Spesso da questi microfoni abbiamo parlato del conflitto di
interessi patito da un Governo azionista di aziende dell'energia e nello stesso
tempo principale arbitro dei mercati energetici (perché primario legislatore in
materia, e non solo detentore del potere esecutivo). E anche nella scorsa
puntata, sulla proposta poi archiviata di bloccatariffe nell'ambito della spending review, ci siamo chiesti se le
decisioni in proposito siano alla fine state prese più per preoccupazione dei
corsi azionari di Eni e Enel che dell'effettiva sensatezza della misura.
Sempre in tema, il 20 luglio scorso è apparso su Staffetta
Quotidiana un articolo di Giovanni Battista Zorzoli che mi sembra piuttosto
originale, in cui l'autore si concentra sull'effetto non tanto della
privatizzazione o della mancata privatizzazione sul conflitto di interessi del
Governo, quanto della trasformazione in società per azioni degli ex enti
economici pubblici dell'energia, avvenuta con Amato 20 anni fa.
Fa notare Zorzoli che la continua esposizione alla
volatilità di mercato del valore delle partecipazioni dell'energia ha un
effetto distorcente ma anche bloccante delle decisioni pubbliche. Il bisogno di
dividendi, dice Zorzoli, fa il Governo restio a rendere troppo competitivo il
mercato ai danni degli ex monopolisti. E questo è un vizio d'origine dello
Stato azionista che anche su Derrick abbiamo sempre ricordato, ma su cui non
sono molto sicuro che la forma di società per azioni abbia grandi
responsabilità. Nel senso che anche un ente economico dello Stato non sul
mercato è una fonte di entrate per la macchina pubblica, senza però, nel caso
di mancata quotazione, la trasparenza che perlomeno i dividendi di una SpA
comportano.
Ma l'avere partecipazioni quotate è anche, scrive Zorzoli,
bloccante nei periodi di crisi rispetto a un'eventuale decisione di procedere a
ulteriore collocamento sul mercato, perché quando c'è crisi sul mercato le
partecipazioni tendono a valere meno per via dei corsi azionari depressi.
Quante volte, discutendo di privatizzazioni in tempo di crisi, si sente dire:
"come si fa a privatizzare a questi prezzi"?
Mi viene in mente una delle 2-3 lezioni di base che si trovano
nelle dispense per risparmiatori domestici: la decisione di vendere un titolo
non dovrebbe dipendere da quanto si guadagna o perde rispetto al prezzo
precedente, ma dalle aspettative sul prezzo futuro. Nel caso di partecipazioni
pubbliche, però, dovrebbe esserci anche dell'altro: quanto benessere possono guadagnare
i consumatori da una maggiore terzietà dell'esecutivo nei settori coinvolti?
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