martedì 15 dicembre 2015

Lo sviluppo sostenibile - D259

Cos’è la crescita sostenibile?

Naturalmente è una domanda complessa. La presenza umana sulla Terra ha sempre impatti sulle sue risorse, parte delle quali, per esempio quelle geologiche, non sono riproducibili in tempi rilevanti per l’umanità. Quindi se sostenibilità è lasciare ai nostri figli lo stesso identico patrimonio naturale che abbiamo trovato, è una chimera. Dunque il concetto utile di sostenibilità è relativo, e in parte anche diverso a seconda degli approcci.

Gli ottimisti dicono che ci pensa il progresso tecnologico a ridurre il fabbisogno di risorse non riproducibili a parità di soddisfazione dei nostri bisogni, e ad aumentare la produttività dei fattori, com’è successo per esempio nell’agricoltura dove a parità di terreni i raccolti sono aumentati permettendo buona parte della nostra emancipazione successiva. 
Ma è una posizione un po’ semplicistica, perché le nuove tecnologie vengono spontaneamente applicate solo quando conviene, il che potrebbe essere più tardi di quanto sia desiderabile. Per esempio, la penuria futura di risorse naturali potrebbe essere da un lato prevedibile, dall’altro non aver ancora espresso i suoi effetti economici che potrebbero poi essere più severi di quanto costi anticipare le tecnologie per evitarli. O, più semplicemente, gli agenti privati possono non avere interesse a conservare alcune risorse benché la loro penuria sia già un costo sociale irrazionalmente alto (un esempio, applicato però a risorse rinnovabili, è la pesca incontrollata, che riduce la produttività dei mari danneggiando gli stessi pescatori).
In entrambi i casi le azioni necessarie non arrivano spontaneamente, e sono assimilabili direi a quelli che nel gergo degli economisti sono detti beni pubblici. Beni cioè che conviene alla comunità siano resi disponibili ma che un singolo operatore privato ha insufficiente interesse a rendere disponibili.


L'impronta materiale

Un modo per calcolare quanto i nostri consumi impattano la disponibilità di materie prime non riproducibili è il quoziente tra PIL e valore o quantità di materie consumate per produrlo. Quando si dice che le economie moderne si dematerializzano si intende che questo quoziente si riduce. Se il quoziente si riduce meno del tasso di aumento del PIL, l’economia si smaterializza in senso relativo (i consumi di materie prime aumentano, ma meno del PIL), se invece il quoziente di riduce più di quanto cresca il PIL, l’economia diminuisce il proprio fabbisogno in termini assoluti.
Luca Pardi mi ha segnalato un articolo sul Guardian che cita uno studio agli atti dell’accademia delle scienze degli Stati Uniti, il quale sostiene che le statistiche ufficiali che mostrano la smaterializzazione almeno relativa delle economie più evolute non sono affidabili, perché non tengono interamente conto delle materie prime necessarie a rendere disponibili i beni importati. In altri termini la stima della produttività dei fattori include nelle analisi comuni gli input della produzione ma non l’intero consumo di risorse materiali. Credo che la questione, per analogia, sia simile a quella delle emissioni di gas serra legate all’estrazione di un idrocarburo: esse normalmente non sono computate nelle emissioni legate al suo consumo.

Lo studio però non nega che un cambio di tendenza ci sia, nei Paesi Ocse, e lo fa coincidere con lo shock petrolifero-economico del 2007. Morale: potremmo essere troppo ottimisti sulla smaterializzazione delle economie rispetto alle materie prime fisiche, ma la tendenza c’è, e forse la crisi ha innescato modifiche strutturali. Questo è sufficiente a rendere sostenibile il nostro sviluppo?

(Continuerà).

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