martedì 25 dicembre 2012

D143/144 - I numeri del World Energy Outlook 2012

Lo scorso venerdì 14 dicembre 2012 il Ministero dello Sviluppo Economico ha ospitato nella sua sala degli arazzi in via Veneto a Roma una presentazione dell'appena uscita edizione 2012 del World Energy Outlook, il ponderoso e prezioso annuario mondiale dell'energia edito dall'International Energy Agency di Parigi, d'ora in poi IEA, agenzia partecipata dai paesi Ocse e con collaborazioni anche al di fuori dell'area Ocse.

A presentare l'annuario c'era il capo economista della IEA, Fatih Birol, e ad ospitarlo il ministro dello sviluppo economico Passera, il sottosegretario con delega per l'energia Claudio De Vincenti e il capo-dipartimento energia Leonardo Senni. Dipartimento che è autore, dopo anni di annunci mancati dei precedenti governi, del documento di strategia energetica nazionale attualmente in consultazione che ha incassato da Fatih Birol un convinto apprezzamento in apertura della sua relazione. La stretegia energetica nazionale proposta dal Governo italiano, ha detto Birol, va nella direzione giusta.

E come esempio ha citato l'accento dato all'importanza dell'efficienza energetica, e fatto un parallelismo con gli Stati Uniti. Se gli USA – ha detto Birol – stanno affrancandosi dalle importazioni di combustibili fossili, è anche grazie alle politiche di efficienza – in particolare sugli autoveicoli – messe in piedi dal governo Obama.
Gli USA hanno un ruolo importante nell'attualità dell'energia globale. Secondo l'outlook la loro capacità di produzione di petrolio aumenterà fino al 2020 grazie soprattutto alle risorse non convenzionali, rendendo gli USA nello stesso tempo anche il più grande produttore mondiale, e con prospettiva di diventare esportatore netto nel 2030. Mentre nel gas l'abbondanza statunitense ha portato i prezzi nazionali già oggi a un quinto di quelli europei e a un ottavo di quelli giapponesi.
Ma la nuova disponibilità di petrolio non è solo americana. Le prospettive irachene sono in particolare favorevoli a un aumento di produzione, così come quelle africane e brasiliane. Si prospetta insomma, come Derrick da tempo ritiene, un nuovo rinvio della tesi del picco globale di capacità produttiva del petrolio, il che non è una buona notizia per le prospettive dell'economia decarbonizzata.
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Alessandro Lanza, ex capo economista dell'Eni, lo scorso 12 dicembre era al Politecnico di Milano per una relazione in cui io gli facevo da – come si usa dire – discussant, e ha ricordato che parlare di sostenibilità nell'uso delle fonti fossili è in senso stretto una contraddizione in termini, visto che prima o poi si è costretti a smettere di consumare una risorsa che non si riproduce.
Ma c'è anche un'insostenibilità fatta di incentivi perversi nell'economia delle fonti fossili. Gli aiuti economici a queste fonti – riporta l'Outlook – continuano ad aumentare e hanno superato al mondo il mezzo miliardo di dollari nel 2011, soprattutto a causa delle politiche in nord Africa e Medio Oriente. Sentite qua: il mondo sussidia le fonti fossili 6 volte di più di quanto sussidi le fonti rinnovabili di energia.
Politiche del genere, insieme a prospettive di prezzi relativamente bassi per olio e gas, non aiutano nemmeno l'efficienza energetica, che pure non è solo nell'agenda politica di Europa e Stati Uniti, ma anche della Cina, che punta a una riduzione della sua intensità energetica del 16% nel 2015. Gli scenari IEA proposti nell'Outlook 2012 confermano peraltro la visione dell'agenzia secondo cui gli investimenti già decisi e altri aggiuntivi in efficienza energetica si ripagheranno anzitutto grazie alla minor dipendenza dalle fonti fossili. Resta, come dicevo, l'incognita di quanto questi ritorni siano a rischio se le prospettive di scarsità economica di petrolio e gas si allontanano nel tempo.

In chiusura, provo a fare uno zoom all'indietro, visto che parliamo di relativa e temporanea abbondanza di energia. Sapete quante persone al mondo non hanno accesso all'energia elettrica? 1,3 miliardi.


Derrick 143 su Radio Radicale
Derrick 144 su Radio Radicale
Derrick video: spunti dalla bozza di strategia energetica nazionale (ott. 2012)

martedì 20 novembre 2012

La speculazione - Parte 4 - D139

Siamo alla quarta puntata (qui la terza) di Derrick speciale economia dedicata alla speculazione, o meglio a una carrellata delle sue possibili accezioni, di questi tempi perlopiù negative dal punto di vista del cosiddetto sentire popolare.

Alla fine dell'ultima puntata parlavo dei certificati legati all'andamento della borsa venduti da molte banche, che permettono di guadagnare se la borsa sale, ma evitando parte dei rischi di discesa. Sono anche quelli assimilabili a derivati. Dicevo che un loro problema è che è difficile per un risparmiatore capire se i guadagni a cui si rinuncia sono troppi rispetto ai rischi evitati. Un possibile trucco, allora, se questi certificati sono scambiati in un mercato, è non comprarli in prima emissione al prezzo stabilito dalla banca, bensì poi, sul mercato secondario. Che se è sufficientemente liquido – cioè frequentato – tende ad attribuire ai certificati il loro valore "giusto", o meglio quello che per la comunità che ci partecipa rende indifferente l'acquisto in termini di valore del portafoglio.

E qui mi scappa una considerazione generale: nel periodo buio che attraversiamo, la parola "mercato" a molti fa paura. Meglio, si pensa, un amministratore pubblicistico che decida il prezzo dei beni. Questo implica un'enorme fiducia verso questo decisore che fa il prezzo, e verso la sua assenza di interessi privatistici. Un mercato liquido e ben regolato, invece, non ha bisogno di gente altruista per fare il prezzo equo: ha solo bisogno che più soggetti possibili facciano i loro interessi privati e abbiano accesso all'arena con lo stesso livello di informazioni.

Torno ai derivati. Un motivo per cui non godono di buona stampa sono le perdite che stanno causando agli enti locali. Oltre 1 miliardo secondo Bankitalia. Che cos'è successo? È successo che banche hanno stipulato con gli enti locali contratti derivati che attribuivano agli enti, probabili rischi futuri, in particolare sull'andamento dei tassi di interesse, a fronte di un iniziale flusso di cassa verso gli enti stessi. L'atteggiamento degli enti locali era speculativo? Sì, visto che si assumevano un rischio, anziché moderarlo. Anzi, peggio, a fronte di un vantaggio iniziale introducevano costi probabili e di ammontare incerto alla comunità e ai suoi futuri amministratori. Da un lato quindi c'erano amministratori pubblici ignoranti o in mala fede, dall'altro banche che, a meno che non fosse tutta malafede degli amministratori, non fornivano loro corretta informazione.
Sono diabolici i derivati sui cambi o sui tassi di interesse, come scrivono Elio Lannutti di Adusbef e Rosario Trefiletti? No: era irresponsabile l'uso che ne facevano gli enti locali, che per fortuna dal 2008 non possono più.

martedì 13 novembre 2012

La speculazione - Parte 3 - D138

Questa è la terza puntata (qui la seconda) di Derrick speciale economia dedicata alla cosiddetta speculazione. Che per chi ne usa le accezioni negative vuol dire cupidigia applicata ai soldi e ai mercati. Non ho mai sentito nessuno prendersela con la speculazione di uno che compra un bene che gli serve cercando di pagarlo il meno possibile. Ma se uno compra qualcosa per rivenderlo e farci una differenza, beh allora rischia la bolla di speculatore. Come mai? E chi lo sa.

L'altra volta accennavo ai derivati, simbolo forse per antonomasia della speculazione e della finanza deteriore. Guido Rossi ha scritto sul Sole 24 Ore che i derivati son diventati da strumenti di copertura del rischio a scommesse da casinò.
Cosa sono i derivati? Sono contratti finanziari il cui valore dipende da qualcos'altro che è detto sottostante, e che di solito è il prezzo di un bene scambiato in mercati organizzati, oppure un indice finanziario pubblicato.

Facciamo un esempio: il contratto con cui una parte s'impegna a cedere all'altra i futuri aumenti di prezzo del sottostante, e a vedersi invece riconosciute le sue eventuali riduzioni, si chiama future, ed è il più semplice derivato. Un future sul cherosene, per esempio, può essere comprato da una compagnia aerea per proteggersi dal rischio che il prezzo del carburante aumenti (perché in tal caso spende sì di più per fare il pieno, ma guadagna dal future), ma implica la perdita del vantaggio se il prezzo scende. La controparte di questo future può essere un'azienda che invece vuole proteggersi dalle riduzioni di prezzo del cherosene, per esempio un raffinatore. Oppure può essere un operatore che scommette sulla riduzione del prezzo, in modo speculativo.

Dove sta la malvagità di questi contratti derivati? Non c'è una malvagità intrinseca: esistono dal '700 accordi tra operatori industriali o commerciali che vogliono modificare la propria esposizione al rischio di fluttuazione del prezzo di un bene con cui hanno a che fare. Però è vero che i derivati sono oggetti delicati, perché espongono il sistema a forti rischi di insolvenza delle controparti. Perché? Perché i derivati, pur esponendo a piacere ai rischi di fluttuazioni del valore del bene sotteso, non prevedono di acquistare o vendere questo bene fisicamente, né di pagarlo. Quindi manca una garanzia naturale sul fatto che la controparte abbia i soldi per pagare poi le eventuali perdite.
Inoltre, e qui parliamo invece di rischio per i risparmiatori, i derivati più esotici, per esempio quelli che includono opzioni, possono essere difficili da valorizzare per una controparte non professionale.

Facciamo un esempio. Se siete clienti di una banca aggressiva nella raccolta del risparmio, vi sarà capitato di sentirvi offrire certificati legati all'andamento di un indice di mercato, del tipo, per esempio, che se la borsa sale vi spetterà una parte predefinita e limitata di guadagno, mentre se scende fino a un certo punto non perderete nulla. Vi si propone quindi una rinuncia a certe opportunità e a certi rischi. C'è qualcosa di male? Di principio no. Peccato che un risparmiatore non abbia i mezzi per valutare l'equità del patto.

Mettiamola in questi termini: è più probabile che ex post ci avrà guadagnato la banca, o voi? Beh, una cosa è certa: la banca è preparata a fare questo conto, e difficilmente vi vende un certificato il cui valore atteso è negativo per lei.
Forse allora abbiamo un risultato parziale: la finanza, che non è cattiva in sé, se comporta scambi con assimetrie informative, può diventare parassitaria.
Riguardo ai derivati, comunque, siamo solo all'inizio. Ci sentiamo la prossima settimana.

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