| Illustrazione di Paolo Ghelfi |
“La mia popolarità non ti riguarda, pensa alla tua” ha
risposto pubblicamente Meloni a Trump dopo la di lui uscita a valle delle
interazioni tra i due al vertice di Evian. “Io e l’Italia non imploriamo
nessuno”, che ai più vecchi ricorderà quella pubblicità, cos’era un dopobarba?,
dell’uomo che non deve chiedere mai. Tante altre volte abbiamo sentito “Noi non
accettiamo lezioni”, una delle frasi più insidiose da chi vuol apparire vincente,
visto che proprio i vincenti di solito sanno imparare non dico da tutti, ma
almeno dai tanti che hanno qualcosa da insegnare.
Politici che intervengono coi tempi fulminei e superficiali
dei social al minimo pretesto, solo per autoassegnarsi punti di merito rispetto
all’altra fazione, tipo pallottoliere dopo un colpo a biliardo.
Da un lato la semplificazione di tutto, che viene comunicato
più per muovere le palline che perché abbia importanza per la collettività,
dall’altro la personalizzazione di tutto, come se l’empatia immediata fosse l’unica
cosa che può coinvolgere l’elettore medio.
Ci starebbe bene dopo certe dichiarazioni un bel “pappappero”
da asilo di infanzia. Si usa ancora? “Sei meno popolare di meee, pappappero”.
Molti leader politici anche internazionali si sono stretti a
Meloni sull’uscita di Trump, mentre non ricordo (magari per la mia memoria selettiva
polemica) altrettanto sdegno e unità quando Trump è uscito dagli accordi di
Parigi sul clima o ha distrutto il fair play del commercio internazionale o ha
tentato di imporre all’Europa – che ha perfino finto di acconsentire – l’acquisto
a prezzo indeterminato di gas. In compenso, apriti cielo quando si è
graficamente paragonato a Gesù. “Blasfemo megalomane”! Più appropriato: fifone,
visto che di fronte alle critiche si è rimangiato l’uscita probabilmente
scontentando anche i fan.
Luca Bizzarri dice che la classe politica ha perso autorevolezza.
Fiorenza Sarzanini ha scritto che la personalizzazione dei rapporti tra i
rappresentanti di istituzioni è pericolosa e da evitare. In effetti se dall’altra
parte c’è uno a livello asilo d’infanzia, un capo di governo deve abbassarcisi?
Una risata o un “no comment” di superiorità non sarebbero più efficaci come
prova di forza?
D’altra parte nemmeno l’elitismo o le tecnocrazie sono il
modo giusto per riavvicinare gli elettori a una partecipazione sui temi importanti.
E allora siamo condannati al populismo del pappappero?
Io ne immagino uno diverso, che chiamerei popolarismo, in
cui i politici parlano sì un linguaggio semplice, ma non per dire che sono più
fighi del concorrente e muovere un punto sul pallottoliere, ma per tradurre in
temi comprensibili le questioni su cui devono prendere decisioni che
inevitabilmente scontenteranno qualcuno e hanno bisogno di essere spiegate e
poi, grazie a questo lavoro, forse accettate.
Una volta ho sentito o letto Schlein stigmatizzare la fine (peraltro
solo annunciata) dello sconto accise combustibili non argomentando l’utilità
della misura, ma per evidenziare l’incoerenza con promesse precedenti della
destra. Avrebbe potuto dire “Sei una bugiona” (si usa ancora? Se qualche
ascoltatore ha figli o nipoti alla materna, me lo faccia sapere).
Sono inadeguati gli elettori o lo è il comportamento con cui
si cerca di coinvolgerli?
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