lunedì 7 ottobre 2019

A piedi a La Digue (Puntata 411 in onda l'8/10/19)

Rappresentazione dell'isola di La Digue
con indicazione dei sentieri (linee tratteggiate)
tratta dall'app "Maps 3D"
Per la serie “camminate impossibili”, oggi parlo di un luogo tropicale che ho visitato di recente: l’isola La Digue delle Seychelles, l’arcipelago africano nell’Oceano Indiano.

Un’isola così piccola che potrebbe fare a meno di veicoli combustione, e in effetti ne ha molto pochi, perlopiù camioncini e mezzi per lavori edilizi.
Le strade principali sono strette piste in cemento, si diramano nell’unico centro abitato e si allontanano da lì solo verso tre luoghi: un’aspra altura centrale, la spiaggia grande a Sud-Est (Grand Anse in creolo), e mezzo periplo dell’isola a Nord, fino a un punto in cui la pista in cemento lascia spazio a scogli che è possibile, per proseguire il giro, costeggiare a piedi solo quando il mare è basso.
Se nelle due isole principali i noleggi d’auto si contendono i turisti all’arrivo di traghetti e aerei, qui ci sono quelli di bici. Quasi tutte un po’ massicce, datate e con le catene arrugginite dalla salsedine. Alcune, per i turisti più sedentari, sono elettriche. Tutte fanno su e giù per le vie principali tra gli stralli in corrispondenza della Grand Anse, i ristoranti e le “villas” di residenza per turisti. 

Casa-palafitta
in costruzione sulle rocce
Che si moltiplicano in modo impressionante. Occhio e croce direi che un decimo degli edifici è in fase di edificazione, anche in punti dove sembra impossibile che un’autorità possa aver rilasciato il permesso, come a ridosso di una spiaggia dell’estremo Nord dove un ricco inglese – così riferisce un locale – ha realizzato una struttura in cemento di casa con terrazza su esili aeree palafitte che si appoggiano sugli scogli granitici sottostanti (foto).


Se l’urbanizzazione procede a questo ritmo, La Digue sarà tra poco un residence senza interruzioni.

Ma oggi per trovare il cuore selvaggio dell'isola basta arrancare verso gli speroni centrali di Belle Vue fino alla fine della strada, proseguire su una carrareccia fino a una modesta fattoria da cui una giovane donna si è affacciata per indicarmi, perplessa, il sentiero che attraverso la giungla scende fino a Anse Coco. “Prosegui fino all’albero di cannella (cinnamon tree) e lì inizia” ha detto.
Io che facevo fatica anche a distinguere una dall’altra le piante nel groviglio della foresta, figuriamoci riconoscerle.

Un varco verso il mare
dal sentiero nella giungla
Ma il sentiero c’è. Madido e a tratti cancellato dal fogliame e da nuova vegetazione, pieno di lucertole (o gechi?) diafane e impressionanti come feti prematuri e sempre coperto da chiome di varie altezze. Evita i massi granitici color caffelatte. A volte scende lungo una valle, altre sta a mezza costa. Solo in un caso si apre a una finestra sull’acqua celeste delle spiagge più in basso, alle quali infine conduce con un tratto ancor più equatoriale di felci e alocasie giganti.

Non sarei mai riuscito a orientarmi senza il satellite e un’applicazione sul telefonino che uso in questi casi (foto in alto) e che non capirò mai dove prenda le informazioni sui sentieri di tutto il mondo, precise al metro. E tra liane, fogliame che nasconde interstizi tra rocce scivolose, steli di palma spinosi, anche solo pochi metri fuori strada possono essere complicati.


(Ringrazio Grazia Morea e Caterina Caravaggi per l’aiuto nell’identificazione della flora)


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