sabato 18 luglio 2015

Alluminio a Portovesme e sussidi all'energia - D243-7

Molte puntate fa con Stefano Mottarelli facemmo un ciclo sul prezzo politico dell’elettricità assicurato in vari modi allo stabilimento poi chiuso di Alcoa a Portovesme, sulle rive sudoccidentali della Sardegna, a due passi dal bellissimo capo di Portoscuso e dall’isola di Carloforte.

Lì ha sede lo smelter (questo il nome tecnico dell’impianto per questa fase di lavorazione) per la produzione di alluminio a partire da un semilavorato (detto allumina) della bauxite, il minerale in cui in natura si trova il metallo in forma ossidata.

L’impianto  usava grandissime quantità di energia elettrica che in un modo o nell’altro ha pagato sempre molto meno del suo prezzo di mercato, fino a far incorrere il Governo nell’ingiunzione europea di farsi restituire parte di questi sussidi, come abbiamo visto.
Tutto iniziò nel ’96 quando la holding pubblica EFIM dismise lo stabilimento e per facilitarne l’acquisto promise all’acquirente una tariffa agevolata dell’elettricità. Il che allora si poteva fare stabilendo che il monopolista elettrico pubblico del tempo, l’Enel, facesse un accordo ad hoc. Con la liberalizzazione, la tariffa di favore è diventata uno sconto gestito dal sistema di perequazione delle bollette, pagato quindi non più con minori proventi dello Stato – e quindi con le tasse – bensì direttamente nelle bollette. Uno dei tanti casi di fiscalizzazione delle bollette diventate così veicolo di politica industriale.
Questo sconto però era difficilmente compatibile con il mercato dell’energia e aveva caratteristiche tali da assimilarlo secondo l’UE a un aiuto di stato illegittimo. Da cui la sua interruzione e la fine, almeno per ora, dell’operatività dello stabilimento.

Cosa ci fa lo smelter di Portovesme con l’elettricità? Ce lo facciamo spiegare subito da Pierfrancesco Sedda, ingegnere dello stabilimento che coinvolgeremo in questo nuovo ciclo di puntate scritte con Elisa Borghese.



Ci raccontava poi Sedda che la potenza assorbita dal processo ha raggiunto punte di 170 mila ampère di corrente elettrica (per capirci, un appartamento con tutto acceso ne assorbe al massimo poche decine). In effetti negli ultimi anni di funzionamento lo stabilimento consumava da solo circa un quinto dell’elettricità consumata in Sardegna.

Se chiediamo a Sedda, lui ci dice anche che a suo avviso si tratta di un’azienda tecnicamente competitiva rispetto ai suoi concorrenti di riferimento in Europa:




Da tempo in effetti il gruppo svizzero Glencore, che ha altri stabilimenti metallurgici nella zona di Portovesme, sembra interessato a rilevare lo smelter Alcoa. Negoziati gestiti dal Governo pare abbiano portato alla firma di un protocollo tra aziende, Governo e Regione Sardegna, protocollo di cui Derrick non ha per ora disponibilità, in cui le istituzioni si impegnerebbero a facilitare l’acquisizione dello stabilimento da parte di Glencore senza concedergli aiuti sul prezzo dell’energia tali da violare come in passato le norme UE sugli aiuti di Stato.

Questo potrebbe voler dire non ripetere forme di sussidio, oppure confidare in norme più lasche sugli aiuti alle imprese sui prezzi dell’energia.


Nuove lineeguida UE

In effetti nel 2014 l’UE ha diffuso in materia nuove lineeguida più tolleranti rispetto alla possibilità che alcuni oneri amministrati della bolletta siano ridotti per tener conto dell’esposizione alla concorrenza internazionale dei consumatori industriali energivori.
Queste nuove lineeguida sono probabilmente l’esito di pressioni tedesche, come abbiamo raccontato a Derrick, avvenute dopo la messa in mora della Germania perché esentava dall’onere per il sussidio alle fonti rinnovabili i consumatori energivori.

Insomma l’Europa da un lato persegue la decarbonizzazione e le fonti rinnovabili considerando questa strategia vantaggiosa per tutti nel lungo termine, dall’altro ammette che sia accettabile non farne arrivare il segnale economico ad alcuni comparti, gravando con i costi energetici di breve periodo delle politiche green solo le aziende manifatturiere non energivore e non in competizione internazionale, il terziario e i clienti domestici.

Ma questa politica strabica rende la transizione all’economia decarbonizzata meno efficace e più costosa, perché impedisce che in tutto il sistema arrivino segnali di prezzo coerenti a innescarla.


I nostri prezzi dell'energia

Anche un’altra cosa però è cambiata dai tempi in cui Alcoa decideva di chiudere Portovesme: i prezzi dell’energia elettrica all’ingrosso in Italia hanno continuato a scendere e attualmente sulla borsa elettrica un megawattora costa meno di 50 contro gli oltre 75 medi del 2012. Sempre però sensibilmente di più che nei Paesi con cui confiniamo, mentre gli oneri in bolletta non legati al prezzo di mercato dell’energia hanno complessivamente continuato a salire.
(Pensate per esempio che stiamo ancora remunerando il capitale delle reti energetiche italiane a un tasso precedente al quantitative easing, che non tiene quindi conto dei bassi tassi di interesse sul debito pubblico, i quali invece stando alle norme dovrebbero esserne il punto di riferimento).


Lo stato degli accordi Governo-Glencore-sindacati

Come abbiamo visto, Glencore, il gruppo svizzero che ha sinergie rispetto all’attività dello stabilimento di Portovesme, sta valutando l’acquisizione dello smelter di Alcoa, e come il suo predecessore chiede facilitazioni allo Stato. (Ve ne sarete accorti: il capitalismo contemporaneo prevede, e non solo in Italia, che le grandi aziende si facciano pagare dalla collettività per insediarsi).

Abbiamo su questo il contributo di Marco Bentivogli, segretario metalmeccanici della Cisl, che ringraziamo e che ci racconta dell’intesa già siglata tra Governo, Glencore e sindacati:



A Bentivogli abbiamo anche chiesto il testo del memorandum, ma lui non ce l’ha dato, e noi non siamo ancora riusciti a venirne in possesso.
È corretto che un’intesa già siglata, che implica l’uso di risorse pubbliche e effetti distributivi pubblici non sia essa stessa pubblica? Secondo Derrick no. Chi dovrebbe rendere pubblico il documento è il Governo. Se invece è già online da qualche parte e Derrick non è stato in grado di trovarlo, forse converrebbe renderlo più reperibile, e naturalmente questo microfono è aperto in particolare al ministro Guidi delle Attività Produttive e ai suoi collaboratori, se ora il file è in mano a questo Ministero, se vorranno fornirci informazioni o commenti.

Bentivogli ci parla anche del nodo prezzo dell’energia per lo stabilimento:



Qui però siamo alle solite. Aldilà dei nomi fantasiosi che sono stati dati alle tariffe elettriche scontate, il punto è: sono ridiventati oggi accettabili sconti ad hoc a imprese a spese delle bollette che alla fine dei tempi di Alcoa non lo erano più?

Sopra abbiamo visto che in effetti nelle norme europee qualcosa è cambiato, e stando a quanto dice Bentivogli potrebbe mancare poco a sapere se adesso uno sconto politico otterrà l’ok di Bruxelles.


Costi energetici=costi politici?


Non sono importanti solo i costi dell'energia per fare alluminio. Lo sono anche quelli di approvvigionamento e trasporto della materia prima (la bauxite), con la differenza che sarebbe più complicato – benché logicamente identico – chiedere allo Stato di fornire bauxite a un prezzo politico e di far pagare la differenza ai contribuenti.

Con l’elettricità sembra più naturale perché le bollette come sappiamo hanno componenti regolate con varie perequazioni tra consumatori le quali sono determinate dalle norme primarie e dalle delibere dell’Autorità di settore.

Un’alternativa a chiedere sconti politici sull’energia, da parte dell’industria in crisi, è chiedere la costruzione di una centrale elettrica ad hoc con soldi in parte pubblici e gestione in parte svincolata da criteri di economicità. Su questo si basa l’ormai secolare storia dello sfruttamento del carbone del Sulcis, sempre stato diseconomico fin da quando col fascismo si decise di svilupparlo con soldi pubblici per fornire energia all’industria locale.

Bene: ricorderete che un altro stabilimento metallurgico per la produzione di alluminio sempre a Portovesme è, anzi era, quello di Eurallumina, chiuso ormai da anni.
Nel 2012 le istituzioni statali e regionali siglarono un accordo che prevedeva la costruzione di una nuova centrale a carbone cofinianziata da soldi pubblici per rifornire lo stabilimento. E nel documento si scriveva tra l’altro che l’assenza di una rete di gas naturale in Sardegna costituiva un handicap per l’industria locale.
Quest'ultima affermazione, se guardiamo la cosa dall’aspetto dei costi d’approvvigionamento per Eurallumina o Alcoa, oggi è totalmente sballata: se escludiamo i picchi da caldo estivo, le centrali a gas sono quelle che perdono più soldi con gli attuali prezzi di mercato dell’elettricità, a maggior ragione se come nel caso previsto nell’accordo per Eurallumina devono produrre con costanza anche vapore non potendo quindi spegnersi quando il prezzo dell’energia è più basso dei costi di combustibile.

 Questioni del gas a parte, un documento del 2015 scovato da Elisa Borghese mostra che la richiesta di autorizzazione per una centrale a carbone finanziata in parte con soldi pubblici è partita davvero. Dunque in un contesto in cui in Italia non mancano certo le centrali elettriche (la capacità installata è circa doppia della massima punta di consumo) si pensa che ne serva una nuova per rendere economica l’energia.

Mi chiedo: se l’obiettivo è far pagare ai cittadini uno sconto politico sull’elettricità, quale metodo peggiore che costruire una nuova centrale socializzandone i costi di investimento? È come se, volendo fare gli sconti al pedaggio di un’autostrada semivuota a una categoria privilegiata, io chiedessi di costruire con soldi pubblici un’altra autostrada parallela dedicata a loro.


Puntate realizzate con Elisa Borghese
Grazie a Marco Bentivogli e Pierfrancesco Sedda.

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