“Uno dei fattori più efficaci del successo, della prosperità e dell'attitudine delle imprese economiche a dare ai lavoratori la massima occupazione possibile è la sanzione del fallimento per le imprese male gerite. Sembra in ogni caso difficile dimostrare che il miglior sistema di garantire dalla fame i lavoratori sia di accollare siffatta responsabilità a singole imprese, invece che alla collettività”.
Questo è Luigi Einaudi che nel 1954 risponde a una nota di
Piero Calamandrei in cui quest’ultimo teorizzava la dicotomia tra il “diritto degli azionisti ai dividendi e il diritto dei
lavoratori a non morire di fame”. Einaudi nella sua risposta – pubblicata dal Corriere della
Sera del 22 ottobre scorso e disponibile sul web – nega la dicotomia, visto che
nega che siano le aziende a dover fare welfare. Le aziende, si potrebbe
volgarizzare, devono fare i soldi, nell’alveo di regole e legalità,
contribuendo con le tasse alla redistribuzione dei redditi, compito questo invece
dello Stato. Dunque non dicotomia tra successo imprenditoriale privato e
welfare, ma interdipendenza.
Se non mi sono perso l’articolo del Corriere è grazie a un
altro giornale, Quotidiano Energia, che ha pubblicato il 28 ottobre un pezzo di
Diego Gavagnin che commenta le richieste di Unione Petrolifera in termini di protezione
sul mercato europeo dei prodotti petroliferi raffinati. Mercato difficile
perché da un lato i consumi hanno iniziato a flettere, dall’altro c’è la
concorrenza dei biocarburanti.
Inciso: qualche giorno fa The Wall Street Journal Europe dava
conto dei primi casi di utilizzo di biocombustibili sui jet commerciali, in un
articolo il cui titolo con un gioco di parole diceva che le aviolinee “are
frying high” (stanno friggendo alto), anziché “flying high” (volando alto). In
riferimento all’olio commestibile per frittura che ricondizionato è un
biocombustibile.
Ora, la crisi della raffinazione italiana non è forse un
caso di “impresa male gerita”, per usare l’espressione di Einaudi. Bensì di
eccesso di capacità a fronte di concorrenza di altre fonti e contrazione della
domanda di combustibili. Un caso come tanti nell’evoluzione economica e
tecnologica. Gavagnin dubita che una protezione del settore renderebbe più
ricca non solo la collettività, ma anche lo stesso settore, che se protetto
perderebbe competitività. E fa l’interessante parallelismo con l’industria
nucleare francese – a lungo protetta – che ora, scrive Gavagnin - non è più in
grado di sostituire i vecchi impianti che stanno per cessare la produzione.
Affermazione forte, che non ho gli elementi per approfondire
ora, ma su cui proverò a lavorare in qualche Derrick futuro. Ciò che per ora è
lampante è che la tecnologia sostanzialmente francese dell’EPR, European
Pressurized Reactor, non è per ora stata in grado di portare alla luce nessuna
creatura. La prima prevista, il famigerato impianto di Olkiluoto in Finlandia,
in grave ritardo di realizzazione, ha appena ammesso un nuovo aumento dei
costi, ormai previsti quasi doppi rispetto ai preventivati.
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