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sabato 20 marzo 2021

Lo stigma della liquidità (Puntata 477 in onda il 23/3/21)

Ragazze birmane a Bagan (copyright Derrick)
Una domanda da tre trilioni di dollari”, titola un articolo della sezione finanza del numero dell’Economist di metà marzo 2021.

Si riferisce a una stima del risparmio in eccesso rispetto alla norma in 21 Paesi ricchi del mondo. Un risparmio naturalmente non distribuito uniformemente tra classi di reddito, e che riguarda soprattutto i benestanti per cui una quota importante di spesa normalmente è per beni voluttuari (diciamo così) come viaggi o ristoranti che la pandemia impedisce di consumare. Nella classifica dei Paesi con questo risparmio anomalo l’Economist mette in ordine decrescente di incidenza rispetto al PIL Canada, USA, Regno Unito, Australia e Italia (seguono Germania e Francia). In alcuni casi potrebbero aver contribuito i piani straordinari di stimolo all’economia fatti proprio con iniezione di liquidità, dice l’articolo. Come far immettere questa liquidità nell’economia? A questo allude il titolo.

Oltre alla impossibilità di fare attività voluttuarie, pesa probabilmente la razionalità dei cittadini, non così fessi da pensare che i sussidi a pioggia e le aziende obbligate a non licenziare e tenute in vita con soldi pubblici, o la nazionalizzazione di interi comparti dell’economia con un processo non dichiarato di deliberalizzazione possano esserci senza una stretta successiva duratura in termini di benessere e tasse.

Il guaio è naturalmente il circolo vizioso: più tardi gli acquisti ripartono peggio è per la sostenibilità del sistema anche pubblico.

Dunque dobbiamo sentirci in colpa se con il lockdown spendiamo meno? Con un tempismo inquietante, leggo qualche giorno fa una mail di Banca Fineco. Un’azienda che spesso ho lodato per l’eccellente piattaforma online inaugurata più di 20 anni fa quando sembrava ancora fantascienza, ma che commette la piccola ingenuità di mandare mail superfiche e scintillanti quando vuole venderti un servizio e invece omertose (ma proprio per questo riconoscibilissime) quando vuole piazzarti la fregatura. Apro dunque il link contenuto nella terrea e sibillina proposta di modifica unilaterale del contratto e scopro che la mia banca si riserverà a breve il diritto di chiudermi il conto se ho troppa liquidità e non compro servizi di credito o risparmio gestito. (Stranamente non sembra riferirsi anche ai servizi di intermediazione di trading).

Perché questa minaccia? Perché i tassi di interesse interbancari, quelli “all’ingrosso” per così dire sono ormai da tempo negativi e, immagino, non c’è molta domanda di credito che sia coerente con le regole di solidità dei bilanci degli istituti. Anche Fineco, in altre parole, evidentemente non sa dove mettere la liquidità. (Mi viene in mente che qualche mese fa ho visitato un concessionario d’auto per sentirmi dire che mi facevano lo sconto solo se chiedevo un finanziamento che non m’interessava).

Un po’ mi stupisce che questa decisione di Fineco arrivi proprio insieme ai primi segni di una ripresa dell’inflazione che dovrebbe di per sé ridurre l’incentivo alla liquidità e, politiche espansive delle banche centrali permettendo, rialzare un po’ i tassi. Ma tant’è.

Con una battuta si potrebbe dire che siamo allo stigma della liquidità.

Ora vado online e che faccio, mi compro la quinta bicicletta, visto le FAQ del Governo – nuova fonte del diritto in questa brutta stagione – concedono di varcare i confini comunali pedalando purché sia “funzionale all’attività sportiva”? O un nuovo telefonino? O un periodo di studio all’estero per mia figlia in un posto dove spero le scuole le tengano aperte non solo a parole? (Ah, già: questo l’ho già fatto).

“Aspettati un boom immobiliare” ha risposto con più visione Matteo Di Paolo a un mio tweet sullo stigma della liquidità. Ma nel mio caso non è uno stigma capiente abbastanza per l’attico che ho adocchiato.


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domenica 3 gennaio 2021

La demeritocrazia (anche finanziaria) (Puntata 467 in onda il 5/1/21)

Distributore automatico di oro
fotografato a Linate nel 2011
Buon anno da Derrick!

Ricorderete le polemiche anni fa quando alcuni fallimenti di banche comportarono perdite anche di risparmiatori che avevano acquistato obbligazioni di rischio. I commentatori si divisero sull’accettabilità di usare soldi pubblici per ristorare tali perdite, visto che erano legate a un investimento intrinsecamente rischioso. Anche Derrick commentò la cosa, facendo notare che se si protegge l’investitore dall’eventualità che perda soldi in un investimento in cui il rischio è parte integrante del contratto (e che per questo in media e nel lungo periodo ha rendimenti più alti) si finiscono per scardinare i legami virtuosi tra rendimento e rischio, avvantaggiando i prodotti finanziari peggiori e quindi i debitori peggiori.

I tempi da allora sono cambiati: ora sono molto peggio. Quei dubbi oggi non sembrano nemmeno porsi mentre la legge di Stabilità 2021 al comma 219 dell’articolo 1 stabilisce che sull’investimento in capitale di rischio di aziende tramite i fondi PIR, quelli già avvantaggiati da varie forme di esenzione fiscale, si sarà protetti dallo Stato rispetto a perdite fino al 20% del capitale investito. In altri termini: la legge stabilisce che chi paga le tasse debba ristorare le perdite di chi investe in aziende scarse a piacere, purché le azioni di queste aziende siano impacchettate nei PIR. Un invito di fatto a mettere il peggio dell’imprenditorialità e delle capacità degli intermediari dentro ai PIR per fare perdite poi ripagate con le tasse.

A pensarci bene, la porcata è doppia, perché il legislatore introduce questa salvaguardia con tempi di realizzazione che trascendono quelli del documento di economia e finanza, visto che i PIR prima di poter realizzare le perdite devono essere tenuti in portafoglio 5 anni. Quindi, se i danni alla decenza dei mercati finanziari son fatti subito, quelli al fisco sono buttati sotto al tappeto dei tempi futuri.

Ne ha scritto in modo illuminante Mario Seminerio nel suo blog Phastidio in un articolo (link sotto) in cui si nota la contraddizione di mettere norme come questa, di scudo fiscale al peggio della finanza e all’irresponsabilità, mentre ogni due per tre la stessa classe politica invoca imposte patrimoniali. Come dire che i patrimoni vanno bene solo se malgestiti o comunque se incanalati nelle modalità di investimento previste dallo stesso legislatore, in nome di volta in volta dell’italianità o delle piccole imprese, mentre servirebbero imprese e investitori semplicemente capaci.

Uno dei fari nel mondo di Sussidistan, come lo chiama Seminerio, sembra essere la demeritocrazia, come la chiamo io.


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lunedì 21 dicembre 2020

La concorrenza spazzata via dal nuovo statalismo (Puntata 466 in onda il 22/12/20)

Un tempio a Nara (copyright Derrick)
Ringrazio gli ascoltatori di Derrick che attraverso la mail derrick.energia@gmail.com mi mandano commenti e testimonianze sui temi trattati qui.

Il caso delle commissioni forzose per pagare i servizi della pubblica amministrazione con Pago PA anche nei casi in cui prima si potevano evitare continua a interessare gli ascoltatori. Ringrazio in particolare Ugo Gentilini, di Subiaco, in provincia di Roma, che dettagliatamente mi ha raccontato la fine della possibilità per lui di pagare le mense scolastiche
senza commissioni con Satispay. Dopo un periodo di blackout della possibilità di usare il suo intermediario, in era post Pago PA Gentilini ha ritrovato sì questa opzione ma con una commissione di 50 centesimi, non poco visto che si applica nel suo caso a una bolletta di circa 20 euro.

Abbiamo già visto che anche la app Io, che si propone come portale pubblico per i pagamenti con le PA da dispositivi mobili, applica commissioni per pagare tributi (un euro per la Tari di Roma dove la App utilizza come intermediario le Poste per i pagamenti con Visa, almeno nel mio caso). Si sta insomma chiarendo quello che qui abbiamo detto già quasi tre mesi fa: Pago PA di fatto si comporta come facilitatore di un cartello che stabilisce il livello generalizzato di una tariffa per una transazione (il pagamento di servizi o imposte pubbliche) che in precedenza era in molti casi gratuita.

Abbiamo visto che l’Antitrust si è pronunciata contro questo monopolio di fatto, e speriamo in evoluzioni positive.

Sempre l’Antitrust pochi giorni fa ha denunciato l’illegittimità del prolungamento dell'affidamento ad Areti (società del Comune di Roma) del servizio di illuminazione pubblica per la città, deliberato dal Comune all’ultimo momento prima della scadenza di una concessione che finisce con il 2020 e che anch’essa era stata illegittimamente attribuita senza gara (link sotto alla segnalazione). Attribuzioni di monopoli senza forme di concorrenza, oltre a essere contro la legge, fanno male alle bollette e all’innovazione, argomenta l’Antitrust.

Ma non è affatto facile sostenere le ragioni della concorrenza in una fase in cui per i cittadini e le aziende le decisioni del Governo sono ben più decisive nel breve periodo rispetto al lento lavoro di concorrenza e innovazione. Oggi per esempio il costo percepito di una bici, di un’auto, i ricavi di un’azienda o di un professionista sono in molti casi più legati a ristori, a bonus o a decisioni di regolazione di quanto dipendano da fattori industriali o dalle capacità di essere un buon consumatore o fornitore.

Come Andrea Giuricin e Carlo Stagnaro hanno ricordato in un video di commento al piano industriale della nuova Alitalia (link sotto), e come qui a Derrick abbiamo trattato più volte, anche le tariffe dell’energia dipendono sempre più da fattori come il salvataggio di Alitalia che dall’efficienza di chi l’energia la rende disponibile, o di quella del mercato in cui opera.

Ma quando, speriamo presto, e comunque inevitabilmente, sarà di nuovo più evidente il legame tra costi e qualità di beni e servizi da un lato e le capacità di fare le cose bene e in modo efficiente dall'altro, e ci arriverà purtroppo il conto dei debiti che stiamo accumulando, non aver difeso la concorrenza con le sue conseguenze di efficienza innovazione e selezione virtuosa tra operatori potrebbe farci ritrovare molto più poveri di ciò che ora percepiamo.


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lunedì 14 dicembre 2020

PagoPA: il quasi monopolio per pagare i servizi pubblici (Puntate 455-6 e 465 in onda il 6-13/10 e 15/12 2020)

Queste puntate riprendono un mio articolo uscito sul Riformista del 3 ottobre 2020 che ha innescato una vastissima discussione soprattutto su Twitter, la quale mi ha aiutato ad avere un quadro più completo.

Istruzioni di pagamento AMA Roma
Le nuove istruzioni di pagamento TARI
sul sito di AMA Roma (5/10/2020)
Nell’era dei tassi di interesse bassi o addirittura negativi, le banche hanno dovuto trovare nuove entrate da commissioni a fronte di servizi che ci eravamo abituati ad avere gratuiti o quasi con l’aumento della concorrenza dell’ultima ventina d’anni e la diffusione delle banche online. Resiste in genere, per trasferimenti in Europa, la gratuità dei bonifici e degli addebiti diretti in conto corrente. Grazie a ciò, la rata del condominio o le bollette si possono pagare senza commissioni domiciliandole oppure inviando bonifici, quando il gestore del servizio lo permette. In altri casi un pagamento disintermediato è possibile presso le tesorerie dell’esercente. Per esempio, fino alla penultima bolletta, io potevo pagare la Tari (tariffa rifiuti) a Roma presso le agenzie della Banca Popolare di Sondrio senza commissioni.

Ma con l’ultimo avviso di pagamento il Comune di Roma mi comunica che d’ora in poi posso pagare la Tari solo nell’ambito del circuito “Pago PA”.

Per capirne di più mi collego al sito ufficiale omonimo e leggo che le amministrazioni pubbliche sono ora obbligate a utilizzare per i pagamenti i servizi del consorzio CBI (customer to business interaction), quello che appare nei portali delle banche come sistema “Cbill”. Che permette un’identificazione univoca delle comunicazioni di debito e un loro pagamento su varie piattaforme, dalle ricevitorie ai siti delle banche, spesso con una commissione alta: quasi 2 Euro nel mio caso (online tramite la mia banca). Unica eccezione ammessa a questo circuito dal comune di Roma è il vecchio boll
ettino postale anch’esso a pagamento (ben 1,5 € di commissione anche per importi bassi).

Il sito di “Pago PA” afferma che il sistema serve a far risparmiare alle pubbliche amministrazioni semplificando loro la riscossione, ma ignora, anche nelle “FAQ”, che lo fa a spese dei cittadini. Ignora anche, almeno fino al 4 ottobre 2020, data del mio ultimo controllo, che l’inizio dell’obbligo per le amministrazioni pubbliche di servirsi di questo apparato è stato rinviato al 2021 dalla legge “Semplificazioni” della scorsa estate.

Questo mi rende ancora più indigesto quel che scrive (almeno mentre preparo questo articolo) il sito dell’Ama (l’azienda dei rifiuti del Comune di Roma):

Per il pagamento della tassa sui rifiuti non sarà più possibile l’addebito diretto della bolletta (RID – SEPA). Gli utenti che utilizzano la domiciliazione bancaria sono invitati dunque a dare comunicazione di disdetta dell’addebito alla propria banca.

In altre parole: Ama rinuncia alla forma di pagamento di solito più ambita da qualunque esercente: l’addebito bancario diretto, quello che semplifica l’esazione e garantisce l’ingresso puntuale dei soldi. Mi fa notare su Twitter l’esperto Stefano Quintarelli, che ringrazio, che la legge, se è vero che istituirà l’obbligo di ricorso al consorzio CBI, non impedisce alle amministrazioni di accettare anche altri mezzi di pagamento. Quello del Comune di Roma, e di moltissime altre amministrazioni in Italia, sembra quindi un eccesso di zelo costoso per i cittadini. Mi sono stati però segnalati anche altri casi in cui le amministrazioni continuano ad ammettere pagamenti con mezzi diversi da quelli del quasi monopolio ex lege dei “PSP”, come li chiama il sito “Pago PA”: i prestatori di servizi di pagamento consorziati.

Al mio articolo ha poi fatto seguito uno di Enrico D’Elia su lavoce.info il 9 ottobre 2020 (link sotto). Articolo che non cita né il Riformista né Derrick ma che ne riprende gli argomenti e le conclusioni, aggiungendo informazioni interessanti. Ne riporto stralci:

Chi […] utilizzava l’addebito diretto a costo zero sul proprio conto corrente [oppure il pagamento diretto presso le tesorerie o gli uffici dell’amministrazione – aggiungo io] si è visto precludere questo canale e ora si trova a pagare, oltre al dovuto, anche gli oneri di riscossione che prima erano sostenuti implicitamente dalla PA. Come se non bastasse, la piattaforma PagoPa non prevede ancora un addebito automatico, che pure è contemplato dalla Psd2 [una direttiva europea sui pagamenti digitali], con il rischio di ritardi sanzionati da more e penali. Il nuovo sistema sembra dunque penalizzare i contribuenti più fedeli e puntuali e, tra questi, proprio quelli tenuti a pagamenti più modesti perché hanno reddito, consumi e patrimonio minori. L’aggravio complessivo per i contribuenti sarà di poco meno di 40 milioni di euro l’anno, pur considerando una commissione di appena un euro sulle due rate della Tari e ipotizzando che soltanto per un quarto dei 74,3 milioni di immobili censiti in Italia si facesse prima ricorso all’addebito in banca.

D’Elia scrive anche che c’è il rischio probabile che l’oligopolio degli esercenti aderenti al sistema PagoPa non abbia incentivo a ridurre le commissioni, e che quindi questa “tassa occulta” diventi sistematica. I casi fortunati di commissione nulla, il cui esempio noto sono i pagamenti di piccolo importo operati con SatisPay, che in effetti è uno degli operatori di PagoPA, potrebbero dunque rimanere eccezioni, se non finire per adeguarsi alle commissioni più comuni che per pagamenti di poche decine di Euro possono anche raggiungere il 4-5% dell’importo.

Nell’ipotesi ottimistica che nessun pagamento vada a vuoto dopo la cancellazione dei flussi di addebito bancario diretto, l’efficienza per le pubbliche amministrazioni c’è, perché il sistema permette loro standardizzazione e semplificazione. Ma è scorretto che questa efficienza avvenga a spese dei cittadini.

Questo sostiene tra l’altro un’interrogazione già presentata in materia dalla Senatrice Emma Bonino di Più Europa.


Aggiornamemto del 14/12/2020

 A inizio novembre 2020 l’antitrust è uscita con una raccomandazione (link sotto) che ricostruisce la normativa (piuttosto contraddittoria con varie modifiche e rinvii che si sono susseguiti) e nota come sia importante che Pago PA non diventi l’unico modo per pagare, soprattutto non impedisca l’addebito diretto gratuito in conto corrente per chi lo desidera.

Recentemente ho ricevuto la mia seconda bolletta della tassa dei rifiuti di Roma da quando c’è pago PA, e l’azienda mi dice che posso o usare questo circuito online o andare in posta o in banca, quindi sempre con commissioni, almeno con le mie banche, per non parlare della Posta.

Ho però avuto un barlume di speranza circa la nuova app Io, gestita anch’essa da Pago PA. La app è diventata famosa per essere andata in tilt per più giorni all’inizio del cash back, ma non è per questo che mi interessa parlarne. Mi interessa perché la app permette comodamente di inquadrare il codice di una bolletta della pubblica amministrazione e pagarla subito online. Provo, e vedo che la app riconosce subito la mia fattura della tassa rifiuti. Mi appresto al pagamento speranzoso e invece, aimè, spunta una commissione di 1 euro.

Quindi si conferma almeno nel mio caso quello che già in passato avevo denunciato: pago PA probabilmente semplifica la vita alla PA, ma lo fa a spese degli utenti di questi servizi pubblici rispetto alla situazione precedente. E AMA Roma al momento non ha fatto nessuna marcia indietro riguardo alla chiusura ai pagamenti con bonifico o con addebito automatico, che invece prima permetteva (e che erano gratuiti).

Mentre scrivo questa puntata tutti fanno a gara a mettere online foto delle folle nei negozi in città dopo l’allentamento prenatalizio delle restrizioni anti-covid. In effetti allentare le restrizioni subito prima di rimetterle, come già preannunciato, sembra un modo quasi scientifico per creare assembramenti. Ma lo stesso cashback, cioè la distribuzione di denaro a chi paga con carte di pagamento, è disegnato per aumentare il contatto sociale, visto che esclude i negozi online. Con buona pace non solo di Amazon, che anche se vende online dà lavoro a gente fisica, ma di tante startup che hanno sviluppato piattaforme di commercio online per i servizi più vari, le quali non meritano un disincentivo del genere. Molte delle quali peraltro ricevono incentivi alla digitalizzazione o imprenditorialità per altre vie (la solita storia dei sussidi a tutto e al suo contrario).

Per ora, dunque, la protezione dei business esistenti dalla minaccia dei nuovi sembra premere al Governo più della riduzione del contatto sociale.


Link e riferimenti normativi:


martedì 26 maggio 2020

BTP Italia 2020 (Puntata 439 in onda il 26/5/20)

Questa puntata è tratta da un articolo già pubblicato al link sotto e scritto con Matteo di Paolo

La piazza di Innsbruck
Nella terza settimana di maggio 2020 sono stati collocati dal Tesoro oltre 20 miliardi di € di BTP Italia a 5 anni, perlopiù a investitori retail, a fronte di oltre 30 miliardi di richieste.

Un successo?
Da un lato sì, perché non era scontato che ci fossero abbastanza soggetti disposti a scommettere contro un default di uno Stato che con il disastro in corso veleggia verso un debito doppio della dimensione annuale della sua economia già stagnante prima del virus.

Non si tratta però di un regalo. Questa emissione si è svolta senza procedure competitive, cioè con un rendimento prefissato e che non poteva ridursi in caso di buona accoglienza. Tutti i sottoscrittori riceveranno infatti una cedola dell’1,4% (più 0,8% di premio alla scadenza quinquennale per gli investitori retail che avranno mantenuto per tutto il periodo il titolo) più una componente di copertura dall’inflazione. Un’assicurazione quest’ultima che da qui a 5 anni ha un valore significativo, visto che lo shock d’offerta globale potrebbe vedere l’inflazione rialzarsi di colpo con la ripartenza della domanda.
Si tratta di una remunerazione elevata e quindi costosa per lo Stato? Sì: il giorno dell’emissione il BTP 5 anni (stessa scadenza) aveva un rendimento di mercato all’1,39%, cioè identico alla cedola prevista dal BTP Italia, mentre il rendimento garantito dalla copertura per l’inflazione sarà in più. In altri termini, con questa emissione l’investitore avrà una cedola con rendimento reale (cioè al netto dell’inflazione) pari al rendimento nominale di mercato sulla stessa scadenza.
Martedì 26 maggio scopriremo a quale prezzo il BTP Italia verrà scambiato sul mercato. Se sarà maggiore di 100 (la parità rispetto al valore nominale a cui è stato collocato), la differenza corrisponderà alla cifra che il Tesoro avrebbe potuto raccogliere con lo stesso costo per interessi e che invece ha dato in più agli investitori. [Nota di aggiornamento: in effetti il titolo a circa un'ora dall'inizio della negoziazione sul mercato MOT di Borsa Italiana era scambiato a premio di poco meno di 0,5%].

Insomma: i nuovi finanziatori non hanno regalato nulla allo Stato. I contribuenti di domani dovranno remunerarli senza sconti, anzi: a premio.

Questo collocamento attraverso banche italiane e con protezione da inflazione italiana risponde anche alla scelta politica di collocare il debito presso prestatori italiani. Il che potrebbe aver senso se essi fossero disposti a farsi remunerare meno del mercato, cosa che in questo caso non è stata affatto testata, come abbiamo visto.
D'altra parte, in qualunque normale asta prestatori italiani o meno disposti a minori tassi avrebbero la precedenza. Non si è mai visto che cercare di limitare la platea di un collocamento ne aumenti il successo.

Ora che gli italiani hanno mobilitato circa l’1% dei loro depositi su conti correnti per questa emissione finalizzata a compensare la fuga degli investitori stranieri, più risparmi italiani sono sottratti all’economia reale in ossequio alla retorica nazionalista e antieuropea. Quella stessa economia reale che dovrebbe permetterci di pagare gli interessi.


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sabato 2 marzo 2019

Finanza verde (Puntata 389 in onda il 5/3/19)

Oggi siamo con Simone Borghesi, professore dell'Università di Siena, direttore di Florence School of Regulation Climate, il gruppo di ricerca sui cambiamenti climatici dell'Istituto Universitario Europeo, e Presidente dell'Associazione Italiana degli Economisti Ambientali.


Proprio alla Florence School of Regulation, a Fiesole, si terrà l’11 e 12 aprile 2019 un seminario con esperti dell’accademia e delle istituzioni internazionali intitolato “Global Quest for Investment Finance for the Low Carbon Economy”. Al link sotto tutte le informazioni, ottenibili anche scrivendo a silvia.dellacqua@eui.eu.


Link utili:



martedì 2 ottobre 2018

Come farti comprare i BOT: arrivano i CIR? (Puntate 370-1 in onda il 2-9/10/18)

Con Paolo Zanghieri

La gelatina che è in noi
La parola “spread” sembra aver la capacità di trasformare in gelatina (spread vuol dire in effetti anche crema da spalmare) le sinapsi cerebrali anche del più cauto padre di famiglia, che inizia a immaginarsi gl’ircocervi cattivi della finanza internazionale a impedirci di essere ricchi, cosa che forse riteniamo un diritto naturale.
Foto di Michele Governatori
Un banco del liceo Virgilio di Roma.
L'Italia è messa malissimo in termini di educazione finanziaria.

Gli psicologi del resto spiegano che accettare un depauperamento di prospettive fa più male che essere in condizioni peggiori ma con una tendenza al miglioramento. Resta però il fatto che, anche se non lo accettiamo psicologicamente, per essere ricchi in modo sostenibile bisogna saper fare qualcosa di rilevante meglio o in modo più efficiente degli altri. Non ci sono altre vie: prendere i soldi a prestito e spenderli per comprare cose che fanno altri funziona solo per un po’, finché qualcuno quei soldi te li dà.

Quando i finanziatori iniziano a tirarsi indietro, nell’era delle sinapsi-gelatina essi finiscono nel mirino insieme alle agenzie di rating. Ma in un contesto in cui ormai i 2/3 del debito pubblico italiano sono in mano a prestatori nazionali e alla BCE, il gioco delle parti diventa sempre più una scissione psicotica: la gelatina ci fa prendere di mira i creditori, che però per la maggior parte siamo noi stessi.
Ma alla gelatina non interessa: ci suggerisce che potrebbero esserci dei mezzi non coercitivi per convincere il noi-prestatore a continuare a prestare al noi-gelatinoso anche contro il proprio interesse. Si potrebbe cioè convincere con le buone il noi-prestatore a continuare a comprare titoli di Stato e tenerli a lungo. Ma come?

I CIR: un gioco delle tre carte
Il governo, e in particolare le menti economiche della Lega, stanno studiando i Certificati Individuali di Risparmio (CIR). Si tratta di prodotti finanziari, destinati ai residenti in Italia, che investono esclusivamente in nuove emissioni di debito dello Stato o delle altre amministrazioni pubbliche. Se ne incentiverebbe l’acquisto con benefici fiscali simili a quelli dei Piani Individuali di Risparmio (PIR), recentemente introdotti per finanziare le imprese più piccole: niente tasse sui rendimenti e possibilità di un credito di imposta, a condizione che le somme restino vincolate per un periodo abbastanza lungo di tempo. Inoltre i CIR sarebbero impignorabili e non sottoponibili a sequestro.  Nei piani del governo potrebbero partire già dall’anno prossimo.

Secondo noi si tratta di una pessima idea, ecco perché:

  1. Dalle condizioni economiche dell’Italia dipendono già il nostro stipendio e la nostra pensione futura. Il buonsenso consiglierebbe di diversificare il rischio investendo anche all’estero o in altro. Buttarsi sul debito pubblico italiano sa molto più di “oro alla Patria” che di scelta razionale e prudente.
  2. L’idea (o furbata, dipende dal livello di gelatina) dietro ai CIR è quella di sottrarre dal controllo dei mercati il debito pubblico italiano, “ammazzando” lo spread. Sarebbe così garantita un po’ più di disinvoltura nella gestione delle finanze pubbliche.
  3. In questo modo una quota sempre maggiore del debito pubblico passerebbe da gestori professionali in grado (almeno in teoria) di valutare il rischio delle finanze pubbliche italiane ai normali cittadini. Gli italiani sono tra i peggiori al mondo per quanto riguarda l’alfabetizzazione finanziaria. Pensandoci bene è un po’ come quello che hanno fatto in passato le banche, piazzando il loro debito ai clienti sotto forma di prodotti non facilissimi da comprendere e senza fornire tutte le informazioni necessarie. Per qualche risparmiatore, ricorderete, è finita malissimo. Se state pensando che il “CI” di CIR stia per “Circonvenzione d’Incapace” siete i soliti maliziosi.
  4. Anche se i CIR coprissero tutte le nuove emissioni, lo spread si potrebbe eliminare soltanto facendo scomparire del tutto il mercato secondario dei titoli di Stato. “Vaste programme”, direbbero in Francia. Il debito pubblico italiano già emesso (che ricordiamolo, è il terzo più grande al mondo) rimarrebbe comunque in circolazione sui mercati internazionali. Quindi, politiche di bilancio un po’ allegre non passerebbero comunque inosservate.
  5. L’acquisto di debito pubblico da parte dei cittadini dello Stato che lo produce è più o meno una partita di giro. Ma non completamente: il noi-risparmiatore non è esattamente uguale al noi-cittadino: comprerebbe i CIR solo chi ha abbastanza soldi per risparmiare (magari anche grazie alla “pace fiscale” per gli evasori), mentre il costo del maggiore debito lo pagheremmo tutti e specialmente i più poveri in caso di taglio dei servizi pubblici.
  6. Il trattamento fiscale favorirebbe una volta di più chi campa di rendita rispetto a chi lavora. Inoltre chi, coi propri risparmi, vuole investire in attività produttive verrebbe penalizzato rispetto a chi sceglie i CIR.
  7. Un’altra partita di giro: i minori interessi pagati sui titoli di Stato dei CIR corrisponderebbero a maggior spesa fiscale per finanziarne gli incentivi.
  8. Le imprese sarebbero penalizzate due volte: le risorse per i CIR non finirebbero nei PIR e neanche nei depositi bancari, riducendo i prestiti che per molte imprese sono l’unica fonte di finanziamento.

Rimpacchettare il debito e dargli una patina di lucido non ci sembra quindi molto sensato. E non è un’alternativa all’unica soluzione possibile per contenere il problema: ridurre il debito pubblico.
L’operazione dei CIR puzza un po’ di gioco delle tre carte o, se preferite, di strumento di distrazione. Complice la gelatina che è in noi.



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martedì 4 luglio 2017

Banche venete: perché niente bail-in? (Puntata 319)

Vanno salvate le banche dal fallimento?

Gli economisti perlopiù ritengono di sì, per evitare il moltiplicarsi di effetti avversi in particolare sul funzionamento delle imprese con conseguenze recessive acute.

Nel salvare Popolare di Vicenza e Veneto Banca il Governo credo però avesse l’opzione (anche se non l’obbligo in questo caso) di fare un bail-in, cioè di far partecipare alle perdite non solo gli azionisti ma anche tutti gli obbligazionisti, perlomeno quelli non in grado di dimostrare di essere stati truffati, e i correntisti sopra la soglia dei 100mila euro (ammesso che ce ne fossero ancora).
Nelle sue dichiarazioni non mi pare che il ministro Padoan abbia spiegato perché quest’opzione non fosse praticabile, e l’unico indizio in tal senso l’ho letto su un articolo non firmato del Financial Times del 27 giugno 2017 secondo cui alcune delle obbligazioni senior erano comunque contrattualmente coperte da garanzia dello Stato.
Il Governo, decidendo di non far perdere un Euro agli obbligazionisti senior (quelli privilegiati nel rimborso), non ha protetto aziende beneficiarie di credito ma investitori che, salvo truffe nel collocamento dei titoli, avevano deciso di correre un rischio in cambio di un rendimento (due dimensioni correlate nei mercati finanziari efficienti).

Io non ho nulla contro chi specula coi suoi soldi. Anche la speculazione aiuta i mercati a funzionare. Se qualcuno ha recentemente ritenuto di rischiare, con una scommessa al buio, comprando sul mercato secondario (quello dei titoli già emessi) obbligazioni senior delle banche a rischio fallimento a prezzi più bassi del valore del rimborso, l’ha fatto legittimamente. Costui non è vittima di truffe in sede di prima collocazione dei titoli, ma anzi è un investitore evoluto e molto propenso al rischio.
Qual è dunque la ratio di garantire coi soldi delle tasse il successo di queste speculazioni? Io credo che il Governo dovrebbe spiegarlo. L’argomento che toccare obbligazionisti senior e correntisti facoltosi avrebbe causato un rischio sistemico è a mio avviso debole, visto che si tratta di una piccola parte del buco di due banche che nemmeno nella loro interezza, secondo l’UE, potevano dirsi di rilevanza sistemica.
Se poi l’investimento lastminute in obbligazioni senior si fosse basato su notizie privilegiate circa l’azione imminente del salvataggio, si configurerebbe anche un gravissimo abuso, sanzionabile sulla base delle norme dei mercati finanziari. Le autorità hanno vigilato su questo? Lo faranno? Ci sono stati passaggi anomali di obbligazioni nell’imminenza dell’operazione?


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martedì 27 settembre 2016

Multinazionali cattive? - D288

Le multinazionali sono cattive?

Per gli ambienti fricchettoni e no-global di sinistra certamente sì, lo sono. Basta dire multinazionale e automaticamente pensi a ogm, latifondi, chimica sporca, evasione fiscale, sfruttamento del lavoro eccetera. Meno scontata la risposta se a portarla è l’editoriale dell’Economist uscito su carta il 17 settembre 2016, intitolato “Un problema gigante”.

Cava di marmo sul mare, isola di Thassos, Grecia.
(Copyright: Derrick)
Il mondo delle imprese, scrive l’Economist, si sta concentrando. Il fatturato delle 100 maggiori imprese americane pesava un terzo nel ’94 e il 46% nel 2013, e anche le prime 5 banche lì sono passate rispetto al 2000 dal 25% al 45%. In più, le startup da un lato sono sempre meno, dall’altro tipicamente agiscono come laboratori che mirano a farsi comprare da aziende grandi prima di entrare in fase di operatività commerciale.
Una possibile causa suggerita dall’Economist è che in tempi di economia stagnante c’è maggiore attenzione all’efficientamento dei costi e quindi l’aggregazione anche tra aziende concorrenti è forzata. Un’altra che invece mi permetto di aggiungere io è che nei settori maturi in cui la domanda non cresce le aziende crescono perlopiù andando a prendere i clienti di altre, che costa di più (per esempio nelle utility) rispetto a intercettare nuovi clienti non ancora serviti, e questo mette le startup in una condizione di sfavore.


E fin qui abbiamo parlato del fattore dimensionale, non necessariamente di quello internazionale. Ma anche l’internazionalità comporta vantaggi che diventano barriere all’entrata per chi non ce l’ha. Un vantaggio delle multinazionali dannoso alla concorrenza, scrive l’Economist così come scrivono con parole loro i blog fricchettoni, è la possibilità da un lato di far passare o stazionare i soldi nei paradisi fiscali, dall’altro di attuare il cosiddetto “transfer pricing”, cioè di stabilire i prezzi a cui le diverse divisioni dell’azienda si scambiano beni o servizi in modo da far emergere gli utili nei Paesi dove sono tassati di meno. In effetti la gestione fiscale di aziende internazionali è tipicamente soggetta a fenomeni di elusione complessi che si contrastano perlopiù con azioni e regole concordate tra Paesi. Regole più invasive di quanto una visione tradizionalmente liberale consideri accettabile.

(E qui faccio un inciso: la pessima stampa attuale dei liberali si deve a mio parere non solo all’analfabetismo economico ancora imperante da noi e alla comprensibile paura indotta dalla crisi, ma anche alla tendenza di parte dei liberali stessi di ribadire principi del libero mercato certamente fondati, ma che richiedono declinazioni sempre più complesse per applicarsi al mondo attuale).

Prosegue l’Economist che perfino le regole di trasparenza necessarie a evitare abusi di mercato, per esempio quelle introdotte dopo la crisi del 2008 nei mercati finanziari prima in America poi in Europa, paradossalmente aiutano i grandi a rimanere in pochi nel business, perché richiedono strutture interne di rispetto (compliance, nel gergo) complesse e con elevati costi fissi. Per esempio in Europa si sta negoziando un pacchetto di regole per le transazioni su prodotti finanziari che imporrà anche a chi commercia all’ingrosso energia o materie prime di strutturarsi come una banca in termini di riserve di capitale e di obblighi di monitoraggio, con invio alle Autorità finanziarie di enormi quantità di dati sulle proprie transazioni.

Ops, sto sforando il tempo. Vogliamo forzare una possibile conclusione? Forziamola: se da un lato è ideologico e soprattutto inutile dire che le multinazionali sono cattive, è anche vero che la globalizzazione si accompagna a un processo generalizzato di crescita dimensionale delle aziende che sposta i meccanismi di difesa pubblica della concorrenza a livello sempre più di cooperazione internazionale, senza la quale ci sono problemi e distorsioni. E se la soluzione di chiusura e protezionismo è stupida perché a pochi consumatori va bene consumare solo i prodotti del proprio orto, i governi devono necessariamente armonizzare sempre più le regole dei mercati globali. La globalizzazione economica c’è, quella delle politiche serve.


domenica 18 settembre 2016

Un eroe a Wall Street - D287

Oggi parliamo di una persona che a me sembra un eroe. Si chiama Eric Ben-Artzi, è un matematico prestato alla finanza che lavorava a Wall Street in Deutsche Bank come esperto di valutazione del portafoglio. Con la sua soffiata ha permesso alla SEC, l’autorità di controllo finanziaria americana, di accertare che la banca nel periodo dello scoppio della crisi finanziaria ha nascosto perdite sul proprio portafoglio dell’ordine della decina di miliardi.

Per la SEC (e nemmeno per me) fare la spia non è peccato, anzi con la riforma Obama del monitoraggio dei mercati finanziari (la Dodd-Frank) questo strumento è stato potenziato e oggi nella home page del sito della SEC la prima cosa che si vede è la pubblicità alle ricompense milionarie che l’autorità può dare agli informatori attingendo alle sanzioni che commina grazie a loro.

Ebbene sapete cos’ha fatto Ben-Artzi, annunciandolo sul Financial Times del 19 agosto 2016, che io conservo? Ha rinunciato alla parte che gli competeva di oltre 16 milioni di dollari di ricompensa. Che peraltro gli farebbero molto comodo, come ha scritto in un’intervista sullo stesso giornale, visto che da Deutsche Bank è stato mandato via appena ha detto al suo capo che non avrebbe collaborato alla copertura dei numeri. (Una parte dei soldi, invece, a cui non rinuncerà, scrive di doverli per contratto alla moglie – ora ex - che è stata il suo avvocato nel procedimento – dev’essere stato un periodo burrascoso per il nostro).

Perché Ben-Artzi ha rifiutato i soldi, diventando una celebrità?
Perché si è reso conto che a pagare la multa e quindi anche la sua ricompensa non sarebbero stati i dirigenti responsabili della truffa, ma gli azionisti di Deutsche Bank.

Eric Ben-Artzi
Come mai? Secondo Ben-Artzi la colpa è delle “revolving doors”, le porte girevoli, per cui le stesse persone passano dai posti di comando delle aziende alle agenzie di controllo che vigilano su esse, e viceversa, come è successo anche con Deutsche Bank. Con la conseguenza che le sanzioni vengono sì comminate, ma non a valere sui manager responsabili. Come contro indizio, Ben-Artzi nota che in altri casi di sanzioni a società più piccole e senza questa commistione di dirigenti l’autorità ha invece colpito anche direttamente i responsabili.

Uno potrebbe osservare che se la governance di un’azienda funziona, gli azionisti saranno in grado di rivalersi sui dirigenti. Ma è facile vedere molti casi in cui non è così, a partire da quello Volkswagen che abbiamo seguito qui. È evidente che se i decisori non rischiano nulla, se non di doversi dimettere lasciando i danni alla successiva gestione, e rischiano economicamente solo gli azionisti, l’efficacia delle azioni di controllo è non solo più blanda ma addirittura potenzialmente iniqua. Per lo stesso motivo per cui è da un certo punto di vista iniquo che io paghi con le mie tasse le multe europee se il mio Comune non è capace di differenziare la raccolta dell’immondizia e gli amministratori non subiscono disincentivi specifici.

Chi ha posti di responsabilità è pagato anche per assumersela. Altrimenti ha ragione chi al bar sbraita contro i super stipendi, pubblici e privati. Premesso che io difendo di norma la libertà di un'azienda privata di pagare quanto crede un manager, la competenza da sola difficilmente motiva stipendi enormi, perché richiede investimenti non altrettanto enormi. Il rischio di rispondere personalmente anche solo in piccola parte di danni causati invece sì, è un rischio enorme e può giustificare retribuzioni commisurate.
Avrete letto che la corte dei Conti sta valutando la posizione di alti dirigenti del Tesoro che hanno sottoscritto derivati rivelatisi costosissimi per la finanza pubblica a fronte di un premio positivo alla sottoscrizione. Potrebbe essere un precedente molto importante, qui a Derrick cercheremo di seguirlo.



domenica 10 luglio 2016

La crisi delle banche italiane - D284

Con Massimo Berardi

Per l’Economist dell’8 luglio 2016 quella delle banche italiane è la prossima grave crisi che colpirà l’Europa, insieme (e legata) alle conseguenze del referendum Brexit.
Sentiamo su questo Massimo Berardi, consulente finanziario esperto di gestione del risparmio e analisi tecnica e fondamentale di titoli large cap:



Perché le banche italiane si sono riempite di crediti così deteriorati rispetto ai loro concorrenti? Una ragione, per i Radicali ma anche per esempio per il Wall Street Journal del 7 luglio 2016, deriva dalla collusione tra banche e politica, che ha fatto preferire la protezione di clientele alle logiche economiche dell’impiego del capitale. Secondo questa visione politica e banche si sono protette a vicenda, e in più le norme hanno favorito il collocamento del capitale delle banche presso i risparmiatori retail, anche clienti delle stesse banche, con un cortocircuito che ha ulteriormente – ma temporaneamente – protetto le banche dal confronto con i mercati finanziari in particolare internazionali. E non aiuta certo la giustizia italiana, incapace di gestire le controversie sulle insolvenze commerciali con tempi e affidabilità paragonabili alle altre economie sviluppate, e men che meno aiutano norme sulla scia del concetto di “morosità incolpevole”, che confondono l’ambito delle transazioni private con quello della redistribuzione sociale, rendendo le prime ancora meno affidabili e quindi in definitiva più povera l’economia.

(Piccola digressione sul tema della soggettivizzazione dei rapporti commerciali: dareste in affitto un appartamento se un inquilino moroso può essere considerato non obbligato per sue condizioni soggettive non prevedibili? Io no, oppure solo dopo avergli chiesto garanzie per vari mesi d’affitto. Lo stesso ragionamento si applica agl’investimenti in un Paese dove i diritti commerciali delle parti non sono né certi né efficacemente esigibili: l’investitore non tira fuori i soldi, oppure lo fa a condizioni penalizzanti).

E tornando a noi: che caratteristiche hanno in media i risparmiatori che hanno acquistato obbligazioni o addirittura azioni delle banche? Ancora Massimo Berardi:



Dunque è verosimile che i tanti semplici risparmiatori che hanno azioni e obbligazioni di banche in difficoltà come Montepaschi semplicemente non fossero consapevoli del rischio e dello stato finanziario del soggetto a cui prestavano soldi. Questo significa che è giusto nel salvataggio di una banca proteggere i risparmiatori che ci hanno messo capitale di rischio? Secondo le regole europee no. E, a mio avviso, nemmeno secondo una logica di corretta responsabilizzazione degli investitori.

martedì 11 marzo 2014

Prezzi elettrici sempre più giù - D195

I prezzi all’ingrosso dell’elettricità italiana in termini reali non sono mai stati così bassi come la scorsa settimana, se non per un breve periodo nel 2005, scrive Energy Advisors.

E nella stessa settimana i prezzi francese e tedesco sono saliti portandosi vicini a quello italiano. Ma pur sempre più bassi di un 10 euro/MWh, che vale grosso modo un quarto del prezzo italiano e che quindi impedisce, se non in casi brevi ed eccezionali, ai produttori italiani di esportare a nord.

Il risultato è il sempre più profondo rosso delle centrali italiane a gas, che sono ormai lontanissime dalla remunerazione dei costi fissi, e per la maggior parte delle ore anche di quelli operativi, e infatti restano perlopiù spente.
La vittima più celebre è Sorgenia, del gruppo CIR, riguardo alla quale i giornali da un po’ riportano di un negoziato per la ristrutturazione del capitale che, se passerà, vedrà le banche ancora più esposte (oggi lo è soprattutto Montepaschi) e con la prospettiva di veder convertito il capitale in azioni, mentre la famiglia De Benedetti sembra disposta a contribuire solo con un aumento di 100 milioni.

Cosa succederà quando gli operatori non potranno più sostenere le perdite sulle centrali a gas? Assodato che una centrale termoelettrica di questo tipo non è convertibile ad altre attività, la chiusura non risolve se non in piccola parte il problema delle perdite, visto che il costo più grosso è quello del capitale da restituire e remunerare. Chiudendo, una centrale risparmia il costo del personale e della manutenzione, che non sono decisivi. Un’alternativa suggestiva ma non certo facile né economica è lo smontaggio dell’impianto e rimontaggio in mercati dove serve. Un’altra prospettiva, forse più probabile, è una riconcentrazione del mercato. Cioè l’acquisto degli impianti delle aziende in difficoltà da parte di aziende di generazione elettrica più solide, le quali possano ricostruire così posizioni di dominanza di mercato tali da riportare i prezzi a livelli remunerativi.

Un esito non molto desiderabile dai consumatori, e verosimilmente non dall’autorità Antitrust. Staremo a vedere.

martedì 4 marzo 2014

Sbanchiamoli - D194

Dico se avete tubi di piombo e pentole di rame anche tubi di rame e pentole di piombo, se avete dei chili di ottone vi do trecento lire al chilo, compro rubinetti di ottone e filo di rame anche rubinetti di rame e filo di ottone, il rame ve lo pago quattrocentocinquanta. Compro anche carta straccia bottiglie usate pelli di coniglio stracci di lana e altri stracci, compro gomma bachelite specchi rotti e sani lampadine fulminate, insomma
COMPRO TUTTO.

Avrete capito che oggi a Derrick si parla di economia.

Radicali Italiani con il tesoriere Valerio Federico ha appena lanciato la campagna “#Sbanchiamoli!”, con una proposta di legge che prevede che le fondazioni bancarie cedano sul mercato tutte le loro partecipazioni nelle banche italiane.

Facciamo un passo indietro. Le banche per la maggior parte prima del 1990 in Italia erano pubbliche e di diritto pubblico. Ma la legge Amato su spinta della normativa europea ha previsto che diventassero società per azioni, il cui capitale non poteva più essere dello Stato, ed è stato quindi conferito a un nuovo soggetto: le Fondazioni Bancarie, la cui natura giuridica si è successivamente evoluta ma che sono sempre rimaste senza scopo di lucro e controllate da enti locali e da altre espressioni pubbliche e private di interessi locali.

Le Fondazioni devono per legge perseguire fini sociali di natura pubblicistica e dal ’99 è stabilito che escano progressivamente dal capitale delle banche, fino alla Finanziaria del 2002 che impone la cessione delle loro partecipazioni che anche solo aggregate esercitino il controllo degli istituti di credito.

Ancora oggi molte banche importanti vedono però quote rilevanti di azioni in mano a gruppi di Fondazioni bancarie. Qui a Derrick abbiamo parlato del caso della Compagnia di San Paolo che ha circa il 10% di Banca Intesa, mentre Fondazione Cariplo ne ha un altro 5%.

Perché questa struttura è un problema e ha senso correggerla?

Perché il credito conviene che vada ai soggetti con gli impieghi economicamente più promettenti. Perché lo Stato dovrebbe perseguire le finalità pubblicistiche attraverso le sue prerogative istituzionali, in primis la redistribuzione economica diretta con il sistema fiscale, e non intervenendo nelle decisioni di società di natura privatistica come le banche, e per di più attraverso l’espressione di interessi locali come con le Fondazioni.

Ma se una S.p.A. (o una banca) persegue finalità diverse dal profitto perché qualche suo grosso azionista ne ha specifico interesse, gli azionisti di minoranza, che insieme sono la maggior quota e invece aspirano ai dividendi della loro partecipazione, ne patiscono, come ha notato Luigi Zingales. Ma soprattutto ne patisce il sistema economico che vede il credito pilotato da motivazioni diverse dalle aspettative di rendimento e sicurezza del capitale prestato.

Che le Fondazioni, con fini filantropici – qualunque cosa voglia dire – e che in pratica sono gli interessi della politica locale, abbiano le mani sul credito italiano è un esempio emblematico di capitalismo inquinato. Di uno Stato che invece di fare lo Stato mette le mani nell’economia privata, e in un modo che difficilmente potrebbe essere più opaco.

Il brano iniziale era da Salto Mortale, romanzo di Luigi Malerba, a cui è dedicato un appuntamento a Roma questo giovedì 6 marzo alle 19.15 alla libreria Altroquando, animato dal gruppo “I libri in testa” che comprende il sottoscritto.

martedì 3 dicembre 2013

Banche italiane e fondazioni - D183

“Di cosa ti occupi?”
"Maaah, faccio attività intersettoriali, sai sempre più necessarie per rispondere alla complessità della contemporaneità”.

Questo dialogo me lo sono inventato? Sì, ma non mi sono inventato la frase: "A questi ambiti di intervento si affiancano le attività intersettoriali, sempre più necessarie per rispondere alla complessità della contemporaneità."
Se fossi un insegnante di italiano trovando questo periodo in un tema probabilmente me la prenderei con la vacuità dell'alunno che l'ha scritto, il quale invece di comunicare qualcosa si nasconde dietro alle parole (senza trovarne di meno ridicole, tra l'altro).

Da dove ho copiato la frase? Dal sito della Compagnia di San Paolo, l'azionista più grosso (quasi il 10%) di Banca Intesa, alla pagina che descrive gli scopi dell’organizzazione, com’era l’1/12/2013 alle 13 circa.
Prima del passaggio incriminato, la fondazione afferma di avere “finalità di interesse pubblico e di utilità sociale, allo scopo di favorire lo sviluppo civile, culturale ed economico delle comunità in cui opera”. Finanziandosi con i redditi di un patrimonio “costituito nei secoli” che la Compagnia “ha il compito di trasmettere intatto alle generazioni future”.

Dunque, la Compagnia vuol fare del bene senza perseguire un profitto eccedente quello necessario per conservare il capitale, che equivale a dire che non persegue necessariamente la massimizzazione del ritorno economico, nemmeno in rapporto al rischio sostenuto. Una sorta di benefattore illuminato attento a non perdere soldi.

Fondazioni simili alla Compagnia di San Paolo compongono complessivamente una quota di circa un quarto del capitale di Banca Intesa, mentre oltre il 70% è di piccoli azionisti sul mercato. Una compagine simile a quella di altre importanti banche italiane.

Fine della premessa. Ora la tesi.

Che azionisti di riferimento di buona parte del sistema bancario, riconducibili a enti locali, non siano interessati al profitto mi preoccupa.
Perché esclude almeno in parte la razionalità economica come faro delle decisioni. Mentre il capitalismo massimizza la ricchezza complessiva se i suoi agenti cercano il profitto, in un contesto dove la funzione di redistribuzione e di sicurezza sociale è invece affidata al Governo centrale.

Certo è legittimo che uno metta in piedi una banca coi suoi soldi o quelli che riesce a raccogliere per gestirla come vuole nel rispetto delle leggi, dando credito eventualmente solo a chi sposa la sua causa. L’esempio di Banca Etica è interessante, sia per la natura diffusa e privatistica dell’azionariato attuale pur in assenza di quotazione in borsa, sia per la trasparenza rispetto alle finalità e agli impieghi del denaro raccolto. (Per inciso: per me è già etico cercare il massimo successo economico rispettando e anzi difendendo la legalità, per questo non sono socio di Banca Etica e ho la tessera radicale).

Ma se gli azionisti di riferimento delle banche sono gli enti locali, la questione si complica. E si complica di più se il perseguimento di finalità eterodosse rispetto all’efficienza economica riguarda buona parte del credito complessivo.
Se un’azienda ha una buona idea di business e cerca capitale finanziario, ma non rientra in canoni morali imperscrutabili che nemmeno volendo sa come apprendere, cosa succede? Che si presenta a Banca Intesa con un progetto d’investimento con buone prospettive di rendimento ponderato al rischio e loro rispondono che preferiscono un non meglio specificato bene comune?

Forse questa storia, e qui rubo la considerazione a Valerio Federico e Alessandro Massari, è un sintomo di come la mano pubblica cerchi di mantenere surrettiziamente il controllo sul sistema creditizio malgrado la legge del ’90. Facendo peggio di prima: perché un controllo, con criteri opachi, da parte degli enti locali è ancora meno sensato territorialmente e costituzionalmente di uno da parte dell’amministrazione centrale.

martedì 20 novembre 2012

La speculazione - Parte 4 - D139

Siamo alla quarta puntata (qui la terza) di Derrick speciale economia dedicata alla speculazione, o meglio a una carrellata delle sue possibili accezioni, di questi tempi perlopiù negative dal punto di vista del cosiddetto sentire popolare.

Alla fine dell'ultima puntata parlavo dei certificati legati all'andamento della borsa venduti da molte banche, che permettono di guadagnare se la borsa sale, ma evitando parte dei rischi di discesa. Sono anche quelli assimilabili a derivati. Dicevo che un loro problema è che è difficile per un risparmiatore capire se i guadagni a cui si rinuncia sono troppi rispetto ai rischi evitati. Un possibile trucco, allora, se questi certificati sono scambiati in un mercato, è non comprarli in prima emissione al prezzo stabilito dalla banca, bensì poi, sul mercato secondario. Che se è sufficientemente liquido – cioè frequentato – tende ad attribuire ai certificati il loro valore "giusto", o meglio quello che per la comunità che ci partecipa rende indifferente l'acquisto in termini di valore del portafoglio.

E qui mi scappa una considerazione generale: nel periodo buio che attraversiamo, la parola "mercato" a molti fa paura. Meglio, si pensa, un amministratore pubblicistico che decida il prezzo dei beni. Questo implica un'enorme fiducia verso questo decisore che fa il prezzo, e verso la sua assenza di interessi privatistici. Un mercato liquido e ben regolato, invece, non ha bisogno di gente altruista per fare il prezzo equo: ha solo bisogno che più soggetti possibili facciano i loro interessi privati e abbiano accesso all'arena con lo stesso livello di informazioni.

Torno ai derivati. Un motivo per cui non godono di buona stampa sono le perdite che stanno causando agli enti locali. Oltre 1 miliardo secondo Bankitalia. Che cos'è successo? È successo che banche hanno stipulato con gli enti locali contratti derivati che attribuivano agli enti, probabili rischi futuri, in particolare sull'andamento dei tassi di interesse, a fronte di un iniziale flusso di cassa verso gli enti stessi. L'atteggiamento degli enti locali era speculativo? Sì, visto che si assumevano un rischio, anziché moderarlo. Anzi, peggio, a fronte di un vantaggio iniziale introducevano costi probabili e di ammontare incerto alla comunità e ai suoi futuri amministratori. Da un lato quindi c'erano amministratori pubblici ignoranti o in mala fede, dall'altro banche che, a meno che non fosse tutta malafede degli amministratori, non fornivano loro corretta informazione.
Sono diabolici i derivati sui cambi o sui tassi di interesse, come scrivono Elio Lannutti di Adusbef e Rosario Trefiletti? No: era irresponsabile l'uso che ne facevano gli enti locali, che per fortuna dal 2008 non possono più.

martedì 30 ottobre 2012

La speculazione - Parte 1 - D136

Cosa diavolo è la speculazione? È pieno di politici e intellettuali che la esecrano. Soprattutto se si tratta di "speculazione finanziaria". In questa e altre puntate di Derrick speciale economia proverò a fare una carrellata di posizioni che ho sentito riguardo al termine. Mi muoverò in libertà, saltabeccando tra punti di vista che mi sembrano rilevanti.

Credo che la parola speculazione venga da specola, osservatorio, luogo da cui si cerca di vedere lontano. I dizionari definiscono speculazione, in economia, l'attività tesa a trarre vantaggio dalla previsione del valore futuro di un bene (attività che, per inciso, può andar bene o male, cioè far guadagnare o perdere chi la fa) e, in senso esteso, i dizionari definiscono speculazione lo svolgimento di questa attività senza scrupoli.
Renato Brunetta intervistato da Radio Radicale nel settembre 2012 ha detto che il problema del costo del debito pubblico italiano c'è solo a causa della speculazione. A Brunetta vorrei chiedere: se un'organizzazione è talmente indebitata da essere a rischio di non restituire i soldi, è così strano che dipenda dagli umori dei finanziatori? Io, se presto soldi a uno, valuto la probabilità che me li restituisca prima di decidere le condizioni.

I sostenitori del complotto sui titoli di Stato deboli dell'area Euro dicono: e gli Stati Uniti allora? Anche loro hanno numeri da insolventi, eppure pagano poco il debito, grazie alle loro agenzie di rating che attaccano il debito europeo. Vero, le agenzie di rating americane non hanno contraddittorio. Ma chi vieta la nascita di altre agenzie di rating che competano in credibilità? Non solo: sono proprio le nuove norme bancarie europee che hanno istituzionalizzato il valore del rating delle agenzie esistenti nella valutazione del rischio di portafoglio delle banche, come ha notato tra gli altri Oscar Giannino intervenendo a Vedrò 2012.
In un suo articolo su Il Sole 24 Ore, Guido Rossi ha contrapposto la speculazione finanziaria addirittura allo Stato di diritto Europeo, e in un altro afferma che le grandi società per azioni, finalizzate alla sola ricerca del profitto, stanno acquisendo un sinistro controllo sugli stessi governi, sovvertendo gli equilibri democratici.
Allora mi chiedo: cosa dovrebbero fare le Spa anziché perseguire il profitto, cioè la remunerazione degli azionisti? Dove inizia quella mancanza di scrupoli che ci fa passare all'accezione negativa del termine "speculazione"? Da liberale, tenderei a dire che il confine è il rispetto delle regole stabilite dalle istituzioni democratiche.

Se una S.p.A. (o una banca) persegue finalità diverse dal profitto, è verosimile che qualche suo azionista di controllo (fondazioni nel caso delle banche italiane) sia d'accordo nella definizione di questo interesse e ne tragga quindi vantaggio, mentre gli azionisti di minoranza, che ingenuamente mirano ai soli dividendi, sono fregati. Questo l'ha evidenziato Luigi Zingales con un intervento secondo me rivoluzionario a un convegno in cui ha interrotto il numero uno di Banca Intesa Bazoli, il tutto ripreso da uno splendido articolo sul Fatto Quotidiano di Giorgio Meletti lo scorso settembre [2012].
Se Zingales ha ragione, che una S.p.A. persegua fini diversi dal profitto può solo preoccupare, perché sposta la concorrenza delle aziende su un piano opaco.

Il discorso continua qui