, anche perché disincentiva la stessa efficienza per cui vengono elargiti altri incentivi).
  4. Le imposte vere e proprie.

Il funzionamento della parte amministrata di una bolletta così complessa, i cui parametri variano nel tempo, richiede anche una sorta di “polmone” che permette a chi ne gestisce le partite di avere un margine per poter erogare denaro a chi ne ha diritto anche quando la raccolta non segue lo stesso andamento (perché magari legata a tempi di aggiornamento differenti). Questo “polmone” si chiama Cassa per i Servizi Energetici e Ambientali (CSEA) ed è gestita dal Governo su regole dell’Autorità dell’Energia. Essa opera i conguagli delle bollette e quindi ha e deve avere un attivo di liquidità adeguato.

A questa liquidità il Governo ha deciso nuovamente di attingere per mantenere il prestito ad Alitalia, un’azienda di mercato a cui auguro lunghissima vita sulle proprie gambe e grazie alla propria capacità competitiva, ma che non c’è motivo per cui venga protetta da soldi pubblici, visto che non eroga servizi che non siano erogabili da altre aziende, tra l’altro potenzialmente con gli stessi cespiti e lo stesso personale. (Su cosa succede quando una compagnia aerea fallisce c’è una specifica puntata di Derrick - link sotto).

Qual è l’effetto di far pagare a CSEA il prestito? L’effetto è che il sistema delle bollette diventa creditore di Alitalia e quindi a subire il rischio di un’insolvenza per lo stesso importo, e che il sistema dei conguagli deve sostenere maggiori costi finanziari per ricostituire il margine di liquidità. Rischi e costi che in ultima analisi finiscono per pagare tutti i clienti elettrici.

Perché una soluzione del genere da parte del Governo? Io mi do questa spiegazione: se quella delle bollette è parafiscalità e non fiscalità vera e propria, il Governo pensa forse che sia un “paraiuto” di Stato o che sia un “paradebito” in capo ai cittadini quel che sta cercando di fare, e pensa quindi che si possano così eludere sia i vincoli sulla disciplina degli aiuti di Stato, sia quelli sul bilancio pubblico. A logica, non è così. Sentenze della Corte di Giustizia dell'UE su temi simili hanno già stabilito che l’uso delle componenti regolate delle bollette non può eludere le norme generali sugli aiuti pubblici alle aziende.



Puntata 381 del 18/12/18

Utili e angoscianti le parole di Draghi che inaugurando il 15 dicembre 2018 l’anno accademico della scuola superiore Sant’Anna di Pisa ha ricordato come la spesa pubblica in particolare degli anni ’80 pesi su chi oggi e nei prossimi decenni pagherà le tasse e fruirà di meno welfare.

Scalinata all'Avana
fotografata da Derrick nel 2017
Oggi che il debito è alle stelle, spostare i costi ulteriormente in avanti è meno fattibile. Anche per questo qualunque trucco per fare nuovo debito pubblico in modo creativo e non monitorato è allettante. Anni fa la tecnica fu la vendita alle banche da parte di amministrazioni locali e centrale di derivati sui tassi d’interesse che permettevano un introito istantaneo a fronte di un rischio pubblico sui tassi futuri, ma poi – anche se a danno ormai fatto - per fortuna le regole dei bilanci sono diventate più attente a questi aspetti.

Gli ascoltatori di Derrick sanno che il mondo delle bollette soprattutto elettriche ha componenti che riguardano politiche legate non sempre direttamente al mondo dell’energia e che invece afferiscono alla cosiddetta politica industriale o al welfare.

Le bollette possono anche essere usate per fare debito nascosto. Per esempio, un’autorità dell’energia che decide di congelare aumenti tariffari legati a condizioni di mercato sta di fatto accendendo un debito a carico delle bollette future per evitare un aumento di quelle presenti. Un’operazione finanziaria certamente dubbia, perché sfugge a qualunque regola di controllo sul debito pubblico pur trattandosi di parafiscalità, ma pur sempre un’operazione all’interno del mondo delle partite regolate per legge attraverso le bollette.

Ma può succedere, e ogni tanto succede, anche una cosa molto più inquietante e arbitraria: che liquidità presente nel sistema dei conguagli delle bollette sia forzosamente sottratta per coprire poste del sistema fiscale vero e proprio.
E qui arriviamo al caso d’attualità: un articolo apparso su Quotidiano Energia il 13 dicembre 2018 racconta che la bozza del DL “semplificazioni” approvato dal Consiglio dei Ministri prevede che il rimborso del prestito ponte da 900 milioni più interessi ad Alitalia sia coperto da un versamento da parte della Csea a favore del conto corrente di tesoreria centrale. La Csea, appunto, è la cassa che fa i conguagli delle partite parafiscali (e anche altre) delle bollette.
Ora. Se i più smaliziati degli ascoltatori di Derrick già temono – salvo provvido intervento dell’Antitrust – di pagare il salvataggio pubblico di Alitalia anche con biglietti del treno più alti vista la costituzione di un quasi monopolista pubblico dei trasporti via terra e aria, scommetto che pochi immaginavano il rischio di pagarlo anche in bolletta.


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sabato 18 maggio 2019

Amsterdam-Zurigo in bici (Puntate 397-8 in onda il 21-28/05/19)

Il gruppo nei pressi di Wageningen (Olanda)
Questa puntata avrà qualche analogia con quelle del ciclo “le camminate impossibili”, reportage di percorsi fatti inconsuetamente a piedi, ma qui si tratta di un viaggio in bici, piuttosto lungo: da Amsterdam a Zurigo, 870 chilometri in 9 giorni e mezzo, nel quale sono stato coinvolto da Michele Sciuto, un mio amico, fisico di formazione oggi professionista esperto di automazione industriale ad Amsterdam, la cui casa è stata la base di partenza. Con lui altri due amici: Cesare Navarotto, che conosco da 40 anni, già responsabile del canale web di Quotidiano Nazionale a Bologna, e Vittorio Lagomarsino conosciuto invece qui, architetto genovese, tutti più che quarantenni. Per due tappe e mezzo sarà con noi anche il giovanissimo Timothy Baldacci, designer di interni toscano stabilitosi ad Amsterdam.

Per me si è trattato di un esperimento completamente nuovo. Non credo avessi mai percorso prima più di una quarantina di chilometri di fila in bici, e mai in giorni consecutivi.
La bici, ordinata in precedenza da Michele, l’ho ritirata al Decathlon di Amsterdam il giorno prima della partenza, una bici “da corsa” economica, con telaio in alluminio, freni a ganascia, gomme sottili, che ho dovuto subito appesantire con una struttura per borse posteriori laterali. Con l’incoscienza dell’incompetenza, ho tenuto la sella fornita con la bici, piuttosto dura e sottile. Scelta che alla fine non si rivelerà poi cattiva.

Pronti alla partenza
Il 27 aprile 2019 ad Amsterdam il cielo è minaccioso ma verso le 10 di mattina non piove, e si parte. Cesare e Michele sono dotati rispettivamente di navigatore da bici e supporto per telefonino in modo da poterne consultare il display pedalando. Io novellino non ho questi accessori, ma ho comprato un software che permette di pianificare e memorizzare un percorso sul telefono per poi ricevere indicazioni in cuffia mentre si va. Saranno circa 150 i chilometri che farò in solitaria usando la navigazione, perché avanti o indietro rispetto al gruppo o per aver scelto percorsi diversi intanto che ascolto dalla voce sintetica toponimi olandesi, tedeschi e francesi sempre pronunciati all’anglosassone con esiti comici.

Attraversare Amsterdam si rivelerà la parte più pericolosa del viaggio, con ciclisti che vanno come matti e non sono ligi alle corsie come invece sperimenteremo in Germania.
Per fortuna siamo presto fuori città. Il tracciato punta ora a Sud-Est verso Ede, a un’ottantina di chilometri dalla capitale, e prima di arrivarci becchiamo il primo acquazzone. Che ci sia un’area portabici nell’hotel olandese è scontato, e la quasi totalità della tappa l’abbiamo fatta su ciclovie asfaltate.

Il giorno dopo Timothy si aggiunge al gruppo dalla stazione di Ede, e dopo solo due mulini a vento avvistati e molti miasmi bucolici di campi in concimazione lasciamo l’Olanda a Grafwegen, un paesino di campagna che prelude all’attraversamento della bellissima foresta Reichswald in un rettilineo di oltre 5 chilometri di leggero saliscendi.
Più tardi invece il percorso purtroppo si affianca a strade anche trafficate, ma ne è quasi sempre segregato.
Io temevo dolore al sedere, ma arrivati in hotel mi accorgo di avere un problema peggiore: il tendine d’Achille sinistro è rosso e dolorante. Sono preoccupato e salto la cena.

La terza tappa ci porta ad affiancare per la prima volta il Reno, che poi ci farà a lungo compagnia, a Neuss, una città-satellite di Düsseldorf.
Cattedrale di Colonia
Arriviamo a Colonia nel pomeriggio inoltrato dopo una giornata di sole. Infatti Michele, che per quasi tutta la tappa ha portato sulla sua bici le mie borse per darmi sollievo al tendine (è il duro del gruppo, oltre che il più esperto e l’organizzatore. Ostenterà quasi sempre calzoni corti malgrado il clima spesso rigido, quasi ogni mattina sbraiterà se gli altri - io in primis - non sono pronti) è visibilmente abbronzato. Io invece la sera zoppico vistosamente. Spalmo un antinfiammatorio sul tendine che ha un pessimo aspetto e brucia sfiorandolo o a contatto con l’acqua anche solo tiepida. Su consiglio del mio medico (appassionato di ciclismo) abbasso un po’ la sella per smettere di distendere il tendine a fine pedalata.
L’aspetto nero e striato dell’enorme cattedrale di Colonia la fa sembrare reduce da un incendio.

Nel paesino di Widdig
a S dell'immensa zona industriale di Colonia
inizia un lungo tratto di ciclovia sul Reno
Il giorno dopo attraversiamo nella prima ora zone industriali con tanto di ciminiere a perdita d’occhio. Poi iniziano finalmente lunghi tratti di ciclovia sull'argine del Reno, e ci concediamo una seconda colazione nella graziosa piazza di Bonn. Qui Timothy ci lascia per tornare in treno ad Amsterdam.

Verso la prossima sosta prevista a Coblenza pedaliamo quasi sempre di fianco al Reno, tra tranquille aree verdi, paesi con grandi hotel un po’ andati che mi ricordano sanatori, imbarcaderi e chiatte che risalgono il fiume più lente di noi. Per evitare sfregamenti tendinei pedalo con dei sandali in pelle sopra ai calzini, sembro quasi un locale.

Centrale nucleare in smontaggio di Mülheim-Kärlich,
sul Reno a pochi km a N di Coblenza
Mi fermo ad ammirare la centrale nucleare di Mülheim-Kärlich, che scoprirò avere una stranissima storia, quasi italiana, di anomalie autorizzative che ne hanno impedito l’operatività per gran parte della sua esistenza. Ora stanno proprio smontando la torre di condensazione lavorando apparentemente con una cabina a cavalcioni dell’orlo superiore, senza gru.

Mi sento meglio e stavolta non mi perdo la cena tedesca.

Vigneti e pale eoliche
vicino a Gumbsheim,
in una zona collinare
del Rheinhessen 
Da Coblenza torno a pedalare a pieno carico liberando Michele dalle mie borse. Lasciamo la bella cittadina il primo maggio per la riva sempre sinistra (orografica) del Reno ancora avvolta di foschia. La zona ora è collinare, si alternano castelli nelle alture e villaggi medievali non lontani dalla ciclovia.
Il piano prevede di staccarci dal fiume a Bingen, per evitare una decisa ansa verso Est e proseguire più razionalmente verso Sud, il che implica però per la prima volta dislivelli notevoli e salite dure tra stradine in cemento o sterrate in mezzo a vigneti, parchi eolici e paesini tombalmente quieti nel giorno festivo.
I miei compagni imboccano un tratto particolarmente impervio che io preferisco non fare con le mie ruotine, così devo riprogrammare un percorso più lungo e su strada statale, e resto parecchio staccato dal gruppo.

Assaporo così in pieno la sensazione un po’ inebriante di gestire le mie forze mentre sento che il corpo risponde al nuovo stress e mi sembra che potrei continuare per mesi a fare 100 km al giorno.

Vicino al villaggio storico di Alzey pernottiamo in un motel probabilmente nato per ospitare le squadre di costruzione e manutenzione della selva di rotori eolici. Niente ricovero per le bici stavolta: dormono in stanza con noi.

Al confine tra Germania e Alsazia
Una coppia locale ci rimprovera di bere birra proprio qui nella regione del vino: recuperiamo già il giorno dopo a pranzo io Cesare e Vittorio, approfittando del ritardo di Michele che per una riunione al telefono ci ha dato un paio d’ore di vantaggio. Del resto la Weinstrasse, nella parte meridionale della regione del Rheinhessen, è disseminata di cantine e locali con degustazione.

Da giorni le previsioni minacciano pioggia, e la pioggia arriva a Erxheim. Peccato: avevo voglia di andare ancora, invece pochi chilometri più a sud dobbiamo concludere la tappa.

Il 2 maggio andiamo a riprendere il Reno al confine con l’Alsazia, in una bellissima zona di parchi verdi con canali, chiuse e postazioni per il birdwatching. Per quasi tutto il tratto in Alsazia a sud di Strasburgo affiancheremo un canale parallelo al fiume spesso interrotto da chiuse con tanto di casette d’azionamento e ponticelli. Mentre il gruppo decide di raggiungere il capoluogo via strada automobilistica, io resto fedele al fiume e percorro 20 chilometri ininterrotti di rettilineo di fianco all’argine scalabile solo in alcuni punti di attracco per chiatte, che in questa zona sono collegati a fabbriche con nastri trasportatori sospesi. Qui Francia, di là dal fiume Germania.
“Area di pericolo tecnologico” dice più pomposo che inquietante un cartello prima di ogni insediamento industriale.

Strasburgo
La città del Parlamento europeo mi accoglie con chilometri di parco rigoglioso e cartelli che ricordano che mi trovo sulla ciclovia europea 15 finanziata con fondi strutturali UE.
Attraverso il centro affollato di turisti e colorato fermandomi brevemente: ho voglia di pedalare e riprendo subito per il canale. Ma le nuvole rabbuiano tutto. Ho poca carica nel telefono che tengo spesso offline, finché ricevo un messaggio di Cesare arrabbiato perché si aspettava che il gruppo si ricomponesse a Strasburgo.
Mi faccio perdonare prenotando per la notte al castello (sic) di Werde, dove arrivo bagnato e infreddolito ma abbastanza in anticipo sugli altri da farmi una doccia calda lunga a piacere.
Il proprietario non ha un riparo per le bici da offrirci (il cliente-tipo del resto, come notiamo noi stessi, arriva in Porsche).

Il castello di Werde
vicino a Matzenheim 
Il giorno dopo il freddo continua e le nuvole sono minacciose, finché inizia una pioggia violenta che ci costringe a riparare in un ristorante. Poco dopo vediamo dalla finestra che sta nevicando (sic). Non è possibile. Decidiamo dolorosamente di restare al ristorante Chez Pierre (che ha stanze a disposizione) anche per la notte. È un brutto colpo, una cesura di ritmo che non ci voleva. Mentre oziamo a letto ci rendiamo conto che l’unico valico alpino verso Milano che potevamo sperare di percorrere, il Sempione, non sarà quasi certamente praticabile. E io realizzo che un tratto in treno farebbe perdere tutto il senso alla mia piccola impresa. Sono pensieroso.

Basilea
L’indomani il freddo è al suo apice. Dopo poco più di un’ora di viaggio a due gradi centigradi dobbiamo fermarci in un bar per un tè caldo. Michele è costretto a dismettere i pantaloni corti.
Il canale di fianco al Reno continua fino alla bella Basilea (nuovo confine di Stato), ma stavolta la ciclovia è perlopiù sterrata e quindi un po’ più faticosa (e fangosa).

Ci godiamo la grande piazza pedonale dominante di Basilea, dove il Reno curva verso Est e noi con lui. Ho deciso che non voglio prendere il treno sotto le Alpi e che il mio viaggio terminerà a Zurigo. Intanto finiamo l’ultima tappa insieme a Schinznach Bad dopo notevolissimi dislivelli su strada automobilistica e belle colline verdi.
Il paesino offre poche amenità. Mi distraggo contando gli strani lividi che ho sulle gambe. Ci ospita un hotel aperto solo per noi da un tizio che viene a farci entrare e pagare e poi se ne torna via dopo aver purtroppo chiuso a chiave la sala-ristorante.

Gli altri continueranno a Sud in bici, prendendo il treno sotto al passo San Gottardo. Una volta in Italia, Michele e Cesare raggiungeranno Milano in treno: piove, fa freddo.
Vittorio invece resisterà e in altri due giorni raggiungerà la sua Genova.


Il mio viaggio fino a Zurigo è stato di 870 chilometri di cui poco meno di 600 su piste ciclabili, con un dislivello totale di 3500 metri, quasi tutti nella zona dell'Assia Renana e in Svizzera.

lunedì 13 maggio 2019

Opere di urbanizzazione: Italia sotto censura (Puntata 396 in onda il 14/5/19)

di Marco Eramo (dottore di ricerca in pianificazione urbanistica e funzionario tecnico del Comune di Roma)

Il 24 gennaio 2019 la Commissione Europea ha aperto una procedura di infrazione nei confronti dell’Italia censurando, tra le altre norme in materia di appalti pubblici, il comma 2-bis dell’art. 16 del Testo Unico in materia Edilizia introdotto con il Decreto Salva Italia nel dicembre 2011.


Di cosa parliamo?
L’art. 16 prevede che al momento del rilascio dell’autorizzazione edilizia il costruttore sia tenuto a versare una somma che corrisponde ai costi che la realizzazione dell’intervento edilizio autorizzato comporta per la collettività al fine di realizzare oppure adeguare le necessarie dotazioni infrastrutturali. Sono i cosiddetti oneri di urbanizzazione. Il costruttore può versare queste somme direttamente nelle casse comunali oppure può realizzare – per un valore economico equivalente - le opere di urbanizzazione necessarie a dare agli edifici di nuova costruzione le dotazioni necessarie, detraendo dai cosiddetti oneri di urbanizzazione i costi sostenuti o meglio il valore delle opere realizzate stabilito nel quadro tecnico economico allegato ai progetti preventivamente approvati dall’Amministrazione.

Con la norma censurata dalla Commissione – il comma 2-bis - il legislatore è intervenuto stabilendo che rispetto ad una parte delle opere di urbanizzazione - quelle definite primarie come le strade e le fogne - considerabili funzionali all’intervento di trasformazione urbanistica autorizzato e con un costo inferiore alla cosiddetta soglia comunitaria attualmente fissata a poco meno di 5 milioni e mezzo di euro, il costruttore può eseguirle direttamente senza l’obbligo di rispettare la normativa in materia di opere pubbliche. Si tratta di una norma che consente di realizzare con somme altrimenti destinate ad entrare nelle casse comunali delle opere pubbliche che, una volta realizzate e collaudate, entrano nel patrimonio comunale, vengono allacciate alle infrastrutture esistenti, senza applicare le norme che trovano applicazione per la realizzazione delle opere pubbliche.

Ma contestare al legislatore quella che appare un’assurdità, sul piano logico, non è sufficiente, o meglio non necessariamente implica che il legislatore possa venire obbligato a fornire dei chiarimenti e delle spiegazioni o magari a riformare il quadro normativo. Ciò può accadere però quando – come nel caso in questione - la norma ha anche il difetto di essere in potenziale contrasto con una regola comunitaria.

In questo caso la norma è finita sotto la lente della Commissione Europea perché può confliggere con la regola comunitaria che impedisce di frazionare un lavoro pubblico in più lotti, e di affidare i singoli lotti di importo inferiore alla soglia comunitaria, senza l’obbligo di applicare il diritto dell’Unione Europea. Si tratta di una norma contro il frazionamento elusivo di lavori forniture e servizi pubblici con la quale si punta a difendere l’applicazione del diritto UE ed in questo modo rafforzare un mercato europeo degli appalti pubblici, aprendo ed integrando i mercati nazionali.

Il comma 2-bis se interpretato come una deroga assoluta al Codice dei Contratti, infatti, consente di considerare le opere di urbanizzazione primaria funzionali ad un intervento di trasformazione urbanistica del territorio come se fosse un lavoro a sé stante in ogni caso non soggetto alla normativa in materia di opere pubbliche, e non come una parte dei “lavori pubblici” comprensivi delle altre opere di urbanizzazione collegate ad un intervento di trasformazione urbanistica che in base alla normativa comunitaria deve concorrere a definire il valore economico complessivo di quegli stessi “lavori pubblici”; lavori che, come è ammesso dal nostro ordinamento, possono essere realizzati dall’operatore privato e che quest’ultimo deve affidare e far eseguire rispettando la normativa in materia di opere pubbliche.


In che modo si è arrivati all’avvio della procedura di infrazione? L’indagine è scaturita da una denuncia presentata nell’aprile 2015 dal consigliere comunale radicale Marco Cappato e da chi vi parla che aveva come oggetto le Linee Guida in materia di opere di urbanizzazione approvate dalla Giunta di Milano. In base a queste Linee Guida, le opere di urbanizzazione primaria sotto soglia non venivano considerate al fine di calcolare l’importo complessivo delle opere di urbanizzazione che il titolare del permesso di costruire si faceva carico di realizzare a scomputo degli oneri di urbanizzazione. Ciò con buona pace della norma anti frazionamento elusivo contenuta nella Direttiva UE e recepita nel nostro Codice dei Contratti.

Al termine dell’attività di indagine e dell’interlocuzione con le autorità italiane durata più di tre anni, la Commissione ha potuto verificare che l’interpretazione contraria al diritto UE del comma 2-bis contenuta nelle Linee Guida della Giunta di Milano non fosse un’eccezione, ma la prassi anzi la regola come da ultimo confermato anche dalle Linee Guida n. 4 che l’ANAC ha approvato nel marzo del 2018 mentre l’indagine della Commissione era ancora aperta. Ecco perché la norma in questione è una delle disposizioni considerate lesive del diritto UE rispetto alle quali la Commissione ha chiesto delle spiegazioni.


E ora che succede?
Al Governo sono stati assegnati 60 giorni per fornire le proprie osservazioni e prevenire il deferimento alla Corte di Giustizia dell’Unione Europea. A parere di chi vi parla, la risposta più appropriata è quella di abrogare il comma 2-bis dell’art. 16. In questo modo non si fornirebbe soltanto una risposta chiara alla Commissione Europea, ma si darebbe anche ai cittadini italiani la garanzia che le opere di urbanizzazione realizzate dai privati con denaro altrimenti destinato alle casse comunali, e che sono inderogabilmente destinate a diventare di proprietà pubblica e ad essere allacciate alle infrastrutture esistenti, siano realizzate, sempre e comunque, con le stesse regole adottate per eseguire una qualsiasi opera pubblica.


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martedì 30 aprile 2019

Mobilitaria 2019 (Puntata 395 in onda il 30/04/19)


Sono stato il 17 aprile 2019 alla presentazione a Roma del rapporto Mobilitaria 2019 a cura di Kyoto Club e CNR, un prezioso volume che raccoglie i principali dati sugli inquinanti dell’aria in molte città italiane.
Già la prefazione di Francesco Ferrante, vicepresidente del Kyoto Club, dà alcuni dati di sintesi: l’Italia è il secondo paese d’Europa in cui si muore di più per le polveri sottilissime (PM2,5 – 60mila morti all’anno stimate dall’agenzia europea per l’ambiente) e il primo per quelle da biossido di azoto (20mila). Numeri non meno che catastrofici. La tendenza nel biennio 2017-2018 però è generalmente in miglioramento, reso possibile soprattutto dal miglioramento del parco auto e caldaie visto che le politiche di controllo del traffico sono ancora timide.
Restano gli sforamenti dei limiti di legge sui livelli medi di biossido di azoto a Milano, Roma e Torino e delle concentrazioni di punta di PM10 soprattutto a Torino, Milano, Venezia, Cagliari, Napoli.
L’Italia infatti, come a Derrick abbiamo già visto, è stata deferita alla Corte di Giustizia europea per non aver risolto il problema, né averlo per ora affrontato con un piano considerato sufficiente dall’UE.

Milano
Mi permetto qui un commento: se sui cambiamenti climatici il disimpegno passa spesso per inquietanti forme di negazionismo, sul rischio, certificato anch’esso, di morire di inquinamento nelle città italiane, in particolare in quelle più ricche, l’atteggiamento più comune mi pare sia la semplice rimozione. Dei cittadini ancora prima che delle istituzioni. Che importano le morti premature rispetto alla sacra salvaguardia dell’abitudine alle code nel traffico privato? In fondo è così da decenni. Impressionanti i dati che mostrano a Roma, dopo un periodo di calo, un nuovo aumento del numero di auto private pro-capite. (Qui l’osservazione standard è che è colpa del trasporto pubblico che non funziona. Ma se il trasporto pubblico arranca non è solo per l’evidente incapacità dell’amministrazione pubblica romana di farlo funzionare, ma anche per l’impraticabilità delle strade bloccate da auto e scooter privati). Un cortocircuito che a me sembra anzitutto culturale. Peccato abbia effetti così drammaticamente concreti.

Iniziative utili delle amministrazioni pubbliche, citate nel rapporto Mobilitaria, per fortuna ci sono, tra cui un progetto di mobilità sostenibile urbana del Ministero dell’Ambiente del 2017, un finanziamento della finanziaria 2017 per nuovi autobus confermato dal nuovo Governo, la nuova defiscalizzazione degli abbonamenti bus (finanziaria 2018), il piano industriale delle Ferrovie 2017-2021 per il trasporto regionale. Aperta poi proprio in questi giorni una consultazione sulla mobilità sostenibile sul sito del Ministero delle Infrastrutture e Trasporti, cui seguiranno tavoli di lavoro a cui Derrick ha chiesto di partecipare.
Per la mobilità in bici, sono arrivati 550 milioni pubblici nel triennio 2015-2018.
A proposito: chi scrive, mentre questa puntata va in online e in onda, sta tentando un viaggio in bicicletta, con 3 amici sicuramente più allenati di lui, da Amsterdam a Milano. Spero di poterne trarre elementi per un reportage qui, se torno intero. Anticiperò qualche notizia e foto sul mio account Twitter: micgovernatori.


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martedì 23 aprile 2019

Com'è nato Derrick (Puntata 394 in onda il 23/4/19)

Roma, Colonna Traiana
Scrivo questa puntata, come spesso, la domenica. In questo caso il giorno di Pasqua del 2019, di ritorno dalla manifestazione alla colonna Traiana a Roma per la sopravvivenza di Radio Radicale. E questa puntata sarà eccezionalmente autoriferita, perché vorrei raccontare com’è nata questa rubrica.

Nel 2009 io (Michele Governatori) lavoravo già da una decina d’anni nel settore dell’energia, e da alcuni mi ero trasferito a Roma. Non avevo alcun contatto attivo con il mondo radicale ma ero un ascoltatore quasi ininterrotto di Radio Radicale (in casa poi non avevo e non ho la tivù).

Quando Paolo Vigevano, che di Radio Radicale è stato uno dei creatori e di cui è stato editore, divenne amministratore delegato di Acquirente Unico, un’azienda pubblica dell’energia in cui io stesso avevo lavorato in precedenza, gli chiesi un incontro, senza conoscere i suoi legami col mondo radicale.
Così un giorno vado a trovarlo insieme all’amministratore delegato di allora dell'azienda per cui lavoro (Domenico de Luca), un incontro di conoscenza tipico del mio ruolo nelle relazioni istituzionali.
In questo incontro la curiosità di Vigevano e un inaspettato e inconsueto clima di familiarità ci portano a una chiacchierata più vasta e libera del previsto, tanto che lui racconta del suo ruolo in Radio Radicale, e io rispondo, per rifarmi un po’ della mia ignoranza, snocciolandogliene il palinsesto.

Non l’avessi mai fatto. Lui s’illumina, brandisce il telefono e dice “Adesso ti faccio parlare con Bordin!”.


Ora, io temo sempre queste fughe in avanti di chi pur animato dalle più amichevoli intenzioni ti mette in situazioni imbarazzanti. Il mio capo tra l’altro iniziava a guardarmi con sospetto. Figuriamoci poi quanto potesse importare a Bordin di parlare al telefono con l’ennesimo fan sconosciuto.
Magari non risponde, penso. Invece vedo Vigevano che dice “Massimo ti passo una persona che devi conoscere”. Roba da matti: era lui davvero. Alla cornetta aveva un’aria scocciata e gentile nello stesso tempo. Non ricordo cosa ho balbettato, ma a un certo punto Bordin dice una frase tipo “Dunque, cosa posso fare per lei?”. Oddio cosa poteva fare? Guardo Vigevano che fa cenni tipo “Vai, vai, buttati, forza” e in qualche modo dico: “È un peccato che Radio Radicale non abbia una rubrica dedicata all’energia”. Segue un breve lunghissimo silenzio. Dopodiché Bordin dice in tono più tollerante che entusiasta: “Allora perché non viene a trovarmi”.

Andai. Occhieggiai le sale di registrazione e Bordin mi ricevette nel suo ufficio mentre andava proprio la replica della sua rassegna. Mi propose di preparare un numero zero per una rubrica sull’energia, che feci la notte stessa registrando in cucina dopo aver disattivato il frigo (altrove avrei disturbato moglie o figlia).
Malgrado il microfono fosse di fortuna, la prova andò bene, e con Bordin ci accordammo per una pillola settimanale di taglio divulgativo.

Una pillola dura poco ma, ho scoperto lungo le 393 puntate successive nel corso di 10 anni, richiede parecchio lavoro. Sarebbe diventata la spina dei miei weekend, ma l’apprezzamento di persone che stimo mi avrebbe convinto a continuare nel progetto. Lì per lì rifiutai però l’offerta di un compenso, pentendomene poco dopo, mentre oggi che la Radio è a rischio di sopravvivenza sono felice di contribuire così a un’istituzione tanto importante per me e, credo, per tutti. E comunque ormai purtroppo è tardi per rifare quella telefonata a Bordin, così rocambolesca ma decisiva per me, e che senza l’iniziativa estemporanea di Vigevano non sarebbe avvenuta.

La mia posizione probabilmente è minoritaria, ma ancor più che una proroga della convenzione di Radio Radicale io auspico l’arrivo di capitali da una cordata di fondazioni o altri azionisti, nazionali o internazionali, o magari benefattori diffusi, che credano che un servizio di informazione accurato, libero e poco mediato, di conoscenza delle istituzioni, sia indispensabile a uscire dalla notte del populismo. Populismo che si basa proprio sull’incapacità di tanti elettori di smascherare la vuotezza dei suoi slogan, e talvolta la loro pericolosità rispetto ai principi delle democrazie liberali.

sabato 13 aprile 2019

Energia prepagata (Puntata 393 in onda il 16/4/19 e in replica il 9/7/19)

Con Caroline Kibii

Una delle difficoltà al funzionamento efficiente della vendita di energia è la morosità dei clienti. Mentre nei settori del credito e anche nella telefonia il sistema prevede o è in procinto di prevedere meccanismi di verifica preventiva della storia dei pagamenti dei clienti, per ora in Italia nell’energia questo è possibile solo in parte. Inoltre, i conguagli nei consumi dovuti a problemi nell’acquisizione dei dati dal contatore possono essere così tardivi da rendere addirittura legittimo, sulla base della normativa attuale, un pagamento parziale delle bollette di conguaglio.
In assenza di contatori telecontrollabili o in luoghi accessibili pubblicamente, può anche capitare – soprattutto nel gas dove l’incidenza di contatori non telecontrollati è ancora significativa – che chiudere la fornitura a un moroso non possa avvenire o avvenga con gravi ritardi, anche se il fornitore ne ha diritto.

Quel che vale sempre è che se qualcuno non paga e i fornitori non possono tutelarsene in modo efficace alla fine a pagare sono i consumatori onesti, perché il sistema a regime deve caricare a loro i costi delle insolvenze generali (certo nel breve qualche fornitore può fallire per morosità di clienti, ma prima o poi questo rischio finisce per caricarsi sul prezzo anche in un regime di piena concorrenza).
Ne deriva, a mio avviso, che sarà sempre troppo tardi quando le associazioni dei consumatori si alleeranno con quelle dei fornitori perché esistano anagrafiche, magari volontarie, sulla storia dei pagamenti, accessibili ai venditori.

Un altro sistema, più radicale, per tutelarsi dalle insolvenze, e – per i clienti – per non dover indirettamente pagare quelle degli altri, sono le tariffe prepagate, ancora pochissimo diffuse in Italia anche perché solo recentemente applicabili sulla base delle norme.
Caroline Kibii inserisce un codice-voucher
nell'interfaccia (sotto: in primo piano)
collegata al suo contatore
Prepagare l’energia invece è diffuso in altri mercati, come quello britannico (ricordate la scena del Monello di Chaplin con il contatore del gas a monete?) o alcuni africani tra cui il Kenya dove mi sono recato di recente e di cui grazie a Caroline Kibii, collaboratrice di questa puntata, posso raccontare.

Kenya Power, azienda locale dell’energia a controllo pubblico, ha recentemente installato diffusamente presso i clienti domestici dei misuratori elettronici di elettricità con un’interfaccia che permette al cliente di inserirvi dei codici corrispondenti a voucher prepagati. E siccome in Kenya il pagamento tramite cellulare è estremamente diffuso, questi voucher vengono tipicamente acquistati con il telefonino, attraverso un sistema chiamato M-Pesa, diffuso perfino nei più piccoli negozietti di strada e usatissimo anche per lo scambio di denaro tra privati. Così anche i clienti che restino al buio per esaurimento del credito possono immediatamente riattivare la fornitura.

Quali effetti comporta l’acquisto prepagato di elettricità, a parte l’impossibilità di consumare a sbafo? Secondo alcune evidenze da parte di osservatori locali (link sotto) il prepagamento rende più sensibili ai consumi e quindi attenti allo spreco di energia. Ma può anche creare confusione nei casi in cui, e in Kenya questo avviene in modo molto spinto, il prezzo unitario dell’elettricità vari in base agli scaglioni di consumo (nella fattispecie, in modo progressivo). Succede quindi che per le prime ricariche dell’anno il cliente ottenga più energia a parità di importo di quella delle ricariche successive una volta esauriti gli scaglioni più economici. Serve quindi un po’ di attenzione nel pianificare la spesa.

Si diffonderà il prepagato anche da noi? Dipende in parte da quanto efficacemente riusciremo – noi clienti e i fornitori - a interagire con i misuratori elettronici, che nel nostro caso non prevedono un’interfaccia di input fisico come invece quelli in Kenya. Del resto un collegamento diretto del cellulare o del pc al misuratore è ben più comodo di un'interfaccia con tastierina.

Ringrazio per questa puntata, oltre a Caroline Kibii, blogger e ricercatrice di Nairobi, Massimo Bello, presidente dell’Associazione Italiana Grossisti e Trader di energia (AIGET).



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