L’energia economica si fa puntando su un sistema economico per produrla.
Questo sistema oggi sono le fonti rinnovabili come sole e
vento accoppiate alla capacità di stoccaggio e di flessibilità nelle tecnologie
di consumo.
In questo senso il decreto bollette del 18 febbraio 2026 va
nella direzione giusta quando punta su ulteriore disponibilità di contratti di
lungo periodo per assicurarsi energia da queste fonti. Un modo per dare alle
aziende l’opzione di legarsi ai costi fissi prevedibili delle rinnovabili
anziché a quello alto e incerto del gas. Chissà però perché il Governo non
favorisce simili soluzioni anche per i clienti comuni per le forniture
domestiche.
Se due parti come abbiamo detto possono pattuire un prezzo
elettrico per forniture di lungo termine e quindi basato su costi di lungo
periodo, è anche vero che il prezzo spot, cioè quello contingente per acquisti
non pianificati, si forma ogni quarto d’ora sulla borsa elettrica e risente
molto del gas, perché il gas è ancora indispensabile in gran parte dei momenti
e quindi è lui a fare il prezzo malgrado quote crescenti della produzione siano
da rinnovabili e costino meno.
La soluzione sarebbe emanciparci dal gas usandolo solo per
emergenza, ma da un decennio almeno la politica italiana punta invece a non
abbandonarlo, con nuove infrastrutture e un obiettivo di mantenimento di
capacità installata che grida vendetta: 50 GW di centrali a gas che da sole coprirebbero
quasi l’intero picco massimo di domanda. Una cosa sensata solo se fosse
statisticamente possibile avere momenti di domanda pari al record storico e
nello stesso tempo completamente senza sole, senza vento, senz’acqua, senza import
e senza stoccaggi disponibili. Tutte risorse che invece, ai numi piacendo, sono
sempre più vaste.
In coerenza con questa incoerenza, il decreto fa un
ulteriore regalo alle centrali a gas, stabilendo di abbuonare loro tra le altre
cose il costo della carbon tax legata alle emissioni-serra, recuperando le
risorse dalle bollette.
Ai non tecnici può sembrare una partita di giro insensata,
ma in realtà una ratio c’è: l’idea è indurre queste centrali ad abbassare il prezzo
di vendita, con la conseguenza di farlo calare anche per tutte le altre fonti e
generare quindi un vantaggio per i consumatori maggiore del costo. Sempreché le
centrali a gas davvero ribaltino il sussidio a valle con prezzi più bassi, cosa
che il decreto ingenuamente e assertivamente (spesso le due cose vanno insieme)
impone in un comma.
Eh, se bastassero i decreti a rendere competitivi i mercati.
Fa un po’ impressione che il Governo sembri nel testo ignorare
che le istituzioni antitrust già ci sono, e hanno il dovere di esercitare la
loro azione senza le interferenze dell’esecutivo. Anche perché in qualità di
azionista di maggioranza di due tra i più forti operatori sul mercato
dell’energia il Governo non è proprio credibilissimo come avvocato della
concorrenza.
La brutta mossa di annullare la carbon tax sulle centrali a
gas – e questo il ministro Pichetto Fratin l’ha sostanzialmente ammesso in una
dichiarazione – ha un significato politico che trascende il mercato italiano,
perché fa il paio alla posizione contro la carbon tax europea (l’ETS) che è ed
è stata un cardine della politica industriale del blocco. Un sistema che
disincentiva chi inquina di più a vantaggio di chi investe per farlo meno, e i
cui proventi per legge sono utilizzati dagli Stati Membri per azioni di
mitigazione e adattamento climatico.
L’articolo incriminato del decreto (il 6), a norme europee
attuali, potrebbe essere bocciato a Bruxelles molto prima della data in cui è
prevista la sua decorrenza (2027). Sempreché la strategia industriale UE tenga
e non decidiamo invece di imitare Trump nello smantellamento delle politiche
per ambiente e innovazione.
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