lunedì 15 maggio 2017

Monopoli dell'energia nell'interesse di chi? (Puntata 313)

C'è una novità che rende necessario riprendere un tema che, stando ai contatti su questo blog, ha suscitato molto interesse: i comportamenti scorretti di alcuni venditori di energia.

Una tecnica scorretta tipica, come abbiamo visto anche in una serie di puntate recenti, è alimentare la confusione tra gestore in monopolio della rete locale e fornitore, affermando o lasciando intendere che un venditore d’energia che appartiene allo stesso gruppo societario del gestore della rete sia più affidabile o abbia vantaggi, quando invece la rete dovrebbe interfacciarsi con tutti i venditori nello stesso identico modo, così come un’autostrada fa passare chiunque paghi il pedaggio alle stesse condizioni.
Passerella pedonale nei pressi della stazione Campi Sportivi,
a Roma, sulla linea ferroviaria regionale piazzale Flaminio-Viterbo.
(Foto di Derrick)

Ma c’è di peggio che millantare vantaggi da parte dei gruppi societari presenti su entrambi i fronti, ed è sfruttarli davvero. Per esempio usare le informazioni possedute in quanto gestore di rete per fare offerte mirate a clienti serviti da altri. È come se TIM, l’ex Telecom, che deve assicurare accesso alla parte condivisa di infrastruttura a tutte le compagnie telefoniche, e quindi in possesso di informazioni su quale cliente è servito da chi, chiamasse i clienti di altri gestori usando queste informazioni per convincerli a farsi servire da TIM.

In più nell’energia c’è un altro monopolio, quello della fornitura della tariffa regolata di “tutela”, affidata per legge in esclusiva al venditore dello stesso gruppo societario del distributore locale.
Se il fornitore di questo servizio, regolato e in monopolio, usa il contatto col cliente per proporgli un’altra sua offerta nel mercato libero, sfrutta un suo vantaggio monopolistico.

Comportamenti, quelli qui sopra, che si configurerebbero come abuso di posizione dominante secondo le norme antitrust.

Ebbene: l’Autorità antitrust italiana ha appena aperto tre procedure d’infrazione proprio per gli abusi che ho elencato, a carico di Enel, A2A e Acea, ritenendo degne d’attenzione numerose segnalazioni di clienti e concorrenti.
Gli illeciti presunti di Enel, in particolare, sono documentati da registrazioni di telefonate come quelle pubblicate da La Notizia, che colgono venditori nell'atto di sfruttare illegittimamente i vantaggi informativi del monopolio di rete locale della stessa Enel.
E se questi casi possono essere iniziative di venditori esterni che violano le direttive della stessa azienda (ma la complicità con qualcuno che ha i dati è necessaria per farlo), è clamoroso che proprio l’Enel sia stato l’unico venditore di energia in Italia a compiere una battaglia legale contro l’obbligo di chiara separazione dei marchi tra distribuzione e vendita. Obbligo che peraltro ha rispettato in modo elusivo, così come Acea, con marchi per la società di distribuzione che richiamano incontrovertibilmente quelli del gruppo.

Seguiremo naturalmente come andrà a finire e se gli addebiti verranno confermati dall’antitrust.
Intanto una riflessione: cos’hanno in comune queste tre aziende?
Sono tutte controllate dall’amministrazione pubblica, oltre a essere anche quotate.

Vuoi vedere allora che il controllo pubblico non è garanzia di correttezza nel rispetto delle norme?
Recentemente il presidente della commissione Attività Produttive della Camera, Massimo Mucchetti, spesso molto critico con privatizzazioni e liberalizzazioni, ha auspicato in seduta plenaria che si valuti, in relazione a possibili privatizzazioni di aziende pubbliche, non solo l’introito dalla vendita, ma anche il valore dei mancati dividendi futuri per lo Stato.
Economicamente non fa una piega.

Ma quella del fare utili con le partecipate è una motivazione a doppio taglio per i fan delle partecipazioni pubbliche, perché sottende che non c’è motivazione prevalente di perseguimento di un qualche bene pubblico nell’avere lo Stato azionista di aziende, bensì quella di mettere le mani in settori remunerativi, comprando azioni coi soldi dei cittadini (i quali, per inciso, con società quotate in borsa se vogliono possono farlo da soli con tre clic sul sito della propria banca).

Il guaio è che dove l’azionista di controllo è lo stesso che stabilisce e fa rispettare le regole del gioco sul mercato di riferimento la concorrenza rischia di essere falsata.
Si sarebbe permesso un operatore indipendente di mercato uno spregio delle regole e un senso di impunità pari a quello di cui stiamo parlando dell’Enel?

Auguro all’AGCM la forza per svolgere con autonomia questa indagine malgrado tocchi, oltre all’interesse dei cittadini-clienti dei servizi energetici, anche lauti dividendi del Tesoro, del comune di Milano e di quello di Roma.

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