Con Stefano Mottarelli
Prima delle liberalizzazioni, i prezzi del gas e dell'elettricità
erano anche una leva di politica industriale, e venivano controllati
direttamente da agenzie governative. Poi sono arrivati i mercati. Ma le
bollette attuali hanno ancora componenti che le differenziano con finalità di
aiuto a certi comparti o tipi di clienti industriali. E siccome quello delle
bollette è un sistema non più interconnesso con la fiscalità generale, chi
ottiene sconti rispetto ai costi complessivi della fornitura li ottiene a spese
degli altri clienti di energia, che finiscono quindi per contribuire di più
agli stessi costi.
Si ripete di continuo che in Italia l'elettricità costa di
più che nel resto d'Europa. È mediamente vero, ma lo è in modo molto diverso
tra categorie diverse di clienti, e talvolta non lo è affatto. In Italia, ma
non solo, alcune categorie di grandi clienti industriali, generalmente quelli
per i quali l'energia è una voce di costo particolarmente importante, hanno
tutt'ora accesso a formule di contribuzione agli oneri del sistema elettrico
molto vantaggiose, tanto da rendere il loro prezzo estremamente basso rispetto
a quello offerto ad altri clienti. La motivazione politica di ciò è la stessa
di un tempo: politica industriale: intesa come aiuti alle imprese. Che non passano
per le tasse, ma per le bollette.
La stessa Commissione Europea, nel valutare l'assimilabilità
degli sconti di categoria previsti dallo Stato ad aiuti illeciti, osserva che è
normale che sul mercato una categoria di grandi consumatori abbia forte potere
negoziale, e che l'offerta dei produttori tenti di adeguarsi trovando il modo
di discriminare il prezzo a favore di questa categoria per non perderla come
cliente pur senza dover concedere agli altri clienti le stesse condizioni. È
altrettanto chiaro, però, che se questa discriminazione di prezzo è decisa per
decreto, e non dal mercato, il rischio di sussidi incrociati fuori controllo è
più alto.
La storia
Il gruppo Alcoa (Aluminum Company of America, 59.000
dipendenti nel mondo, 21 miliardi di dollari di fatturato nel 2010) nel 1996
acquista la società italiana a partecipazione statale Alumix (del gruppo
EFIM, una delle
holding delle partecipazioni statali di allora). E si aggiudica due stabilimenti,
tra cui quello di Portovesme in Sardegna. Uno stabilimento capace di consumare da
solo circa un quinto del totale dell'elettricità sarda e che oggi impiega 500
dipendenti.
Un decreto
ministeriale per rendere possibile l'acquisizione del '96 stabilisce il diritto
dei due stabilimenti a ricevere dall'Enel una tariffa agevolata per le
forniture di energia elettrica. E il prezzo per Portovesme viene fissato molto più
basso di quello praticato alla generalità degli altri impianti industriali.
Dal 1999, con l'inizio della liberalizzazione del mercato
elettrico, la tariffa sottocosto di Alcoa
entra tra gli oneri generali del sistema. Viene cioè introdotto un sovrapprezzo
in tutte le bollette per compensare lo sconto che prima l'Enel direttamente,
poi la Cassa Conaguaglio, devono praticare ad Alcoa.
Nel 2004 c'è un cambiamento importante: con un DPCM del
6 febbraio la tariffa (in scadenza a fine 2005 e che dal 2000 è stata nel
frattempo un po' aumentata fino alla soglia dell'equivalente di 40 lire al kWh
rispetto alle originali 36 circa) è prorogata fino a giugno 2007, ma anche estesa
a tutte le forniture di energia elettrica destinate alla produzione di
alluminio, piombo, argento e zinco (ma solo per impianti già esistenti) situati
in territori insulari caratterizzati da collegamenti assenti o insufficienti
alle reti nazionali. In altri termini: il Governo rende meno specifico il
trattamento, pur mantenendo il vantaggio mirato a grandi produzioni
metallurgiche energivore in aree insulari.
Nel 2005, una delibera dell'Autorità per l'Energia introduce
un legame tra l'incremento annuo della tariffa (che chiamiamo ancora per
semplicità Alcoa anche se è estesa a un piccolo novero di beneficiari) e quella
dei prezzi medi elettrici all'ingrosso, pur con un tetto al 4%. Sembra
l'avvisaglia della fine del trattamento estraneo a un mercato nel frattempo più
che avviato. Invece lo stesso anno una legge proroga la tariffa Alcoa fino a
fine 2010, e prevedibilmente la Commissione UE (2006/C 214/03) avvia un'indagine per definire se si
tratta di aiuto di Stato.
È aiuto di Stato?
Il dubbio alla Commissione viene visto che la tariffa:
· - costituisce un vantaggio economico
· - minaccia di alterare la concorrenza
· - incide sugli scambi intracomunitari dei prodotti
dalle aziende beneficiarie
e soprattutto secondo la Commissione si può parlare di
aiuto di Stato perché la decisione di concedere questo vantaggio è delle
autorità e prevede un trasferimento di risorse pubbliche sotto forma di un
prelievo parafiscale.
Ecco un punto centrale. Che ha un'applicabilità che
prescinde dal caso Alcoa, e apre un capitolo insidioso. Un sistema di bollette inevitabilmente
ha componenti regolate con cui alcuni costi vengono suddivisi tra tipi di
clienti. È così in qualunque mercato energetico per quanto liberalizzato,
perché alcuni costi afferiscono a servizi che restano in monopolio legale, e le
bollette sono quindi anche trasferimenti economici parafiscali.
Nel frattempo la Commissione europea assume un approccio
negoziale e ammette la tariffa Alcoa transitoriamente, purché in Italia si
attui un programma di intensificazione della concorrenza elettrica, attraverso
l'obbligo di alcuni operatori ancora dominanti in particolare nelle isole di cedere
ad altri un po' della capacità delle loro centrali elettriche.
Ma alla Commissione non basta. E Bruxelles dichiara la
tariffa di favore “aiuto di Stato”, e con
una Decisione della Commissione UE del 2009 obbliga lo
Stato italiano a chiedere indietro ad Alcoa gli sconti ottenuti successivamente
al tempo limite che la stessa Commissione aveva imposto in precedenza.
Quanti soldi? Per fare cosa?
Si tratta di circa 300 milioni in un solo
anno come calcolati dal Governo italiano, mentre per tutti i quindici anni di
sussidi Marco Alfieri della Stampa stima il vantaggio in quasi 2 miliardi.
Nell’aprile 2010 Alcoa ricorre contro la decisione di
Bruxelles senza successo finale, e nel
marzo 2011 la Commissione deferisce l’Italia alla Corte di Giustizia per il
mancato recupero degli aiuti. Alcoa nel frattempo minaccia, come oggi, la
chiusura degli impianti e ottiene la
legge cosiddetta "Salva
Alcoa", con effetti fino al 31 dicembre 2012 e vantaggi che possono
arrivare ai 40 €/Mwh, circa la metà di quanto l'elettricità costa oggi
all'ingrosso al netto di tutti gli oneri. La scappatoia è sempre la stessa:
fare una norma che solo formalmente non è ad hoc, per prorogare gli aiuti.
Quando arriva il Salva Alcoa, un altro stabilimento sardo,
Eurallumina, ha chiuso, e l'utilizzo del carbone locale per produzione
elettrica anch'esso si trascina tra sussidi e progetti di rilancio.
L'industrializzazione ex di Stato di Carbonia e dell'Iglesiente vede i nuovi
investitori tirarsi indietro uno dopo l'altro, come racconta in un bel
reportage Marco Alfieri su La Stampa. Le produzioni di base fatte in Sardegna,
così come nel continente, sono sempre meno competitive e la disoccupazione
degli under 30 nell'area è arrivata ai giorni nostri attorno al 50%.
Una situazione drammatica, a fronte della quale però la
proroga dei sussidi fornisce soluzioni non solo inique e distorsive, ma
necessariamente temporanee, e quindi induce i beneficiari a tirare avanti e approfittarne senza una politica di investimenti. Sussidi insomma che
rimandano, ma nello stesso tempo rendono più certo e repentino, l'esito finale
di deindustrializzazione.
La politica sembra non riesca a trovare il coraggio e la
visione per cambiare pagina, e affrontare il problema dello sviluppo di questa
e altre aree depresse con una qualche visione strategica. Davvero vogliamo fare
produzioni di base energivore pagate dalla collettività in una perla del
Mediterraneo? Davvero non ci sono altre strade? Fornire magari finanziamenti
agevolati a nuovi imprenditori anziché sussidiare un business in crisi e a
forte impatto ambientale, non sarebbe più ragionevole?
Con due miliardi di Euro (pari a 1 milione a testa a 2000
disoccupati), è probabile che in questi quindici anni politiche di welfare alla
persona e investimenti in formazione, infrastrutture (quelle giuste, anzitutto
immateriali) avrebbero fatto meglio rispetto al tunnel degli aiuti industriali
senza una prospettiva, e che offendono la concorrenza.
La restituzione
Finora a Derrick non risulta che lo Stato abbia recuperato i
trasferimenti ad Alcoa e agli altri beneficiari. E i recenti avvenimenti politici,
o meglio parlamentari, italiani, vanno addirittura nella direzione opposta.
Il 1 marzo Antonio Di Pietro dichiara che per evitare la
chiusura dello stabilimento di Portovesme "va
individuata una soluzione industriale, attraverso accordi bilaterali con
produttori di energia, al fine di rendere competitivo lo stabilimento”.
Di
Pietro non ascolta Derrick e forse non sa che quelli che lui chiama "accordi
bilaterali", nell'era di mercato dell'energia, sono stati non sacrifici
dell'Enel o di qualche altro fornitore, ma oneri in bolletta a carico di tutti i
consumatori, industriali e non.
Pochi giorni dopo, il 13 marzo, il Governo è battuto
alla Camera con un ordine del giorno votato tra gli altri da PDL e PD, ma non
dai deputati Radicali. L'ordine del giorno invita il Governo a “predisporre di concerto con la regione Sardegna un apposito
piano integrato di rilancio del Polo energetico ed industriale del Sulcis”. E chiede nello specifico di prorogare la legge
di conversione del cosiddetto decreto "Salva Alcoa", di cui abbiamo
parlato nelle puntate passate, e che ha costituito l'ultima tranche legislativa
di questi aiuti.
Elisabetta Zamparutti, deputata radicale in Commissione
ambiente, motivando il voto contrario della delegazione Radicale ha detto tra
l'altro che "è
da quando è stato privatizzato che lo stabilimento di Portovesme in Sardegna
usufruisce di sussidi nelle bollette elettriche, sussidi pagati da tutti i consumatori
di energia elettrica.".
La scorciatoia delle bollette
Se il Parlamento votasse una legge di sussidi industriali
con soldi pubblici, dovrebbe per Costituzione indicare la provenienza dei fondi
necessari. Ma siccome qui i sussidi sono a carico delle bollette, cioè fuori
dal sistema della fiscalità, si genera una particolare distorsione e
deresponsabilizzazione dei decisori politici. Qui il legislatore prende
decisioni che riguardano anche i soldi pubblici, com'è nel suo ruolo, ma le
prende senza doversi in nessun modo preoccupare, almeno dal punto di vista
dell'accettabilità costituzionale, della questione di da dove arrivano le
risorse e di qual è l'impatto non solo sulla competitività di chi i soldi li
prende, ma anche di chi ce li mette.
E così: gli aiuti per gli stabilimenti interessati
dall'ordine del giorno della Camera sono menzionati nell'ordine del giorno. Ma gli
aggravi ai consumatori, anche industriali, che quei sussidi li pagano in
bolletta e non nelle tasse, dove sono? Chi ne sostiene il costo politico?
Verso la chiusura dello stabilimento di Portovesme?
Sindacati e lavoratori hanno manifestato contro la paventata
messa in mobilità degli addetti allo stabilimento, anche con scontri con le forze
di polizia davanti al Ministero dello Sviluppo Economico, e negli ultimi giorni
di marzo [2012] è stato raggiunto un accordo di cui Derrick al momento non dispone ma
che comprenderebbe il ritiro della procedura di mobilità dei lavoratori e il mantenimento
della produzione fino al 31 ottobre
2012, in caso di assenza di manifestazioni di interesse di altri
investitori, fino a fine 2012 in caso di manifestazioni di interesse, con cassa
integrazione dal 1 gennaio 2013.
Inoltre, come 15 anni fa quando lo stabilimento allora
pubblico fu venduto ad Alcoa, ma con la differenza che oggi sarebbe contro una
sentenza dell'UE, il Governo si sarebbe impegnato a provare a rendere
disponibili ancora per un po' i sussidi sul prezzo elettrico, per poi puntare
su soluzioni di più lungo periodo. Vediamo quali, secondo le notizie circolate
sui giornali.
La prima soluzione strutturale per abbassare il prezzo
dell'energia di Alcoa sarebbe un accesso privilegiato alla capacità di
interconnessione elettrica con l'estero, per beneficiare in modo esclusivo del
minor prezzo oltre frontiera. Aimé: è una misura del tutto assimilabile a un
aiuto, perché la giurisdizione dell'energia prevede che alla capacità dei cavidotti
internazionali si acceda di norma in modo competitivo tra tutti gli
interessati.
La seconda soluzione prevederebbe accordi diretti con Enel. Il
che non si capisce cosa voglia dire. Enel, società per azioni controllata ma
non interamente posseduta dal Tesoro, farebbe un regalo ad Alcoa rispetto al
prezzo di mercato? Se è così si comprende perché il titolo sta cedendo in
borsa. Sarebbe a modo suo geniale: far pagare agli azionisti della sola Enel, di
cui il Governo controlla il CDA, e non solo ai consumatori di energia, il costo
degli aiuti, alla faccia delle distorsioni del mercato.
La terza soluzione sarebbe autoproduzione di elettricità da
parte di Alcoa. Che di per sé nessuno ha mai vietato ad Alcoa né ad altri. Quel
che s'intende però è probabilmente la cessione pilotata ad Alcoa di una
centrale altrui. Si parla di una sezione dell'impianto a carbone di Enel Sulcis,
che però secondo alcuni giornali l'azienda di Conti in passato già non avrebbe
voluto vendere ad Alcoa.
Le centrali a carbone in effetti sono un po' più economiche
di altre (soprattutto perché, per motivi che non possiamo ricordare ora, se ne
pagano ancora solo scarsamente i costi ambientali). Ora, in caso di cessione
coatta di capacità produttiva a carbone da Enel a Alcoa si riproporrebbe come
sopra il dubbio se Enel sia una S.p.A. sul mercato, o un'agenzia del Governo
partecipata dal mercato.
La cessione coatta di capacità produttiva peraltro non è in
sé una bestemmia. Già Bersani nel '99 impose la vendita di centrali dell'allora
monopolista per rendere contendibile il mercato elettrico. Lì però si parlava,
appunto, di un monopolista, e le centrali vennero messe all'asta, non
attribuite ex lege a qualcuno.
Riflessione della settimana di Derrick: Chissà se a un certo
punto si prenderà piena coscienza che nell'era del mercato il Governo non può
più decidere, se non con interventi infrastrutturali e di contesto regolatorio,
chi investe dove. L'alternativa c'è naturalmente: fare marcia indietro dall'era
del mercato.
(Grazie a Stefano Mottarelli)
Nessun commento:
Posta un commento