martedì 1 aprile 2014

Elogio del fallimento - Parte 2 - D198

Parlavamo l’ultima volta di fallimento economico. Delle ragioni della sua esistenza, tra cui limitare perdite e interrompere gestioni insostenibili. Quando il fallimento riguarda società di vasto interesse pubblico, o pubbliche amministrazioni, una ragione spesso addotta per “salvare” organizzazioni in dissesto (cioè per iniettarci soldi pubblici senza prospettive di loro restituzione) è evitare un’interruzione del servizio. Ma è una ragione debole.

Il fallimento infatti non fa venir meno la disponibilità delle strutture che offrono i servizi, né delle persone in grado di operarle. Si tratta solo di riorganizzarle da parte di un nuovo proprietario o gestore, prima, se serve, d’emergenza, poi stabile. La liquidazione di un’organizzazione economica non implica affatto la scomparsa dei suoi asset produttivi, se mai stimola il mantenimento di solo quelli davvero necessari per la continuità del servizio.
Su queste basi, un politico che presenta ai cittadini la prospettiva di continuare a pagare tutti i creditori vecchi e nuovi, dipendenti compresi, di un’amministrazione in dissesto pur di garantire continuità, a mio avviso non fa il bene pubblico.

Uno studio di pochi mesi fa dell’Istituto Bruno Leoni, di Ugo Arrigo e Lucia Quaglino, ha analizzato numerosi casi europei di fallimenti di compagnie aeree di bandiera per vedere se i loro viaggiatori abbiano poi perso servizi di trasporto, e ha concluso che nel medio periodo non solo il traffico sulle stesse destinazioni non si è ridotto, ma è aumentato, probabilmente anche grazie all’effetto di efficienza che deriva dalla ristrutturazione.

Un aereo non resta fermo a lungo solo perché un proprietario fallisce. Infatti chi se lo compra o se lo ritrova in ultima istanza (per esempio le banche creditrici) ha interesse a farlo volare, visto che ne paga comunque l’ammortamento. La stessa cosa può valere per un autobus di linea, anche nel brevissimo termine purché un commissario-curatore fallimentare garantisca l’operatività dell’azienda liquidanda. Allo stesso modo un pilota la cui competenza serve al mercato non resta a lungo a piedi. E non c’è motivo perché questo non valga anche per un conducente di metropolitana se c’è bisogno di lui. Probabile, invece, che restino a casa figure professionali ridondanti, il che, del resto, è uno dei motivi per cui il fallimento ha senso.

Per loro dovrebbe esserci il welfare, che generalmente, a mio parere (ma è un discorso che non possiamo rifare ora), è più economico per la società rispetto alla ricapitalizzazione o all’aiuto pubblico ad aziende in dissesto.

Riprenderemo il discorso la prossima settimana.


Prima di salutarvi voglio però segnalare un convegno che si terrà il prossimo 3 aprile a Roma presso l'auditorium Fintecna in via Veneto 89 alle 9.30. Si parlerà del senso di mantenere o meno una tariffa regolata dell'elettricità, la cosiddetta “tutela”, per i clienti domestici o piccole aziende che non vogliono scegliere in modo attivo un fornitore. Un convegno organizzato da Acquirente Unico, broker pubblico di energia che tra i suoi compiti compra all’ingrosso l’elettricità per fornire indirettamente clienti in tutela, il cui AD Paolo Vigevano parteciperà ai lavori insieme tra gli altri al giornalista e presidente della X commissione del senato, e, in tavola rotonda con molti altri esperti, il sottoscritto, Michele Governatori, che vi saluta.

2 commenti:

  1. Sono molto d'accordo. Tuttavia credo che poche persone sarebbero persuase dall'argomentazione che se il Comune di Roma fallisse i servizi rimarrebbero (pure nel medio periodo) in piedi. Gli esempi esteri riportati nello studio dell'IBL sono significativi ma chi non penserebbe che dalle ceneri del fallimento del Comune di Roma non si salverebbero che gli interessi forti e i grandi stipendi a scapito di cittadini e lavoratori a basso reddito? Temo che paventando il baratro si trovino molti cittadini, e a buon conto, disposti a crederci.
    Grazie per l'attenzione e auguri per il blog che ritengo molto interessante.
    Mauro

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  2. Grazie Mauro. Io penso sempre più che il taglio degli sperperi debba passare per forza attraverso un azzeramento radicale (o quasi) della struttura delle partecipate clientelari, con contestuale predisposizione di un sistema di garanzia temporanea dei redditi di chi perde il lavoro.

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