Questa puntata si può ascoltare qui.
Oggi mi prendo un po’ di libertà rispetto all’argomento e
torniamo a uno già affrontato qui in almeno un paio di puntate: Elon Musk, di
cui abbiamo parlato come imprenditore e riguardo alle sue capacità di imporre
svolte notevoli ai settori di cui si occupa. L’Economist ne ha fatto qualche
mese fa una copertina in cui lo definiva se non sbaglio il grande “disruptor”,
parola che forse non ha una traduzione esatta e la più vicina che mi viene in
mente, ma suona più debole di quella inglese, è innovatore. Ma si potrebbe dire
pure: demolitore in senso anche positivo, demolitore di ciò che c’è al fine di
costruire, si spera, velocemente e radicalmente qualcosa di nuovo.
Ci focalizziamo sul Musk capo di fatto (ma non
formalmente, e questo è inquietante) dell’agenzia per l‘efficientamento della
pubblica amministrazione statunitense (DOGE). Agenzia che con un manipolo di
fedelissimi a Musk sta lavorando in modo a dir poco aggressivo, con vere e
proprie invasioni, a volte addirittura effrazioni fisiche o informatiche, nei
vari dipartimenti o agenzie pubbliche per scoperchiarne le attività e dismettere
quelle che il DOGE ritiene costi inutili. In altri casi l’invasione è stata con
mail mandate a milioni di dipendenti pubblici con proposta di un piano di
dimissioni oppure con la richiesta di spiegare in breve su cosa il ricettore
della mail stesse lavorando negli ultimi tempi.
Bene, sapete una cosa? Se io diventassi CEO di un’azienda in
effetti chiederei a tutti su cosa stanno lavorando, e lo chiederei in termini
sintetici come ha fatto il DOGE. Se penso alla mia lunga esperienza di lavoro
in aziende e organizzazioni molto diverse ho imparato che inevitabilmente,
soprattutto quando un rapporto di lavoro è percepito come di lungo termine, chi
lavora cerca di costruire attorno a sé una barriera rispetto al rischio di
perdere le proprie prerogative o le proprie leve di potere, piccole o grandi che
siano. Talvolta anche miserabili, ma sufficienti a perpetuare l’apparente
necessità di una funzione. Quante volte ci è stato chiesto di riempire moduli
con dati che altri pezzi dell’organizzazione che ce li stava chiedendo avevano
già? Quante volte ho visto dipendenti, magari io stesso, scrivere note
informative su qualcosa, da fornire al superiore di turno o all’ufficio
adiacente, che non se ne sarebbero forse fatti nulla? E quante di queste note
in ogni caso potrebbero essere scritte dall’intelligenza artificiale, che tra
le prime cose che ha imparato è l’arte dei luoghi comuni né più né meno di
tanti impiegati che non vogliono grane?
O invece: quante volte abbiamo visto mandare via gente per
scarsa produttività? Nella mia esperienza: poche. Mentre ho visto tanti mandati
via perché davano fastidio, perché volevano esercitare davvero le
responsabilità che in teoria gli spettavano, anziché assecondare il potente
della cordata.
Il modo migliore per farsi assumere non è fare un colloquio
stupefacente, tutt’altro: è farne uno rassicurante.
Quel che ho imparato del mondo del lavoro è che una buona
parte delle cose che si fanno è una rappresentazione che serve a giustificare
il proprio stipendio. Poi capita anche di produrre vero valore aggiunto, ma non
è la norma e addirittura può creare problemi a chi lo fa, perché per essere
produttivi serve rischiare, in un modo o nell’altro.
Ma allora un’azienda o uno Stato con deficit spaventosi come
possono rendersi più efficienti in termini di macchina amministrativa? Non
certo chiedendo ai vari capi quali delle unità da loro guidate in realtà non
servono o sono anzi dannose. Difficilmente funziona. Né è facile misurare in
modo convincente il contributo di singole parti di un organismo. Ma nemmeno
fare tagli proporzionali ai budget ha senso.
E quindi? E quindi non lo so. Ma penso che occorra ogni
tanto un po’ di rimescolamento di carte, di distruzione delle aree di comfort
perché possa rinascere qualcosa di più agile, innovativo, efficiente. E questo
ha anche a che fare con la mobilità sociale, che penso sia un ingrediente
importante sia della crescita economica sia della tenuta delle democrazie.
Dare un futuro alle persone non significa necessariamente garantire
quello dei pezzi di organizzazioni in cui lavorano.
Tutte le puntate di Derrick su Elon Musk qui.
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